Rivitalizzazione Cutanea e Botox anche per Lui
Autore: Dr.ssa Clara RIGO
Dermatologa
Studi a Milano e Verona
cell. 335.222919
sito: ww.chirurgiadermatologiaestetica.it
Tutto ciò che riguarda la pelle risulta
importante anche nel maschio.
La cute è in superficie e riflette
come uno specchio lo stato di salute
fisica, ma anche psichica della
persona.
Il dermatologo, infatti, deve saper
valutare gli eventuali squilibri o
danni della pelle, dal
problema più
grave alla comparsa delle “rughe” e
saper dare efficienti suggerimenti
nell’uno e nell’altro caso.
Un problema estetico può causare
gravi disagi fino a ledere l’autostima.
Ciò che il paziente vede, lo
vedono anche gli altri.
Quindi mi sembra sacrosanto che
anche i signori uomini abbiano il
diritto di preoccuparsi dell’aspetto
estetico del loro manto cutaneo e si
rivolgano al dermatologo, che è la
persona più qualificata, per una vera
cura ristrutturante della propria epidermide.
Attualmente i mezzi di informazione
popolari: riviste, radio, televisione,
dedicano spazi di rilievo al problema
della pelle e creano sempre di più
sensibilizzazione, sia nei confronti dei pericoli che corre la pelle, ma
anche nell’ importanza di mantenere
questo organo il più sano e il più
giovane possibile fino a tarda età,
dato che esso è sicuramente il
nostro primo biglietto da visita.
Inoltre con l’accrescersi dell’importanza
della “SELF IMAGE” nelle relazioni
interpersonali, non solo per
quelle persone che fanno della loro
bellezza uno strumento di lavoro
(attori, modelle etc.), ma anche per
le persone comuni, la ricerca ha affinato
le sue armi verso la scoperta
di nuove sostanze che possono
intervenire e diciamo in qualche
modo “modulare” i processi di
invecchiamento cutaneo.
Sempre un po’ ostili i nostri maschi
italiani nel prendere in considerazione
le cosiddette “creme di bellezza”,
almeno come prevenzione.
Molto più predisposti i giovani, specialmente
se affetti da qualche patologia
in atto o che ha lasciato qualche
segno sulla cute.
Per gli interventi chirurgici cambia,
invece, la storia ed è molto più probabile
che un uomo si sottoponga
ad un intervento di chirurgia estetica,
rispondente ad un bisogno di
benessere quasi immediato e
comunque molto più concreto, che a
qualche settimana di cure.
In questo senso si può oggi parlare di “effetto Berlusconi”, che ha favorito,
per fenomeno emulativo, il ricorso
da parte del sesso maschile e
di persone anche del ceto medio, a
interventi riservati, nella mentalità
comune, alle donne o ad un certo
ambiente sociale.
Ma noi in queste pagine ci rivolgiamo
non alla chirurgia estetica ma
alla dermatologia, che propone
metodi meno invasivi del bisturi, e
cioè laser, luce pulsata, filler,
peeling, botulino, rivitalizzazione con
acido jaluronico e vitamine: queste
sedute non alterano la vita quotidiana
del paziente, ma si possono considerare
completativi di altri interventi.
Un continuo dibattito esiste per definire
quale procedura è migliore per
il trattamento di rughe, cicatrici,
photoaging, macchie e cheratosi
solari.
In realtà, a mio avviso, non c’è una
risposta di una tecnica giusta o sbagliata
rispetto ad un’altra, in quanto
i risultati di ciascuna di esse dipendono
da un numero elevato di variabili,
primo fra tutti l’indicazione precisa
a quel trattamento, poi la risposta
biologica dell’organismo sottoposto
al trattamento e non ultimo l’abilità
dell’operatore.
Uno dei componenti principali di una
buona biostimolazione è sicuramente
l’acido jaluronico: nella nostra
pelle è il principale componente dei
glucosaminoglicani, che costituiscono
la matrice fondamentale del
derma,e grazie al suo elevato peso
molecolare, è in grado di richiamare
una grande quantità di acqua.
Con l’andar degli anni e in seguito a
stress vari: foto-esposizioni, inquinamento
atmosferico, abuso di alcolici,
fumo, vita frenetica, poco sonno,
la nostra produzione di acido jaluronico
endogeno cala drammaticamente
e con esso la capacità della
pelle. Per le guance, il mento,i contorni
della bocca si può agire reintegrando
questa sostanza insieme ad
un pool di vitamine antiossidanti.
Queste molecole non sono considerate
farmaci, ma dei dispositivi
medici che si iniettano a microgocce
nel derma superficiale con un piccolo
ago molto corto di 4 mm.
Il protocollo prevede una seduta
alla settimana per un totale di 5-6
sedute, ripetibili almeno due volte
l’anno e comunque ogni volta che
per la pelle si è verificato un evento
stressante, come una forte disidratazione
dopo un’intensa esposizione
solare.
Non si può definire un vero trattamento
estetico, ma complementare
nel raggiungere l’obiettivo di ringiovanimento
estetico del volto.
Per voler puntualizzare i nostri trattamenti,
si può dire che suddividendo
idealmente il viso in due parti una
superiore ed una inferiore, fino ad
ora ci siamo occupati di quest’ultima,
ma per l’altra si può parlare di
vero e proprio trattamento estetico.
Infatti per la zona della fronte e per
le rughe perioculari è molto valido il
trattamento al botulino.
Anni di fronte corrugata e di sguardi
accigliati producono un segno quasi
indelebile e via via sempre più
accentuato con il passare del tempo
conferendo al volto un aspetto
torvo, cupo, in particolare negli
uomini, dove la cute più spessa dà
luogo alla formazione di pesanti
rughe di espressione.
Le cattive notizie che ne hanno dato
i mass media in questi anni, le informazioni
non corrette, anche dal
punto di vista scientifico, che alcuni
medici hanno divulgato ha sicuramente,
molto a torto, penalizzato
questa metodica di grande efficacia
e sicurezza.
Certamente bisogna rivolgersi al professionista
competente, informato,
buon conoscitore dell’anatomia
umana, in particolare dei muscoli
mimici del volto in grado di agire
con sicurezza nei punti desiderati.
La mia esperienza clinica di questi
anni di lavoro è stata di grande interesse
e gratificazione, le aspettative
iniziali sono state ampiamente superate
e l’indice di soddisfazione dei
pazienti è stato altissimo.
La tossina botulinica è prodotta da
uno specifico batterio anaerobio il
Clostridium botulinum, viene trattata
e detossificata per l’uso medico e
così solo una piccola parte di essa è utilizzata per dare quell’effetto di
distensione del muscolo quando
viene iniettata. Attenzione, non di
paralisi, come certe persone poco
informate fanno credere ai loro
paziente, se si verifica ciò significa
che c’è stato uno sbaglio tecnico.
Anzi la tossina botulinica ha dimostrato
di essere il rimedio di gran
lunga più efficace e, malgrado la
sua limitazione di durata nel tempo
pari a circa 4 mesi, i pazienti si sottopongono
con regolare richiesta
alle sedute di mantenimento.
Concludendo, con una buona selezione
dei soggetti da trattare, scartando
quelli con caduta della palpebra
e sottoponendoli prima a blefaroplastica,
avendo cura di indebolire
il tono del muscolo che così mantiene
in parte le sue funzioni, mescolandolo
alle tecniche precedenti
descritte, si ottiene una gradevolezza
di espressione ed un piacevole
aspetto estetico che anche per l’uomo
che voglia dimostrarsi “maschio” non guasta.
Quando il bullismo entra in classe
di Annalisa FATTORI e Paola NOBILE
La Casa editrice D’Anna in occasione
dell’ 80° anno di vita ha pensato di rendere
un servizio al mondo della scuolapromuovendo un’indagine sul dilagante
fenomeno del bullismo nelle scuole
superiori italiane affidandola al professor
Renato Mannheimer.
La diffusione del fenomeno
nelle scuole superiori italiane Tenendo conto delle diverse forme in
cui esso si manifesta (verbali, fisiche,
sessuali e psicologiche) ci troviamo di
fronte a uno scenario in cui il 33% dei
ragazzi è “vittima” di almeno una
forma di bullismo, mentre il 45% ne è
“spettatore”, è cioè testimone diretto o
indiretto dell’esistenza di episodi di
prepotenza.
Chi ha subito violenze Le “vittime” sono principalmente i
maschi, i più piccoli (al decrescere dell’età),
soprattutto negli Istituti Tecnici e
Professionali.
Se poi si somma la percentuale di coloro
che hanno subito prepotenze a quella
di coloro che le hanno viste fare ad altri
o sanno dell’esistenza a scuola di questi
fatti, ci troviamo di fronte a percentuali
significative e ancora più preoccupanti:
la presenza di fenomeni di bullismo
a scuola riguarda il 73% dei ragazzi
intervistati nel caso di insulti o scherzi
subiti da un gruppo di compagni, il 48%
nel caso di prepotenze fisiche (calci,
pugni, spintoni) e il 21% nelle forme più
gravi come “pressioni o minacce per
avere soldi, favori”.
Come le vivono i ragazzi Ma queste aggressioni sono legittimate
tra gli studenti? Il rifiuto -almeno teorico-
dei ragazzi alle violenze è alto, ma
benché il 75% dichiari che “lo disturba
molto che le facciano”, un non trascurabile
17% ha un atteggiamento di accentazione
o di comprensione e dichiara
che “i bulli sono assolutamente ragazzi
come gli altri” e “posso capire perché lo
fanno”.
In genere i ragazzi danno una valutazione “molto grave” più alle prepotenze
fisiche che a quelle verbali e più in
generale il rifiuto delle prepotenze è più
presente tra le ragazze e al crescere
dell’età.
Come reagiscono Un altro risultato che merita attenzione è quello che riguarda le reazioni dei
ragazzi di fronte agli episodi di bullismo.
Se la maggioranza coinvolgerebbe gli
adulti, una percentuale non trascurabile
ritiene che ciò non sia necessario: il
59% degli studenti preferirebbe infatti
risolvere i problemi con l’intervento
degli adulti (soprattutto le ragazze e al
decrescere dell’età) mentre il restante
41% preferirebbe risolvere le questioni
tra ragazzi (soprattutto i maschi e al crescere
dell’età).
Bullismo si, bullismo no Infine, due indicatori che potrebbero
misurare una certa “predisposizione” al
bullismo hanno dato risultati interessanti:
il 18% degli intervistati si dichiara
d’accordo con l’affermazione “a volte è
meglio appartenere ai gruppi dei ragazzi
più forti, che magari sono anche prepotenti
con gli altri, piuttosto che esserne
fuori e subirne le prepotenze” e ancora
più elevata (56%) è la percentuale di
accordo con la frase “nella vita è meglio
essere furbi e svegli piuttosto che disciplinati
e diligenti”. La pensano così,
soprattutto i maschi e i più piccoli, i
gruppi più “esposti” al problema del bullismo.
Sono infatti proprio i maschi e i più piccoli
(14enni) coloro che considerano
meno gravi le prepotenze e che le subiscono
di più: questo loro atteggiamento
nei confronti “dell’essere furbi” potrebbe
dunque essere interpretato sia come
strategia di sopravvivenza alle violenze,
sia come forma di riproduzione e predisposizione
a compierle.
Per ulteriori informazioni:
Delos
tel. 02-8052151 delosmi@tin.it
Obesità & Chili di troppo
Valentina ALFIERI
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Il problema del sovrappeso e soprattutto
dell’obesità colpisce più i piccoli centri
che le grandi città.
Il 51 per cento della popolazione italiana
soffre di problemi di peso.
E’ il risultato dell’indagine condotta
dall’Osservatorio Nutrizionale Grana
Padano, in collaborazione con i medici
della Società Italiana di Medicina Generale
(SIMG) e della Federazione Italiana Medici
Pediatri (FIMP).
Nei paesi in provincia di Prato, Caserta,
Parma il consumo di pasta, pane e patate è il più alto d’Italia; le verdure sono bandite
in molti centri di Abruzzo, Molise e
Calabria; il pesce si trova con più facilità
sulle tavole delle grandi città insieme a un
numero abbondante di porzioni di frutta.
Sono quasi due anni che le abitudini a
tavola degli italiani sono seguite da vicino
dall’Osservatorio Nutrizionale Grana
Padano grazie alla collaborazione, fino ad
oggi, di 394 medici, di cui 134 Pediatri e
260 Medici di Medicina Generale, che
hanno raccolto 12.092 questionari. I dati
analizzati denotano differenze dell’eccesso
di peso tra i comuni capoluogo di provincia
e i comuni non capoluogo. L’obesità e il
sovrappeso sono più frequenti nei comuni non capoluogo, sia per le fasce pediatriche
che per gli adulti. Le differenze sono
più evidenti per i dati sull’obesità, meno
per il sovrappeso.
“La spiegazione potrebbe essere il regime
alimentare, che i dati raccolti hanno dimostrato
essere differente tra i piccoli centri
e i capoluoghi di provincia”, ha dichiarato
Claudio Maffeis, Docente di Pediatria presso
l’Università degli Studi di Verona e componente
del Comitato Scientifico
dell’Osservatorio.
“I capoluoghi di provincia, ad esempio,
fanno rilevare un consumo di pesce mediamente
più alto, che si traduce in 14,4
porzioni in più all’anno rispetto ai comuni
non capoluogo e una maggior presenza
sulle tavole di frutta e verdura, con 6 porzioni
in più al mese rispetto ai comuni non
capoluogo” precisa Maria Letizia Petroni,
Responsabile Nutrizione Clinica
dell'Istituto Auxologico Italiano di
Piancavallo (VB) e componente del
Comitato Scientifico dell'Osservatorio
Grana Padano..
La carne, inoltre, sembra essere preferita
nei comuni non capoluogo dove si mangiano
mediamente quasi 15 porzioni, a testa,
in più ogni anno, rispetto ai capoluoghi di
provincia.
“Sembra che la cultura alimentare mediterranea
e le buone tradizioni locali siano
paradossalmente meglio seguite nei grandi
centri che non in provincia, in contrasto
con uno stile di vita che appare piùstressante
e meno ‘umanizzato’ nelle metropoli
rispetto ai piccoli centri” conclude la
Petroni.
Ma l’allarme peso scorre lungo tutta la
penisola.
Dall’analisi del BMI (Indice di Massa
Corporea), relativo ai 12.092 soggetti analizzati
finora dall’Osservatorio Grana
Padano, emerge una realtà preoccupante.
L’obesità colpisce il 14,2 % della popolazione
pediatrica e il 14,5 % di quella
adulta.
Il sovrappeso, senza obesità, privilegia gli
adulti con un 36,5 % della popolazione
campionata, rispetto alle età pediatriche
che registrano comunque un 23 % di soggetti
con sovrappeso. Considerando l’eccesso
ponderale globale, sovrappeso più
obesità, esso interessa il 37,2 % dei bambini
e il 51% degli adulti; il Sud appare
più colpito dall’eccesso di peso, con il
41,8% della popolazione pediatrica e il
56,2 % di quella adulta. Il Centro e il Nord
non sono, comunque, indenni dagli eccessi
ponderali che colpiscono quasi un terzo
dei bambini e più del 45 %degli adulti.
Le bambine presentano una frequenza di
eccesso ponderale maggiore dei loro coetanei.
La fascia più colpita dall’obesità, in
età pediatrica, è quella compresa tra i 7 e
i 10 con un 18,8 % delle bambine e un 17
% dei bambini. . “L’eccesso ponderale e
l’obesità – ha commentato Maffeis – una
volta consolidati, sono difficili da correggere
e, se compaiono durante l’infanzia, tendono a persistere in età adulta. È stato
documentato che più del 60 % dei bambini
in sovrappeso ha almeno un fattore di
rischio addizionale per malattie cardiovascolari,
ipertensione, iperlipidemia e diabete”.
“Oltre la metà degli adulti del nostro
paese – prosegue Maffeis – è quindi
soprappeso e altrettanto preoccupante è
che più di un bambino su tre ha lo stesso
problema. Se la situazione persiste le
nuove generazioni porteranno ancora più
in alto le percentuali di sovrappeso degli
adulti innalzando di conseguenza i rischi di
patologie croniche e quindi i costi socio
sanitari. E’ quindi necessario intervenire
tempestivamente per diffondere la cultura
della prevenzione a partire dalla tavola privilegiando
cibi sani senza dimenticare l’attività
fisica”.
Le donne sottopeso abitano al Nord “Poco meno di 48 kg per 165 cm prevalentemente
tra i 30 e i 40 anni. Questo l’identikit
dell’adulto medio sottopeso italiano,
quando per sottopeso si intende un
Indice di massa corporea (BMI) minore di
18,5. Una situazione che interessa soprattutto
il Nord con un 3,2 % della popolazione
campionata, che arriva al 7 % se si
considerano le sole donne tra i 30 e 40
anni, mentre al Sud il valore scende
all’1%”, sottolinea Domenico Tiso, coordinatore
scientifico dell’Osservatorio.
“L’esperienza ed i dati di letteratura – prosegue
Tiso - evidenziano che in questa
popolazione, al di là delle rare magre costituzionali,
vi siano molte donne che cercano
volontariamente, sottoponendosi ad
iperattività fisica e diete sbilanciate, di
mantenere un peso inferiore al loro peso
biologico, con rischi per la loro salute”.
Errori alimentari - dati - curiosità
• Pesce
E’ stato evidenziato un basso consumo di pesce nella popolazione e, di conseguenza,
un ridotto introito di nutrienti fondamentali
come gli acidi grassi polinsaturi. Il
consumo nazionale di pesce si posiziona
sul valore medio di 2,2 porzioni a settimana:
per gli adulti la media è di circa 2,4
porzioni, mentre in età pediatrica si consumano
mediamente 1,9 porzioni a settimana.
Il 68,5 % del campione analizzato consuma
meno di tre porzioni a settimana,
come invece raccomandato dalla Autorità
Sanitarie.
• Carne
Il consumo medio di carne, in Italia, è pari
a 5 porzioni settimanali. Alcune regioni si
posizionano ben sopra la media, tra queste
l’Umbria (6,1), la Sardegna (5,7), il
Friuli (5,6) e il Piemonte (5,6). Non esistono
differenze significative tra i consumi
medi nazionali di carni rosse e carni bianche,
ma si sottolinea l’evidenza di un maggior
consumo di carne rossa in Umbria
(3,4 volte a settimana) e un più elevato
introito di carne bianca in Friuli, Veneto e
Sardegna (circa 3 porzioni a settimana).
• Frutta e verdura
La maglia rosa del consumo di porzioni
giornaliere spetta al Lazio che, con 4,4
porzioni al giorno, supera abbondantemente
la media Italia delle 3,4 porzioni giornaliere.
Risultato di tutto rispetto che si avvicina
alla ormai nota regola cosiddetta del
five a day da cui le altre regioni sono ben
lontane. I dati dell’Osservatorio fanno
emergere un consumo di frutta e verdura
con piccole differenze tra le tre aree geografiche
ma con una realtà dove il Nord e
il Centro si posizionano sopra la media
nazionale, mentre il Sud è sotto media.
Tra le regioni che concedono meno spazio
ai vegetali, paradossalmente, si distinguono
quelle del mezzogiorno.
• Latte e formaggio
Per il latte, in media, non si raggiunge il
bicchiere al giorno. Ci sono regioni che si
pongono sopra la media nazionale, ma
comunque lontane dalla raccomandazione
di due bicchieri al giorno.
Per quanto riguarda i formaggi L’Osservatorio
Grana Padano fa emergere un consumo
medio nazionale pari a 5,3 porzioni
settimanali. In merito al Formaggio Grana,
l’Osservatorio rileva un consumo medio
nazionale di 1,6 porzioni settimanali con
picchi che vanno oltre le due porzioni, in
Lombardia e Val d’Aosta. Il consumo del
Grana grattugiato raggiunge la media di
4,3 porzioni settimanali, ma nei bambini
oltrepassa le 5 porzioni, anche perché
viene utilizzato per insaporire i cibi al
posto del sale da cucina ed integrare l’apporto
di proteine e di calcio.
• Calcio e vitamina D
L’introito di calcio è basso per tutti i cluster
considerati. Da 3 a 6 anni si assumono
poco più di 400 mg anziché gli 800 mg
raccomandati. Da 7 a 10 il fabbisogno
giornaliero sale a circa 1.000 mg ma l’assunzione
di calcio rimane invariata. Più
alto è l’introito nella fascia che va dagli 11
ai 14 anni, ma sempre distante dai fabbisogni
medi raccomandati di circa 1.200
mg al giorno. Stessa situazione di carenza
calcica si evidenzia tra gli adulti dove colpisce,
particolarmente, il quadro delle donne
in età perimenopausale in cui l’introito di
calcio alimentare è meno della metà del
fabbisogno raccomandato. Carente anche
l’assunzione di vitamina D. L’unica fascia
d’età in cui l’assunzione di vitamina D alimentare
si avvicina ai valori raccomandati è quella tra i 30-40 anni.
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La buona notizia é stata data al XXXIV
Congresso Nazionale S.I.N.U. (Società
Italiana di Nutrizione Umana) nella sessione
parallela Caffè e Sistema Cardiovascolare.
Se si modera il consumo a 3 - 4 tazzine di
espresso al giorno, il caffè non aumenta il
rischio di cardiopatia ischemica o problemi
ipertensivi. E anzi, i composti fenolici in
esso contenuti potrebbero avere un ruolo
preventivo nell’insorgenza delle malattie cardiovascolari.
Cardiopatia ischemica (CHD).
“Il consumo abituale e moderato di caffé –
dichiara nel suo intervento il dr Conti
(Ricercatore Universitario in Storia della
Medicina e Bioetica presso la Facoltà di
Medicina e Chirurgia di Firenze) come risulta
dalla nostra meta-analisi (ovvero la analisi
quantitativa incrociata di tutte le ricerche
epidemiologiche effettuate negli ultimi
decenni fino ad oggi sull’argomento), non
appare legato a un aumento del rischio di
cardiopatia ischemica”.
Riferendosi sempre ad un consumo di caffè
in tazze (ovvero una quantità da caffè all’americana):
con un consumo minore o uguale
a 2 tazze di caffè (pari a circa 3-4 tazzine di
espresso bar o 3 tazzine se preparato con
la moka) non emerge alcuna associazione
significativa fra consumo di caffè e rischio
di Cardiopatia Ischemica.
“Ciò fa concludere - sottolinea Conti - che
un consumo di caffè da lieve a moderato
(riferendosi al caffè all’italiana può intendersi “moderato” un consumo di 3-4 tazzine di espresso moka al giorno, pari a circa 280-
300 mg di caffeina in toto) non è associato
ad un aumento significativo del rischio di
cardiopatia ischemica (infarto miocardico o
co-ronaropatia).
Ipertensione.
Laddove si parla di aumento pressorio collegato
al consumo di caffè, il Prof Borghi
(Direttore della Unità Operativa di Medicina
Interna del Policlinico S.Orsola-Malpighi di
Bologna) evidenzia che la caffeina ingerita
attraverso il caffè ha un effetto sulla pressione
molto modesto ed accompagnato,
talora, allo sviluppo di una condizione di tolleranza.
“Il consumo abituale di caffè non sembra
associato ad un incremento del rischio di
com-parsa di ipertensione arteriosa – sottolinea
Borghi – ma è difficile, in questo ambito,
giudicare gli effetti del consumo di caffè.
Il caffè è, infatti, una miscela di molte altre
sostanze tra cui il potassio ed il magnesio
che hanno effetti positivi sul sistema cardiovascolare”.
E prosegue: “anche il metodo di preparazione
del caffè può influire sugli effetti dello
stes-so: il caffè espresso influenza la pressione
arteriosa meno di quello “bollito” (per
intenderci alla Turca). Una possibile influenza
sul rialzo pressorio è valutabile anche su
altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che
modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche
della caffeina ma anche e, negativamente,
il rischio cardiovascolare globale sia
dei soggetti normotesi che dei pazienti già ipertesi”.
“Infine – aggiunge il dr. Natella (Ricercatrice
presso l’INRAN) – un consumo moderato
sem-bra associato a un rischio cardiovascolare
minore rispetto ad un consumo nullo o
particolarmente elevato. Numerosi studi sperimentali
sul caffè – sottolinea – hanno
messo in evidenza l’ingente contenuto in
composti fenolici biodisponibili, la cui elevata
attività antiossidante è in grado di inibire
l’ossidazione delle LDL (Lipoproteine a bassa
densità definite Colesterolo cattivo) e l’aggregazione
piastrinica (entrambi fattori determinanti
nell’insorgenza della cardiopatia ischemica)”.