Obesità, epidemia moderna

Autore: Dr.ssa Marisa CROCCHIANTI*
Dr.ssa Emanuela DI NAPOLI**
* Dietista - Medico chirurgo Medico di Medicina Generale
Psicoterapeuta cognitivo comportamentale
Via XX Settembre 19/3 - GE Studio Ceder Tel. 010.8608850
** Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Negli ultimi decenni stiamo vivendo un paradosso costituito dal fatto che metà della popolazione mondiale soffre e muore di fame mentre l’altra metà soffre e muore per le conseguenze della sovralimentazione.
Come conseguenza abbiamo obesità e sovrappeso.
L’aumento in percentuale dell’obesità è un fenomeno caratteristico nel processo
di industrializzazione, ed è collegato a numerosi fattori: la relativa abbondanza di cibo, l’alimentazione ricca di grassi e di zuccheri, uno stile di vita più sedentario.
Nelle società rurali, in cui c’era scarsità di cibo, essere grassi era considerato desiderabile: un segno di ricchezza e di prestigio sociale. È invece importante notare che, quando una società diventa più ricca, la distribuzione sociale tipica dell’obesità si
capovolge: nelle società ricche la magrezza è simbolo di prestigio, mentre l’obesità è declassata. Neipaesi occidentali, il rapporto tra obesità e classe sociale non è soltanto
simbolico, infatti, numerosissime ricerche mostrano che nei paesi industrializzati la prevalenza dell’obesità è più alta tra i ceti sociali più bassi con il significato di un benessere raggiunto. Ma questo è solo un aspetto di un’eziopatogenesi complessa
che coinvolge l’individuo in ogni sua dimensione.
Attualmente l’obesità è stata riconosciuta come una “patologia cronica multifattoriale a componente multigenica su cui intervengono fattori ambientali che ne determinano l’espressione clinica”. La manifestazione più evidente è rappresentata dall’aumento del peso corporeo, dovuto ad un eccessivo accumulo del tessuto grasso di deposito. In poche parole è una malattia inguaribile ma curabile controllando o prevenendo i
fattori ambientali, fisiologici e psicologici che ne determinano l’insorgenza.
Nell’obesità non risulta risparmiatonessun organo, sistema o apparato.
Negli ultimi anni, inoltre, desta crescente preoccupazione l’aumento della prevalenza dell’obesità fra i bambini (in Italia tre bambini in età scolare su dieci sono in sovrappeso)
e gli adolescenti. Un problema che può essere correlato anche al numero di ore che il bambino passa davanti alla televisione, durante il quale sono due i fattori predisponenti la
patologia: la sedentarietà e il continuo mangiucchiamento.
Come diventiamo obesi?
Secondo un modello medico-neurobiologico- psicologico integrato l’obesità può essere inquadrata come una condizione morbosa con cause multifattoriali, caratterizzata dalla presenza di un disturbo quantitativo e qualitativo del comportamento alimentare.
Secondo questo modello, diversi fattori sono determinanti perché possa manifestarsi la patologia obesità:
* fattori neurobiologici: alterato equilibrio dei neurotrasmettitori che regolano il bilancio fame sazietà (serotonina, dopamina, sistemi peptidergici). Tale alterazione sembra essere in parte ereditaria ed in parte acquisita durante la primissima infanzia a causa di
comportamenti alimentari scorretti. Vi sono forme dismorfiche di obesità rare in cui la genetica è determinante come nelle sindromi di Prader-Willi, di Alstom, di Lorence- Moon-Biedl, di Cohen e di Carpenter. Vi sono, inoltre, farmaci che possono aumentare l’appetito e predisporre ad un aumento della massa grassa: sono le Fenotiazine, alcuni Antidepressivi, gli Antiepilettici e gli Steroidi;
* fattori metabolici: un rallentato metabolismo basale, scarsa attività fisica, riduzione dell’ossidazione lipidica, insulino-resistenza, ma anche patologie ipotalamiche, l’ipotiroidismo, la sindrome di Cushing si associano ad un aumentato rischio di andare incontro ad obesità. I modelli animali di obesità, inoltre, assegnano all’adipocita un ruolo patogenetico centrale, in quanto può secernere sostanze molto dannose per l’organismo;
* fattori psicologici e socio-culturali: numerosi autori hanno cercato di delineare le caratteristiche psicologiche principali che accomunerebbero tra di loro i soggetti obesi. In realtà, dal punto di vista psicologico, come da quello medico, l’obesità si presenta come un quadro estremamente complesso.
Quali sono i fattori di rischio?
Sono fattori di rischio la razza, la classe sociale familiare, IMC materno, IMC infantile l’età del menarca, Allattamento artificiale e svezzamento precoce, basso peso alla nascita,
errori di interpretazione del pianto del neonato. Hilde Brunch, 25 anni fa, ha spiegato che bisogna occuparsi dei bambini anche quando sono svegli e tranquilli e se piangono, prima di somministrare cibo, capirne la motivazione, in modo che il bambino non traduca tutti i propi stati emozionali in bisogno di mangiare.
L’obesità infantile in Europa è in forte aumento, i bambini di 50 anni fa consumavano circa 600 calorie in più al giorno rispetto ai bambini di oggi. L’uomo, quindi, deve inventare sempre nuove attività per contrastare la vita sedentaria.
La presenza di un eccesso di tessuto adiposo localizzato nella regione intra-addominale è associata ad un rischio cardiovascolare più elevato rispetto a quello localizzato in regioni
periferiche, quale l’area gluteo-femorale.
L’eccesso di tessuto adiposo insede intra-addominale sembra infatti essere un fattore predittivo indipendente di malattia cardio-vascolare e si associa ad altri fattori di rischio cardio- vascolari quali ipertensione, iperlipemia, insulino-resistenza e/o iperglicemia.
La misura della circonferenza addominale è un buon indice della massa adiposa intra-addominale che risulta nella norma al di sotto di 102 cm per l’uomo e 88 cm nella donna.
Complicanze dell’obesità e patologie associate
Accanto ad un quadro di obesità si trova spesso iperinsulinismo, diabete tipo II, ipertensione arteriosa, ipertrofia ventricolare sinistra, dislipidemia:
si manifesta, così, la Sindrome metabolica che porta allo sviluppo di una malattia cardiovascolare.
Altre complicanze sono: l’insufficienza venosa periferica e iperuricemia.
A livello dell’apparato respiratorio sipuò evidenziare un’insufficienza respiratoria e la sleep apnea sindrome (sindrome da apnee notturne); nell’apparato gastrointestinale: steatosi epatica e colelitiasi; in quello osteoarticolare: osteoartrosi.
Anche il declino cognitivo è correlato al IMC.
La presenza di obesità determina inoltre un aumento della mortalità per tutte le cause e complicanze.
Ken Fox dell’University of Bristol, nel 2001, scrive: “L’attuale epidemia di obesità è il più grande pericolo per la salute pubblica del nuovo millennio”.
Ma come si può prevenire l’obesità?
Sovrappeso ed obesità sono ormai da alcuni anni considerati globalmente, e in particolare nei paesi occidentali, un problema di sanità pubblica con enormi conseguenze a livello sanitario, sociale ed economico. Il trattamento dei soggetti in condizione di
sovrappeso od obesi è sicuramente un’importante strategia per il controllo del problema a livello individuale; tuttavia, il successo di questo tipo di approccio appare limitato e nel tempo scarsamente efficace. E’ quindi necessario adottare un approccio di sanità pubblica che, tenendo conto dei diversi fattori implicati nella genesi dell’obesità (alimentazione, attività fisica, età, etc.), coinvolga porzioni sempre più ampie della popolazione.
La letteratura scientifica sottolinea l’importanza di effettuare interventi per la prevenzione dell’obesità già durante l’infanzia e l’adolescenza, età in cui si assumono decisioni rilevanti circa gli stili di vita da adottare.
TRATTAMENTO
L’obiettivo del trattamento dell’obesità, secondo le linee guida LIGIO 1999, è quello della perdita di peso allo scopo di ridurre le complicanze metaboliche ed emodinamiche, in particolare:
* ridurre la pressione arteriosa negli ipertesi obesi ed in sovrappeso;
* ridurre i livelli ematici di colesterolo ldl e trigliceridi negli obesi con dislipidemia;
* ridurre i livelli glicemici nei soggetti obesi con diabete di tipo 2;
* riduzione del grasso viscerale;
* miglioramento delle apnee notturne.
La terapia prescrittiva dell’obesità: (dieta , attività fisica, farmaci) ha fatto il suo tempo, ora bisogna intervenire in maniera multidisciplinare tenendo presente che l’obiettivo fondamentale è il mantenimento del calo ponderale per almeno cinque anni.
Va tenuto presente che la terapia non può essere scissa dalla componente
psicologica/educativa del paziente.
”Non si deve dare un pesce a un uomo affamato, ma bisogna insegnargli a pescare”. Il senso di questo vecchio proverbio cinese, riportato al tema dell’obesità, ci dice che non
serve prescrivere ai pazienti obesi la dieta e dire loro cosa fare e non fare. La terapia dell’obesità deve tener conto della storia personale del paziente delle cause di eventuali precedenti insuccessi e delle patologie presenti sia fisiche che psicologiche.
In primo luogo si interviene con un’educazione del paziente attraverso:
* motivazione;
* ipotesi di un peso ragionevole e non ideale;
* modificazione dello stile di vita (attraverso tecniche cognitivo comportamentali);
* incremento dell’esercizio fisico, soprattutto aerobico;
* indicazioni sull’alimentazione salutare evitando diete troppo prescrittive e restrittive.
Motivazione: è un aspetto cruciale perché spesso il paziente non conosce il proprio problema, è poco consapevole delle difficoltà che incontrerà nel corso del trattamento e, soprattutto, ha obiettivi poco realistici e magiche aspettative. Spesso arriva al medico perché spinto alla cura dai familiari, non sa ancora bene cosa vuole, perché vuole cambiare e se lo vuole realmente, non sa quanto sia pronto ad investire e non ha ben chiaro quale sarà il percorso.
Ogni risultato della cura, frutto di un cambiamento nello stile di vita di un soggetto, comporta benefici immediati e a lungo termine ma non va dimenticato che quei cambiamenti possono anche in un primo tempo rappresentare delle difficoltà e disagi
che il paziente non aveva previsto.
Motivare significa agire sul sul senso di autoefficacia, rendere il paziente attivo nel suo percorso e conscio delle personali necessità, fargli condividere obiettivi di cambiamenti significativi e accettare che vengano messi in discussione.
L’esercizio fisico è indispensabile per far aumentare il consumo energetico, ma anche per aumentare il tono parasimpatico di acetilcolina e dopamina cerebrali che favoriscono una riduzione dell’appetito.
La terapia farmacologia dovrebbe essere adottata solo quando la malattia non è controllata dalla modificazione dello stile di vita. Usare il farmaco sin dall’inizio della cura può avere l’effetto di ottenere rapidi risultati, ma può coprire problemi e difficoltà
che compaiono inesorabilmente in tempi successivi.
Nella terapia dell’obesità è indispensabile l’intervento cognitivo-comportamentale inserito in un progetto di cambio di stile di vita. Spesso si riscontra, nel paziente obeso, una
grande difficoltà a capire i propi stimoli enterocettivi, a comprendere cioè i segnali interni ed esterni, a differenziare le emozioni. Si crea così una corazza che gli impedisce di riconoscere le propie emozioni e che lo ostacola nel riconoscere il proprio
mondo interiore. Diventa necessario, perciò insegnare al paziente ad osservarsi costruendo la propia autostima, dargli un ruolo attivo nel processo di cambiamento, allenarlo gradualmente a cambiarsi attraverso la sperimentazione di esperienze positive. Le tecniche più importanti sono risultate:
Psico-informazione: migliorare la consapevolezza del problema.
Utilizzo del diario alimentare.
Attività fisica: adottare uno stile di vita non più sedentario.
Problem solving: imparare a riconoscere i propi problemi e usare delle tecniche per risolverli.
Ristrutturazione cognitiva: imparare a riconoscere i propi pensieri disfunzionali e discuterli.
Autorinforzo: apprendere il riconoscimento dei piccoli successi ottenuti e premiarsi.
Training di assertività: ascoltare i propi bisogni e acquisire la capacità di esprimerli.
Controllo dello stimolo fame.
Ascolto sensazioni interne: fame, sazietà.
Tecniche di rilassamento Stress inoculation trainig.
Gestione delle ricadute.
In casi di obesità con IMC superiore a 40 e solo quando siano stati vani tutte le terapie, ci si dovrebbe rivolgere alla terapia chirurgica in quanto le complicanze mediche non sono da sottovalutare.
Va tenuto presente che
NON FANNO DIMAGRIRE
* Farmaci miracolosi che fanno dimagrire senza cambiare le abitudini alimentari.
* Diete dimagranti, la cui scelta è spesso dettata dalla moda corrente, prive di qualsiasi base scientifica, che promettono facile e rapido risultato senza richiedere il minimo
impegno (dieta del monopiatto, dieta del minestrone, dieta dello yogurt, ecc…).
* Medici carismatici che per “bravura” fanno ottenere risultati senza cambiare le proprie abitudini alimentari.
* Macchinari elettronici e scenografici che fanno dimagrire senza la dieta.
* Attività fisica spesso effettuata in palestra senza correggere la propria alimentazione.
* Saune dimagranti che fanno effetto senza la dieta.
CONCLUSIONI
L’approccio multidisciplinare di tipo integrato sta diventando il modello più promettente nella cura del’obesità. La cura dietologia classica, con la prescrizione della dieta ipocalorica è da considerare semplicistica ed è ormai soppiantata da modelli più
complessi in cui vengono tenuti in considerazione i molteplici aspetti e le numerose dimensioni coinvolte in questa patologia. L’obesità è una malattia cronica e non deve essere affrontata nell’ottica della cura tesa alla guarigione, ma in quella della comprensione dei fattori di mantenimento dei risultati nel tempo che porta alla riduzione del rischio di mortalità.
Questo modello di trattamento multidisciplinare deve consentire di evitare i danni che il modello prescrittivo ha causato nei soggetti obesi favorendo la sindrome da multidieta
che, nelle giovani ragazze, sembra essere uno dei fattori favorenti l’insorgenza
di un disturbo del comportamento alimentare conclamato.
OBESITÀ INFANTILE
Il sovrappeso e l’obesità infantile costituisce un problema sempre più attuale colpendo circa un bambino su quattro, che riporta conseguenze fisiche e mediche importanti. Il
rischio per un bambino obeso didiventare un adulto obeso aumenta con l’età ed è direttamente proporzionale alla gravità dell’eccesso ponderale.
Fra i bambini obesi in età prescolare, una percentuale compresa tra il 26 e il 41% diviene un adulto obeso, e tale percentuale sale fino al 69% fra i bambini in età scolare. Un dato
importante è che il rischio per un bambino obeso di divenirlo da adulto varia tra 2 e 6,5 volte rispetto al bambino non obeso.
Cause dell’obesità infantile
* Fattori genetici
* Fattori socio-ambientali
* Fattori psicologici
Fattori genetici
Il fatto che in una stessa famiglia ci sia una frequenza maggiore di obesi rispetto a quella attesa non dimostra necessariamente una ereditarietà della malattia, ma una trasmissione
di una certa suscettibilità all’aumento ponderale che si manifesta condividendo delle abitudini di vita e di alimentazione del nucleo familiare stesso. Solo in una piccola parte di pazienti si può riconoscere una obesità secondaria collegate a diverse disfunzioni in associazione ad altre malattie ereditarie.
Fattori socio-ambientali
*Attività extra scolastiche prevalentemente sedentarie Circa 3/4 dei ragazzi trascorrono
più di due ore al giorno davanti alla TV o ai videogiochi e solo il 50 % degli adolescenti pratica uno sport con regolarità.
*Errato comportamento alimentare
L’analisi del comportamento alimentare è importante perché le abitudini alimentari formatesi precocemente durante la vita in risposta a richieste fisiologiche e a pressioni psicosociali possono avere un considerevole impatto sullo stato di salute a lungo termine. Le abitudini dei genitori giocano comunque un ruolo importante sul modo di alimentarsi
dei figli in età prescolare.
Gli errori più comuni nel comportamento alimentare dei ragazzi
* prima colazione scarsa o assente
* consumo scarso o nullo di verdure e frutta
* eccessivo consumo di salumi, cioccolata, patatine fritte, caramelle e altri dolci, bevande gassate e zuccherate
* utilizzo eccessivo dei fast food all’americana e altri alimenti ipercalorici.
Fattori psicologici
I fattori psicologici possono giocare un ruolo determinante nella formazione
dell’obesità. La madre, attraverso l’allattamento offre al suo bambino non solo latte, ma anche calore, odore, cura e contatto visivo che soddisfano i suoi bisogni primordiali.
Perciò il cibo diventa, per la madre e il bambino, un modo di dare e avere e un veicolo per messaggi di amore o aggressione.
ll cibo si carica di valori e simboli complessi (sociali, etnici, etici, religiosi) in ogni paese e in ogni cultura.
L’importanza della famiglia può essere spiegata soprattutto, ma non esclusivamente, come un comportamento alimentare trasmesso da un atteggiamento culturale e emozionale
dei genitori in un contesto familiare.
Molti ragazzi obesi hanno una situazione familiare alterata. In particolare la madre gioca un ruolo dominante in famiglia, esercitando un naturale controllo sul figlio, ostacolandone lo sviluppo dell’autonomia e spesso stimolandolo a nutrirsi in modo eccessivo.
Per queste madri la nutrizione diviene un mezzo per esprimere il proprio affetto e per coltivare i sensi di colpa e di inadeguatezza verso i figli Il bambino avendo bisogni affettivi
insoddisfatti a causa delle carenze materne, reagirebbe con una domanda crescente di cibo che rappresenta per lui compenso e conforto e quindi la sua resistenza ad aderire ad un controllo alimentare potrebbe dipendere dal fatto che per lui questo significa
una grave perdita di sostituti compensatori e di regolatori dell’ansia.
Oltre alle carenze affettive ci sono fattori che, alterando profondamente l’equilibrio emotivo, possono favorire l’insorgere e il persistere dell’obesità come i traumi emotivi e il disadattamento sociale.
ll trattamento dell’obesità nel bambino e nell’adolescente deve avere un carattere multidisciplinare.
Gli interventi devono coinvolgere tutta la famiglia soprattutto quelli a carattere psico-educazionale per evitare conseguenze negative per la salute.
Il bambino deve diventare protagonista scegliendo il cibo, in accordo con le sue preferenze, nel rispetto di una corretta alimentazione. In questo il
supporto familiare è fondamentale.Il trattamento non solo non può prescindere da una dieta leggermente ipocalorica con lo scopo di fare dimagrire il bambino, ma dovrebbe anche educare lui e la sua famiglia cercando di:
* Limitare l’introito calorico,
* Fornire pasti che facciano sentire sazio il bambino
* Limitare l’assunzione di grassi
* Favorire un’attività fisica
* Correggere eventuali comportamenti alimentari sbagliati come mangiare in fretta, mangiare guardando TV, fare pasti frequenti nel pomeriggio.
L’intervento cognitivo- comportamentale è teso a fronteggiare gli stimoli che possono derivare dall’esterno (pubblicità, amici, ecc.), stabilire degli obiettivi facili da raggiungere in modo da rafforzare la propia autostima, conoscenza e controllo dei propi stati
d’animo e sensazioni percepite in modo errato, capacità di risolvere i propi problemi. Un altro punto importante soprattutto per le bambine/ragazze è ridurre l’insoddisfazione
della propia immagine corporea che potrebbe complicare l’obesità o il sovrappeso con pesanti disturbi dell’alimentazione come l’anoressia.

Scarica il pdf

Bullismo: solo esuberanza giovanile?

Autore: Dott. Paolo G. ZUCCONI
Neuropsicologo e Psicoterapeuta Cognitivo - Comportamentale
Udine
Tel. 0432-233006
www.dr-zucconi.it

Il cosiddetto “Bullismo” è un fenomeno sempre più emergente nella società contemporanea e riscontra quasi sempre a cause multifattoriali. Le sue determinanti fanno riferimento al sistema sociopolitico, attualmente in progressiva decadenza, alla famiglia, in crisi psicologica e valoriale e alla scuola, istituzione che, nel bene e nel male, riproduce le caratteristiche del sistema.
Il sistema, da sempre, offre ai più giovani i modelli etici di riferimento comportamentale, veicolati tramite i media i cui contenuti, recentemente, sembrano contraddire francamente quelli tradizionali della famiglia e quelli, pur sempre, appresi sui banchi
di scuola sotto forma di precetti educativi.
Il sistema si presenta ai giovani tramite i sui mezzi di comunicazione di massa, dalla carta stampata alla televisione. I giornali vengono letti per documentarsi - quindi trovare
un confronto tra noi e gli altri, utile alla crescita personale - sul modo di vivere della popolazione, quasi sempre trasmesso attraverso le pagine di cronaca nera che, oggi in particolare, coinvolge tutti i ceti sociali, i generi e le fasce di età dell’intera popolazione.
La televisione, attraverso i suoi programmi, rischia di presentarsi quale modello educativo tendente a sostituirsi, forzosamente, al vuoto di quelle famiglie in cui mancano routine familiari condivise che scandiscano, pomeridianamente, dopo la vita scolastica quotidiana, la vita dei figli.
Quindi, spesso, la televisione fa da maestra, da cattiva maestra, quando, con la sua autorità, trasmette valori di riferimento che conducono al facile successo personale secondo una logica meramente egocentrica e narcisistica, anche a spese dell’altro.
I modelli poi che la famiglia italiana presenta ai figli hanno valore educativo se trasmessi secondo coerenza educativa, nel senso che entrambi i genitori li concordano e uno non
viene smentito dall’altro coniuge, come quando il figlio si trova di fronte al dubbio se seguire quanto afferma un genitore o modellare il suo comportamento secondo l’altro. Inoltre, in famiglia, sulla base di modelli condivisi e trasmessi univocamente, si
richiedono pure alla coppia (quando presente) che si impone una funzione educativa verso i propri figli specifiche “capacità genitoriali” oltre che “abilità sociali di base”, strumenti questi idonei alla formazione evolutiva di un figlio.
La scuola, infine, dove, per altro, il fenomeno dei bulli pare più evidente, difficilmente presenta all’allievo modelli di riferimento univoci, cui conformare il proprio comportamento, considerato che i vari docenti che si avvicendano nelle classi sono portatori di sistemi valoriali diversi e spesso anche in contraddizione tra loro.
Se poi, come può capitare, questi contraddicono pure ciò che viene appreso in famiglia o manifestano incoerenza con quanto si legge sui giornali o viene trasmesso alla televisione, allora diventa più facile per un ragazzo sperimentare un comportamento
socialmente deviante che prevarica egoisticamente sui compagni, quale manifestazione prossima e più evidente di un disagio personale appreso.
Che cosa si può fare dal punto di vista psicologico, per lo meno, per evitare che il fenomeno denominato “bullismo” esiti in ben più allarmanti comportamenti di franca e costante devianza sociale come la delinquenza giovanile? Inoltre, quanto e’ possibile
arginare la frequenza e l’intensità di episodi di bullismo?
Gli interventi operativi, in ambito profilattico, secondo la psicologia sociale, di matrice cognitivo comportamentale vanno rivolti sostanzialmente alle famiglie, ancorché alle istituzioni scolastiche territoriali (dirigenti, docenti ed allievi) o ai singoli ragazzi in difficoltà.
Trattasi infatti, in una prima fase di intervento territoriale, di insegnare alle giovani coppie a “diventare genitori”, tramite mirati percorsi formativi psico-educativi di “ parent training”.
Secondo il modello della psicologia cognitivo-comportamentale gli obiettivi da porsi possono essere, prevalentemente, quelli di favorire la coerenza educativa, necessaria per l’equilibrio emotivo e comportamentale del figlio, unitamente all’organizzazione di quella che è stata definita la routine familiare, un insieme di regole che accompagnano i momenti quotidiani dall’addormentarsi al vestirsi, al mangiare, alle uscite da casa ed altri momenti della quotidianità che cambiano secondo le tappe evolutive dei figli.
Infatti si riscontra che quando i genitori non sono in grado di condividere tra loro le regole educative, organizzarle, proporle e farle rispettare, congruentemente e coerentemente, allora le probabilità di sviluppare nei figli comportamenti di tipo devianti, se non proprio psicopatologici, diventano elevate, tanto che, spesso, i docenti si trovano a riscontare nell’ambito scolastico gli effetti di quei deficit educativi nella socializzazione primaria che i genitori difficilmente ammettono.
La predisposizione di routine familiari assieme alla coerenza educativa, secondo l’approccio cognitivo comportamentale della psicologia contemporanea, sono le basi per quello che gli specialisti definiscono prosocial behavior, tradizionalmente considerato
sotto l’aspetto di tratto morale, che può venire generalizzato al comportamento di aiutare il prossimo in pericolo. La base è il riconoscimento del bisogno altrui che diventa più realizzabile quando i processi empatici ci portano ad identificarsi con la persona
che ha bisogno di aiuto e così aiutandolo si alleviano le nostre sofferenze. I comportamenti prosociali si apprendono, così come si apprende qualsiasi disciplina scolastica.
Quando acquisiti, attraverso un programma psicoeducativo di implementazione, i comportamenti prosociali, non necessariamente sistematici o permanenti, diventano mediatori della reciprocità empatica dei bisogni tra i pari e concorrono alla promozione
del benessere personale, prerequisito a farci star bene anche con l’altro e al tempo stesso far del bene all’altro, senza la necessaria previsione di una ricompensa esteriore.

Scarica il pdf