Pirati della strada: identikit non facile
Autore: Dott. Paolo G. ZUCCONI Neuropsicologo e Psicoterapeuta Cognitivo - Compormentale Udine
Tel. 0432-233006
www.dr-zucconi.it
La “pirateria stradale”, così come il fenomeno sociale è stato definito, riguarda due configurazioni psicologiche differenti anche se tra loro consecutive, la prima attiene al rischio di incidente stradale e fa riferimento a vari fattori cognitivi e comportamentali per cui una persona incorre in incidente stradale, la seconda, invece, si riferisce al prestare soccorso, quindi attivare un comportamento di tipo prosociale, tradizionalmente considerato un tratto morale, che può venire generalizzato al comportamento di aiutare il prossimo in pericolo. 
Pertanto non appare facile stilare un identikit del pirata della strada. Tuttavia la psicopatologia (in quanto trattasi di persone comunque disturbate cognitivamente e nel comportamento se non nel carattere) rileva che i due diversi aspetti psicologici (deficit cognitivo-comportamentale e deficit psicologico-morale, per schematizzare, se pur grossolanamente) si possono trovare uniti a varie categorie di persone, in particolare: negli assuntori, abituali e anche occasionali, di sostanze tossiche (alcol e droghe), in persone con caratteristiche antisociali di personalità i quali tendono all’inosservanza e alla violazione dei diritti degli altri senza sensi di colpa né rimorso e in individui in cui viene diagnosticata una personalità detta borderline che viene associata ad una modalità pervasiva di instabilità sia dell’umore, sia della propria autoimmagine, sia nelle relazioni interpersonali e si contraddistingue per i comportamenti marcatamente impulsivi, spesso imprevedibili, che sebbene meno aggressivi degli antisociali sono però emotivamente più instabili soprattutto se elicitati da eventi stressanti come l’avere causato un incidente stradale.
Inoltre comportamenti antisociali di incapacità a conformarsi alle regole e irresponsabilità verso il prossimo si manifestano solitamente durante il decorso di malattie mentali come la schizofrenia
o la cosiddetta “maniacalità”, una grave alterazione dell’umore che si caratterizza per l’eccessiva euforia o, in certi casi irritabilità, e si accompagna ad aumento dell’attività, lavorativa o sociale, alta stima di sé, facile distraibilità, eccessi comportamentali determinati da impulsività ed imprudenza. Per altro verso il traumatizzato cranico, plurincidentato, (v. PAOLO ZUCCONI, “Psicologia e sicurezza stradale”, Diagnosi & Terapia, aprile 1999) può avere di fronte ad un incidente da lui causato comportamenti simili al malato mentale in quanto psicologicamente si caratterizza per discontrollo impulsivo, perseverazione nell’errore, incapacità di apprendimento dai propri errori, inaffidabilità, irresponsabilità ed incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Se si focalizza l’attenzione al solo aspetto di tipo prosociale per cui l’automobilista si espone ad un comportamento di immediato danno per sé e di vantaggio per la persona incidentata numerosi esperimenti psicologici ci conducono al riconoscimento del bisogno altrui quale prerequisito per soccorrere l’incidentato.
Tale riconoscimento diventa più realizzabile quando i processi empatici ci portano ad identificarsi con la persona che ha bisogno di aiuto e così aiutandolo si alleviano le nostre sofferenze. Il riconoscimento dell’altrui bisogno diventa difficile se non quasi impossibile per quelle persone con deficit empatici che in psicopatologia si riscontrano soprattutto nei disturbi di personalità antisociale, come già visto, e nella personalità narcisistica dove prevale un’eccessiva egocentricità che predispone per il disinteresse fino al disprezzo per la sensibilità altrui. Altro costrutto psicologico di riferimento per un’azione prosociale di soccorso è quello dell’assunzione di responsabilità per cui più uno si sente investito dalla responsabilità di intervenire tanto più è probabile che lo faccia. 
Ed anche in questo caso chi si sottrae alle proprie umane e civili responsabilità rientra tra i quadri neuropsicopatologici sopra descritti, dal traumatizzato cranico, anche lieve, al malato mentale, alle patologie della personalità. Infine, non solo tratti di personalità, ma altri costrutti psicologici successivi alla motivazione prerequisita e anche varie circostanze esterne portano la persona che ha causato l’incidente a soccorrere la vittima come il possedere competenze sociali tipo il sapere cosa fare in circostanze infrequenti e ad alto gradazione emozionale, non da tutti possedute, l’abilità di problem solving relativo alla situazione per cui uno sa come soccorrere la persona ed infine la “forza dell’ego” (ego strengt) che ha a che vedere con la capacità di resistere allo stress derivante dall’essere coinvolti in situazioni infrequenti ad elevata emotività. Infine per le persone non necessariamente patologiche, ma psicologicamente più deboli o più sensibili ed emozionalmente poco stabili l’automobile può in certe circostanze rappresentare una struttura di forte protezione personale dove circostanze come l’essere soli in macchina, l’assenza di testimoni esterni, guidare un veicolo potente (a volte di proprietà di parenti o amici) e magari di sera favoriscono un comportamento irresponsabile successivo allo shock emotivo di aver inavvertitamente creato un incidente.
Reflusso gastroesofageo ed ernia iatale
Autore: Fabio CONTA Osteopata D.O.
Fisioterapista Studio Ceder Via XX Settembre 19/3
16121 -Genova Tel. 010.8608850
In che modo l’osteopatia può aiutare il paziente ed il gastroenterologo
ll reflusso gastroesofageo è un disturbo dell’esofago. Quando mangiamo, il cibo passa dalla bocca allo stomaco attraverso l’esofago. Tra l’esofago e lo stomaco c’è una valvola. Questa valvola si apre e si chiude. Si apre per far passare il cibo e si richiude immediatamente dopo che questo è passato nello stomaco. Se la valvola che c’è tra esofago e stomaco non funziona bene, cioè si apre quando non dovrebbe, può capitare che parte del cibo ingerito torni indietro.
Nelle persone che soffrono di reflusso succede proprio questo. Il cibo e i succhi gastrici provenienti dallo stomaco rimangono nell’esofago. Il reflusso gastro esofageo è questo: la risalita in esofago di materiale acido proveniente dallo stomaco. Ed è proprio la presenza di acido nell’esofago che crea l’irritazione.
Lo stomaco è fatto in modo da sopportare la presenza di acido nel suo interno, l’esofago no e quindi tale presenza provoca dolore, infiammazione e ferite. Anche se è molto comune, il reflusso è un disturbo ancora poco conosciuto. La maggior parte di persone che ne soffre non lo sa. Quasi tutti, infatti, parlano di bruciore di stomaco, acidità o iperacidità. Inoltre, spesso i sintomi del reflusso vengono confusi con quelli di altri disturbi considerati meno importanti. In ogni modo, è importante rivolgersi al medico curante per descrivere il disturbo in maniera corretta. Il medico saprà intervenire in prima persona o indicarvi lo specialista adeguato per il vostro caso.
Infatti è opportuno chiarire che qualsiasi problematica relativa a sintomi sopra citati vada gestita dalla figura dello specialista gastroenterologo in quanto è necessario giungere ad una diagnosi certa e improntare una terapia adeguata per controllare e/o risolvere il caso. 
Esiste, tuttavia, un terreno di competenze nel quale trova collocazione l’osteopatia, ossia la conoscenza di tutte quelle alterazioni di carattere funzionale che possono provocare molti dei sintomi descritti, da sole o in associazione ad alterazioni organiche. Introduciamo ora il concetto di Sindromi meccaniche della regione cardio-tuberositaria. Infatti, un problema in questo zona è un’indicazione corretta all’uso della manipolazione. La meccanica esofago cardiotuberositaria è piuttosto complessa. Si tratta di un’area in cui si incontrano molte forze in conflitto reciproco, inclusa la trazione meccanica. L’esofago e la parte superiore dello stomaco sono attirate dalla pressione negativa del torace e da quella positiva dell’addome, il che provoca l’insorgere in questa zona di molte patologie.
La parte superiore dello stomaco è attirata verso l’alto con il rischio di ernie iatali, mentre la parte mediana e inferiore sono attirate verso il basso con il rischio di prolasso gastrico. Se l’equilibrio è rotto, la rotazione assiale dell’esofago, che contribuisce all’occlusione cardiale, non agisce più in modo corretto ed è probabile che si sviluppi un reflusso gastrico. Ecco allora che l’osteopata può intervenire con probabilità di successo mediante l’utilizzo di tecniche manuali dolci (stiramenti, pompaggi, massaggi, ecc.) che cerchino di riportare il necessario equilibrio fra i tessuti che circondano il cardias. Per il normale funzionamento della funzione gastro-esofagea, devono essere presenti i seguenti elementi generali: diaframma elastico e tonico, buona tensione longitudinale dell’esofago, equilibrio fra pressione toracica e addominale, buone condizioni generali dell’organismo.
Se queste condizioni non vengono
soddisfatte si possono verificare un’ernia iatale o un reflusso gastroesofageo. L’ernia iatale e il reflusso gastro esofageo non si presentano sempre insieme ma hanno in comune fattori predisponenti simili. Una causa importante sono l’allentamento dei tessuti connettivi e la perdita di tono basale che si verificano con l’andare degli anni. Ma in queste condizioni si vedono tipicamente anche pazienti fra i 35 e i 50 anni.
Ad esempio, con una cifosi toracica acquisita si sviluppa un cambiamento nel rapporto tra la giunzione cardi-esofagea ed il diaframma, con una riduzione dell’efficienza sfinterica. Gli interventi chirurgici provocano tensioni disuguali in tutti i tessuti connessi con le cicatrici. Certe occupazioni lavorative possono contribuire alla destabilizzazione della giunzione gastro-esofagea. I lavori sedentari contribuiscono al rilasciamento dei legamenti della giunzione gastro-esofagea. Sono tutte cause meccaniche che generano problemi meccanici. I sintomi che più spesso accompagnano il reflusso esofageo con o senza ernia iatale sono: pirosi, rigurgito, dolore epigastrico o retrosternale aggravato da certi movimenti, per esempio flessione in avanti del corpo; dolori di stomaco, vomito acquoso e filamentoso, alito acido, dolore nella parte inferiore del petto, dolore esacerbato da tosse ed espirazione forzata, dolore all’ingestione di cibi solidi, cefalee spesso alleviate dal vomito.
L’obiettivo del trattamento osteopatico varia a seconda del problema che causa i sintomi. Se siamo in presenza di ernia iatale diagnosticata, le sindromi di carattere meccanico associate andranno sicuramente ad esacerbare i sintomi obbligando il paziente a continua somministrazione farmacologica. L’eliminazione delle fissazioni meccaniche ed il miglioramento del funzionamento dei tessuti circostanti il cardias, permette al paziente di trascorrere via via periodi sempre più lunghi in assenza di sintomi; ciò è importante perchè migliora enormemente la qualità della vita del paziente e permette al medico di rivalutare la terapia fermacologica nel tempo. I riscontri sono strettamente individuali; il paziente può passare da alcuni giorni senza sintomi fino a 2 o 3 settimane, arrivando anche ad 1 trattamento di mantenimento ogni volta che i sintomi lo richiedano (alcuni anche 40 giorni ma il dato è fortemente soggettivo e riguarda esclusivamente la mia esperienza).
Nel caso, invece, in cui ci troviamo di fronte a sintomi perduranti per almeno tre mesi e negatività per patologia organica (es: ernia iatale) all’esame endoscopico, il trattamento, pur non differendo nei modi, può dare risultati anche più soddisfacenti. In conclusione, è importante sottolineare ancora una volta che la patologia trattata fino ad ora è di esclusiva competenza medica e come tale va sottoposta ad uno specialista specifico. Diverso è il discorso relativo ai sintomi accusati dal paziente, sintomi che possono essere affrontati, in seconda battuta e con più o meno possibilità di successo a seconda dei casi, ma che può essere adeguato contrastare anche con terapie manuali, laddove una visita osteopatica appropriata ne riscontri la necessità.
Il lavoro dell’osteopata non danneggia il paziente; casomai arreca sollievo ed aiuta il corpo a guarire o lenire la sofferenza. Le tecniche proposte in caso di sintomi gastroesofagei rientrano perfettamente nel dominio di competenza dei fisioterapisti che abbiano voluto approfondire le lesioni meccaniche e funzionali viscerali mediante percorsi di studio adeguati.