Mammella tuberosa, un caso difficile...

Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato Milano
Tel. 02.794224

L’aumento del volume del seno è uno degli interventi di chirurgia estetica oggi più richiesti.
I primi tentativi risalgono a molti decenni fa e non erano particolarmente brillanti; poi, col tempo, la tecnica si è notevolmente perfezionata sia da un punto di vista tecnico-chirurgico che di materiali utilizzati.
Nei primi tempi, gli studi e le ricerche riguardo la cosiddetta “biocompatibilita” dei materiali utilizzati in chirurgia, cioè circa la loro tollerabilità una volta impiantati nell’organismo umano, erano ad un livello iniziale. Anche i semplici fili di sutura, ad esempio, così comuni e indispensabili in ogni atto chirurgico, erano costituiti da materiali che spesso provocavano pericolose allergie o infiammazioni post-operatorie.
E’ stato grazie alle innumerevoli ricerche di laboratorio e agli infiniti tentativi che nel corso degli anni alcuni di essi sono stati abbandonati definitivamente, altri perfezionati, altri creati ex-novo con materiali utilizzati anche nell’industria aero-spaziale.
Nell’ambito delle protesi mammarie il percorso è stato simile; le prime protesi
utilizzate erano costituite da materiali quanto mai fantasiosi (anche spugne marine o tessuti vegetali!) che avrebbero dovuto, idealmente, riprodurre la stessa consistenza al tatto di una mammella normale.
Con l’avvento delle prime protesi al silicone si è voltato pagina perché si è cominciato a rispondere seriamente ed efficacemente ai requisiti richiesti: le attuali protesi mammarie sono progettate e prodotte secondo concetti assolutamente innovati che tengono conto
non solo della perfetta bio-compatibilità dei materiali di cui sono costituite ma anche di altri fattori altrettanto importanti quali resistenza a traumi e invecchiamento, forma, dimensione, proiezione, consistenza etc.
Ribadiamo che il dubbio, sorto alcuni anni fa, che aveva fatto temere che le protesi mammarie potessero in qualche modo essere causa di gravi malattie sistemiche è stato definitivamente smentito da accurate ricerche mediche.
La qualità delle protesi prodotte 20 o 30 anni fa non è insomma paragonabile a quella delle protesi moderne. Per quanto riguarda la tecnica chirurgica, l’intervento di mastoplastica additiva può essere definito, in generale, piuttosto semplice e di rapida esecuzione:
si tratta in definitiva di allestire uno spazio sufficiente ad accogliere la protesi mammaria.
Esistono però casi più rari che mettono seriamente a prova l’esperienza e l’abilità del chirurgo per le particolari difficoltà.
Uno di questi è il seno tuberoso, una sorta di malformazione di gravità variabile della ghiandola mammaria che presenta un aspetto tubulare, allungata, innaturalmente concentrata dietro l’areola.
I quadranti inferiori appaiono piatti e svuotati e la mammella presenta una forma irregolare e bizzarra, quasi ad uncino perdendo completamente grazia ed eleganza che le spettano per natura.
Il problema si manifesta a partire dalla pubertà, quando il seno comincia ad evidenziarsi ed è comprensibile come possa divenire un serio problema da un punto di vista psicologico per un’adolescente.
I rapporti interpersonali, la vita sessuale, la percezione della propria immagine ne vengono pesantemente compromessi proprio negli anni più importanti per lo sviluppo e la maturazione di ogni donna.
Quanto prima sarebbe quindi opportuno chiedere il parere di uno specialista in
chirurgia plastica perché valuti attentamente il caso.
La risoluzione, che è solo chirurgica, non si presenta di facile realizzazione: non basterebbe infatti il semplice impianto di protesi mammarie secondo la tecnica usuale. Il risultato sarebbe estremamente scoraggiante e accentuerebbe ancora di più l’aspetto innaturale.
La prima fase dell’intervento deve invece essere dedicata al paziente modellamento della ghiandola mammaria tuberosa in modo da modificarne la forma e distenderla perché possa fornire una buona copertura della protesi sottostante, premessa per un risultato soddisfacente. In effetti è questo il punto cruciale dell’intervento superato il quale potranno essere finalmente collocate le protesi mammarie (scelte con accuratezza
durante le visite precedenti) che provvederanno ad incrementare il volume e la proiezione in avanti del seno.
Le cicatrici sono generalmente di ottima qualità (a distanza di alcuni mesi praticamente invisibili) perché localizzate esclusivamente lungo il confine naturale tra la cute rosea del seno e quella pigmentata dell’areola.
Come si accennava precedentemente, la qualità delle moderne protesi mammarie è tale che le stesse aziende produttrici ne garantiscono indefinitivamente la durata.

Scarica il pdf

Il bleaching: lo sbiancamento dei denti

Autore: Dott. Bahri ADIS
Implantologia e Parodontologia - Milano
Tel. 02.58303737

Un bel sorriso è il nostro primo biglietto da visita “Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. Così affermava il grande Charlie Chaplin e come dargli torto? Il
sorriso gioca un ruolo decisivo nella nostra vita. Soprattutto nella società di oggi dove teniamo in gran conto il nostro aspetto fisico e dove la comunicazione ha assunto un livello di primissimo piano. Se poi c’è in noi la consapevolezza di avere una bocca sana e un bel sorriso, ecco che subito si attiva un processo di sicurezza e serenità che trasmettiamo anche al nostro interlocutore. A tutto vantaggio del rapporto che sta per iniziare. Sia sul lavoro che nella nostra vita privata.
Un sorriso smagliante Denti sani, certamente. Ma anche bianchissimi e luminosi. Per ottenere quest’eccellente risultato c’è il “bleaching”, lo “sbiancamento dei denti”,
una prestazione altamente estetica di tecnologia avanzata che ci permette di dire finalmente addio ai denti opachi, ingialliti dal fumo, macchiati da tè, caffè o dall’età… Il bleaching è un trattamento che, tramite un materiale applicato sui denti e attivato da lampade potentissime e specifiche, assicura un sorriso smagliante per tutta la vita. E’ combinabile con altri metodi di igiene orale, può essere effettuato sia sui denti vitali sia su quelli devitalizzati e promette una brillantezza duratura.
Dentista o fai-da-te?
Nel bleaching, come succede anche in altri casi che riguardano il nostro corpo e la nostra salute, ci troviamo di fronte alla scelta tra un approccio professionale e uno più empirico o fai-da-te. Vediamo insieme i pro e i contro dei due metodi.
Il pregio maggiore del bleaching “faida- te” consiste nel costo contenuto.
Il lato negativo è che non viene effettuato sotto controllo medico. Da qui ne possono derivare alcuni danni (anche non immediatamente visibili):
- le gengive vengono irritate dal materiale che è un acido (e che agisce su denti e gengive) - poiché il prodotto viene applicato per un periodo di una-due settimane, non si può evitare che la saliva si misceli con l’acido che può entrare tra dente e gengiva, distruggendo nel tempo i legamenti dentali. Questo fatto può portare, anche dopo anni, a una mobilità dentale, senza tuttavia poter risalire alla causa.
- la sensibilità dentale può aumentare notevolmente (con una spiacevole percezione del caldo e del freddo).
Consideriamo ora l’approccio del dentista che può utilizzare due metodi: la
“mascherina” e il trattamento con lampade speciali o con il laser.
Nel primo caso, nella bocca del paziente viene applicata una “mascherina”, realizzata su misura. Il materiale sbiancante sarà inserito a casa dallo stesso paziente.
Gli effetti secondari, come si può intuire, sono gli stessi del “fai-da-te”.
La differenza sta solo nella mascherina, ma il materiale sbiancante è sempre in bocca e può provocare danni, come già descritto.
Trattamento in sicurezza
Ho lasciato come ultimo il sistema che io uso regolarmente nel mio studio perché ritengo sia il più sicuro. E sono convinto che serietà e sicurezza siano le qualità basilari richieste ad un professionista.
Quello che io propongo si svolge in un’ora di trattamento. In questo spazio di tempo i denti acquistano da 4 a 8 gradazioni di bianco con chiarissimi risultati d’eccellenza. Ecco come procedo: dopo aver pulito tutti i denti, ricopro tutte le gengive con una sostanza apposita. A questo punto applico il materiale sbiancante sui denti, attivandolo con una potentissima lampada specifica o con il laser.
Attuando questo trattamento gli effetti collaterali sono quasi inesistenti, mentre i pregi sono che il paziente è sotto controllo medico l’effetto è ottenuto in un’ora l’acido non viene in contatto con la saliva, perciò non può essere ingoiato l’acido non viene in
contatto con le parti dentali dove non deve arrivare (sulle gengive o, peggio, tra gengive e denti).
Per rinforzare lo smalto, subito dopo il trattamento applico un concentrato di fluororo sui denti sbiancati. Consegno infine al paziente un contenitore con questo concentrato da applicare a casa, ogni sera per una settimana. Il risultato è una forte attenuazione della sensibilità dentale e perfino la suscettibilità alla carie diminuisce notevolmente.
Costo e durata
Le domande che spesso mi sento rivolgere sono: “quanto dura l’effetto smagliante?” e “quanto costa il trattamento?”
Di norma, sono in grado di garantire uno splendido effettodurata per un periodo di almeno due anni. La risposta è, però, soggettiva.
I denti sono parte integrante del corpo e non esistono due risultati uguali: un fumatore incallito o un forte bevitore di tè o caffè, ad esempio, possono affrettare il nuovo processo di annerimento. Il bleaching può, comunque, essere ripetuto anche due o tre volte, fino ad ottenere il risultato di bianco-smagliante che si desidera.
Nel tempo, poi, si può rinnovare il trattamento anche ogni sei mesi.
Lo si può eseguire ad ogni età, anche su denti devitalizzati e scuriti più di altri.
In questo caso, apro l’otturazione, inserisco il materiale e lo attivo con la lampada, riportando il dente devitalizzato allo stesso colore degli altri. Per quanto riguarda la seconda domanda, il costo del trattamento è di circa €750 per l’intera bocca.
Star bene con se stessi
Un incontro ad alto livello, una conferenza da tenere, il proprio matrimonio…
Ci sono mille ragioni per sfoggiare un sorriso invidiabile.
E non solo per un giorno e in un’occasione speciale, ma anche nei contatti quotidiani del normale mondo del lavoro.
Oggi, una bella bocca non è più solo prerogativa di attori, show-girl e modelle e l’estetica orale non va sottovalutata neppure dal punto di vista psicologico. Al contrario, la consapevolezza di una bocca sana e di un sorriso smagliante innesca un processo che influenza positivamente l’umore e la disponibilità, a tutto vantaggio del rapporto.

Scarica il pdf

CONVIVERE CON LE MALATTIE RARE DIMENTICATE
Hailey Haliley aspettative di cure e speranze di guarigione

 

La malattia di Hailey-Hailey (HHD), denominata anche “pemfigo cronico familiare benigno”, è stata descritta per la prima volta nel 1939 dai fratelli Howard e Hugh Hailey, da cui prende il nome.
Nonostante la somiglianza istologica al “pemphigo volgare”, è evidente che la malattia di Hailey-Hailey non è di natura autoimmunitaria.
L’HHD è una rara patologia dermatologica a trasmissione ereditaria, con modalità autosomica dominante, causata da un difetto di coesione delle cellule sovrabasali dell’epidermide. Questo difetto è dovuto al gene ATP2C1, localizzato sul braccio corto
del cromosoma 3 e che regola la pompa del calcio all’interno della cellula.
Insorge di solito dopo i 20-30 anni di età e clinicamente è caratterizzata dalla comparsa ricorrente di vescicole e bolle che rapidamente lasciano erosioni e croste, soprattutto in corrispondenza delle pieghe del corpo: sotto le ascelle, sul collo, nella regione inguinale, nella regione perianale e nella regione sottomammaria nelle donne. Meno frequentemente può comparire al tronco, ai gomiti ed in altre zone del corpo e, seppure con casi esistenti, raramente ne sono coinvolte le mucose (bocca, laringe, esofago, vulva e vagina). L’andamento della malattia è altalenante poiché si alternano periodi con
sintomatologia elevata, a periodi in cui i sintomi scompaiono, a volte, anche spontaneamente. Spesso, a causa di irritazione cronica, possono svilupparsi vegetazioni granulomatose, circondate da pelle macerata e con fessure, che causano dolore e
forte fastidio durante i movimenti, per il sovrapporsi di infezioni batteriche e/o micotiche.
La terapia è esclusivamente sintomatica.
Quando sono presenti sovrainfezioni micotiche e/o batteriche è necessario ricorrere all’uso di antibiotici e/o antimicotici per via generale oppure solamente con applicazioni
locali, i cortisonici vengono utilizzati come antinfiammatori, con temporaneo e fugace miglioramento.
In Italia non esistono studi epidemiologici che ci consentano di conoscere né quanti soggetti ne sono affetti, né quanti siano i portatori della mutazione genetica. Neppure negli Stati Uniti, da sempre all’avanguardia per le ricerche scientifiche, esistono dati
certi. Solo nel 2006 si è costituita la prima associazione americana dell’HHD e si stima, con molta approssimazione, che i malati colpiti siano uno su un milione.
Trattandosi di una malattia geneticamente trasmessa, la terapia può mirare unicamente a ridurre oppure a togliere temporaneamente i sintomi, che si manifestano di solito dopo i
20-30 anni di età. E’ una malattia che condiziona la vita di intere famiglie, i ritmi di vita, i rapporti con la Società e con il Lavoro, con evidenti risvolti psicologici negativi
soprattutto per la ridotta capacità fisica e nella sfera affettiva (per le particolari zone colpite), oltre che per l’obbligata sopportazione al dolore.
Fattori questi che influiscono in maniera determinante e negativamente sulla qualità della vita di chi ne è affetto.
Oltre a continue applicazioni farmacologiche atte al contenimento delle manifestazioni della malattia, spesso si è costretti al ricovero in Strutture Ospedaliere per risolvere solo la sintomatologia; l’H.H.D. è una malattia per la quale attualmente non c’è ricerca scientifica che possa dare un contributo utile alla “definitiva risoluzione” della patologia.
Ad oggi il Ministero della Sanità ancora non ha inserito l’HHD nell’elenco delle malattie rare e i numeri esigui dei malati sono tali da indurre le aziende farmaceutiche a non avere “interesse” ad operare investimenti. Inoltre il costo dei medicinali necessari
per le quotidiane applicazioni, è a totale carico dei pazienti e pesa considerevolmente sul loro bilancio familiare.
Sensibilizzare le Istituzioni sul riconoscimento dell’Hailey Hailey come malattia rara e porre l’accento sulla scoperta di “terapie possibilmente risolutive”, vuol dire stimolare la
ricerca e far nascere nell’animo di chi è malato, la speranza di non essere più dipendente dell’Hailey Hailey, per sé e per le generazioni a venire.
Potrebbero infine essere prodotte medicine uniche, specifiche per la cura, più facilmente utilizzabili, senza associarle ad altre, a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
E’ bene sottolineare che la spesa sanitaria di oggi, in funzione della prevenzione
e della ricerca, si tradurrà sicuramente in un risparmio futuro, sia per le generazioni di malati che per il SSN.
Il fatto di ricercare persone sofferenti della stessa malattia è stata un’esigenza di tutti coloro che si sono incontrati navigando in internet, spinti dalla disperazione di non conoscerla a fondo, di non avere risposte concrete dal mondo medico per la scarsa
documentazione e di non riuscire a curarla nel modo giusto.
Questi contatti hanno portato, il 15 giugno 2007, alla costituzione dell’A.Ma.HHD ONLUS - ASSOCIAZIONE MALATI DI HAILEY HAILEY DISEASE, iniziativa che sembrava difficilissima,
se non impossibile, e che si è concretizzata anche con la realizzazione di un proprio sito web www.amahhd.it
L’A.Ma.HHD ONLUS ha sede in Ladispoli, in Via Regina Margherita 15 (fax 06 233209543) e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale, nell’ambito dell’assistenza socio-sanitaria.
In particolare l’Associazione si propone i seguenti fini:
* promozione, sviluppo e realizzazione di iniziative volte ad assicurare adeguati mezzi di assistenza ai soggetti affetti dalla Hailey Hailey Disease ed ai loro familiari, in special modo dove l’organizzazione assistenziale pubblica non offre ancora interventi e strutture adeguate;
* aiuto e sostegno ai soggetti affetti dalla Hailey Hailey Disease nel reperimento delle necessarie cure mediche, sanitarie e assistenziali;
* promozione e sostegno di iniziative ricreative, culturali, corsi, pubblicazioni, conferenze ed altre manifestazioni rivolte ad esclusivo beneficio dei soggetti affetti dalla Hailey Hailey Disease.
* promozione della conoscenza della Hailey Hailey Disease, come malattia rara, al fine di favorire la diagnosi e l’efficacia delle cure dei pazienti che ne sono colpiti, nonché l’aggiornamento sulle nuove scoperte scientifiche in materia;
* sensibilizzazione degli organismi politici, amministrativi, sanitari, di stampa e dei mass media, al fine della riduzione delle condizioni di disagio connesso allo stato di soggetti affetti dalla Hailey Hailey Disease.
L’ A.Ma.HHD ONLUS è un’associazione senza fini di lucro e si supporta grazie ai mezzi di coloro che scelgono di aiutarla in qualità di associati (malati affetti dall’Hailey Hailey) o sostenitori.
Trattandosi di una malattia ancora “tutta da scoprire”, è con questo animo che i malati
di Hailey Hailey chiedono la collaborazione fattiva di coloro che intendono favorire il raggiungimento degli obiettivi statutari, che potrà avvenire solo con la continua collaborazione scientifica di Strutture Ospedaliere e Medici di alto livello professionale che, nonostante i limiti della conoscenza della malattia, oggi stanno dimostrando la loro
grande disponibilità e professionalità per la cura della sintomatologia.
E’ possibile sostenere l’A.MaHHD ONLUS attraverso la donazione di una qualsiasi cifra, con le seguenti modalità:
Tramite bollettino postale sul C/C n. 82826975 - Causale: Donazione sostenitore Intestato a: A.Ma.HHD ONLUS Associazione Malati di Hailey Hailey Disease - Via Regina Margherita 15 – 00055 Ladispoli (RM)
Bonifico bancario sul C/C n. 82826975 – BANCA POSTE ITALIANE - ABI 07601- CAB 03200- CIN T codice IBAN IT16T0760103200000082826975 - Causale: Donazione sostenitore - intestato
a: A.Ma.HHD ONLUS Associazione Malati di Hailey Hailey Disease – Via Regina Margherita 15 – 00055 Ladispoli (RM)
Tramite vaglia postale con causale:
Donazione sostenitore intestato a: A.Ma.HHD ONLUS Associazione Malati di Hailey Hailey Disease - Via Regina Margherita 15 – 00055 Ladispoli (RM)

 

Scarica il pdf

Colpo di frusta e dolori diffusi

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Dott. in Scienze Motorie e in Fisioterapista, Posturologo, Mézièrista
Docente Master in Posturologia
c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia
(Dipartimento di Medicina Sperimentale e Patologie), Università “La Sapienza” di Roma e c/o l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Motorie.
Direttore di Kinesistudio (Studio di Posturologia) di Milano

La parola al paziente: “tutti questi problemi per un vecchio colpo di frusta”?
Il termine “colpo di frusta” indica un particolare movimento, normalmente a carico del tratto cervicale, il quale subisce violentemente ed inaspettatamente un movimento tipico della frusta (come quando questa viene usata dal domatore al circo).
Nel nostro caso esso indica un particolare meccanismo traumatico-distorsivo della colonna cervicale che consiste in una violenta iper-estensione del collo (la testa viene proiettata all’indietro), seguita in rapida successione da un contro-movimento in flessione
(la testa viene proiettata in avanti).
Questo meccanismo è tipico dei tamponamenti automobilistici: non solo
di quelli violenti o importanti, ma anche di modesta entità.
A volte basta un impatto lieve, tale da non richiedere l’intervento medico o da dover fare accertamenti approfonditi perché si avvertono solamente qualche lieve disagio o leggeri
dolori transitori; a volte addirittura non si avverte assolutamente nulla per qualche giorno, settimane o mesi, al punto da dimenticare persino l’incidente. Questi casi subdoli ed insospetti sono i peggiori perchè nessuno più li mette in relazione con l’incidente; ciò
crea difficoltà a livello terapeutico perché, quando non si riesce più a rintracciare la causa, le cure non possono essere mirate. Infatti i dolori possono insorgere a distanza di
tempo e possono colpire, oltre al collo, anche altri distretti causando sintomi a volte insospetti: spalle, braccia, senso di vertigini, cefalee, emicranie, disorientamento, acufeni, bruxismo, dolori all’articolazione temporo- mandibolare, formicolii alle braccia
e alle mani, lombalgie, lombosciatalgie, debolezza agli arti inferiori, etc, etc.
Ovviamente, effetti simili possono instaurarsi anche per altri traumi non automobilistici (una caduta accidentale oppure un piccolo trauma durante la pratica sportiva), che si reputano banali o superficiali ma che, allo stesso modo del colpo di frusta, il sistema nervoso e il sistema muscolo- capsulo-legamentoso interpretano e registrano come costante interferenza al sistema posturale.
Cos’è un trauma distorsivo?
Una distorsione, sia essa del tratto cervicale che ad una caviglia, consiste in un momentaneo allontanamento di due capi articolari e determina uno stiramento o lacerazione, generalmente parziale, dei tessuti situati attorno all’articolazione (capsula e
legamenti).
A questi si associa generalmente uno “spasmo” di difesa della muscolatura che, precedentemente e violentemente stirata dal trauma, si difende con una violenta contrazione come risposta automatica.
Quando il corpo non è più in grado di rilasciare quei fasci muscolari che si erano contratti per difesa (permane la tensione a scopo difensivo o per paura, a scopo preventivo), quegli stessi fasci muscolari, nel tempo tenderanno a bloccarsi e mantenere le articolazioni compresse e prigioniere.
Ecco perché nelle radiografie del tratto cervicale (nel post-trauma), si evidenzia
“riduzione della fisiologica lordosi”, o “rettificazione” o ancor peggio, “inversione della fisiologica curva cervicale”.
La cronicità di tali alterazioni (rettilinizzazione o inversione), sottoporrà inevitabilmente il tratto cervicale ad una scorretta meccanica articolare creando alterate sollecitazioni e distribuzioni dei carichi di lavoro responsabili di lesioni (discopatie, fenomeni
artrosici, protrusioni, ernie discali, compressioni radicolari, etc.). Questo fenomeno si manifesta esclusivamente al tratto cervicale, ma per ogni trauma in qualsiasi parte del corpo a carico di qualsiasi articolazione. Ecco allora comparire, anche a distanza di anni dall’evento traumatico, numerosi sintomi, non ricollegabili all’evento traumatico distorsivo (colpo di frusta): dalle cervicalgie, alle brachialgie, tendiniti, capsuliti, borsiti, epicondiliti, tunnel carpale, disturbi della vista e dell’udito, riduzione di forza muscolare, malessere generale, persino sindromi depressive, etc, etc.
Quale connessione esiste tra il vecchio trauma e i sintomi attuali apparentemente non collegati sia cronologicamente sia per localizzazione?
Ebbene il collo è la parte più vicina al cervello ed è attraversato dal midollo spinale, un’insieme di fasci nervosi che si diramano ad ogni vertebra. Anche i fasci nervosi che riguardano il tronco e le gambe, passano dal tratto cervicale (questi decorrono proprio
nella parte più superficiale del midollo stesso). Inoltre, quando la porzione midollare del collo viene stirata violentemente, lo stiramento si ripercuote e si trasmette a tutto il
midollo interessando così tutte le radici nervose che vi sono collegate. Ecco come, un trauma distorsivo cervicale, può essere in grado di creare effetti negativi a distanza, in qualsiasi parte del corpo, fino ai piedi.
Inoltre, proprio da questo tratto partono le radici nervose dirette verso il cranio e spesso responsabili di mal di testa, cefalee, ipoacusie, acufeni o vertigini, oppure riduzione del visus, scotomi, occhi arrossati, etc.
Ad aggravare questo quadro, ci pensano i muscoli che si sono irrigiditi e che hanno bloccato il tratto cervicale per evitare il dolore: le catene cinematiche muscolari entrano in azione a scopo antalgico per evitare che il collo si muova, ma in questo modo
sovraccaricheranno altre zone (ad esempio il tratto lombare) fino a quando queste stesse subiranno idanni da eccesso di carico di lavoro; ecco come a partire dal tratto cervicale
i dolori migrano e si creano nuove patologie al tratto lombare, alle ginocchia, alle anche, alle caviglie o ai piedi.
Cosa si può fare allora nel caso del tamponamento?
In primo luogo è importante eseguire un’indagine medica accurata per verificare la reale entità del danno subito. In seguito, senza far passare mai troppo tempo, intervenire per far rilasciare quei muscoli che sono rimasti contratti al fine di evitare che si strutturino
(questi sono i suggerimenti delle più recenti ricerche scientifiche). Poi, attraverso adeguati esercizi posturali, si deve restituire la fisiologica curva cervicale attraverso il riallungamento di quei muscoli che sono rimasti retratti. La colonna può ben funzionare
solo e soltanto se la sua struttura (ovvero le sue curve) è corretta. (vedi figura 1 a pagina seguente).
Nel caso di traumi di “vecchia data” (anche decine di anni), è possibile, attraverso speciali esercizi posturali, recuperare molta della mobilità perduta e aiutare il corpo a ritrovare l’elasticità e la dinamicità perduta; questo ridurrà o eliminerà sintomatologie che nel tempo possono essersi correlate, come nel caso che andiamo ora ad esporre.
La parola al paziente: “tutti questi problemi per un vecchio colpo di frusta? Incredibile”!
La Sig.na S., 36 anni, impiegata, si rivolge presso il nostro studio di Posturologia di Milano per risolvere alcuni problemi da lei definiti “inspiegabili dolori generalizzati e migranti” che negli ultimi tempi sono diventati insopportabili.
Di questi, il problema che più l’attanaglia consiste in fastidiose cefalee, non acute ma persistenti, che limitano la sua capacità di concentrazione sul lavoro e inficiano anche la sua vita di relazione. Inoltre riferisce un dolore saltuario alla base del collo lato destro,
che a volte diviene torcicollo; abbinato a questo, si innescano dolori e formicolii sia alla spalla che a tutto il braccio fino alla mano destra. Ultimamente i disagi colpiscono anche le gambe: le sente “strane” e, soprattutto di notte, perdono sensibilità, mentre di giorno
non le sente più forti come una volta, nonostante la sua propensione all’attività sportiva.
Questa situazione l’accompagna da ormai 2 anni, anche se nei primi tempi i suoi disturbi erano molto più lievi e tendevano a ridursi (quasi scomparire) con semplice ginnastica e stretching in palestra; raramente, e solo negli episodi più acuti, doveva ricorrere a cure farmacologiche. Durante l’anamnesi, ovvero la ricostruzione della sua storia e dei suoi dolori, il dato cronologicamente più significativo, risulta essere un incidente automobilistico occorso circa 5 anni prima. In quella occasione riportò un trauma
distorsivo cervicale (colpo di frusta), senza tuttavia grandi conseguenze a
parte un pò di cefalea e dolori alle spalle per qualche giorno; poi per tre anni, più nessun disturbo! All’analisi posturale si evidenzia immediatamente che la testa non è in assetto corretto, sia di fronte che di profilo.
Anche il test per la rotazione del collo, indica un marcato limite nella mobilità dal lato destro e una flessione laterale ridotta da ambo i lati.
Terminato l’intero esame posturale, che utilizza varie tecniche e strumenti (test e pedana stabilometrica e baropodometrica), il trattamento posturale inizia con un leggero lavoro di riequilibrio delle tensioni muscolari del tratto cervicale in postura decompensata su Pancafit®; la sensazione che emerge alla fine di questa prima fase è di leggerezza al collo e alle spalle con acquisita maggior possibilità di rotazione del capo.
A distanza di una settimana la situazione delle cefalee è già leggermente migliorata e pertanto nelle sedute successive l’intensità del lavoro aumentata progressivamente e proporzionalmente alle sensazioni di miglioramento della mobilità e della sintomatologia.
Al termine di dieci sedute (sebbene i miglioramenti avvenivano di seduta in seduta), la Sig.na S. non avverte assolutamente più quel fastidioso cerchio alla testa; ha recuperato la sensazione di avere nuovamente le gambe ben presenti senza episodi di perdita di sensibilità notturna, ed anche il braccio destro non formicola più.
Soddisfatta per i risultati raggiunti la Sig.na S., che dalla prima seduta si ostinava a non credere alla relazione dei suoi attuali dolori con il suo vecchio colpo di frusta, esclama: “tutti questi problemi per un vecchio colpo di frusta? Incredibile…ma vero!!!”
Per inf. sul Metodo Raggi® – Pancafit® rivolgersi a Studio Sport 2000, telefono 02.39257427, info@studiosport.it, www.pancafit.net

Scarica il pdf