Sessuologia

AIDS & METISOPRINOLO

L’AIDS è una malattia di origine virale e per non diventare un malato di AIDS nella fase conclamata il sieropositivo non deve essere colpito da infezioni opportunistiche cioè da quelle malattie che trovano la “opportunità” di penetrare nell’organismo a causa delle cattive condizioni immunitarie presentate dal sieropositivo.
Pare che in alcuni casi sia stato dimostrato anche che la carenza del sistema immunitario permetta la riattivazione di infezioni acquisite in anni precedenti e rimaste latenti nell’organismo.
In una recente conferenza internazionale tenutasi a Roma tutti gli esperti sono stati concordi nel sostenere che, se una speranza c’e, essa consiste nell’aumentare il più possibile le difese immunitarie del sieropositivo.
Una speranza in più si ha con l’impiego del Metisoprinolo che ha dimostrato di mantenere più a lungo una certa efficienza del sistema immunitario e pare abbia anche una qualche azione diretta sul virus HIV.
La più recente proposta terapeutica consisterebbe pertanto nell’attaccare l’AIDS con un cocktail di farmaci (AZT e Metisoprinolo o simili) in cui si abbia la doppia azione di “curare” il sistema immunitario (AZT) e di aggredire il virus (Metisoprinolo.). Purtroppo ogni medaglia ha il suo rovescio infatti bisogna tener presente l’ alta tossicità dell’ AZT che non permette lunghi periodi di cura.
Pare che l’associazione con il Metisoprinolo consenta di diminuire il dosaggio dell’ AZT e quindi un periodo di cura di più lunga durata.
Il vaccino risolverebbe indubbiamente il problema alla radice ma purtroppo siamo ancora molto, molto lontani.

LA RICETTA DEL SESSUOLOGO

E’ mia opinione che chi si occupa di Sessuologia dovrebbe sempre dedicare la prima parte del suo intervento ad identificare qual’è l’ atteggiamento cul­turale ed educativo di chi ha di fronte e partire da lì.
Ancora poco tempo fa, chi soffriva di disturbi psichici (fossero anche sempli­cemente di natura nevrotica) si rivolgeva raramente ed in casi estremi allo psichiatra o allo psicanalista: preferiva recarsi da un neurologo perché ciò gli confermava indiretta­mente di soffrire di un disturbo prevalentemente organico e che, su questa base, sarebbe stato affrontato e risolto. La stessa cosa avviene ancora oggi nei confronti del sessuologo cui si accede come estrema ratio, superando con fatica il disagio di varcare la porta del suo studio.
Quando una persona che ha un problema sessuale si presenta al proprio medico di famiglia o al ginecologo (se donna), la richiesta di “aiuto” è sempre mascherata da altre richieste o viene presentata per ultima, quasi per caso. Questa della sofferenza è una caratteristica comune a tutti coloro che presentano disturbi psico­sessuali: un soggetto che soffre a causa di un disturbato del comportamento ses­suale soffre proprio perché lo giudica inadeguato e ciò incide sempre di più nella valutazione di sè e questo rende sempre più inadeguato quel comportamento. Si instaura cioè un circolo vizioso tale che certi atteggiamenti, dirette conseguenze del sintomo, finiscono proprio per rafforzare il sintomo stesso.
D’ altra parte i vari disturbi sessuali sono caratterizzati da profili anamnestici e da storie individuali di sviluppo che pos­sono presentare delle analogie legate, ad esempio, al fatto che la sessualità appare come un’ area debole del sistema che cede prima di altre, ma sono in genere sostenute da esperienze individuali del tutto opposte (ca­ratterizzate ad esempio da ansia, rabbia, colpa, depressione, ecc) nei confronti di uno stesso obbiettivo (che potrebbe essere l’ atteggiamento nei confronti delle donne). Comune è soltanto il meccanismo etiopato­genico che, ad esempio, in caso di impotenza erettiva maschile è dovuto ad un’iperattivazione del sistema nervoso simpatico che finisce per antagonizzare il sistema parasimpatico responsabile della va­sodilatazione e, quindi, in ultima analisi dell’ erezione.
Gli esami che si potrebbero fare sono numerosi (sia per l’uomo che per la donna) ma ciò che preme sottolineare è che colui che soffre di un disturbo sessuale venga messo dal terapeuta sessuale nelle condizioni di comprendere che psiche e soma sono un’ unità imprescindibile e che solo armonizzando queste due componenti è possibile affrontare la soluzione del proprio disagio.
Da questo punto di vista il medico sessuologo ha forse una marcia in più rispetto, ad esempio, allo psicologo o allo psicoterapeuta: la possibilità di visitare, di esaminare, di richiedere indagini diagnostiche da interpretare, dà al o alla paziente (o alla coppia) la garanzia di avere o non avere un disturbo organico. Tale valutazione richiede un periodo di tempo durante il quale il/i soggetti interessati hanno modo di capire se si trovano di fronte alla persona giusta oppure no, se accettare il “contratto terapeutico” che viene proposto oppure no: questo è estremamente importante per la soluzione del problema, indipendente­mente dalla causa e dalla metodologia di intervento adottata.
In una società “miracolistica” come la nostra, dove sembra esserci una soluzione tecnica per tutto (e subito), comprendere che, ad esempio, dietro un’impotenza erettiva, un’eiaculazione precoce, un’impossibilità a raggiun­gere l’orgasmo ci stanno senza dubbio fattori di ordine nervoso, vascolare, biochimico, endocrino, ecc. ma anche la propria educa­zione, la propria storia personale, la propria relazione di coppia è fondamentale per superare il pro­blema. Nel contempo bisogna comprendere che non esiste sempre la pillola che fa “guarire” presto e bene, che spesso non si può medicalizzare tutto, ma che ogni tanto occorre fermarsi a riflettere un po’ su noi stessi, sulla nostra vita, sulle nostre relazioni con gli altri, sulle nostre prospettive. Ricordo un paziente che venne da me per un problema di eiaculazione precoce, presente da molto tempo ma che si era accentuato negli ultimi tempi; la descrizione che egli faceva della sua vita sembrava giustificare pienamente il disturbo: professione impegnativa che si era accresciuta ultimamente di nuove responsabilità, conflitti con i figli adolescenti, incomprensioni sul lavoro con i propri superiori, pochi periodi di riposo durante l’anno, ecc. A questo andava aggiunto l’uso eccessivo di tabacco, il ricorso a numerosi caffè, una preoccupante (per lui) ipercoleste­rolemia non giustificata dalla dieta. I colloqui condotti dapprima con lui e poi insieme alla moglie dimostrarono che egli, in pratica, viveva “di corsa”; la sua giornata “doveva” essere piena, non esisteva spazio per fermarsi a riflettere, per tirare il fiato, per tenere un po’ di tempo per sè: pochissimo tempo in bagno al mattino, velocissima colazione, spostamenti rapidissimi in auto, pranzi e cene rapidi e senza gusto. Anche il rapporto di coppia, che veniva da entrambi descritto come molto buono, si rivelò, ad un maggiore approfondimento, problematico: i “gusti” di entrambi si rivelarono molto diversi in termini di interessi culturali, di metodi educativi dei figli, di tempo libero e, ovviamen­te, di sesso. Il difetto reale stava nella difficoltà di comunicare con franchezza, a verbalizzare ciò che era racchiuso nel cuore o nel cervello, ad esprimere con natura­lezza ciò che si desiderava o si sarebbe desiderato dall’altro. Per la cronaca si dirà che in un periodo di tempo non troppo lungo, il problema di lui fu superato ma non senza migliorare prima la relazione di di coppia. Non sempre queste storie finiscono bene, ma spesso ciò accade.
Tutto dipende dalla “ricetta” che si segue: un insieme ben amalgamato di ingredienti spesso difficili da ricono­scere e da descrivere ma in grado di raggiungere l’obbiettivo.
pubblicazione del 1994

AIDS – ALCUNE IPOTESI

II prof. Zagury considera l’A.I.D.S. una malattia come un’altra, solo molto più potente e giudica estremamente positivo il fatto che il primo gruppo colpito, gli omosessuali, abbiano provocato polemiche e clamori, poiché questo ha impedito la diffusione vastissima e inavvertita attraverso le donazioni di sangue dei sieropositivi, e ha consentito di dare l’allarme prima che la situazione diventasse ancora più tragica di quello che già è, dati anche i lunghissimi tempi di incubazione.
Si sa infatti che il virus può dimorare 5 o 10 anni prima che le difese annullate facciano esplodere le infezioni proprie della malattia.
Proprio per questa lunga incubazione si considera inattendibile l’ipotesi che il virus sia opera di ingegneria genetica utilizzata a fini bellici, infatti non avrebbe nessuna funzione immediata.
Alla fine dell’85 si accese una polemica, con accuse reciproche tra Unione Sovietica e Stati Uniti.
Per i russi il virus proviene da un incidente, con fuga del virus stesso, nell’ ambito della ricerca spietata e cinica di armi batteriologiche da parte degli Stati Uniti. Alle ricerche, condotte utilizzando per gli esperimenti la feccia della società rinchiusa nelle carceri, è probabilmente sopravvissuto qualcuno che, liberato, ha diffuso il contagio. Gli Stati Uniti non si difendono che contrattaccando e indicando come sospetti i laboratori sovietici.
C’e anche chi crede – ed è un premio Nobel, Francis Crick, che ha scoperto le strutture del DNA ­che il virus nascerebbe da spore provenienti dallo spazio.
Luc Montagnier dell’Istituto Pasteur, ritiene che sia assurdo pensare alla costruzione in laboratorio del virus per due motivi: il primo è che il virus è molto simile a quelli della pecora e del cavallo quindi non c’e nulla di assolutamente nuovo; il secondo motivo è che per produrre un virus i cui effetti mondiali si osservano ora, occorreva già nel settanta avere conoscenze che solo nell’ottanta si sono fatte strada nella scienza.
Ogni pericolo che varca le frontiere -come Chernobyl- ci ripropone l’interrogativo sull’uso che l’uomo può fare delle sue conoscenze e la conseguente riflessione su come non si possa dimenticare l’elemento grezzo costituito dal pianeta e dal corpo in cui viviamo. La contraddizione enorme tra il potere della mente e la fragilità del corpo insieme alla imprevedibilità degli eventi naturali dovrebbe aumentare l’umiltà con cui accoglie il sapere intorno a tutto ciò che è elemento naturale. Invece sembra che la logica del dominio sia prioritaria. Dominare gli elementi, dominare le malattie.
E’ chiaro che l’uomo non accetta di morire, vorrebbe essere immortale, e per illudersi si nasconde l’evenienza della morte con un vitalismo vuoto. Ogni evento, e l’A.I.D.S. ne è un esempio, che lo mette di fronte alla sua possibile fine lo spaventa. Tra qualche anno probabilmente la libertà legale di scegliere la morte garantirà paradossalmente, ancora una volta e solo apparentemente, il dominio dell’uomo sulla natura.

Antonina Nobile Fidanza (psicoterapeuta)
pubblicazione del febbraio 1988