Invisalign per teen-ager nuova cura ortodontica
Autore: Dott. Carlo DE RYSKY
Ortodonzia e Implantologia
V.le della Libertà, 4a
Pavia
Tel. 0382.24192
www.derysky.it
Sono ormai alcuni anni che è stata
introdotta anche in Italia la sistematica
Invisalign, una cura ortodontica
praticamente invisibile e particolarmente
delicata. Essa utilizza, invece
delle solite placchette e fili metallici,
una serie di mascherine trasparenti
da calzare sui denti, che gradualmente
li spostano fino a far loro raggiungere
la posizione desiderata.
Questo trattamento, brevettato e prodotto
esclusivamente, su prescrizione
e progettazione dello specialista, dalla
Align Technology di Santa Clara in
California, nasce espressamente
come cura ortodontica per gli adulti.
Oggi, dopo dieci anni di applicazione e
circa un milione di pazienti trattati in
tutto il mondo, sulla base delle esperienze
accumulate è stato possibile
estendere l’orizzonte d’uso anche agli
adolescenti che hanno ancora alcuni
denti permanenti ancora non erotti.
A fronte di un costo essenzialmente
identico a quello di una cura ortodontica
tradizionale, la cura Invisalign
Teen offre numerosi vantaggi, sia pratici
che funzionali.
Innanzitutto la cura è altamente estetica;
consiste infatti in una serie di
mascherine (allineatori) trasparenti
facilmente rimovibili dal paziente che,
calzate sui denti, con studiata gradualità
provocano i movimenti dentali
desiderati.
Questi allineatori poi, sono sottilissimi
(meno di un millimetro di spessore)
e lisci: non causano quindi alcun
fastidio alla lingua ed all’interno delle
guance.
Il non dover utilizzare più placchette e
fili elimina anche tutti gli inconvenienti
dovuti al loro distacco ed rottura:
niente fastidi e dolore, o corse urgenti
dal dentista per riparazioni impreviste.
Si può dire che il paziente, già
dall’inizio della cura sa quali e quanti
(e quando) saranno i suoi appuntamenti
fino alla sua conclusione.
Tra i vantaggi funzionali, poiché gli
allineatori sono facilmente rimovibili,
abbiamo la possibilità di una corretta
igiene orale, con l’eliminazione delle
carie e delle discolorazioni che si possono
presentare durante le tradizionali
cure a causa delle ingombranti
apparecchiature non rimovibili.
Ancora, poiché i movimenti dentali
sono altamente selettivi, questa cura
risulta più breve delle cure tradizionali.
La possibilità di raggiungere i risultati
finali desiderati da parte delle cure
Invisalign è la medesima delle cure
tradizionali, ma molto dipende dall’esperienza
del professionista che la
applica, poiché tutta la complessità
di questo trattamento sta nella fase
di progettazione.
La cura Invisalign viene infatti progettata
con un particolare software, sviluppato
appunto dalla Align
Technology, che permette di visualizzare
i movimenti dentali prescritti
dallo specialista, verificandone l’entità,
la fattibilità e la distribuzione nel
tempo; questo software permette
eventualmente anche al paziente di
interagire con lo specialista, esprimendo
i suoi desideri ed il suo parere
sui movimenti dentali che si
andranno a compiere.
A progettazione terminata lo specialista
ed il paziente conosceranno il
numero delle mascherine necessarie
per compiere la cura e quindi la durata
della cura ed il numero di appuntamenti
necessari per concluderla.
E’ possibile, inoltre, utilizzare le
mascherine come veicolo per gel
sbiancanti: da apparecchio antiestetico,
la cura ortodontica diventa così
mezzo di miglioramento della bellezza
del sorriso su due fronti, allineamento
dei denti e loro colore.
Per i ragazzi con i denti ancora in crescita,
la cura prevede, oltre ad alcune
modifiche progettuali, che riguardano
lo specialista, anche alcune caratteristiche
dedicate alle specificità dell’adolescenza,
come le mascherine di
sostituzione e gli indicatori di utilizzo.
Queste attenzioni sono dedicate a
semplificare l’uso delle mascherine
ed a rendere più lineare lo sviluppo
della cura anche per i pazienti più giovani,
mantenendo tutte le attrattive di
una tecnica nata per gli anni 2000.
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Arte e Libertà
Autore: Dr. Roberto VINCENZI
Psicologo
Studio: Via Cairoli 11
Genova - Tel. 010.2477034
vincenzi@ordinepsicologiliguria.it
www.roberto-vincenzi.com
Il rapporto tra arte e società, tra fantasia
e potere, ha rappresentato, fino
ad oggi, una di quelle coppie di oppostieternamente in lotta tra loro.
La società, dalla nascita dello Stato
Nazione del ‘500 in avanti, ha sempre
avuto tra i suoi obiettivi, quello di
garantire l’incolumità dei propri cittadini.
Per realizzare le condizioni di sicurezza,
tuttavia, i governi hanno progressivamente
ridotto la libertà dei cittadini,
attraverso leggi e meccanismi di controllo sempre più efficaci. Il progresso
della tecnologia ha fatto la
sua parte.
Per combattere la criminalità, sono
state installate telecamere in tutte le
città. Questo è senza dubbio un fattore
di sicurezza, ma gli “occhi elettronici”
violano continuamente la privacy
dei cittadini onesti che si dedicano
alle proprie attività. Alcune città italiane
ostentano nei cartelli stradali,
come fosse un merito, la scritta “città
videosorvegliata”.
L’artista, da parte sua, ha sempre
rivendicato la sua totale libertà di
poter esprimere, con le sue opere,
qualsiasi concetto, sentimento, intuizione,
idea politica, emozione che lo
hanno interessato nel momento della
creazione artistica.
Il suo patrimonio culturale, la personalità,
tutte le idee, anche quelle contrarie
al regime, la sua visione del
mondo e della vita, possono essere
viste, lette e interpretate nelle opere
che realizza.
In nome della libertà dell’arte sono
state combattute molte battaglie nei
tempi antichi, fino a giungere alla
società globalizzata di oggi nella
quale, anche l’arte, il suo significato,
il suo valore, subiscono dei cambiamenti
di fronte al mercato globale.
L’antica contesa, che vedeva da un
lato gli “artisti” e dall’altro i “galleristi
e managers dell’arte”, si è appiattita
in una “rivalità tra fratelli”.
Gli uni hanno bisogno degli altri e
viceversa. I “managers” mercanti
d’arte hanno bisogno di opere da
vendere; gli artisti hanno bisogno di
qualcuno che venda le loro opere.
Se litigano tra loro, è solo per decidere chi comanda.
L’arte, oggi, viene trattata dai galleristi
come un qualsiasi prodotto, che
deve avere certe caratteristiche, per
poter essere immesso sul mercato
con speranza di successo.
L’arte oggi non è più “rivoluzionaria”
e quanto meno “proibita”; è stata
ridotta ad un oggetto di consumo
destinato a quei clienti che l’apprezzano.
Nel 2004, i manichini iperrealisti di 3
bambini impiccati ad un albero in un
giardino pubblico di Milano, da parte
dell’artista Maurizio Cattelan, dopo i
previsti articoli di critica–pubblicità, le
polemiche politiche dei leghisti locali,
furono staccati dall’albero al quale
erano appesi, da parte di un privato,00
nella più totale indifferenza. Solo
Gian Franco Politi, editore di Flash
Art, aveva colto in quel gesto il salire
dell’ignoranza in Italia.
Ma, se torniamo indietro nel tempo, e
nemmeno tanto, solo settant’anni da
oggi, restando in Europa, passiamo
improvvisamente dall’arte contemporanea,
che non fa più paura a nessuno,
ad un periodo nel quale, invece,
uno stato totalitario, la Germania
nazista, decise quale fosse l’unica
forma d’arte lecita e la chiamò ‘“Arte
Tedesca”.
Autori di questo cambiamento furono
Joseph Goebbels e Adolf Hitler.
Il resto della produzione artistica
tedesca ed europea, che non rientrava
nei canoni della cosiddetta “Arte
Tedesca” di regime, fu chiamato “Entartete Kunst”, cioè “Arte degenerata”,
e, in Germania, fu bandito da
tutti i musei e le collezioni d’arte.
Tra il 1935 e il 1944, si consumò
nella Germania nazista, una totale
epurazione di tutte le espressioni artistiche
che non fossero “Arte
Tedesca”, non fossero quindi “adeguate”
allo Stato Nazista e alla concezione
del Popolo Tedesco del III
Reich.
Gli storici reputano che ai musei
tedeschi, tra il 1937 e il 1944, vennero
confiscate e portate via oltre
16.000 opere.
Per cercare di capire come si sia arrivati
a questo, consideriamo il discorso
che, nel 1935, Adolf Hitler pronunciò
durante il “Congresso sulla cultura
tedesca”:
“Sono certo che, pochi anni di governo
politico e sociale nazionalsocialista,
porteranno ricche innovazioni nel
campo della produzione artistica e
grandi miglioramenti nel settore, rispetto ai risultati degli ultimi anni
del regime giudaico.
(…) Per raggiungere tale fine, l’arte
deve proclamare imponenza e bellezza
e quindi rappresentare purezza e
benessere. Se questa è tale, allora
nessun’offerta è per essa troppo
grande. E se essa tale non è, allora è
peccato sprecarvi anche una sola
moneta.
Perché allora essa non è un elemento
di benessere, e quindi del progetto
del futuro, ma un segno di degenerazione
e decadenza. Ciò che rivela il “culto del primitivo” non è espressione
di un’anima naif, ma di un futuro
del tutto corrotto e malato.
(…) Chiunque, ad esempio, volesse
giustificare i disegni o le sculture dei
nostri dadaisti, cubisti, futuristi o di
quei malati espressionisti, sostenendo
lo stile primitivista, non capisce
che il compito dell’arte non è quello
di richiamare segni di degenerazione,
ma quello di trasmettere benessere e
bellezza. Se tale sorta di rovina artistica
pretende di portare l’espressione
del “primitivo” nel sentimento del
popolo, allora il nostro popolo è cresciutooltre la primitività di tali “barbari”.
Nel 1936, Joseph Goebbels, che nel
privato di casa sua collezionava
segretamente arte moderna, in un
discorso pubblico, pose le prime censure
e limitazioni a chi per primo
poteva valorizzare o declassare un
opera d’arte: il critico d’arte e la sua
libertà di scrivere.
Goebbels stabilì che da quel momento
in avanti, in Germania, la figura del “critico d’arte”, libero di scrivere
quello che voleva, non esistesse più,
e venisse sostituita da quella del “redattore d’arte”.
Per poter diventare “redattori d’arte”
era necessario passare un esame di stato e ottenere una particolare autorizzazione
rilasciata dalle autorità. In
base a queste disposizioni, potevano
scrivere di arte solo i giornalisti che
avevano ricevuto l’autorizzazione e
dei quali era stata verificata la fedeltà
al regime.
Tornando alle opere di “Arte
Degenerata” confiscate ai musei
tedeschi, le tele e le sculture furono
depositate in un magazzino fino al
1937. In quell’anno, la Commissione
Culturale del Reich scelse tra queste
16.000 opere, circa 650 pezzi, che
furono poi organizzati per formare
una mostra d’arte itinerante, destinata
a tutto il territorio tedesco e
austriaco. La mostra si chiamava “Arte Degenerata” e fu presentata
alla stampa direttamente da Hitler.
L’ingresso era gratuito; le autorità
civili, militari, politiche, religiose, raccomandavano
caldamente una visitaa questa mostra, magari lasciando
scivolare l’informazione che le SS
erano presenti alla mostra e avrebbero
annotato i nomi dei visitatori.
Sempre in quell’anno, venne presentata
la “Prima grande esposizione di
Arte Tedesca”. La mostra fu inaugurata
da Adolf Hitler, il 19 luglio 1937
con una ampia presentazione, dalla
quale riportiamo le frasi che seguono: “Vorrei quindi, oggi in questa sede,
fare la seguente constatazione: fino
all’ascesa al potere del
Nazionalsocialismo c’era in Germania
un’arte cosiddetta “moderna”, cioè,
come appunto è nell’essenza di questa
parola, ogni anno un’arte diversa.
Ma la Germania nazionalsocialista
vuole di nuovo la vera “Arte Tedesca”,
ed essa deve essere e sarà, come
tutti i valori creativi di un popolo,
un’arte eterna. Se invece fosse sprovvista
di un tale valore eterno per il
nostro popolo, allora già oggi sarebbe priva di un valore superiore.”
In seguito a questo nuovo corso politico,
molti artisti furono messi al
bando come “degenerati”; a quelli
residenti in Germania fu proibito di
continuare a produrre opere d’arte,
vennero esclusi da musei e gallerie,
furono licenziati dalle cattedre di insegnamento
dell’arte nelle scuole e
nelle accademie. Privi di soldi e
impossibilitati ad agire, la maggior
parte degli artisti residenti in
Germania scappò all’estero, mentre
la vita per quelli che restarono, non
fu certo facile.
La repressione nazista contro gli artisti
non allineati al regime, colpì i più
prestigiosi nomi dell’arte moderna.
Ne citiamo solo alcuni:
* Bela Bartok
*Paul Cèzanne
* Marc Chagall
* Otto Dix
* Max Ernst
* George Grosz
* Wassily Kandinsky
* Paul Klee
* Otto Klemperer
* Oskar Kokoschka
* Fritz Lang
* Peter Lorre
* Heinrich Mann
* Franz Marc
* Edvard Munch
* Emil Nolde
* Pablo Picasso
* Arnold Schoenberg
* Vincent van Gogh
* Kurt Weill
* Billy Wilder
Quanto ai generi artistici “degenerati”
erano rappresentati da:
* Dadaismo
* Cubismo
* Espressionismo
* Fauvismo
* Impressionismo
* Nuova oggettività
* Surrealismo
Per concludere, tra i tanti film che
sono stati ambientati al tempo del
nazismo, citiamo: “La notte dei generali”,
diretto da Anatole Litvak nel
1967, interpretato da: Peter O’ Toole,
Omar Sharif, Philippe Noiret, Donald
Pleasence, Charles Gray, John
Gregson, Coral Browne, Tom
Courtenay, Juliette Gréco.
E’ ambientato negli anni 1942-1944,
sullo sfondo della guerra e della preparazione
alla congiura contro Hitler
che si realizzò poi con l’attentato del
20 luglio 1944, dal quale il Führer
uscì illeso.
“La notte dei generali” racconta la
storia di un’indagine poliziesca, svolta
da un maggiore nazista, tra
Varsavia e Parigi occupate dai tedeschi.
Una prostituta è stata seviziata
e uccisa con 100 coltellate; ma non è la prima; questo delitto ricorda
all’inquirente un caso simile successo
a Parigi poco tempo prima, e tutti
e due in ambiente di alti ufficiali tedeschi.
Nello svolgersi delle vicende, che non
descriviamo, ad un certo punto un
generale tedesco visita la mostra “Arte degenerata” pronunciando parole
sprezzanti, ma poi si sofferma
davanti ad un allucinato autoritratto
di Van Gogh e lo trova così intollerabile,
che gli provoca un attacco di
nervi, quasi uno svenimento.
Lasciamo, a chi vorrà vedere il film, il
piacere di seguire questa indagine,
alla caccia di un serial killer sadico e
molto abile nel nascondere i suoi
segreti.