Obesità, epidemia moderna
Autore: Dr.ssa Marisa CROCCHIANTI*
Dr.ssa Emanuela DI NAPOLI**
* Dietista - Medico chirurgo
Medico di Medicina Generale
Psicoterapeuta cognitivo comportamentale
Via XX Settembre 19/3 - GE
Studio Ceder Tel. 010.8608850
** Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Negli ultimi decenni stiamo vivendo
un paradosso costituito dal fatto che
metà della popolazione mondiale soffre
e muore di fame mentre l’altra
metà soffre e muore per le conseguenze
della sovralimentazione.
Come conseguenza abbiamo obesità
e sovrappeso.
L’aumento in percentuale dell’obesità
è un fenomeno caratteristico nel processo
di industrializzazione, ed è collegato
a numerosi fattori: la relativa
abbondanza di cibo, l’alimentazione
ricca di grassi e di zuccheri, uno stile
di vita più sedentario.
Nelle società rurali, in cui c’era scarsità
di cibo, essere grassi era considerato
desiderabile: un segno di ricchezza
e di prestigio sociale. È invece
importante notare che, quando una
società diventa più ricca, la distribuzione
sociale tipica dell’obesità si
capovolge: nelle società ricche la
magrezza è simbolo di prestigio,
mentre l’obesità è declassata. Neipaesi occidentali, il rapporto tra obesità
e classe sociale non è soltanto
simbolico, infatti, numerosissime
ricerche mostrano che nei paesi industrializzati
la prevalenza dell’obesità
è più alta tra i ceti sociali più bassi
con il significato di un benessere
raggiunto. Ma questo è solo un
aspetto di un’eziopatogenesi complessa
che coinvolge l’individuo in
ogni sua dimensione.
Attualmente l’obesità è stata riconosciuta
come una “patologia cronica
multifattoriale a componente multigenica
su cui intervengono fattori
ambientali che ne determinano l’espressione
clinica”. La manifestazione
più evidente è rappresentata
dall’aumento del peso corporeo,
dovuto ad un eccessivo accumulo del
tessuto grasso di deposito. In poche
parole è una malattia inguaribile ma
curabile controllando o prevenendo i
fattori ambientali, fisiologici e psicologici
che ne determinano l’insorgenza.
Nell’obesità non risulta risparmiatonessun organo, sistema o apparato.
Negli ultimi anni, inoltre, desta crescente
preoccupazione l’aumento
della prevalenza dell’obesità fra i
bambini (in Italia tre bambini in età
scolare su dieci sono in sovrappeso)
e gli adolescenti. Un problema che
può essere correlato anche al numero
di ore che il bambino passa davanti
alla televisione, durante il quale
sono due i fattori predisponenti la
patologia: la sedentarietà e il continuo
mangiucchiamento.
Come diventiamo obesi?
Secondo un modello medico-neurobiologico-
psicologico integrato l’obesità
può essere inquadrata come una condizione
morbosa con cause multifattoriali,
caratterizzata dalla presenza di
un disturbo quantitativo e qualitativo
del comportamento alimentare.
Secondo questo modello, diversi fattori
sono determinanti perché possa
manifestarsi la patologia obesità:
* fattori neurobiologici: alterato equilibrio
dei neurotrasmettitori che
regolano il bilancio fame
sazietà (serotonina, dopamina,
sistemi peptidergici). Tale alterazione
sembra essere in parte ereditaria
ed in parte acquisita durante la
primissima infanzia a causa di
comportamenti alimentari scorretti.
Vi sono forme dismorfiche di obesità
rare in cui la genetica è determinante
come nelle sindromi di
Prader-Willi, di Alstom, di Lorence-
Moon-Biedl, di Cohen e di
Carpenter. Vi sono, inoltre, farmaci
che possono aumentare l’appetito
e predisporre ad un aumento della
massa grassa: sono le Fenotiazine,
alcuni Antidepressivi, gli
Antiepilettici e gli Steroidi;
* fattori metabolici: un rallentato
metabolismo basale, scarsa attività
fisica, riduzione dell’ossidazione
lipidica, insulino-resistenza, ma
anche patologie ipotalamiche, l’ipotiroidismo,
la sindrome di Cushing
si associano ad un aumentato
rischio di andare incontro ad obesità.
I modelli animali di obesità,
inoltre, assegnano all’adipocita un
ruolo patogenetico centrale, in
quanto può secernere sostanze
molto dannose per l’organismo;
* fattori psicologici e socio-culturali:
numerosi autori hanno cercato di
delineare le caratteristiche psicologiche
principali che accomunerebbero
tra di loro i soggetti obesi. In
realtà, dal punto di vista psicologico,
come da quello medico, l’obesità
si presenta come un quadro
estremamente complesso.
Quali sono i fattori di rischio?
Sono fattori di rischio la razza, la
classe sociale familiare, IMC materno,
IMC infantile l’età del menarca,
Allattamento artificiale e svezzamento
precoce, basso peso alla nascita,
errori di interpretazione del pianto del
neonato. Hilde Brunch, 25 anni fa, ha
spiegato che bisogna occuparsi dei
bambini anche quando sono svegli e
tranquilli e se piangono, prima di
somministrare cibo, capirne la motivazione,
in modo che il bambino non
traduca tutti i propi stati emozionali
in bisogno di mangiare.
L’obesità infantile in Europa è in
forte aumento, i bambini di 50 anni
fa consumavano circa 600 calorie in
più al giorno rispetto ai bambini di
oggi. L’uomo, quindi, deve inventare
sempre nuove attività per contrastare
la vita sedentaria.
La presenza di un eccesso di tessuto
adiposo localizzato nella regione
intra-addominale è associata ad un
rischio cardiovascolare più elevato
rispetto a quello localizzato in regioni
periferiche, quale l’area gluteo-femorale.
L’eccesso di tessuto adiposo insede intra-addominale sembra infatti
essere un fattore predittivo indipendente
di malattia cardio-vascolare e si
associa ad altri fattori di rischio cardio-
vascolari quali ipertensione, iperlipemia,
insulino-resistenza e/o iperglicemia.
La misura della circonferenza
addominale è un buon indice della
massa adiposa intra-addominale che
risulta nella norma al di sotto di 102
cm per l’uomo e 88 cm nella donna.
Complicanze dell’obesità
e patologie associate
Accanto ad un quadro di obesità si
trova spesso iperinsulinismo, diabete
tipo II, ipertensione arteriosa, ipertrofia
ventricolare sinistra, dislipidemia:
si manifesta, così, la Sindrome metabolica
che porta allo sviluppo di una
malattia cardiovascolare.
Altre complicanze sono: l’insufficienza
venosa periferica e iperuricemia.
A livello dell’apparato respiratorio sipuò evidenziare un’insufficienza respiratoria
e la sleep apnea sindrome
(sindrome da apnee notturne); nell’apparato
gastrointestinale: steatosi
epatica e colelitiasi; in quello osteoarticolare:
osteoartrosi.
Anche il declino cognitivo è correlato
al IMC.
La presenza di obesità determina
inoltre un aumento della mortalità per
tutte le cause e complicanze.
Ken Fox dell’University of Bristol, nel
2001, scrive: “L’attuale epidemia di
obesità è il più grande pericolo per la
salute pubblica del nuovo millennio”.
Ma come si può
prevenire l’obesità?
Sovrappeso ed obesità sono ormai da
alcuni anni considerati globalmente, e
in particolare nei paesi occidentali,
un problema di sanità pubblica con
enormi conseguenze a livello sanitario,
sociale ed economico. Il trattamento
dei soggetti in condizione di
sovrappeso od obesi è sicuramente
un’importante strategia per il controllo
del problema a livello individuale;
tuttavia, il successo di questo tipo di
approccio appare limitato e nel tempo
scarsamente efficace. E’ quindi
necessario adottare un approccio di
sanità pubblica che, tenendo conto
dei diversi fattori implicati nella genesi
dell’obesità (alimentazione, attività
fisica, età, etc.), coinvolga porzioni
sempre più ampie della popolazione.
La letteratura scientifica sottolinea
l’importanza di effettuare interventi
per la prevenzione dell’obesità già
durante l’infanzia e l’adolescenza, età
in cui si assumono decisioni rilevanti
circa gli stili di vita da adottare.
TRATTAMENTO
L’obiettivo del trattamento dell’obesità,
secondo le linee guida LIGIO
1999, è quello della perdita di peso
allo scopo di ridurre le complicanze
metaboliche ed emodinamiche, in particolare:
* ridurre la pressione arteriosa negli
ipertesi obesi ed in sovrappeso;
* ridurre i livelli ematici di colesterolo
ldl e trigliceridi negli obesi con dislipidemia;
* ridurre i livelli glicemici nei soggetti
obesi con diabete di tipo 2;
* riduzione del grasso viscerale;
* miglioramento delle apnee notturne.
La terapia prescrittiva dell’obesità:
(dieta , attività fisica, farmaci) ha
fatto il suo tempo, ora bisogna intervenire
in maniera multidisciplinare
tenendo presente che l’obiettivo fondamentale è il mantenimento del calo
ponderale per almeno cinque anni.
Va tenuto presente che la terapia non
può essere scissa dalla componente
psicologica/educativa del paziente.
”Non si deve dare un pesce a un
uomo affamato, ma bisogna insegnargli
a pescare”. Il senso di questo vecchio
proverbio cinese, riportato al
tema dell’obesità, ci dice che non
serve prescrivere ai pazienti obesi la
dieta e dire loro cosa fare e non fare.
La terapia dell’obesità deve tener
conto della storia personale del
paziente delle cause di eventuali precedenti
insuccessi e delle patologie
presenti sia fisiche che psicologiche.
In primo luogo si interviene con un’educazione
del paziente attraverso:
* motivazione;
* ipotesi di un peso ragionevole e
non ideale;
* modificazione dello stile di vita
(attraverso tecniche cognitivo comportamentali);
* incremento dell’esercizio fisico,
soprattutto aerobico;
* indicazioni sull’alimentazione salutare
evitando diete troppo prescrittive
e restrittive.
Motivazione: è un aspetto cruciale
perché spesso il paziente non conosce
il proprio problema, è poco consapevole
delle difficoltà che incontrerà
nel corso del trattamento e,
soprattutto, ha obiettivi poco realistici
e magiche aspettative. Spesso arriva
al medico perché spinto alla cura dai
familiari, non sa ancora bene cosa
vuole, perché vuole cambiare e se lo
vuole realmente, non sa quanto sia
pronto ad investire e non ha ben chiaro
quale sarà il percorso.
Ogni risultato della cura, frutto di un
cambiamento nello stile di vita di un
soggetto, comporta benefici immediati
e a lungo termine ma non va
dimenticato che quei cambiamenti
possono anche in un primo tempo
rappresentare delle difficoltà e disagi
che il paziente non aveva previsto.
Motivare significa agire sul sul senso
di autoefficacia, rendere il paziente
attivo nel suo percorso e conscio
delle personali necessità, fargli condividere
obiettivi di cambiamenti significativi
e accettare che vengano messi
in discussione.
L’esercizio fisico è indispensabile per
far aumentare il consumo energetico,
ma anche per aumentare il tono parasimpatico
di acetilcolina e dopamina
cerebrali che favoriscono una riduzione
dell’appetito.
La terapia farmacologia dovrebbe
essere adottata solo quando la
malattia non è controllata dalla modificazione
dello stile di vita. Usare il
farmaco sin dall’inizio della cura può
avere l’effetto di ottenere rapidi risultati,
ma può coprire problemi e difficoltà
che compaiono inesorabilmente
in tempi successivi.
Nella terapia dell’obesità è indispensabile
l’intervento cognitivo-comportamentale
inserito in un progetto di
cambio di stile di vita. Spesso si
riscontra, nel paziente obeso, una
grande difficoltà a capire i propi stimoli
enterocettivi, a comprendere
cioè i segnali interni ed esterni, a differenziare
le emozioni. Si crea così
una corazza che gli impedisce di riconoscere
le propie emozioni e che lo
ostacola nel riconoscere il proprio
mondo interiore. Diventa necessario,
perciò insegnare al paziente ad osservarsi
costruendo la propia autostima,
dargli un ruolo attivo nel processo di
cambiamento, allenarlo gradualmente
a cambiarsi attraverso la sperimentazione
di esperienze positive. Le tecniche
più importanti sono risultate:
Psico-informazione: migliorare la consapevolezza
del problema.
Utilizzo del diario alimentare.
Attività fisica: adottare uno stile di
vita non più sedentario.
Problem solving: imparare a riconoscere
i propi problemi e usare delle
tecniche per risolverli.
Ristrutturazione cognitiva: imparare a
riconoscere i propi pensieri disfunzionali
e discuterli.
Autorinforzo: apprendere il riconoscimento
dei piccoli successi ottenuti e
premiarsi.
Training di assertività: ascoltare i
propi bisogni e acquisire la capacità
di esprimerli.
Controllo dello stimolo fame.
Ascolto sensazioni interne: fame,
sazietà.
Tecniche di rilassamento Stress inoculation
trainig.
Gestione delle ricadute.
In casi di obesità con IMC superiore a
40 e solo quando siano stati vani
tutte le terapie, ci si dovrebbe rivolgere
alla terapia chirurgica in quanto le
complicanze mediche non sono da
sottovalutare.
Va tenuto presente che
NON FANNO DIMAGRIRE
* Farmaci miracolosi che fanno dimagrire
senza cambiare le abitudini
alimentari.
* Diete dimagranti, la cui scelta è
spesso dettata dalla moda corrente,
prive di qualsiasi base scientifica,
che promettono facile e rapido
risultato senza richiedere il minimo
impegno (dieta del monopiatto,
dieta del minestrone, dieta dello
yogurt, ecc…).
* Medici carismatici che per “bravura”
fanno ottenere risultati senza
cambiare le proprie abitudini alimentari.
* Macchinari elettronici e scenografici
che fanno dimagrire senza la dieta.
* Attività fisica spesso effettuata in
palestra senza correggere la propria
alimentazione.
* Saune dimagranti che fanno effetto
senza la dieta.
CONCLUSIONI
L’approccio multidisciplinare di tipo
integrato sta diventando il modello
più promettente nella cura del’obesità.
La cura dietologia classica, con
la prescrizione della dieta ipocalorica è da considerare semplicistica ed è
ormai soppiantata da modelli più
complessi in cui vengono tenuti in
considerazione i molteplici aspetti e
le numerose dimensioni coinvolte in
questa patologia. L’obesità è una
malattia cronica e non deve essere
affrontata nell’ottica della cura tesa
alla guarigione, ma in quella della
comprensione dei fattori di mantenimento
dei risultati nel tempo che
porta alla riduzione del rischio di mortalità.
Questo modello di trattamento
multidisciplinare deve consentire di
evitare i danni che il modello prescrittivo
ha causato nei soggetti obesi
favorendo la sindrome da multidieta
che, nelle giovani ragazze, sembra
essere uno dei fattori favorenti l’insorgenza
di un disturbo del comportamento
alimentare conclamato.
OBESITÀ INFANTILE
Il sovrappeso e l’obesità infantile
costituisce un problema sempre più
attuale colpendo circa un bambino
su quattro, che riporta conseguenze
fisiche e mediche importanti. Il
rischio per un bambino obeso didiventare un adulto obeso aumenta
con l’età ed è direttamente proporzionale
alla gravità dell’eccesso ponderale.
Fra i bambini obesi in età prescolare,
una percentuale compresa tra il 26 e
il 41% diviene un adulto obeso, e tale
percentuale sale fino al 69% fra i
bambini in età scolare. Un dato
importante è che il rischio per un
bambino obeso di divenirlo da adulto
varia tra 2 e 6,5 volte rispetto al
bambino non obeso.
Cause dell’obesità infantile
* Fattori genetici
* Fattori socio-ambientali
* Fattori psicologici
Fattori genetici
Il fatto che in una stessa famiglia ci
sia una frequenza maggiore di obesi
rispetto a quella attesa non dimostra
necessariamente una ereditarietà
della malattia, ma una trasmissione
di una certa suscettibilità all’aumento
ponderale che si manifesta condividendo
delle abitudini di vita e di alimentazione
del nucleo familiare stesso.
Solo in una piccola parte di
pazienti si può riconoscere una obesità
secondaria collegate a diverse
disfunzioni in associazione ad altre
malattie ereditarie.
Fattori socio-ambientali
*Attività extra scolastiche
prevalentemente sedentarie
Circa 3/4 dei ragazzi trascorrono
più di due ore al giorno davanti alla
TV o ai videogiochi e solo il 50 %
degli adolescenti pratica uno sport
con regolarità.
*Errato comportamento alimentare
L’analisi del comportamento alimentare è importante perché le abitudini
alimentari formatesi precocemente
durante la vita in risposta a richieste
fisiologiche e a pressioni psicosociali
possono avere un considerevole
impatto sullo stato di salute a
lungo termine. Le abitudini dei genitori
giocano comunque un ruolo
importante sul modo di alimentarsi
dei figli in età prescolare.
Gli errori più comuni nel comportamento
alimentare dei ragazzi
* prima colazione scarsa o assente
* consumo scarso o nullo di verdure
e frutta
* eccessivo consumo di salumi, cioccolata,
patatine fritte, caramelle e altri
dolci, bevande gassate e zuccherate
* utilizzo eccessivo dei fast food
all’americana e altri alimenti ipercalorici.
Fattori psicologici
I fattori psicologici possono giocare
un ruolo determinante nella formazione
dell’obesità. La madre, attraverso
l’allattamento offre al suo bambino
non solo latte, ma anche calore,
odore, cura e contatto visivo che soddisfano
i suoi bisogni primordiali.
Perciò il cibo diventa, per la madre e
il bambino, un modo di dare e avere
e un veicolo per messaggi di amore o
aggressione.
ll cibo si carica di valori e simboli
complessi (sociali, etnici, etici, religiosi)
in ogni paese e in ogni cultura.
L’importanza della famiglia può essere
spiegata soprattutto, ma non
esclusivamente, come un comportamento
alimentare trasmesso da un
atteggiamento culturale e emozionale
dei genitori in un contesto familiare.
Molti ragazzi obesi hanno una situazione
familiare alterata. In particolare
la madre gioca un ruolo dominante in
famiglia, esercitando un naturale controllo
sul figlio, ostacolandone lo sviluppo
dell’autonomia e spesso stimolandolo
a nutrirsi in modo eccessivo.
Per queste madri la nutrizione diviene
un mezzo per esprimere il proprio
affetto e per coltivare i sensi di
colpa e di inadeguatezza verso i figli
Il bambino avendo bisogni affettivi
insoddisfatti a causa delle carenze
materne, reagirebbe con una domanda
crescente di cibo che rappresenta
per lui compenso e conforto e quindi
la sua resistenza ad aderire ad un
controllo alimentare potrebbe dipendere
dal fatto che per lui questo significa
una grave perdita di sostituti compensatori
e di regolatori dell’ansia.
Oltre alle carenze affettive ci sono
fattori che, alterando profondamente
l’equilibrio emotivo, possono favorire
l’insorgere e il persistere dell’obesità
come i traumi emotivi e il disadattamento
sociale.
ll trattamento dell’obesità nel bambino
e nell’adolescente deve avere un
carattere multidisciplinare.
Gli interventi devono coinvolgere tutta
la famiglia soprattutto quelli a carattere
psico-educazionale per evitare
conseguenze negative per la salute.
Il bambino deve diventare protagonista
scegliendo il cibo, in accordo con
le sue preferenze, nel rispetto di una
corretta alimentazione. In questo il
supporto familiare è fondamentale.Il
trattamento non solo non può prescindere
da una dieta leggermente
ipocalorica con lo scopo di fare dimagrire
il bambino, ma dovrebbe anche
educare lui e la sua famiglia cercando
di:
* Limitare l’introito calorico,
* Fornire pasti che facciano sentire
sazio il bambino
* Limitare l’assunzione di grassi
* Favorire un’attività fisica
* Correggere eventuali comportamenti
alimentari sbagliati come mangiare
in fretta, mangiare guardando TV,
fare pasti frequenti nel pomeriggio.
L’intervento cognitivo- comportamentale è teso a fronteggiare gli stimoli
che possono derivare dall’esterno
(pubblicità, amici, ecc.), stabilire degli
obiettivi facili da raggiungere in modo
da rafforzare la propia autostima,
conoscenza e controllo dei propi stati
d’animo e sensazioni percepite in
modo errato, capacità di risolvere i
propi problemi. Un altro punto importante
soprattutto per le
bambine/ragazze è ridurre l’insoddisfazione
della propia immagine corporea
che potrebbe complicare l’obesità
o il sovrappeso con pesanti disturbi
dell’alimentazione come l’anoressia.
Bullismo: solo esuberanza giovanile?
Autore: Dott. Paolo G. ZUCCONI
Neuropsicologo e Psicoterapeuta
Cognitivo - Comportamentale
Udine
Tel. 0432-233006
www.dr-zucconi.it
Il cosiddetto “Bullismo” è un fenomeno
sempre più emergente nella
società contemporanea e riscontra
quasi sempre a cause multifattoriali.
Le sue determinanti fanno riferimento
al sistema sociopolitico, attualmente
in progressiva decadenza, alla famiglia,
in crisi psicologica e valoriale e
alla scuola, istituzione che, nel bene
e nel male, riproduce le caratteristiche
del sistema.
Il sistema, da sempre, offre ai più
giovani i modelli etici di riferimento
comportamentale, veicolati tramite i
media i cui contenuti, recentemente,
sembrano contraddire francamente
quelli tradizionali della famiglia e
quelli, pur sempre, appresi sui banchi
di scuola sotto forma di precetti educativi.
Il sistema si presenta ai giovani
tramite i sui mezzi di comunicazione
di massa, dalla carta stampata
alla televisione. I giornali vengono
letti per documentarsi - quindi trovare
un confronto tra noi e gli altri, utile
alla crescita personale - sul modo di
vivere della popolazione, quasi sempre
trasmesso attraverso le pagine di
cronaca nera che, oggi in particolare,
coinvolge tutti i ceti sociali, i generi e
le fasce di età dell’intera popolazione.
La televisione, attraverso i suoi
programmi, rischia di presentarsi
quale modello educativo tendente a
sostituirsi, forzosamente, al vuoto di
quelle famiglie in cui mancano routine
familiari condivise che scandiscano,
pomeridianamente, dopo la vita scolastica
quotidiana, la vita dei figli.
Quindi, spesso, la televisione fa da
maestra, da cattiva maestra, quando,
con la sua autorità, trasmette valori
di riferimento che conducono al facile
successo personale secondo una
logica meramente egocentrica e narcisistica,
anche a spese dell’altro.
I modelli poi che la famiglia italiana
presenta ai figli hanno valore educativo
se trasmessi secondo coerenza
educativa, nel senso che entrambi i
genitori li concordano e uno non
viene smentito dall’altro coniuge,
come quando il figlio si trova di fronte
al dubbio se seguire quanto afferma
un genitore o modellare il suo comportamento
secondo l’altro. Inoltre, in
famiglia, sulla base di modelli condivisi
e trasmessi univocamente, si
richiedono pure alla coppia (quando
presente) che si impone una funzione
educativa verso i propri figli specifiche “capacità genitoriali” oltre che “abilità sociali di base”, strumenti
questi idonei alla formazione evolutiva
di un figlio.
La scuola, infine, dove, per altro, il
fenomeno dei bulli pare più evidente,
difficilmente presenta all’allievo
modelli di riferimento univoci, cui
conformare il proprio comportamento,
considerato che i vari docenti che si
avvicendano nelle classi sono portatori
di sistemi valoriali diversi e spesso
anche in contraddizione tra loro.
Se poi, come può capitare, questi
contraddicono pure ciò che viene
appreso in famiglia o manifestano
incoerenza con quanto si legge sui
giornali o viene trasmesso alla televisione,
allora diventa più facile per un
ragazzo sperimentare un comportamento
socialmente deviante che prevarica
egoisticamente sui compagni,
quale manifestazione prossima e più
evidente di un disagio personale
appreso.
Che cosa si può fare dal punto di
vista psicologico, per lo meno, per
evitare che il fenomeno denominato “bullismo” esiti in ben più allarmanti
comportamenti di franca e costante
devianza sociale come la delinquenza
giovanile? Inoltre, quanto e’ possibile
arginare la frequenza e l’intensità
di episodi di bullismo?
Gli interventi operativi, in ambito profilattico,
secondo la psicologia sociale,
di matrice cognitivo comportamentale
vanno rivolti sostanzialmente alle
famiglie, ancorché alle istituzioni scolastiche
territoriali (dirigenti, docenti
ed allievi) o ai singoli ragazzi in difficoltà.
Trattasi infatti, in una prima
fase di intervento territoriale, di insegnare
alle giovani coppie a “diventare
genitori”, tramite mirati percorsi formativi
psico-educativi di “ parent training”.
Secondo il modello della psicologia
cognitivo-comportamentale gli obiettivi
da porsi possono essere, prevalentemente,
quelli di favorire la coerenza
educativa, necessaria per l’equilibrio
emotivo e comportamentale del figlio,
unitamente all’organizzazione di quella
che è stata definita la routine familiare,
un insieme di regole che accompagnano
i momenti quotidiani dall’addormentarsi
al vestirsi, al mangiare,
alle uscite da casa ed altri momenti
della quotidianità che cambiano
secondo le tappe evolutive dei figli.
Infatti si riscontra che quando i genitori
non sono in grado di condividere
tra loro le regole educative, organizzarle,
proporle e farle rispettare, congruentemente
e coerentemente, allora
le probabilità di sviluppare nei figli
comportamenti di tipo devianti, se
non proprio psicopatologici, diventano
elevate, tanto che, spesso, i docenti
si trovano a riscontare nell’ambito
scolastico gli effetti di quei deficit
educativi nella socializzazione primaria
che i genitori difficilmente ammettono.
La predisposizione di routine familiari
assieme alla coerenza educativa,
secondo l’approccio cognitivo comportamentale
della psicologia contemporanea,
sono le basi per quello che gli
specialisti definiscono prosocial
behavior, tradizionalmente considerato
sotto l’aspetto di tratto morale,
che può venire generalizzato al comportamento
di aiutare il prossimo in
pericolo. La base è il riconoscimento
del bisogno altrui che diventa più realizzabile
quando i processi empatici ci
portano ad identificarsi con la persona
che ha bisogno di aiuto e così aiutandolo
si alleviano le nostre sofferenze.
I comportamenti prosociali si
apprendono, così come si apprende
qualsiasi disciplina scolastica.
Quando acquisiti, attraverso un programma
psicoeducativo di implementazione,
i comportamenti prosociali,
non necessariamente sistematici o
permanenti, diventano mediatori
della reciprocità empatica dei bisogni
tra i pari e concorrono alla promozione
del benessere personale, prerequisito
a farci star bene anche con l’altro
e al tempo stesso far del bene
all’altro, senza la necessaria previsione
di una ricompensa esteriore.