UN OSPEDALE AL MESE
Ospedale Infantile
Regina Margherita Torino
L’Ospedale Infantile Regina
Margherita - assieme all’Ospedale
ostetrico ginecologico Sant’Anna –
costituisce il polo materno-infantile
della sanità piemontese. Un polo tecnologico
e scientifico di eccellenza,
riconosciuto a livello nazionale e internazionale
per la sua elevata specializzazione
che prende il nome di Azienda
ospedaliera Oirm – S. Anna e ha sede
a Torino, nella “zona ospedali” della
città.
Convenzionata con la facoltà di
Medicina e chirurgia dell’Università di
Torino, l’Azienda è sede delle scuole
di specialità per la professione medica
di Ginecologia e ostetricia,
Pediatria, Neuropsichiatria infantile,
Chirurgia pediatrica. Per le professioni
sanitarie sono inoltre attivi i corsi di
laurea in Ostetricia, Infermieristica
pediatrica, Terapista della neuro –
Psicomotricità dell’età evolutiva.
Nel corso del 2007 presso l’Ospedale infantile Regina Margherita sono stati
curati bambini di 119 paesi diversi.
Un numero impressionante che porta
a dire – senza tema di smentita –
come il mondo intero passi da questo
ospedale.
Assieme a quella dei bambini originari
dei paesi più rappresentati (Romania,
Marocco e Albania) nell’onda migratoria
che ha raggiunto Torino in questi
anni, si segnala la presenza di bambini
provenienti da località più remote (Kirghizistan su tutte) che presso i
reparti dell’Ospedale Infantile Regina
Margherita ricevono cure che il loro
paese d’origine non è in grado di offrire.
Non sono nemmeno infrequenti i
casi di bambini provenienti da paesi in
guerra che, grazie allo sforzo congiunto
di associazioni umanitarie e forze
dell’esercito, raggiungono l’Ospedale
Infantile Regina Margherita e ricevono
cure capaci di risolvere patologie complesse.
A svolgere un ruolo fondamentale
nell’interazione che medici e infermieri
dell’Ospedale Infantile ReginaMargherita sviluppano con i bambini
stranieri e i loro genitori è la figura
delle mediatrici culturali: queste ultime
rappresentano diverse etnie e,
oltre al compito di tradurre le lingue,
si occupano di avvicinare le differenti
culture rispettandone le differenze e i
diversi approcci alla medicina.
L’Ospedale Infantile Regina
Margherita - con il Dipartimento di
Scienze pediatriche e dell’adolescenzadell’Università di Torino – è specializzato
nella prevenzione, diagnosi e
cura delle varie malattie dell’età infantile.
Si rivolge a una popolazione compresa
da 0 a 14 anni, con estensione fino ai
18 anni per la continuità delle cure.
Comprende le alte specialità di:
Emergenza pediatrica di secondo livello,
Oncoematologia – Centro trapianti
cellule staminali e terapia cellulare,
Cardiologia – Cardiochirurgia,
Neurochirurgia, Grandi ustioni, Centro
trapianti rene e cuore. Al suo interno
sono presenti Unità operative di discipline
pediatriche, discipline chirurgiche,
diagnostica. E’ inoltre presente
l’ambulatorio “Bambi” che si occupa
di abusi e maltrattamenti sui minori.
Un aspetto storicamente assai curato
dall’Ospedale infantile Regina Margherita è quello dell’umanizzazione.
Si lavora affinché bambini e ragazzi
riescano a trovare un ambiente che
risponda il più possibile alle loro esigenze,
possano avere accanto a sé
genitori e amici e possano incontrare
persone capaci in grado di aiutarli a
conoscere, affrontare e accettare la
complessità che li circonda. In questo
senso, i reparti di Radiologia,
Nefrologia, Urologia e Ortopedia sono
stati recentemente rinnovati e decorati
dalle mani di pittori esperti, capaci
di trasformare freddi muri in enormi
tavole, ricche di personaggi e figure
che affascinano grandi e soprattutto
piccini.
In quest’ottica è fondamentale il lavoro
di animatrici, insegnanti, volontari e
clown: tutti insieme affiancano medici
e infermieri, garantiscono l’attività
ludica e scolastica e realizzano progetti
di umanizzazione. Di rilievo è l’esistenza
della Bibliomouse, un locale
biblioteca per bambini e ragazzi con
sede al piano terra dell’Ospedale ma
capace di diventare itinerante per i
vari reparti.
I posti letto dell’Ospedale infantile
Regina Margherita sono 229, a essi
ne vanno aggiunti altri 103 di Day
Hospital e Day Surgery.
Nel 2007 presso l’Ospedale infantile
Regina Margherita si sono registrati 8 mila 94 ricoveri ordinari e 11 mila
994 ricoveri in Day Hospital. Le prestazioni
ambulatoriali totali sono state
367 mila 550, mentre gli accessi al
Pronto soccorso (Dea) hanno raggiunto
il numero di 51 mila 241.
Proprio nel contesto del Pronto soccorso è attiva la cosiddetta “Obi”
(Osservazione breve intensiva), una
modalità di assistenza ospedaliera
che si caratterizza per un iter diagnostico-
terapeutico completo ed erogato
in tempi brevi. Il suo scopo è quello di
ridurre al minimo l’ospedalizzazione
del bambino e i conseguenti ricoveri,
ma di assicurare comunque un’assistenza
adeguata e completa. E’ la
stessa direzione in cui muovono i progetti
dell’Ospedale infantile Regina
Margherita per il futuro prossimo:
un’organizzazione più moderna e funzionale
dell’emergenza-urgenza, un
progetto che nel giro di pochi anni
riscriverà le modalità di accesso al
Pronto soccorso e la gestione dei piccoli
pazienti.
Un lavoro ambizioso che l’Azienda
ospedaliera Oirm – Sant’Anna realizzerà
come sempre anche grazie al
contributo fattivo di Regione Piemonte
e partner del volontariato privato e al
sostegno costante di tutta la gente che da sempre vede nell’Ospedale
infantile Regina Margherita l’”ospedale
dei bambini”.
BREVI CENNI SULL’OMEOPATIA
Conoscere per valutare
Maria Vittoria Brizzi Tessitore
Dott. in Medicina e Chirurgia
Dott. in Lingue e Letterature Straniere
Prof. in Materie Letterarie Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
www.omeopatiaonline.com
Nel 2002, l’Omeopatia è stata definita atto medico dalla I NOM-CEO, Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. I medicinali omeopatici sono considerati farmaci da un Decreto dello Stato Italiano (D. L. 185 del 1995) e regolamentati dal Testo Unico del farmaco (D. L. 219/2006 24 Aprile 2006). Il medico omeopata è un medico a tutti gli effetti. Infatti anche noi sanitari che ci occupiamo pure di omeopatia, oltre che di allopatia o medicina convenzionale, abbiamo dovuto, naturalmente, frequentare sei lunghi anni di Università, conseguire la Laurea in Medicina e Chirurgia, l’abilitazione alla professione, l’esame di Stato, chiedere ed ottenere l’iscrizione all’Ordine Professionale. Ricordo ancora l’emozione provata nel ricevere l’Attestato di abilitazione alla professione medica. Più che mai in quel momento, si radica in ogni neo-dottore, la consapevolezza della responsabilità che, in prima persona, sta per assumersi sia in ambito fisico che morale, nel seguire e capire il cammino personale di ogni paziente naturalmente. So che è doveroso tenersi, in ogni professione, aggiornati e cercare sempre nuovi strumenti nuovi in quanto sino ad un certo momento, a noi sconosciuti. Tutto ciò che è conosciuto è sospetto. E’ faticoso conoscere, anche se conoscere porta a capire. “Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, che in tutta la tua filosofia” ci suggerisce Shakespeare. Ho letto Hahnemman, l’ideatore dell’omeopatia, la legge fondamentale della quale è la “legge dei simili” già intuita da Ippocrate, il famoso medico di Coo che pose le basi della medicina scientifica.
Ero e sono sempre più convinta che più conoscenze si acquisiscono, più a fondo si può curare, ove possibile, il malato, quell’essere umano che si fida di noi e al quale, anche per questa ragione, dobbiamo profonda attenzione e rispetto. Dopo l’iscrizione all’ordine dei medici mi è parso utile e corretto frequentare anche scuole di omeopatia, di omotossicologia, di floriterapia per conoscere argomenti dei quali si parla. Qualsiasi terapia e filosoficamente, qualsiasi concetto, per venire valutati sia negativamente che positivamente, devono essere seriamente studiati. Oggi pure gli attestati di frequenza alle scuole sopra nominate, sono nel mio studio medico perchè, ove possibile, anche i farmaci omeopatici, sono utili.
L’ho verificato nella pratica o, come si suol dire, sul campo. Non si userà soltanto l’omeopatia per una patologia funzionale. Non si dimenticherà, certamente, l’efficacia della corretta prescrizione antibiotica nè l’efficacia di una altrettanto corretta alimentazione o di ogni altro strumento terapeutico ove utili ed indispensabili.
UN MUSEO AL MESE
Il Museo dell’Arte
del Cappello di Ghiffa
LA NASCITA
Il Museo dell’Arte del Cappello di
Ghiffa ha sede in alcuni ambienti dell’antico
nucleo di fabbricati che costituirono
il glorioso Cappellificio “Panizza”, che produsse per il mercato
italiano ed estero pregiati cappelli
di feltro fine da uomo per cento anni
esatti, dal 1881 al 1981.
Nel momento di massimo splendore,
agli inizi del Novecento, la Panizza
dava lavoro a 330 operai e produceva
circa 1000 cappelli al giorno. In pratica
in ogni famiglia ghiffese c’era
almeno un cappellaio impiegato nella
fabbrica.
Tutta l’area del Verbano era
nell’Ottocento rinomata per la produzione
produzione
di cappelli ed i cappellifici erano
numerosi anche ad Intra, questo grazie
alla presenza fondamentale dell’acqua
del lago: grandi quantità di
vapore acqueo sono infatti necessarie
per la produzione del feltro.
Alla chiusura della fabbrica un gruppo
di cappellai affezionati al loro mestiere,
trovando la disponibilità e la sensibilità
della famiglia dell’ultimo
amministratore dell’azienda, Antonio
Gamba, ha raccolto una parte dei
macchinari del ciclo produttivo, oltre
a cappelli e campionari vari ed ha
così dato vita nel 1992 al primo
nucleo del Museo, che si è andato
poi arricchendo nel tempo.
IL PERCORSO MUSEALE
Oggi il percorso museale racconta,
attraverso macchinari originali dell’azienda
e foto d’epoca, il processo
produttivo che porta dal pelo di coniglio
al feltro e da questo al cappello.
Un procedimento semplicemente
basato sul vapore ed il movimento,
ma che ancora oggi appare misterioso
ed affascinante ed è in grado di
sorprendere il visitatore.
Le tappe iniziali del percorso sono
destinate a far comprendere al visitatore
cosa sia il feltro, un vero e proprio “tessuto non tessuto”, scoperto
dall’uomo probabilmente fin dalla
Preistoria e ricavato inizialmente dalla
lana. Il feltro è un tessuto “non tessuto”
in quanto costituito da una
miriade di singole fibre animali, che
opportunamente manipolate si intrecciano,
a differenza dei normali tessuti
in cui le fibre vengono prima filate
e ritorte in filati e quindi tessute a
telaio.
Già agli albori della storia lo troviamo
come materiale destinato a molti
impieghi: usato per coprire le tende
dei nomadi, nei vestiti, come coperte
o tappeti, per produrre calzature e
persino come scudo di guerra.
Il feltro nasce dall’effetto combinato
di lavoro meccanico con umidità e
calore, utilizzando fibre che hanno la
proprietà naturale di intrecciarsi intimamente.
Il feltro può essere fabbricato con
diverse varietà di fibre, ma la principali
sono:
* la lana di pecora, per ottenere un
prodotto di media qualità ad un
prezzo inferiore;
* il coniglio domestico per prodotti
superiori alla lana;
* il coniglio selvatico, la lepre ed ilcastoro per qualità extra (questo
era il tipo di feltro prodotto ed utilizzato
dalla Panizza di Ghiffa per i
propri cappelli).
Il feltro, pur essendo estremamente
resistente, è molto leggero ed è più
impermeabile all’acqua di qualsiasi
altro tessuto per l’intima interconnessione
delle sue fibre ed anche perché
le fibre animali non assorbono umidità.
Ricordiamo inoltre la grande
importanza di un copricapo di feltro
di essere traspirante, come la pelle
nelle calzature ed il cotone negli articoli
di abbigliamento.
Il percorso museale accenna inoltre a
racconti e leggende sull’origine del
feltro.
La più antica leggenda si riferisce
alla casualità: quando un uomo primitivo,
volendo dormire più comodo a
terra, si sdraiò su un mucchio di lana
tosata e con meraviglia si accorse
che il movimento, il sudore e l’umidità
facevano legare fra loro le fibre
della lana e determinavano la produzione
di un tessuto compatto a lui
sconosciuto.
Altra leggenda è riferita a San
Giacomo, protettore dei cappellai,
che avrebbe imbottito i suoi sandali
con lana di pecora per alleviare il
dolore ai piedi per il continuo peregrinare.
Il calore, l’umidità ed il sudore,
col movimento dei piedi, avrebbero
trasformato questo pelo in feltro.
Negli ambienti del museo si scopre
così come dal pelo di 5 conigli venisse
ricavato un cappello, si esplorano i
segreti dei cappellai e della loro arte,
a partire da quando il mestiere era
completamente manuale, fino alla
sua “meccanizzazione”, ben rappresentata
proprio dalla “Panizza”, si
scoprono le varie fasi di lavorazione,
dalla feltrazione all’imbastitura di un
grande cono di feltro, alle successive
riduzioni di dimensione, alla modellatura,stiratura e guarnizione.
La visita permette anche di apprezzare
le diverse fogge di cappelli in uso
nel corso dei secoli esposte in una
grande vetrina centrale, dove si trovano
esemplari di cappelli dal
Rinascimento al Novecento e si può
così osservare, attraverso un vero e
proprio viaggio nel tempo, l’evoluzionedella forma di questo accessorio.
La documentazione della Panizza è
completata da una notevole collezione
di immagini pubblicitarie d’epoca.
Recentemente (primavera 2007) il
Museo si è inoltre arricchito di una
preziosa collezione di copricapo etnici,
dono della famiglia di Vittorio
Fesce, che li raccolse un po’ in tutto
il mondo. Attraverso questa collezione si può dunque fare anche un viaggio
in tutto il mondo, alla scoperta di
cappelli e copricapo esotici: dai coloratissimi
e fantasiosi cappelli cinesi,
ai turbati e corone mediorientali e
indiani, ai cappelli dei capi tribù
Mongoli e dei popoli delle steppe
asiatiche, ai copricapo africani intessuti
di perline e conchiglie, ai copricapo
cerimoniali per le danze polinesiane
realizzati con la fibra vegetale
detta tapa, o, ancora ai famosi sombrero
messicani. Non mancano infine
alcuni interessanti cappelli etnici
europei: quali ad es. i “cappelli dei
quattro venti” dalla Lapponia.
Il Museo propone in una postazione
video filmati originali sulla feltrazione
e la lavorazione del cappello e dispone
di un book shop specialistico con
pubblicazioni sul tema, Cd e DVD.
LE ATTIVITA’ DIDATTICHE
E DIVULGATIVE
Il Museo si è fin dalla sua costituzione
proposto come luogo di didattica e
divulgazione scientifica ed ha offerto
nel tempo supporto a diversi studenti
per tesi di laurea specialistiche sulla
storia dell’industria e del design.
Molte sono anche le scolaresche in
visita, alle quali vengono proposti
approfondimenti, giochi e laboratori
adatti alle diverse fasce d’età.
Tanto per citare qualche possibilità di
approfondimento, ricordiamo i laboratori
sulla feltrazione, sui cappelli nelle
fiabe o, ancora, sui cappelli ed i paesi
del Mondo.
Nel periodo estivo inoltre il Museo si
rivolge al suo pubblico con incontri
tematici, nei quali con la presenza dei
cappellai, si va alla ricerca di curiosità
e informazioni sui cappelli. Nell’estate
2008 si è parlato, ad esempio, del linguaggio
del cappello, attraverso dapprima
una piccola mostra e poi degli
incontri a tema, volti ad approfondire i
diversi significati che può avere il
gesto di indossare un copricapo.
Attraverso il cappello si può infatti sottolineare
un certo ruolo in ambito
sociale, religioso o militare, ma il cappello
può anche essere indossato per
specifiche occasioni della vita, come il
matrimonio. Ancora, esistono cappelli
portati per sottolineare momenti di
gioia e di festa, altri invece significano
una condizione di lutto. Ci sono cappelli
per la giovinezza e per la vecchiaia,
Infine con il cappello si possono
compiere gesti di riverenza, di saluto,
di esultanza... Insomma il cappello
è forse l’indumento che, più di tutti,
presso diversi popoli e in tutte le epoche,
viene indossato per comunicare
qualcosa: è infatti anche il più visibile
per la sua posizione preminente sulla
testa.
MUSEO DELL’ARTE DEL CAPPELLO
Corso Belvedere 279
28823 GHIFFA
ORARI DI APERTURA 2008
Aprile-Maggio-Giugno
e Settembre-Ottobre
Sabato/Domenica 15.30-18.30.
Luglio e Agosto
Martedì/Giovedì/Sabato/Domenica
15.30-18.30
Inoltre aperture a richiesta per scolaresche
e gruppi negli altri periodi
dell’anno.
Per informazioni sui musei
e sulla rete museale:
Comunità Montana Alto Verbano
0323/401177;
coordinatrice musei Elena Poletti
348/7340347
E-mail: museocappelloghiffa@libero.it
www.museodellartedelcappello.it