UN MUSEO AL MESE
La “Fabbrica della ruota” ex lanificio Zignone

 

La “Fabbrica della ruota”, ex lanificio Zignone
L’ex lanificio Zignone di Pray Biellese, meglio conosciuto come la “Fabbrica della ruota”, è stato edificato attorno al 1878. L’attività vi venne esercitata dai fratelli Pietro e Carlo Zignone fino al 1900; successivamente l’opificio venne utilizzato da Anselmo Giletti.
Nel 1912 i fratelli Zignone ripresero l’attività in società con i fratelli Ferla, e successivamente con altri imprenditori,fino al 1965. Nel 1927 l’alluvione del torrente Ponzone causò gravi danni all’edificio. Nel 1966 il lanificio venne acquistato da Carlo Beretta che nel 1991 lo donò al DocBi - Centro Studi Biellesi, un’associazione di
volontariato attiva nel Biellese in campo culturale a partire dal 1985. L’edificio, che occupa una superficie di circa 3000 mq su quattro piani, è caratterizzato dall’originale impianto di derivazione manchesteriana e dal sistema “teledinamico” di trasmissione
dell’energia, l’unico conservato in Italia. L’acqua del torrente Ponzone veniva opportunamente incanalata econdotta alla cabina che ospitava la turbina. Il salto d’acqua imprimeva al rotore il movimento che veniva “trasportato” per ottanta metri alla grande
ruota della fabbrica mediante un cavo d’acciaio. Il volano in lega metallica a sua volta metteva in moto un albero di trasmissione orizzontale principale al quale erano connessi altri due alberi ai piani superiori. Il movimento così distribuito raggiungeva i
macchinari tramite pulegge e cinghie. Nella fabbrica, oggetto di un intervento
di recupero particolarmente attento alla conservazione di ogni aspetto originario,
è ospitato il “Centro di documentazione dell’industria tessile” costituito da una biblioteca specializzata, ricca di oltre 1500 volumi il cui nucleo originario si deve alla donazione dei libri appartenuti al Comm. Mario Sodano, e da un archivio nel quale sono confluiti i molti fondi acquisiti dal DocBi, riordinati e messi a disposizione dei ricercatori.
L’ex lanificio Zignone è inserito nel sistema ecomuseale della Provincia di Biella ed è al centro dell’itinerario che collega Biella con Borgosesia lungo quella che può essere definita la “Strada della lana”. Un altro percorso collega la “Fabbrica della ruota” con il
Museo Laboratorio del Mortigliengo e consente, toccando anche il mulino Susta a Soprana, di percorrere idealmente le varie fasi dell’industrializzazione laniera.
Nella fabbrica vengono allestite ogni anno mostre temporanee e sono programmati convegni su argomenti relativi al tema del patrimonio industriale. Oltre mille classi scolastiche hanno scelto, negli ultimi anni, l’ex lanificio Zignone come luogo simbolo per
affrontare il tema della rivoluzione industriale o come offerta didattica specifica in relazione alle mostre allestite dal DocBi. Oltre venticinquemila tra bambini e ragazzi, del Biellese e non, hanno seguito le guide in un percorso attraverso ambienti, macchinari d’epoca e oggetti che hanno caratterizzato l’industria tessile. Presso la fabbrica è possibile sperimentare fisicamente l’arte laniera attraverso i corsi di filatura e di tessitura manuale tenuti da personale qualificato con attrezzatura ricostruita su modelli d’epoca.
All’attività didattica pura si può infine abbinare su prenotazione una degustazione guidata di prodotti tipici locali in collaborazione con “Sapori Biellesi”, gruppo di lavoro che opera all’interno del DocBi al fine di valorizzare i prodotti e le produzioni tipiche del Biellese e
che organizza presso la “Fabbrica della ruota” una rassegna biennale dedicata ai prodotti enogastronomici di qualità “certificata”.
Informazioni
Apertura al pubblico dal mese di marzo al mese di novembre, ogni domenica dalle 15 alle 18.30.
Visite guidate per gruppi e scolaresche in qualsiasi giorno previa prenotazione allo 015 7388393
Ingresso: 3,00 Euro, ridotti 2,50 Euro
Recapiti: “Fabbrica della ruota”, regione Vallefredda, 1
13867 Pray Biellese (BI) tel. 015 766221
DocBi – Centro Studi Biellesi, via Marconi 26a – 13900 Biella – tel. 015 31463
info: docbi@docbi.it sito: http://www.docbi.it
Come raggiungere la “Fabbrica della ruota”
L’ex Lanificio Zignone è ubicato nel comune di Pray Biellese, in località Vallefredda, lungo la strada provinciale Biella-Borgosesia che collega Pray a Ponzone.
Itinerari consigliati:
Da Torino: uscita al casello di Carisio, direzione Cossato e Vallemosso, a Crocemosso bivio a destra verso Ponzone, poi proseguire per Pray.
Da Milano: uscita al casello di Greggio, direzione Arborio, bivio a sinistra per Rovasenda, Roasio, Crevacuore e Pray, poi seguire per Ponzone.
Da A26: casello Romagnano-Ghemme, direzione Serravalle, bivio a sinistra per Crevacuore, Pray, poi seguire verso Ponzone.

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LA SOLITUDINE
Walnut

Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e ChirurgiaFiori di Bach
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
www.omeopatiaonline.com

Qualsiasi tipo di disagio mentale, psichico, il cattivo umore, fatti dolorosi sui quali torniamo col pensiero, possono provocare malattie fisiche. in tutti, però, c’è la possibilità di scegliere una vita migliore. La capacità di scelta è un risultato al quale si arriva dopo aver vissuto le più disperate esperienze. E’ un traguardo luminoso quello della consapevolezza di quanto sia dannoso sprecare l’esistenza, perdere il controllo della mente a causa di paure, di ansia, quest’ultima diagnosticata spesso “ansia di anticipazione”.
Per calmare quest’ultimo stato d’animo, ho riscontrato spesso che è vantaggiosa
l’assunzione del farmaco Ignatia nei tempi e nelle dosi utili. (I rimedi omeopatici sono considerati farmaci da un decreto legislativo dello Stato italiano: DL185/1995).
Altra causa scatenante di un disagio interiore è la solitudine, eppure è proprio
nel periodo in cui ci sentiamo soli che si profila l’esistenza di una nostra vita interiore.
Dal dialogo con la nostra anima può scaturire la verità, la padronanza del ragionamento. “Colui che possiede se stesso, possiede l’universo”. Non parlo di isolamento fisico ma metto in guardia contro la apparente felicità che sembra offerta da rapporti convenzionali, a volte artificiali, basati su riti e formalità. E’ faticoso prendere contatto con noi stessi, è doloroso ma occorre farlo perchè le relazioni convenzionali, sovente consuetudine del mondo occidentale, da sole producono sofferenza e qualche volta
nevrosi.
Nel silenzio che ci armonizza con la nostra anima sentiamo questa consigliarci il modo migliore di vivere, quello del ritrovamento dell’infanzia, del pascoliano “fanciullino” mai sprovveduto ma anzi, coerente, onesto come ogni bambino “cui non è ancora stata
insegnata la furbizia”. Ci specchieremo in noi stessi tornati limpidi come alla nascita, poi confusi dal frastuono dell’età di mezzo, e infine ritrovati nel periodo della consapevolezza
o maturità, termine che nonha niente a che vedere con l’età anagrafica. Il dottor Bach, medico, ideatore delle essenze floreali che portano il suo nome, deve aver certamente pensato che coloro che si fanno condizionare dall’esterno, non hanno in mano la
propria vita. Consiglia, per trovare se stessi, il fiore Walnut. Il rimedio - commenta il medico sassone- assicura costanza e protezionedalle influenze esterne e aiuta nei
momenti di grandi cambiamenti.

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Bambini & pidocchi

 

Negli ultimi anni sono aumentati i casi di pidocchi nella popolazione infantile.
Non abbiamo precisi dati epidemiologici in quanto dal 1992 non c’è più l’obbligo della notifica (e anche quando c’era non tutti i casi venivano denunciati) comunque negli anni precedenti il 1992 si era osservato un lento ma costante aumento dell’incidenza.
Studi in altri paesi effettuati negli ultimi anni hanno rivelato percentuali addirittura del 49% in occasione di una epidemia a Bordeaux, del 20% a Gerulasemme, del 25% a Bristol, mentre in fase di endemia in Nigeria era solo del 3,7%. In Australia la pediculosi è risultata terza come frequenza, negli asili nido e nelle scuole materna, subito dopo la diarrea e la congiuntivite. Sono colpiti soprattutto i bambini che vivono in comunità (nidi, asili e scuole) a essere colpiti per primi. Dal bambino il pidocchio si può diffondere nelle famiglie.
L’infestazione (si parla di infezione solo nelle malattie infettive per i parassiti, come il pidocchio, di infestazione) predilige l’età tra i 5 e gli 11 anni, ma nessuna età è risparmiata, il sesso femminile, i capelli folti, più che lunghi (quindi non serve a niente
tagliare a zero i capelli come una volta veniva fatto) e puliti. Molti pensano subito al binomio pidocchio-sporcizia, invece questi “cari” animaletti adorano i capelli puliti e profumati. Dobbiamo subito dire a tutti che al giorno d’oggi, “prendere i pidocchi”
non rappresenta un segnale di scarsa igiene personale e familiare, nè tanto meno di sporcizia e di povertà (anche se fra gli adulti sembrano più colpiti quelli con scarsa igiene personale).
Il pidocchio colpisce tutti, ricchi e poveri, sporchi e puliti, global e no-global, maggioranza e minoranza, è un raro esempio di eguaglianza sociale. Ancora oggi viene però identificato con scarsa igiene personale e povertà per cui molte famiglie cercano di nascondere la situazione a tutti, mentre altre fanno “crociate” contro le famiglie
meno abbienti o più isolate della scuola. E’ importante, quando avvengono dei casi di pediculosi, applicare norme comuni di comportamento al fine di evitare la diffusione nella comunità e nelle famiglie e di evitare le altrimenti frequenti reinfestazioni.
Qualsiasi terapia diretta al singolo bambino e famiglia è pressoché sicuramente destinata all’insuccesso se non si forniscono chiare indicazioni a tutte le famiglie.
Innanzitutto la trasmissione avviene per contatto diretto con i capelli infestati e con i pettini, con le spazzole, attraverso i cappelli o altri effetti personali (pensate a tutte le sciarpe e cappotti messi insieme in accappatoi comuni). Ricordate comunque che il
pidocchio non salta e non vola!! Vediamo di conoscere un po’ di più questo animale di (non desiderata) compagnia: Il pidocchio vive da 1 a 2 mesi e si nutre esclusivamente di sangue umano per cui deve soggiornare vicino ai capelli anche perché “sta bene”
con una temperatura di 35-37 °C. Lontano dal corpo umano sopravvive per un tempo massimo di 10 giorni (RICORDARE), in media 2-3 giorni.
Le femmine depositano le uova (da 4 a 6 al dì per un totale di 250-300 per femmina) che vengono fissate alla radice dei capelli a pochi millimetri dalla pelle. Se si riscontrano lendini (uova) oltre i 7 mm possiamo essere certi che è un guscio vuoto o che la
lendine è morta (il “pidocchino”, detto ninfa, esce dall’uovo dopo circa 10 giorni e la crescita del capello è in media di 0,4 cm al dì). Anche i famosi CDC (Center for
Disease Control) di Atlanta, USA, hanno stabilito che la diagnosi può essere fatta quando la maggior parte delle uova sono a meno di 6,5 mm dal cuoio capelluto (http://www.cdc.gov/ncidod/dpd/parasites/lice/default.htm). Addirittura per alcuni la diagnosi si può porre solo quando si riesca a trovare un pidocchio vivo, che si muove.
Il primo sintomo è rappresentato dal prurito, variabile molto da persona a persona inizialmente alla nuca e dietro alle orecchie. Al prurito segue il trattamento con conseguenti “lesioni da trattamento” cioè ferite che possono complicarsi con infezioni che causano dolore e aumento dei linfonodi del cuoio capelluto e della nuca.
L’ispezione, con una forte sorgente luminosa, consente di visualizzare le lendini alla radice dei capelli e, solo più raramente, il pidocchio vivo. Le lendini sono piccoli elementi del diametro di 0,3 per 0,8 mm, di forma ovoidale, di colore biancastro-giallastro,
attaccate un capello. Il PT ha una forma allungata, un colorito bianco-grigiastro, è lungo da 1 a 4 mm e rimane fisso ai capelli. Comunque la semplice ispezione dei
capelli spesso non consente di porre la diagnosi, perché i ¾ dei casi possono non essere riconosciute (R.J. Roberts, Head lice, New England Journal of Medicin, del 2002). La diagnosi è più sicura se si utlizza un pettine con i denti molto vicini e fitti (la vecchia pettinessa), La pettinessa va usata dopo aver pettinato i capelli con un pettine o spazzola normale. Il risultato è migliore se i capelli sono bagnati. La pettinessa va inserita alla base
del capello e fatta scorrere con decisione fino alla punta. Si esamina frequentemente il pettine per vedere se si è “catturato” il pidocchio. Quando in una famiglia si fa diagnosi
di pediculosi della testa, vanno esaminati accuratamente tutti i componenti. Temperature superiori a 53,5° C, mantenute per 5 minuti sono letali per uova e pidocchi. Spazzole e pettini possono essere lavati con un pediculocida o in acqua calda. Anche il lavaggio a secco è efficace. Per oggetti non usati da oltre qualche giorno non è necessario procedere ad alcun provvedimento: nel dubbio è sufficiente conservare oggetti, cappeli e vestiti per 10 giorni, in un sacco di plastica. Ai bambini deve essere permesso di tornare a scuola o in comunità il mattino dopo il primo trattamento, poichè il rischio di trasmissione è rapidamente ridotto dal trattamento. E’ da rivedere la politica di riammettere a scuola o in comunità solo i bambini che siano completamente senza
uova, che, come abbiamo visto possono essere vuote o morte dopo il trattamento. PIDOCCHI: Trattamento
Ricordiamo che diverse sostanze, soprattutto pesticidi, quando usati frequentemente possono causare problemi. Quindi prima di intraprendere una qualsiasi terapia consultate ilvostro pediatra e ricordate che, purtroppo non esiste nessuna terapia che sia efficace al 100%.
Per eliminare definitivamente i pidocchi è necessario, oltre ad effettuare la terapia consigliata dal vostro pediatra, eliminare tutti i pidocchi e tutte le lendini. Facile da dire ma molto difficile da fare in quanto le lendini sono strettamente attaccate ai capelli. Si
può ricorrere ad una miscela, in parti uguali di acqua ed aceto anche se tale procedura, come riportato in letteratura medica, non ha condotto ad alcun beneficio clinico. Infatti i bambini possono tornare a scuola, indipendentemente dalla presenza di lendini.
ll trattamento in genere va ripetuto dopo 10-15 giorni. Dopo il trattamento e l’uso di uno
shampoo neutro, i capelli debbono essere pettinati con un pettine fitto, allo scopo di rimuovere le lendini. La completa rimozione delle lendini dipende dalla struttura del pettine, dalla durata, dalla tecnica e dalla precisione del suo uso. L’impiego di
soluzioni di aceto rende più facile l’asportazione. Tutti i vestiti, la biancheria personale,
i lenzuoli e le federe debbono essere lavati in lavatrice. Altri oggetti (spazzole, pettini, cuscini, materassi) e animali da casa debbono essere trattati con insetticidi in polvere.
Non bisogna assolutamente effettuare terapia se il bambino non ha i pidocchi: tutti i farmaci, anche i più recenti, possono dare effetti collaterali o scatenare reazioni allergiche.
La gravità aumenta quando la madre, incautamente, ripete il trattamento in modo continuativo o comunque ravvicinato. Nessun farmaco va usato per la prevenzione. L’unica prevenzione è l’esame della testa.
Tutti i farmaci hanno una, seppure minima, tossicità. Anche l’uso protratto che alcuni genitori fanno, spontaneamente o consigliati da qualche “esperto” può esporre a pericoli. Non esistono studi su terapie alternative: erbe, oli naturali, petrolio, cherosene
ecc. Questi ultimi sicuramente possono essere causa di avvelenamenti.
La rimozione locale con pettine fitto da parte dei genitori è un’alternativa agli insetticidi, che non sono raccomandati nei bambini in età inferiore ai 2 anni.
L’uso del pettine fitto deve essere fatto dopo aver bagnato i capelli e va fatto per almeno 15-20 minuti e ripetuto ogni 3-4 giorni per varie settimane. Il risultato di tale terapia non è entusiasmante, il successo si ottiene in circa 4 bambini su 10.

 

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Deglutizione scorretta e dolori

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Dottore in Scienze Motorie e in Fisioterapista, Posturologo, Mézièrista.
Docente Master in Posturologia c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia (Dipartimento di Medicina Sperimentale e Patologie), Università “La Sapienza” di Roma e c/o l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Motorie.
Direttore di Kinesistudio
(Studio di Posturologia) di Milano

La parola al paziente: “la lingua è collegata alle spalle? Non lo avrei mai creduto!”
Masticare, deglutire e parlare sono tre funzioni per le quali è indispensabile l’utilizzo della lingua: gesti semplici, automatici e quotidiani, ma che tuttavia possono diventare anche causa di grandi disagi. Per meglio comprendere come possa una parte così piccola del nostro corpo avere un’influenza tanto grande sull’equilibrio posturale, vediamo brevemente com’è fatta e quali sono i legami con gli altri elementi e sistemi che concorrono a determinare la nostra postura.
La lingua è un organo costituto da numerosi fasci muscolari orientati in varie direzioni (longitudinale, verticale, trasversale) che ne costituiscono l’intelaiatura; inoltre ha relazione con altri muscoli che la sorreggono e la collegano alle strutture vicine quali la
mandibola e l’osso ioide. I complessi movimenti della lingua, simmetrici o asimmetrici, articolati o meno, sono dati dalla contrazione dei fasci muscolari che la costituiscono e
che sono in grado di determinare quella mobilità fine, indispensabileper la “prensione” dei cibi, la formazione del bolo, la sua deglutizione e la partecipazione alla fonazione. Molti avranno provato quanto sia sgradevole la sensazione di insensibilità della lingua (provocata per esempio dall’anestesia per un intervento odontoiatrico) e quanto sia difficile parlare e mangiare quando non si ha la perfetta padronanza dei movimenti di tale
muscolo. Non percepire una parte del nostro corpo equivale a non poterla gestire: ecco perché a volte ci si morsica la lingua.
Se questo avviene di frequente significa che c’è qualcosa di posturalmente alterato
a carico del sistema masticatorio e/o linguale.
La stretta connessione tra lingua e postura comincia già durante la tredicesima
settimana della vita intrauterina. La suzione del pollice durante questa fase della gestazione ha il compito di modellare le arcate dentali e di sviluppare la mascella e la mandibola. Inoltre dopo la nascita, il bambino dovrebbe essere allattato al seno; in
questo frangente viene appreso il corretto movimento della lingua che servirà in futuro per il cibo e per stimolare una particolare zona del palato estremamente importante per le sue connessioni neurofisiologiche. Purtroppo, ai giorni nostri, c’è la tendenza
a svezzare i bambini prima del dovuto, a non rispettare i tempi biologici, a dare il succhiotto per smorzare la fame ed il pianto o come soporifero. La conseguenza diretta è l’instaurarsi di uno schema deglutitorio viziato che, se non corretto, si protrae
nell’arco di tutta la vita. Una deglutizione atipica, cioè non conforme a quella fisiologica, può creare problemi di aerofagia (ingestione costante di aria e pancia gonfia),
difficoltà digestive (pesantezza allo stomaco e gonfiore), disagi e dolori al tratto cervicale. Questo avviene a causa di movimenti ripetuti che il collo è costretto a fare al posto della
lingua per far scendere il bolo. Attraverso questo meccanismo aberrato si possono determinare lentamente e progressivamente discopatie, protrusioni o ernie. Il movimento
deglutitorio non deve essere fatto da movimenti del collo ma solo della lingua.
La deglutizione atipica può arrivare persino a scatenare o produrre fenomeni insospettabili: alterazione dell’udito (ipoacusia e acufeni) e presenza costante di muco all’interno delle trombe di Eustachio, cioè quei canali che collegano l’orecchio alla faringe per regolarne la pressione. Le due trombe sono collegate al timpano e
vengono sollecitate nella loro apertura grazie ai muscoli peristafilini solo se esiste una deglutizione normale.
Riprova ne è il fatto che chi va in alta montagna o in immersione può sentire quel fastidio o dolore dentro l’orecchio causato dalla differenza di pressione e, pur sbadigliando o deglutendo, non riesce a produrre quel tipico “clak” liberatorio all’interno dell’orecchio
(fenomeno chiamato compensazione o manovra di Valsalva). Ciò può provocare dolori o forti fastidi, fino all’ipotetica lacerazione del timpano.
Quando questo avviene significa che le trombe di Eustacchio non sono libere, non si aprono adeguatamente o vi è presenza di muco (condizione giustificata se una persona ha appena avuto un forte raffreddore). Se questo fatto persiste in maniera cronica,
si è in presenza di una possibile disfunzione linguale. Poiché “la lingua impara ciò che le
viene insegnato” è importante sottolineare che per apprendere il corretto movimento della lingua, i primi sei mesi di vita extrauterina sono decisivi. Ecco l’importanza dell’allattamento al seno materno e non attraverso i classici succhiotti che alterano il
normale atto deglutitorio e inducono ad una deglutizione scorretta. Ci sono altri fattori detti “spine irritative silenti” che devono essere contemplati e che sono in grado di creare alterazioni della deglutizione: un dente mancante, un’otturazione non
corretta, una malocclusione, un morso aperto, un morso profondo, un morso crociato; possono essere elementi di grande disturbo sia linguale che posturale.
A questi si devono aggiungere, come vedremo fra poco nel caso della paziente che esamineremo, anche icampi galvanici. Per campo galvanico, dal nome dello scopritore(Galvani), si intende una corrente generata da metalli diversi che si propaga attraverso un fluido (nel nostro caso la saliva), comportandosi come una pila. La lingua è un elemento molto sensibile, in grado di avvertire anche la più piccola corrente; se questa corrente è sufficientemente forte il cervello codifica coscientemente questo
stimolo (una volta si testavano le pile, per capire se erano cariche, usando la lingua) ed elabora una risposta motoria di allontanamento per difesa. Anche se l’intensità è più
bassa, non avvertibile coscientemente, la lingua ed il cervello vi reagiscono comunque, solamente in modo incosciente. La lingua, avvertendo il disagio, cercherà
di sfuggirvi spostandosi verso la direzione opposta a dove si genera il fenomeno elettrico. Se questo fenomeno dura a lungo la lingua, essendo un muscolo, si deforma e si struttura
in modo permanente in torsione, in rotazione, o semplicemente gestendo il bolo solo da un lato, etc.
Essendo la lingua attaccata e supportata dalla base della mandibola attraverso
muscoli e legamenti, questa ha collegamenti con il collo, la gola, le vertebre cervicali; le tensioni muscolari linguali che si generano per sfuggire alla corrente, arriveranno a
disturbare vari sistemi di sostegno della lingua.
Anche masticare sempre e solo da un lato per colpa di un disagio, di un dolore, di un dente mancante, una gengivite, etc, rappresenta un modo per creare tensioni linguali, possibili responsabili di deformazioni della lingua e funzionalità alterata.
Tutto ciò può sembrare poco reale ma deve essere valutato sulla “lunga
distanza”: normalmente compiamo circa 2000 deglutizioni nelle 24 ore (senza contare il parlare ed il masticare) e questo numero va moltiplicato per le settimane, i mesi, gli anni in cui viene protratto lo schema aberrato. Alla fine risulterà un numero enorme
di gesti scorretti che la lingua propone al sistema posturale. Se vogliamo dare un’idea più reale a questo fenomeno, possiamo immaginare di dover camminare avendo un
piccolo sasso sotto un piede che ci costringe ad una lieve zoppia per non sentire dolore. Immaginiamo di dover camminare per almeno 2000 passi al giorno: non dovremo stupirci se dopo qualche tempo avvertiremo dolenzie o dolori all’altro arto, al ginocchio o alla
zona lombare nel tentativo di tener sollevato il piede per ridurre il fastidio provocato dal sasso. Nel caso della lingua i fenomeni di disturbo potranno scaricarsi sull’articolazione temporomandibolare (in cui possono comparire scrosci e sublussazioni), sul tratto
cervicale, sulle spalle arrivando almeno fino alle braccia. Secondo alcuni autori esiste un collegamento che arriva fino ai piedi grazie ad una catena muscolare chiamata “glosso-podalica”. Il Posturologo dovrà pertanto indagare con opportuni test per determinare
se il problema che il paziente riferisce (cervicalgie, dorsalgie, lombalgie, epicondiliti, tunnel carpale, ernie jatali, etc, etc,) possa essere in qualche modo ricollegabile ad una deglutizione atipica o ad altre cause.
UN CASO DAVVERO INTERESSANTE
La Sig.ra Lara, anni 45, professione parrucchiera da moltissimi anni. Si rivolse presso il nostro centro di Posturologia di Milano per una “intollerabile dolenzia” alle spalle che non le dava tregua. La Sig.ra riferì che il suo problema non era un dolore vero
e proprio ma un disagio e un peso sulle spalle che la consumavano e le alteravano persino l’umore. Per risolvere questo problema aveva provato svariate tecniche terapeutiche
senza trovare una reale soluzione e così aveva deciso di affrontare il mondo della posturologia. Riferì che il peso alle spalle e la dolenzia peggioravano durante il giorno,
soprattutto quando doveva lavare, tagliare ed asciugare i capelli alle sue clienti. Di notte soffriva un poco meno.
Questo ultimo dato mi indusse a pensare, in un primo tempo, che la
causa poteva essere legata all’attività lavorativa svolta per molti anni, sempre con le braccia sollevate, e al peso del phon. Dopo aver fatto la prima seduta ed
aver trattato il collo e le spalle, la paziente riferì un piccolo miglioramento per i due giorni successivi ma poi tutto tornò come prima. Ne dedussi che il trattamento effettuato
non era adeguato: il problema non era legato esclusivamente ad una questione professionale, altrimenti la dolenza non sarebbe ritornata subito come prima.
Da qualche parte doveva esistere un altro elemento che continuava ad alimentare il disagio.
Osservando con maggiore attenzione, osservai una cosa strana: la lingua, nei suoi movimenti di coordinazione delle parole, si muoveva all’interno della bocca stando sempre e solo da un lato, mai al centro come avrebbe dovuto.
Chiesi se in passato fosse successo qualcosa alla bocca o ai denti e la Signora rispose di aver curato numerose carie dentali con delle “semplici” otturazioni.
Osservando i denti, si rilevavano grandi e voluminose otturazioni in amalgama (leghe di piombo e mercurio, etc.) su tutti i molari e premolari. Eseguendo un test sulla lingua si scoprì che poteva spostarsi agevolmente solo da un lato della bocca ma non poteva andare, nel modo più letterale del termine, dal lato opposto. Infatti la paziente mi confermò che masticava solo da un lato, proprio dal lato in cui la lingua era libera di andare. Data la concomitanza di fattori, sospettai la presenza di un forte
campo galvanico, cioè che tutte quelle amalgame di metallo potessero in qualche modo costituire una vera e propria pila in bocca. Se queste si creano sappiamo che sono in grado di creare un campo elettrico al punto da costringere la lingua a rifugiarsi
nella direzione in cui sente meno corrente. Infatti, alla misurazione, scoprii
che il tester (apparecchio per la misurazione del campo elettrico) segnava un valore di oltre 180 mmV, un valore molto alto. Per questa ragione la lingua accusava il “disagio” della corrente ogni volta che si avvicinava o si inframmezzava, facendo da ponte fra
dente e dente.
Alla luce di quanto rilevato, cominciai la parte di lavoro di mia pertinenza per riequilibrare le tensioni muscolari con la paziente in postura decompensata. In questa specifica postura la catena muscolare del collo, dorso, lombi, gambe, è in delicata tensione di allungamento. Dopo aver spiegato la respirazione di sblocco del diaframma,
iniziai a trattare la lingua eseguendo un vero e proprio massaggio ed uno stretching globale della lingua, lavoro un po’ fastidioso ma alquanto interessante. Fu stupefacente osservare la differenza di mobilità della lingua: da una parte libera di muoversi correttamente, dall’altra assolutamente rigida e frenata, con un movimento limitatissimo tanto da non riuscire a fare neppure quei movimentielementari che chiunque è in grado di fare.
Incoraggiai la paziente dicendole che avevamo trovato sicuramente una strada che poteva ripagarci del sacrificio. Dopo circa 10-15 minuti, terminammo l’esercizio perché la lingua aveva notevolmente recuperato la sua mobilità e plasticità.
La paziente, nonostante non avesse dovuto faticare, era completamente sudata per la risposta “nervosa” del corpo, ovvero del Sistema Tonico Posturale che stava rivivendo, a ritroso nel tempo, tutto il fastidio e la fatica che per anni la lingua aveva dovuto
fare per sfuggire al fastidio della corrente elettrica. Quando la paziente si alzò in piedi,
rimase sconvolta: incredula delle sue sensazioni, iniziò a ridere in modo quasi inarrestabile per la inspiegabile leggerezza che avvertiva alle spalle. So bene che non bastano le mie parole a descrivere quel volto sorpreso, stupito e incredulo della paziente
di fronte a quella sensazione ormai dimenticata da anni. Si sentiva rinata, leggera, contenta. Avevamo trovato la giusta strada per la soluzione al suo problema!
Ovviamente consigliai alla paziente di rivolgersi al suo dentista e spiegare cosa avevamo scoperto per trovare la soluzione per lei più idonea. Va detto, che non tutte le persone reagiscono alle amalgame allo stesso modo. Molti sono i fattori che le possono
rendere offensive: l’intolleranza ai vari componenti la lega, l’acidità o alcalinità della saliva, la quantità di amalgame e il tipo di metalli presenti in bocca (capsule in oro giallo, oro bianco, metallo più povero, impianti al titanio, etc).
Ho saputo poi che la paziente aveva preso l’appuntamento con il suo dentista, per sostituire quelle amalgame che erano risultate reattive, evitando così che il fenomeno del campo elettrico si ripresentasse e riproponesse lo stesso problema.
Per informazioni sul Metodo Raggi® – Pancafit® rivolgersi a Studio Sport 2000, telefono 02.39257427, info@studiosport.it, www.pancafit.net

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