DISCOPATIE, ERNIE, ARTROSI, LOMBALGIE
Alterazione
della zona lombare
Autori: Prof. Daniele RAGGI
Dott. in Scienze Motorie,
Dott. in Fisioterapia, Posturologo,
Chinesiologo, Mézièrista.
Docente di Posturologia c/o alcune
Università Italiane.
Direttore di Kinesistudio
(Studio di Posturologia) di Milano
Roberto BONO, Posturologo, terapista
Posturale del Metodo Raggi® - Milano
L’uomo, nella sua vera natura, è nato per poter vivere e muoversi in spazi aperti, liberi, ampi.
Per come siamo stati concepiti e creati, (muscoli, articolazioni, legamenti, capsule, cartilagini, tessuto connettivo, organi interni, etc.), il movimento è assolutamente indispensabile per poter mantenere efficienti moltissime funzioni, sia organiche che muscolo-articolari.
Grazie alle articolazioni, ai muscoli, al sistema nervoso, l’uomo si può muovere nel proprio ambiente e poter soddisfare così tutte le esigenze al fine di garantirsi la sopravvivenza. Al tempo stesso, il movimento, coinvolgendo anche respirazione e cuore, permette di mantenere efficienti tutto il sistema cardio-respiratorio- circolatorio, nonché le articolazioni stesse, stimolando le ossa alla richiesta e fissazione di calcio; inoltre il movimento stimola la micro-circolazione e il nutrimento all’interno delle articolazioni, mantenendole così lubrificate e funzionali nel tempo.
Le alterazioni sono quasi sempre multifattoriali: l’invecchiamento cellulare, cattivo utilizzo delle articolazioni (carente o eccessivo movimento), cattiva alimentazione, traumi, posture compensative, sono appunto in grado di creare dei limiti di funzionalità e durata delle articolazioni stesse. Queste, mantengono la loro massima salute ed efficienza quando il movimento è gestito in modo adeguato e soprattutto quando costituito da alternanza fra azione e riposo. Infatti, compressionedecompressione, ovvero “pompage” alternato a rilassamento, favoriscono sia l’afflusso di circolazione sanguigna che l’apporto di sostanze nutritizie ed eliminazione di sostanze di scarto dai tessuti verso l’esterno del corpo (urine, feci, sudore, etc.); per contro, la mancanza o l’assenza di movimento riduce l’afflusso ematico e promuove il ristagno di cataboliti con predisposizione a infiammazioni, usura, dolori.
Otto ore seduti davanti ad una scrivania, davanti ad un computer o svariate ore seduti al banco di scuola, sono davvero tante, soprattutto per le moltissime e complesse articolazioni della colonna. Anche permanere troppo tempo in piedi, senza camminare (vedi una commessa), costituirà un grave disagio articolare (colonna, anche, ginocchia, caviglie) e circolatorio (arti inferiori e addome), che si evidenzia soprattutto con il passare degli anni.
Ma, se l’assenza di movimento è causa di danni articolari, anche l’eccesso di movimento o movimenti violenti non corretti, possono arrecare altrettanto danno.
Dunque, l’assenza di movimento o l’eccesso, possono essere i responsabili del classico mal di schiena, di lombalgie, lombosciatalgie, discopatie, protrusioni discali, ernie, artrosi, alterazioni delle curve della colonna, dolori.
Ma dove e come si produce il dolore? Come mai le statistiche sono così allarmanti? I dati dell’organizzazione mondiale della sanità (OMS) dicono che ben l’85% della popolazione accusa mal di schiena almeno una volta nella vita, al punto da essere stato definito “il male del secolo”. I medici di famiglia italiani affermano che la classica lombalgia rappresenta la causa di una grande percentuale di assenze sul lavoro.
Il dato è stato reso noto a Catania dal segretario nazionale della SIMG, la Società Scientifica di Medicina Generale. Non ci sono modalità precise della manifestazione del dolore: a volte inizia con una semplice dolenzia, a volte con una fitta, a volte invece con un dolore trafiggente o un forte blocco senza possibilità di movimento alcuno in seguito ad un brusco movimento o ad una corrente d’aria. Non ha modalità, percorsi o tempi definiti o simili per tutti; può essere presente solo da in piedi o da seduti o in entrambi i modi. Può essere avvertibile solo di giorno o anche di notte (situazione più rara). Quasi tutte le persone si presentano in studio quando ormai il problema è insistente, continuativo, forte ed aggressivo; quasi nessuno da importanza ad un dolore blando o alle primissime manifestazioni.
In realtà, la fase iniziale del dolore, per il posturologo rappresenta la chiave di accesso più importante per trovare la soluzione al paziente. E’ proprio ciò che è successo nella vita del paziente, poco prima che insorgesse il dolore, a rappresentare la chiave della soluzione del problema: la causa nascosta, insospetta, dimenticata. In Posturologia, il dolore classico, rappresenta l’effetto, la causa è rappresentata dal fenomeno di cui il paziente non si è accorto o che ha dimenticato, e che si era manifestato prima dell’insorgere del dolore.
E’ solo scoprendo le origini del dolore che lo si può estirpare proprio alle “radici”. La lombalgia (come ogni altro dolore), potrebbe essere preceduta, da un semplice problema intestinale (disbiosi, costanti tensioni viscerali, spasmi, irritazioni, fermentazioni croniche, putrefazioni intestinali, etc.) o causata da un piccolo problema visivo (difficoltà a convergere gli occhi da vicino) o da un problema di malocclusione, da posture viziate al lavoro, etc. La tendenza fino a qualche anno fa era quella di consigliare o prescrivere al lombalgico, di rimanere a letto anche per giorni.
Oggi invece, si consiglia blando movimento, esercizi attivi, fisioterapia, posturologia, perché si è osservato che il movimento è in grado di apportare maggior afflusso di sangue, di drenare, “spazzare via” più facilmente le tossine irritanti, di smuovere energie bloccate, di far introvertite meno il paziente nel suo dolore. Ovviamente non si prescrive movimento inadatto o inadeguato in caso di gravi pinzamenti radicolari tipo una discopatia, un’ernia che impegna il forame di coniugazione impedendo alla radice di poter scorrere e muoversi liberamente. Lombosciatalgia: dolore lombare e dolore lungo il decorso del nervo sciatico. 
Quando la radice nervosa del nervo sciatico viene compressa, stirata, pinzata, irritata, scatena dolore lungo tutto il suo percorso. assaggiare l’area del decorso del nervo sciatico può essere solo di momentaneo sollievo, ma a volte può essere addirittura irritante; questo perché la radice nervosa è solo la vittima di un pinzamento, non certo la causa.
Con il nostro metodo, non si agisce mai sulle zone dell’effetto del dolore, ma sempre e solo nelle aree responsabili, ancora nascoste. Vecchi ed inusuali modi di dire “Con il tempo ogni dolore passa”, “il dolore, come è arrivato, se ne andrà”, “basta aspettare…”, etc. In realtà, è vero che molte volte le manifestazioni dolorose trovano soluzione spontanea aspettando, ma cosa succede veramente? Il corpo, nella sua fattezza ed intelligenza, ha in se dei meccanismi che tendono a difenderlo dal dolore pur non risolvendo veramente il problema; si libera dal dolore attraverso posture antalgiche. Si chiamano proprio “atteggiamenti posturali” o “posture compensative”.
In altre parole, di fronte ad un dolore, il corpo reagisce grazie alle informazioni che dalla zona del dolore, disagio o trauma, vanno al cervello.
Questi poi, ha il compito di trovare la soluzione affinché la minaccia della lombalgia causata da cattive posture o da un trauma alla caviglia ormai dimenticato, non abbia più essere attivo o presente. Il compenso avviene attraverso spostamenti delle articolazioni, attraverso leggere flessioni laterali per detenere una radice nervosa che era pinzata o intrappolata. Il corpo di fatto si piega, si storta, si flette pur di non sentire più il dolore. E di solito ci riesce bene.
I primi campanelli d’allarme… non vengono quasi mai ascoltati Non esiste proporzione fra l’evidenza di un danno articolare osservato in radiografia e la manifestazione dolorosa; ecco come alcuni pazienti in radiografia mostrano gravi lesioni articolari che non danno sofferenza, proprio perché hanno compensato spostando il peso in un altro distretto. A volte invece, una
radiografia senza segni patologici, non giustifica le gravi sofferenze del paziente: il corpo non possiede più “l’intelligenza antalgica”.
Qual è la trappola. L’inconveniente delle posture antalgiche- compensative sta nel fatto che il corpo utilizza la logica del “qui ed ora”. In altre parole non si pone il problema che, alterando la postura per togliersi un problema del presente, questa alterata postura sarà la causa di un problema articolare di domani, magari proprio della lombalgia di cui stiamo parlando.
Ecco perché in posturologia si dice che: “laddove si manifesta il dolore, non vi è la causa” oppure, “la causa risiede sempre lontano dall’effetto”. Ogni volta che si occulta il dolore senza intervenire alla radice, non si fa altro che spostare il problema più avanti e più insidioso e grave per il futuro. Il dolore cronico si instaura quando il corpo non è più in grado di trovare altre posture compensativeantalgiche. Perché intervenire con la rieducazione o il riequilibrio posturale?
Perché il paziente, pur di non soffrire, ha acquisito modi scorretti di stare in piedi e di camminare. Perché le tensioni che si sono create per difendere il corpo dal dolore sono al di sopra del dovuto e dunque si deve ridurre il tono muscolare in eccesso e liberare il
corpo dalle “catene muscolari” che si sono raccorciate in modo ormai cronico, schiacciando le varie articolazioni. I muscoli…sempre troppo tonici, vittime delle tensioni che viviamo costantemente.
Attenzione ai dati falsi: il rinforzo-potenziamento dei muscoli lombari e addominali, spesso raccomandati, porterà solamente ad un ulteriore raccorciamento delle catene muscolari. Ecco alcuni dati di una ricerca sulla lombalgia cronica, eseguita presso i nostri studi in collaborazione con l’Università “La Sapienza” di Roma. Lo scopo di questa ricerca era quello di verificare se utilizzando la tecnica dell’“Allungamento Muscolare Globale Decompensato”, basato sul riequilibrio della tensione muscolare delle catene e dunque sul detensionamento muscolo-articolare, si potevano avere variazioni del dolore.
E’ stata somministrata questa tecnica a ben 77 pazienti con lombalgia cronica, di età superiore ai 40 anni sia di sesso maschile sia femminile, con diverse occupazioni (impiegati, professionisti, casalinghe, disoccupati) e non praticanti attività sportive agonistiche. Tutti i pazienti sono stati inviati dal medico di base o dallo specialista, accompagnati da certificazione che attestava la cronicità della lombalgia.
L’età media dei pazienti è risultata essere di anni 60 mentre il periodo medio di cronicità della lombalgia era di anni 15,4. Protocollo di lavoro I soggetti sono stati trattati sulla base di un protocollo articolato in dieci sedute, con frequenza settimanale della durata di 45 minuti. Il lavoro ha previsto esercizi di allungamento in postura globale decompensata indirizzati alla
risoluzione della lombalgia cronica.
Fasi della ricerca: In una prima fase si è svolta una specifica raccolta dati sulla storia del paziente e della comparsa della lombalgia, ed un esame clinico posturale con relativa valutazione del periodo medio della lombalgia cronica.
E’ stato inoltre quantificato il dolore soggettivo del paziente attraverso l’utilizzo della scala VAS (Scala Analogica Visiva). La seconda fase ha previsto un ciclo di 10 sedute posturali con la nostra metodologia per tutti i 77 soggetti presi in esame. Nella terza fase si è proceduto con il controllo finale valutando le variazioni del dolore sempre secondo la scala VAS. A distanza di 7 mesi dalla fine del trattamento sono stati eseguiti ulteriori test di controllo (Followup) per valutare l’andamento del dolore o del benessere acquisito. Inoltre è stato monitorato un gruppo di controllo composto da 40 pazienti lombalgici, con le stesse caratteristiche del gruppo sperimentale, che durante il periodo della ricerca non è stato sottoposto ad alcun tipo di trattamento ma esclusivamente ai test iniziali e finali.
RISULTATI
Il confronto tra i valori della scala VAS (Scala Analogica Visiva), rilevati all’inizio e alla fine delle dieci sedute, indica una diminuzione dell’intensità del dolore per circa il 90% dei pazienti; mediamente
il dolore è diminuito del 50%. Per quanto riguarda i risultati dei test del gruppo di controllo non sottoposti ad alcun trattamento, si è evidenziato per la maggioranza dei soggetti un peggioramento della lombalgia. Il raffronto dei valori della scala QBPDS (Quebek Back Pain Disability Scale), che descrive l’influenza del dolore dal punto di vista relazionale, evidenzia un deciso miglioramento delle disabilità.
Oltre alle valutazioni soggettive del dolore, ogni paziente è stato fotografato sullo scoliosometro rilevando miglioramenti dei parametri posturali alla fine delle dieci sedute (fig. 8). La ricerca ha ampiamente dimostrato come un trattamento posturale ad approccio globale, che rispetti la logica di causa ed effetto (senza mai toccare o trattare le aree in cui è presente il dolore), composta di sole 10 sedute, contro una lombalgia presente da tantissimi anni, è in grado di dare risultati più che soddisfacenti.
Transessuale: una vita difficile
Autore: Prof. Aldo Franco DE ROSE Specialista Andrologo e Urologo Centro Medicina Ceccardi Tel. 010.580301 - Genova Clinica Ars Medica Tel. 06.362081 - Roma
Il transessuale è colui che, fisicamente uomo si sente donna, oppure è donna e si sente uomo. Un disturbo che riguarda l’identità di genere (DIG), in cui il desiderio di appartenenza non corrisponde al sesso geneticamente determinato e per questo c’è la volontà di cambiare, caratteristica principale che differenzia il transessuale dall’omosessuale e dal travestito.
Certo anche tra i transessuali c’è chi si prostituisce ma questa è tutta una altra faccenda. Anche le donne etero si prostituiscono, anche gli omosessuali si prostituiscono, ma ripetiamo , la prostituzione non contraddistingue il transessuale. Oltre a cause psicologiche, ambientali e familiari, alcuni sostengono una anomala azione degli ormoni materni durante la gravidanza e, analizzando cervelli di transessuali con la risonanza magnetica, è stato osservato che questi presentano strutture cerebrali più simili a quelle del genere psicologico rispetto a quelle del sesso fisico. 
Ma una cosa è certa: il transessuale ha una intelligenza superiore alla media. Si calcola che 1 uomo su 40.000 e 1 donna su 150.000 soffrano di Disturbi di Identità di Genere. “Rispetto al passato - dice il prof Carlo Trombetta, della clinica urologica di Trieste - o si esce di più allo scoperto in quanto rassicurati dalla legge, da specialisti competenti ma soprattutto da centri di riferimento pubblici affidabili”.
In Italia , dall’approvazione della legge (1982) che consente gli interventi, il numero di soggetti operati è stato sempre in crescita con circa 30 interventi l’anno e un rapporto uomo/donna di 11/2. Chi decide di iniziare il percorso per la riattribuzione del sesso, in base alle linee Guida dell’ONIG (osservatorio nazionale sull’identità di genere), per 6 mesi rimane in osservazione, sottoponendosi a colloqui psicologici ed indagini ormonali.
A questi seguirà un periodo di “test di vita reale” durante il quale vengono somministrati gli ormoni. Solo successivamente saranno rilasciate le relazioni mediche e psicologiche da presentare al tribunale di residenza, il cui giudice può avvalersi del consulente di parte (CTU). Dopo la prima
sentenza, che consente l’intervento di riassegnazione chirurgica dei caratteri sessuali (RCS), ne seguirà un’altra per l’adeguamento dei dati anagrafici. In alcuni paesi europei, tale sentenza avviene anche prima dell’atto chirurgico.
La trasformazione dei genitali esterni maschili in caratteri femminili nel transessuale andro-ginoide, cioè da uomo a donna, comporta un tempo demolitivo rappresentato dalla asportazione dei testicoli e del pene ed uno ricostruttivo che consiste nella creazione di una vagina e di genitali esterni il più possibile simili a quelli del sesso femminile. “La cute scrotale, dice il prof Emanuele Belgrano, Direttore di urologia e del Centro triestino DIG, riferimento anche di persone dello spettacolo, viene utilizzata per la creazione delle grandi labbra“. “Ma in questi anni, continua il prof Belgrano, abbiamo messo a punto una tecnica che consente di ricostruire il clitoride e di collocarlo nella sede naturale, con enorme soddisfazione per la neopaziente”. “Al di sotto del clitoride viene posizionata l’uretra da cui si urina, precisa il prof Belgrano, e sotto ancora la neovagina , che però non ha una autonoma lubrificazione”.
Insomma una vera ricostruzione dell’anatomia femminile. Molti rinunciano però alla mastoplastica in quanto le mammelle si sviluppano con la sola terapia ormonale. Più complesso l’intervento da donna a uomo.
Esso prevede vari tempi operatori con la creazione prima di un “penoide” di solo cute e muscolo, trasportato anche dall’avambraccio. Successivamente o contestualmente si passa alla creazione di una neouretra e infine all’impianto di protesi peniene.
Aspetti psicologici di E. Di Napoli Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa Genova
Il termine transessuale fu reso noto dal dott. Harry Benjamin, in un articolo pubblicato sulla rivista americana “International Journal of Sexology”.
La prima “conversione di sesso” è stata compiuta in Danimarca da un uomo americano, George Jorgensen, il quale affetto da una grave disforia di genere, decise di sottoporsi ad un intervento di Ricostruzione Chirurgica del Sesso, divenendo Cristine.
Ma cosa si intende con il termine transessuale? Come accennato sopra, il transessuale è una persona che, pur avendo le caratteristiche genetiche, ormonali, anatomiche e fisiologiche di un determinato sesso, dal punto di vista psicologico sente di appartenere all’altro sesso. Si colloca nell’ambito dei “disturbi d’identità di genere”, che esordiscono nella fanciullezza e si manifestano con un rifiuto per i propri caratteri sessuali distintivi ed un’ inaccettazione della propria collocazione di genere.
Il transessualismo configura una profonda sofferenza identitaria (Nunziante Cesàro & Chiodi, 2006), in cui il proprio corpo sessuato viene rifiutato in nome di una dichiarata appartenenza interiore al genere opposto. Il transessuale si trova “imprigionato” in un corpo sbagliato, estraneo al proprio sentire e ha come desiderio primario quello di entrare a far parte della società come membro di sesso opposto. L’aspetto problematico è legato proprio alla manifesta discrepanza tra l’aspetto somatico e l’ identità personale e alla conseguente difficoltà di integrazione a livello sia personale che sociale. I transessuali spesso non sono ben visti dall’ opinione pubblica, vengono spesso considerati come soggetti che vanno contro natura, né uomini né donne, quasi “un terzo sesso”.
Tale rifiuto ha portato queste persone ad unirsi costituendo varie associazioni in cui ritrovare il senso di appartenenza ad un gruppo. Il transessuale che decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico si troverà a lavorare sulla conoscenza della corporeità e la psicoterapia si svilupperà come un lavoro mirato alla conoscenza dell’identità corporea e al suo processo di adeguamento. Nella storia di queste persone si può ricostruire il cammino di un corpo che si sviluppa in un senso e di un’identità personale che si struttura, fra confusioni, conflitti e lotte, verso il sesso opposto. Il più delle volte la persona che chiede una terapia non esiste più con il nome con il quale era anagraficamente conosciuta, ne esiste un’altra con altro nome e altro genere sessuale di appartenenza. ( o in attesa di esso).
Va tenuto presente che una rettificazione e cancellazione di identità che avviene sul piano legale non cancella la storia di sviluppo; è perciò necessaria verso la fine della terapia una nuova lettura della storia personale affinchè il soggetto venga aiutato a stabilizzare la nuova immagine di sé in un nuovo contesto sociale, mantenedo una continuità al di là dei cambiamenti somatici e legali.
UN MUSEO AL MESE
Museo all’aperto
dell’olio di Brisighella
L’ingresso nell’areale dell’olivo e’ sensibilmente percepibile nel paesaggio: tra le quinte collinari che movimentano il territorio si addensano, infatti, gli olivi, in alterno coesistere con i vigneti. Cosi’ ancora oggi, come nei tempi piu’ antichi, la coltura promiscua dei due vegetali accondiscende alla volontà dell’uomo di sfruttare al meglio i soleggiati pendii collinari che offrono ottime possibilità di vita e di sviluppo a entrambe le colture.
Che sono le piu’ antiche praticate in questa valle bagnata dal fiume Lamone. Sempre, pur nella millenaria pacifica convivenza, i due protagonisti della valle del Lamone, l’olivo e la vite, hanno avuto l’opportunità di sfidarsi all’eccellenza, di emergere per l’ottima performance del proprio prodotto: olio e vino. 
L’olio extravergine di Brisighella ha varcato la soglia del terzo Millennio avendo ottenuto, primo in Italia, la Denominazione di Origine Protetta (DOP del 1996); il vino, al suo fianco, si presenta con la Denominazione di Origine Controllata (DOC) se è rosso sangiovese, e con la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG) se è biondo albana. L’olio di Brisighella, quello denominato “Brisighella DOP” è ottenuto da un frutto che ha potuto a lungo acclimatarsi sulle colline soleggiate e sopravvivere alla inevitabile selezione naturale.
Il patrimonio costituito da queste piante, in gran parte secolari, e dal prezioso liquido estratto dai frutti, ha motivato le azioni intraprese dai produttori per valorizzare tutto il ciclo produttivo, dalla cura della pianta fino alla vendita del prodotto confezionato. La piu’ recente tra le azioni intraprese per valorizzare il patrimonio olivicolo è l’apertura del Museo dell’Olio di Brisighella.
E’ un Museo en plein air ovvero un parco mussale, che si snoda lungo le strade, all’interno dell’areale, che descrivono l’anello piu’ ristretto, scelto perché racchiude il giacimento piu’ antico ed insieme il sito piu’ moderno per la produzione dell’olio, ovvero il Frantoio Sociale presso la Cooperativa Agricola Brisighellese (CAB). Il Museo all’aperto ci invita a sette soste segnalate ciascuna da una nicchia utile alla conoscenza di quanto il Museo propone, in particolare, in quella zona dove essa è stata collocata.
La visita si svolge lungo le strade collinari e la sosta è facilitata nelle piazzole, ai lati della carreggiata, scelte allo scopo.
Dall’olivo nel campo all’olio in bottiglia
All’epoca della raccolta le olive vengono sottratte al ramo passando la “mano” a pettine lungo il ramo per staccare i frutti. Le drupe cadono in grandi reti disposte, prima della raccolta, sotto gli alberi, e vengono poi disposte in casse di plastica traforate su ogni lato per consentire il passaggio dell’aria ed evitare che i frutti si surriscaldino. La tempistica prevede che le olive raccolte le mattina vengano molite in pochi giorni.
Dentro il Frantoio…
La prima operazione eseguita nel frantoio è l’aspirazione delle foglie e dei rametti rimasti dalla raccolta. Subito dopo si attiva un sistema di lavaggio a doccia sui frutti in scorrimento lungo un setaccio vibrante. Le olive, perfettamente lavate e scolate, passano alla frangitura. Frangere, ovvero rompere le olive è il compito di una macchina munita di dischi dentati attraverso i quali le cellule della polpa, che ospitano nei vacuoli l’olio rompendosi lo fanno uscire a gocce. In uscita dai vacuoli le gocce di olio si disperdono nella massa della pasta di olive. Le piccole gocce andate in dispersione devono riaggregarsi il più possibile tra loro per diventare più grandi. La gramola rimescola lentamente e senza sosta la pasta di olive ottenendo la formazione di una pasta costituita da una parte solida detta sansa e da una parte liquida costituita da olio ed acqua. La parte solida va separata dalla parte liquida. 
Per questa fase, detta di estrazione, il frantoio della CAB utilizza il sistema del percolamento o filtrazione selettiva, detto anche metodo sinolea. Al termine di questo processo l’olio è già commestibile con un flavor di “fruttato selvaggio”: viene depositato in contenitori di acciaio inox e conservato nei magazzini ad una temperatura di 15° c. L’olio, dopo essere stato suddiviso in partite in base all’origine a alle modalità di estrazione, viene analizzato, degustato e classificato per preparare le selezioni. (le migliori sono quelle con acidità inferiore a 0,2). Seguono certificazione e confezionamento, ovvero la definizione delle linee commerciali.
