Incontinenza urinaria: un problema anche al maschile

Autore: Dott. Aldo Franco DE ROSE
Specialista Urologo e Adrologo
aldofdr@libero.it

“Riserviamo i pannoloni solo ai casi estremi e curiamo l’incontinenza in modo reale e definitivo con terapie riabilitative, farmacologiche e chirurgiche”.
E’ questo l’invito del prof Giorgio Carmignani, direttore della Clinica Urologica di Genova che da anni, tra l’altro, si dedica all’incontinenza urinaria maschile e femminile. Spesse
volte invece, per pudore o vergogna, si preferisce soffrire in silenzio, senza ricorrere al medico. Colpevole di questo anche la pubblicità ingannevole che spesso presenta
una donna sorridente, giovanile e sicura perché “protetta” dal pannolino, senza lasciare intravedere i problemi che ne derivano: cattivi odori, irritazioni genitali, infezioni, problemi psicologici.
L’incontinenza urinaria è per lo più un disturbo “in rosa” in quanto legato prevalentemente ai traumi sui tessuti e i muscoli del perineo durante il parto, interessando il 10% delle donne. Ma anche l’uomo non è esente.
“L’incontinenza urinaria maschile, dice il prof Giorgio Carmignani, rappresenta il 9% di tutti i casi di incontinenza, poco più di 500 mila uomini, ed è causata dall’indebolimento dello sfintere striato dell’uretra, muscolo a forma di anello che funziona da “rubinetto”:
contraendosi assicura la continenza, rilasciandosi consente la minzione”. “Purtroppo però succede che, nel corso di interventi alla prostata, soprattutto per tumore, continua il prof Giorgio Carmignani, questa struttura possa essere danneggiata: a 12
mesi dall’intervento, l’incidenza del disturbo varia dal 5% al 15% mentre dopo resezione endoscopica transuretrale (TURP) per adenoma è meno dell’1%”.
Nel maschio come nella donna l’incontineza urinaria si associa a condizioni di sforzo: tosse, starnuto, sollevamento d’oggetti da terra o cambio di postura; altre volte può essere mista e associata ad episodi di urgenza.
Nei casi più gravi la perdita d’urina è continua ed il paziente non riesce ad interrompere lo sgocciolamento. Incontinenza e qualità di vita Il timore di una fuga di urine induce
spesso le persone a modificare il proprio stile di vita con meccanismi di adattamento preventivo: molti limitano i propri spostamenti quotidiani ai soli luoghi e percorsi in cui conoscono la collocazione dei servizi igienici (la cosiddetta “mappatura delle toilette”),
sviluppano comportamenti compensatori come bere di meno, svuotare la vescica ogni volta che si presenta la possibilità di andare in bagno, evitare i rapporti sessuali e indossare assorbenti o pannoloni.
A questi si associano stati depressivi reattivi al problema, perdita di autostima, apatia, senso di colpa e negazione che finiscono col cronicizzare il problema senza risolverlo.
Particolarmente critiche possono essere le conseguenze del disturbo sulla vita sessuale.
Sessualità e capacità di controllo della vescica causano spesso inadeguatezza fisica ed emotiva che può portare alla rinuncia della vita sessuale.
Nuovo Trattamento
“Ma ad oggi, precisa il prof Giorgio Carmignani, esiste una nuova tecnica chirurgica mininvasiva per risolvere in un giorno l’incontinenza urinaria da sforzo maschile”.
Il nuovo sistema si chiama Advance della AMS e si avvale di una retina di poliproline che, posizionata sotto l’uretra, ripristina la normale continenza. Si tratta di un dispositivo che ha lo scopo di riposizionare l’uretra bulbare e i relativi tessuti circostanti, al
fine di ripristinare una normale funzionalità dello sfintere”.
Altri sistemi utilizzati per l’incontinenza da sforzo, precisa il prof Alchiede Simonato, prof associato della Clinica Urologica, fino ad oggi sono rappresentati da Pro Aciti e
Invance.
Il primo un sistema di palloncini in silicone che, inseriti attorno alla regione sfinteriale, agiscono come un bulking, impedendo le perdite di urine”.
“Invance” è invece un dispositivo, conclude il prof. Simonato, rivestito da elastomeri in silicone con il compito aumentare le resistenze e favorire la continenza”.
Quando la lesione del muscolo è modesta anche l’incontinenza sarà lieve.
In questi casi sarà sufficiente la terapia farmacologia associata alla fisiochinesiterapia, cioè la ginnastica perineale o l’iniezione periuretrali di sostanze di “espansione” come
collagene, silicone, acido ialuronico. “Al contrario, conclude il prof Giorgio Carmignani, in caso di incontinenza grave, con la necessità di dover sostituire diversi pannolini al giorno, la soluzione è rappresentata dallo sfintere artificiale”.
“Esso è composto da una cuffia che si posiziona attorno all’uretra bulbare, un serbatoio collocato in addome e una “control pumpe” in sede scrotale”. “Schiacciando il dispositivo scrotale, la cuffietta si svuota, si allenta la pressione uretrale e inizia la minzione”.
Dopo un minuto, precisa il prof. Giorgio Carmignani, la cuffia si riempie automaticamente di acqua, ritornando a comprimere l’uretra e impedendo la perdita di urine”.
Tutti questi dispositivi sono dispensati dal SSN e impiantabili in ambiente ospedaliero.

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“Nesting” fare il nido

Autore: Dott. Roberto VINCENZI
Psicologo
Studio: Via Cairoli 11, Genova
Tel: +39.010.2477034
vincenzi@ordinepsicologiliguria.it www.roberto-vincenzi.com

Negli Stati Uniti alcuni psicologi usano la parola “nesting” (fare il nido), per indicare una serie di concetti diversi:
Nesting e istinto materno
In questo caso, la parola “nesting” indica alcune tra le emozioni e sentimenti che la futura mamma prova quando pensa che porterà il suo bambino a casa, e quali cambiamenti dovrà fare in casa, per poterlo accogliere. Questa atmosfera psicologica
è particolarmente forte alla nascita del primo figlio, ma si ripete comunque, anche se in modo diverso, per i figli che nascono in seguito. Questi pensieri si concretizzano in
tutte le attività pratiche di arredamento, l’acquisto della culla o del lettino, la preparazione di una stanza per il bambino, i mobili da metterci dentro, come sistemare la casa per l’arrivo di una persona in più.
La casa dove viveva una coppia si trasforma nella casa dove abiterà anche un bambino. E’ facile quindi che ci siano sistemazioni e arrangiamenti nuovi da studiare per rispettare le nuove esigenze. I mobili possono essere risistemati, e la disposizione stessa della casa viene in qualche modo a cambiare.
Molte coppie in queste occasioni, man mano che la data della nascita si avvicina, eseguono o fanno eseguire anche una manutenzione generale della casa: dare il bianco alle pareti, riordinare, eliminare oggetti inutili. Sono attività positive e spesso molto
tenere che preparano l’atmosfera adatta per accogliere un neonato. La futura mamma e il futuro papà man mano che svolgono queste attività pratiche, in qualche modo preparano anche uno spazio per il bambino nella loro mente. Pensare al figlio che
arriverà, mentre si fanno i preparativi, aiuta a trasformare la mentalità del
single in quella del genitore. Anche semplicemente pensare che lo spazio
di casa non sarà più tutto a disposizione, che ci saranno delle ore nelle
quali la tv o lo stereo dovranno essere messi bassi per non svegliare il
neonato che dorme, insomma che i desideri e le esigenze degli adulti
dovranno essere mediate con quelle di un bambino piccolo, aiuta a capire
la dedizione necessaria a far crescere un essere umano.
Nesting nella vita di coppia
La parola “nesting” viene anche usata per descrivere l’insieme di tutte le attività che una coppia, con figli o senza, svolge in casa propria per ottenere dei miglioramenti. In genere
queste attività comprendono il sistemare in modo nuovo mobili e oggetti, eseguire lavori di manutenzione o trasformazioni, acquistare nuovi arredi o suppellettili.
Queste attività hanno un risvolto pratico e reale che si concretizza nel lavoro fatto, ma, a livello mentale, hanno comunque un significato. Psicologicamente, occuparsi assieme
al partner della propria casa, significa investire energie in un progetto comune, “crederci” come si suol dire, pensare che la coppia che vive nella casa possa avere un futuro. Lavorare in casa assieme al partner, spesso favorisce la comunicazione di
coppia, che dal livello pratico di ciò che si sta facendo assieme, può passare facilmente a contenuti più profondi. Dal “Passami il martello” possiamo arrivare a discutere aspetti
importanti dello stare insieme.
Certe volte, mentre si sistemano oggetti o mobili, vengono fuori dei ricordi di analoghi lavori fatti anni prima, possono venire in mente persone di allora, memorie di come la
coppia viveva insieme negli anni passati. I due partner, uniti semplicemente
nel fare qualcosa assieme, proprio perché non sono lì per parlare,
possono sentirsi più disposti e facilitati a farlo.
Nesting e Space Cleaning (Pulizia dello Spazio)
Gli psicologi che si rifanno ad una concezione New Age della vita, fanno in certi casi coincidere la parola “nesting” con le attività di “Space Cleaning” che letterariamente
significa “pulizia dello spazio”.
Lo “Space Cleaning” è il nome che si usa in America per indicare un’attività ispirata al “Feng Shui” cinese. In cinese la parola “Feng shui” significa “vento” e “acqua”,
indicando così i due elementi che trasformano la terra e che col loro influsso
determinano le caratteristiche più o meno salubri di un particolare luogo o di una particolare abitazione.
Si tratta di un’antica dottrina taoista cinese, secondo la quale la posizione dei luoghi e
delle abitazioni, rispetto all’energia della natura, alle costellazioni ed ai pianeti, favorisce o danneggia gli uomini che ci vivono.
In base a questa teoria venivano orientate le abitazioni da costruire.
Nelle case già esistenti, si sistemava la posizione dei letti e dell’arredamento, in modo da favorire e armonizzare lo scorrere dell’energia cosmica all’interno della casa.
Questa teoria, è stata recentemente inglobata nelle ideologie New Age. Negli Stati Uniti il “Feng Shui”, modificato in modo da renderlo un po’ più comprensibile per
gli occidentali, è stato ribattezzato “Space Cleaning”, e, secondo alcuni psicologi,
si tratterebbe di un’attività migliorativa della casa, abbastanza simile al Nesting.
Nesting Syndrome (Rupofobia: Ossessione per la pulizia – Paura dello sporco)
Quando una persona è ossessionata dalla pulizia della casa, dedica ad essa molto più tempo del normale o pulisce molto più a fondo e più spesso del necessario, ci
possiamo trovare di fronte ad uno stato di sofferenza psicologica, ad una nevrosi che si sta esprimendo con una fobia.
Ma che cos’è la fobia? Questi pensieri irrazionali significano qualcosa?
La fobia fa parte delle nevrosi, cioè quei disturbi psicologici che non hanno una causa
fisica, organica, ma sono invece alterazioni nel modo di funzionare del pensiero.
Nessuno nasce fobico, piuttosto la fobia è un tentativo di difesa sbagliato,
che è stato costruito durante la vita della persona, cresciuta in un ambiente psicologicamente malato, per combattere l’ansia.
L’ansia a sua volta nasce da un cosiddetto “conflitto rimosso”, cioè una situazione nella quale il soggetto rifiuta di affrontare un contrasto nella sua vita; fa finta che non esista, lo elimina dalla coscienza e lo trasferisce su qualcos’altro che è meno penoso da
affrontare, per esempio una fobia. Freud, descrivendo questo meccanismo psicologico, usava i termini “rimozione” (per indicare l’operazione con la quale si rimuove dalla coscienza, cioè si fa finta che non esista il conflitto) e “spostamento” (quel artificio psicologico col quale le emozioni provate ad affrontare un certo pensiero conflittuale,
vengono trasferite ad un altro pensiero ritenuto più facile da sostenere). Nella prima elaborazione della sua teoria, Freud in riteneva che il conflitto avvenisse tra “principio del piacere” e “principio di realtà”; in seguito, mise in evidenza il contrasto tra “pulsioni sessuali” e “pulsioni dell’Io”; concluse poi la sua elaborazione indicando il conflitto
tra “Eros” e “Thanatos” cioè tra desiderio di vivere e volontà distruttiva. In termini attuali, possiamo dire che il conflitto è collegato alla crescita di una persona e alla acquisizione di indipendenza dai genitori e dalla famiglia di origine.
I genitori sani, favoriscono l’indipendenza dei propri figli e li aiutano ad acquisire gli strumenti necessari per la crescita. I genitori nevrotici, psicologicamente malati, ostacolano questo processo, stabilendo coi figli un tipo di rapporto morboso, troppo stretto e intenso, impostato sul principio “o sei come me o sei contro di me; ma contro
di me non ci puoi stare”.
Ed è proprio a causa di questo legame troppo forte, che i figli di questi genitori faticano a crescere e rendersi psicologicamente indipendenti. Per loro è molto penoso affrontare il conflitto: ubbidire ai genitori (e quindi restare bambini per sempre) o costruire la
propria indipendenza (e quindi disubbidire ai genitori).
Non tutti ci riescono. Molti di loro, piuttosto che affrontare il contrasto coi genitori, lo rimuovono, fanno finta di ignorarlo, e innescano così un meccanismo nevrotico che può svilupparsi in varie forme.
La fobia è una di queste possibili forme di nevrosi.
La fobia impedisce quindi di impegnarsi nella vera battaglia, che è quella per la propria autonomia, e mantiene la persona in una condizione infantile, caratterizzata da paura di agire e immobilismo.
Nella vita del fobico le novità sono da temere ed evitare, i sensi di colpa sono sempre in agguato, non appena si accenna ad un pensiero di indipendenza dalla famiglia di origine.
A causa del suo modo di pensare, il fobico è una persona insicura nell’affrontare la vita; la barriera psicologica che dovrebbe difenderlo dall’esterno, non funziona bene ed ha paura di poter essere “invaso” dal mondo. Chi vive nella nevrosi fobica è un represso
che ignora come funzioni il suo corpo e come si sviluppino le emozioni; teme la propria impulsività e l’espressione dell’istinto; i genitori hanno marcato in lui una potente autorità che è difficile e penoso estirpare. Attraverso la fobia vengono negate l’affettività e le emozioni, l’istinto e la spontaneità; tutti questi sentimenti vengono sostituiti
da rigidi schemi “paura/non paura” che, paradossalmente, sembrano al fobico, più facili da affrontare.

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UN OSPEDALE AL MESE
Il “San Luigi Gonzaga” di Orbassano

 

L’inizio della storia del “San Luigi Gonzaga” ha una data precisa: il 26 Marzo 1818. Quel giorno, alla presenza del Re e delle autorità del Comune iniziarono i lavori dell’Ospedale “specializzato” nella cura dei malati polmonari, all’ epoca, per la maggior parte, affetti da tubercolosi.
L’esigenza di un ospedale specializzato venne recepita dall’Opera Pia San Luigi Gonzaga. L’Ospedale sorse nel 1826, in una sede che non era quella attuale. Originariamente, infatti, si trovava a Torino, in zona Valdocco, nell’attuale sede dell’Archivio di Stato. Il
luogo per la nuova costruzione fu individuato tra via delle Ghiacciaie, via del Deposito, via Santa Chiara e strada Valdocco, rispettivamente le attuali via Giulio, via Piave, via Santa Chiara e corso Valdocco. Il progetto venne affidato a Giuseppe Maria TALUCCHI, tra
i pochi esponenti del neoclassicismo piemontese, che realizzò, tra l’altro, la facciata e la rotonda del cortile dell’Accademia Albertina, il completamento del Collegio dei Nobili del
Guarini, in un secondo tempo sede dell’Accademia delle Scienze, nonché il portale d’ingresso dell’Università di via Verdi. Nel 1903 l’Ospedale raggiunse la capienza massima di 243 posti letto; tuttavia i progressi continui della scienza nella cura delle malattie polmonari indussero l’Amministrazione a non realizzare ulteriori ampliamenti, ma a costruire un nuovo ospedale destinato unicamente alla cura dei malati affetti da tubercolosi. La prima pietra del nuovo Ospedale venne posta nel 1904, mentre il trasferimento da Regione Valdocco al modernissimo sanatorio suburbano di 1000
posti letti nella zona di corso Orbassano a Torino, attuale sede dello stabilimento FIAT Mirafiori, avviene nel 1909. Il nuovo ospedale San Luigi Gonzaga nacque così in località Tre Tetti, un agglomerato di tre casette ad un piano che interrompeva il deserto stradone che portava ad Orbassano.
Alla fine degli anni ’60 l’ultimo spostamento, per fare spazio appunto agli stabilimenti della FIAT Mirafiori e, conseguentemente, l’insediamento nella sede attuale come nuova sede dell’ospedale pneumologico e per pazienti affetti da tubercolosi. La sua struttura architettonica e la sua localizzazione risentono direttamente di tale origine.
Dispone di una superficie complessiva di mq 398.950 di cui 26.207 edificati.
La costruzione si articola in quattro corpi di fabbricati separati, uniti da lunghi corridoi secondo la concezione esistente all’epoca di costruzione per gli ospedali destinati alle cure delle malattie infettive polmonari Negli ultimi 20 anni sono poi intervenuti alcuni eventi evolutivi rilevanti:
* la variazione di vocazione da sanatorio/ospedale pneumologico a Ospedale Generale con il progressivo aumento dell’offerta di specialità mediche e chirurgiche
* il progressivo incremento della quantità e della complessità dell’attività, conseguente all’aumento dell’afflusso di utenti e della complessità degli interventi diagnostici e terapeutici
* la costituzione in Azienda Sanitaria Ospedaliera
* la convenzione con l’università di Torino, Facoltà di Medicina e l’individuazione dell’Ospedale come sede di Corso Universitario Gli interventi edilizi più rilevanti negli
ultimi anni riguardano:
* la costruzione da parte dell’Università del complesso delle aule didattiche per il 2° Corso di Laurea in Medicina, per una superficie complessiva di mq 4000 circa
* la costruzione da parte dell’Università, tramite la Fondazione Cavalieri Ottolenghi,
della palazzina delle Neuroscienze, con consegna del cantiere entro il 2007, per una superficie complessiva di mq 3000 circa
* il Centro Antidoping realizzato in previsione delle Olimpiadi invernali del 2006
* la ristrutturazione del reparto di Cardiologia ed il suo completamento con le nuove sale di emodinamica e per la terapia intensiva
* la realizzazione del nuovo reparto di Medicina Interna II ad indirizzo ematologico con area di isolamento per i trapianti di midollo La storia e l’origine dell’Ospedale San Luigi hanno condizionato e condizionano le aree di attività prevalenti.
Infatti l’ospedale è punto di riferimento regionale ed extraregionale per le malattie respiratorie, ed in particolare:
* Diagnosi e trattamento della tubercolosi
* Studio della fisiopatologia respiratoria
* Broncologia diagnostica e terapeutica
* Pneumologia ad indirizzo oncologico
* Chirurgia toracica
* Riabilitazione respiratoria
In seguito, il San Luigi è divenuto centro di riferimento regionale per
* la fibrosi cistica (sede del centro di riferimento regionale)
* le microcitemie (sede del centro di riferimento regionale da settembre 2007)
* la sclerosi multipla
L’ospedale possiede inoltre un gran numero di attività di alto profilo assistenziale e scientifico che costituiscono punti di forza e riferimento anche in ambito extra aziendale, tra le quali si citano:
* Le malattie neurologiche: le encefalopatie vascolari acute (sede di “centro ictus” della rete regionale), le malattie immunologiche cerebrali, la riabilitazione delle disabilità neurologiche complesse, la ricerca sulle neuroscienze (sede, come detto, della Fondazione Ottolenghi)
* l’ematologia oncologica
* le malattie rare
* l’oncologia
* l’endocrinologia
* le malattie metaboliche e la diabetologia
* la cardiologia clinica ed operativa
* la riabilitazione cardiorespiratoria e delle disabilità complesse (modello sperimentale in Piemonte)
* l’urologia endoscopica
* la chirurgia delle paratiroidi
* l’ortopedia
* la chirurgia addominale
* la proctologia e la riabilitazione del pavimento pelvico
* il trattamento delle emergenze intraospedaliere
Il DEA dell’Ospedale (DEA di II livello), ha raggiunto i 45000 accessi nel 2006 (in stabile incremento negli ultimi anni pur non essendo presente la pediatria, l’ostetricia e la dermatologia, che determinano usualmente alti numeri di prestazioni) e in occasione dell’evento olimpico del 2006 è stata attivata la pista di atterraggio per elicotteri.

 

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Zenit Onlus per il diritto alla salute del migrante

 

Esordio di Zenit Onlus per il diritto alla salute del migrante
In occasione dell’International Volunteer Day, il 5 dicembre è stata presentata la Onlus “Zenit per il diritto alla salute del migrante”. Si è svolta infatti, nella quattrocentesca Sala degli Affreschi della Società Umanitaria una serata di gala i cui introiti sono andati alla neonata associazione.
La serata di gala è coincisa con la cerimonia di consegna del Premio “Cristallo” 2007 alla carriera trasparente e socialmente impegnata alla memoria di Antonio De Piscopo. I premiati dell’anno sono lo stilista Elio Fiorucci per la sensibilità al sociale, la squadra
Nazionale Artisti TV e Stelle dello Sport nel suo ventennale, i presentatori Maria Teresa Ruta ed Enrico Beruschi per aver prestato la loro immagine a diverse campagne di solidarietà, l’imprenditore Otto Bitjoka per il suo impegno a favore degli immigrati, il primario ospedaliero e presidente della Federazione delle Società Medico- Scientifiche Italiane Pasquale Spinelli per il ruolo svolto nell’associazionismo medico, il notaio Alfonso Ajello per l’opera prestata a favore dell’Orchestra Verdi, l’associazione “Venti Moderati” per la donazione alla clinica Mangiagalli della ruota per l’accoglienza dei bambini (ritira
il premio il Dott. Francesco Acunzo), l’associazione “I Sud del Mondo” per il sostegno alle popolazioni svantaggiate (ritira il premio l’On. Pino Galati).
Il Premio Cristallo è organizzato dalla Società Umanitaria con la rivista Dentro Milano e con la Onlus “Zenit per il diritto alla salute del migrante”.
Durante la serata, il giornalista Roberto Salvini ha condotto un salotto con i premiati, il Presidente dell’Umanitaria Amos Nannini e il Presidente di Zenit Onlus Tommaso Migliaccio.
A conclusione dell’evento è stata messa all’asta l’opera della pittrice e accademica delle Belle Arti Antonia Ciampi.
L’organizzazione della serata ha goduto della collaborazione dell’associazione “L’Albero” Centro di Ricerca e Formazione Terapie Complementari di via Beato Angelico e della emittente Segnale Italia.
Zentit Onlus nasce dalla necessità di diffondere la cultura di “Ospedali interculturali”.
Da quasi due decenni il trend dell’immigrazione in Italia è in continua crescita (in Lombardia gli immigrati sono il 6% della popolazione). La peculiarità di tale fenomeno è peraltro l’estrema eterogeneità delle provenienze (oltre 100 i paesi e le culture d’origine). Molto spesso le strutture ospedaliere italiane si trovano impreparate di fronte alle sfide poste dall’avere utenti di popolazioni migranti (situazione in continua evoluzione data anche l’alta natalità di queste ultime).
L’associazione - in coerenza con le linee guida contenute nella Dichiarazione di Amsterdam Verso ospedali “migrantfriendly” in una Europa diversa sul piano etno-culturale, firmata dal Gruppo responsabile del Progetto MFH della Commissione europea “MFH – Migrantfriendly Hospitals” nel 2004 – intende:
- promuovere, sostenere e diffondere i principi e modalità operative volte a creare un sistema assistenziale e socio sanitario accogliente verso i migranti;
- favorire gli stranieri nella conoscenza dei propri diritti in materia assistenziale, sanitaria, psicologica e socio culturale;
- sostenere le strutture ospedaliere e sanitarie e i singoli operatori che si impegnano a realizzare progetti mirati all’accoglienza e all’integrazione dell’utenza straniera.

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