Tra una sigaretta e l’altra può passare una vita

 

Il fumo costituisce un importante fattore di rischio per numerose e gravi malattie, causa di inabilità e mortalità. Alcuni esempi: il 90% delle circa 500.000 morti per cancro al polmone che avvengono annualmente nei Paesi dell’unione Europea sono dovuti al fumo; il 20% dei fumatori è destinato a sviluppare bronchite cronica ostruttiva (Bpco); circa il
50% di tutte le cardiopatie ischemiche è legata al fumo. Eppure, nonostante campagne educative e le messe al bando più o meno restrittive del fumo dai luoghi pubblici (Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna), ancora oggi 1 europeo adulto su 4 fuma, ma ciò che più preoccupa è la tendenza all’aumento della diffusione del fumo tra i giovani: in Italia, il
30% dei bambini di prima media ha già provato la prima sigaretta, mentre circa il 40% dei ragazzi dell’ultimo anno delle superiori fuma correntemente.tab1
Degno di nota è anche il fatto che chi dovrebbe, in teoria, dare il buon esempio - il medico -, in realtà “predica bene e razzola male”. In Italia, e in genere in tutti i Paesi mediterranei, il medico è tra i forti fumatori (circa un medico su 4 fuma).
Le malattie causate dal fumo
Smettere di fumare ha un sicuro effetto positivo sulla salute. L’effetto è molto evidente nei tumori: dopo 10 anni di astinenza dal fumo il rischio di tumore del polmone si riduce del 50-70%; per le neoplasie del cavo orale e dell’esofago la riduzione del rischio è del 50% dopo cinque anni di astinenza, mentre per la vescica il rischio scende del 50% a distanza di alcuni anni.
Il rischio di cardiopatia ischemica si riduce del 50% dopo solo 1-2 anni di astinenza, il rischio di ictus ritorna al valore di chi non ha mai fumato dopo 5- 15 anni, mentre gli ex fumatori presentano un rischio di arteriopatia periferica inferiore del 50% rispetto ai fumatori.
Innegabile è anche l’effetto sulle malattie respiratorie. L’astensione dal fumo comporta benefici concreti sulla riduzione della polmonite, che risulta più frequente e più grave nei fumatori.
Smettere di fumare riduce anche le ricadute asmatiche.
Infine, un’ultima notazione, relativa ai costi. Smettere di fumare costa meno che fumare. E’ stato calcolato che in Italia un fumatore spende dai 50 ai 120 euro al mese per acquistare le sigarette, e ne fuma in media 13,6 al giorno.
L’età a cui si inizia a fumare è 17,7 anni, più bassa per l’uomo (17 anni), più elevata tra le donne (18,9 anni). Il costo medio delle terapie per smettere di fumare è di circa 100 euro al mese, una spesa che comunque è limitata a un periodo ristretto di tempo: 2-3 mesi. Ottenuto il risultato, il beneficio economico, oltre che sociale, è immediato e duraturo.
Arriva in Italia vareniclina: la pillola anti-fumo
E’ il primo farmaco sviluppato esclusivamente per combattere la dipendenza da fumo: elimina il desiderio di fumare e riduce i sintomi dell’astinenza. Una speranza concreta per gli oltre 12 milioni di fumatori italiani.
Vareniclina è il primo di una nuova classe di farmaci definiti “agonisti parziali del recettore nicotinico dell’acetilcolina”:
* è il primo farmaco non nicotinico sviluppato per la disassuefazione dal fumo.
* è stato sviluppato per agire a livello cerebrale sullo stesso recettore su cui agisce la nicotina per alleviare la sintomatologia da astinenza acuta ed i sintomi legati al desiderio di fumare (craving) bloccando quindi gli effetti della nicotina.
Meccanismo di azione
Vareniclina ha un meccanismo di azione particolare. Non è, infatti, una terapia sostitutiva della nicotina e di conseguenza, a differenza degli altri prodotti per la sospensione del fumo, non rilascia nicotina nell’organismo.
L’azione del farmaco è diretta ai recettori nicotinici presenti a livello cerebrale per ridurre potenzialmente i sintomi di dipendenza, astinenza e il senso di piacere associati al fumo.tab2
Come agonista parziale, vareniclina si lega al recettore della nicotina e agisce in due modi:
* stimola parzialmente (effetto agonista) il recettore a rilasciare dopamina, contribuendo a ridurre i sintomi di dipendenza e astinenza associata alla sospensione del fumo.
* inoltre, blocca (effetto antagonista) il legame della nicotina con il recettore, diminuendo la soddisfazione associata al fumo nel caso in cui il paziente riprenda a fumare.
Efficacia
Dai risultati di due studi clinici di fase 3 in doppio cieco, controllati verso placebo e condotti su oltre 4000 fumatori per confrontare l’efficacia di vareniclina rispetto al bupropione e al placebo (sostanza non attiva farmacologicamente) , è emerso che:
* la probabilità di smettere di fumare con un trattamento di 12 settimane a base di vareniclina sono risultate quasi il doppio di quelle dei soggetti sotto trattamento con bupropione ed il quadruplo di quelle dei soggetti trattati con placebo.
* il 44% dei fumatori a cui è stata somministrata vareniclina aveva smesso di fumare completamente, neanche un tiro durante le ultime quattro settimane di trattamento. Questo dato è stato comparato con quello del 30% e del 18% relativi, rispettivamente, al
bupropione e al placebo.
Dai risultati di un altro studio clinico di fase 3, condotto su pazienti che avevano smesso di fumare dopo 12 settimane di trattamento con vareniclina e venivano poi sottoposti ad un ulteriore ciclo di 12 settimane a base di vareniclina o placebo è risultato che:
* tra la 13a e la 24a settimana, il 71% dei pazienti trattati con vareniclina ha continuato ad astenersi dal fumo rispetto al 50% dei pazienti trattati con placebo.
* il tasso di assistenza continua tra la 13a e la 24a settimana è risultato significativamente più elevato nei soggetti trattati con vareniclina (44%) rispetto a quelli trattati con placebo (37%).
Negli studi clinici, vareniclina è risultata generalmente bene tollerata. Gli effetti indesiderati più ricorrenti sono stati nausea, insonnia, alterazioni dell’attività onirica e mal di testa. L'interruzione del trattamento dovuta agli effetti collaterali è risultata simile a quella riscontrata nel gruppo trattato con placebo. Nei pazienti con insufficienza renale grave potrebbe rendersi necessario un aggiustamento della dose giornaliera.

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RUBRICA MILANO CHECK-UP
Cellule staminali... sempre più preziose

 

Cellule staminali sempre più preziose per la cura di molte malattie
Recenti studi dimostrano l’efficacia del loro utilizzo per la cura di malattie della pelle e del sangue, di difetti della vista e di patologie neurologiche, oltre che della distrofia muscolare

Nuove prospettive di utilizzo delle cellule staminali per la cura di malattie polmonari, cardiache, epidermiche, oculari e neurologiche, oltre che per lo studio della distrofia muscolare, dei tumori e delle malattie del sangue.
Sono questi gli aspetti emersi durante il convegno “Cellule staminali: applicazioni nelle malattie croniche. Prospettive terapeutiche” promosso dall’IRCCS MultiMedica.
Distrofia muscolare e cellule staminali: the road ahead Prof. Giulio Cossu, Fondazione San Raffaele Università di Milano
Distrofia muscolare: le cellule staminali producono la proteina la cui assenza causa la malattia
In una ricerca pubblicata nel 2006 su Journal of Cell Biology ed effettuata su topi distrofici, si è dimostrato che le cellule staminali dei vasi (i mesoangioblasti), producono un significativo miglioramento in topi affetti da distrofia muscolare.
Lo studio ha rilevato che i mesoangioblasti sono in grado di colonizzare il muscolo dei topi malati dando origine a fibre muscolari che esprimono distrofina umana, la proteina la cui
assenza è una delle cause della distrofia muscolare.
Le cellule ottenute, inoltre, presentano una serie completa di cromosomi, non generano tumori e si adattano molto bene nei muscoli scheletrici.
Per verificare che l’efficacia dell’esperimento effettuato sui topi possa avere riscontri positivi anche nell’uomo, l’Istituto Scientifico San Raffaele di Milano ha condotto alcuni studi su otto cani distrofici, più vicini all’uomo per dimensioni e per natura del sistema immunitario.
La ricerca ha evidenziato che i quattro cani trattati con cellule del donatore hanno avuto notevoli margini di miglioramento, mentre i quattro trattati con le loro stesse cellule geneticamente corrette hanno manifestato un quadro clinico invariato.
A seguito di questi esperimenti, pubblicati su Naturealla fine del 2006, i ricercatori hanno anche isolato e caratterizzato le corrispondenti cellule umane, e lo studio è apparso sul
numero di febbraio di Nature Cell Biol.
Cellule staminali adulte ed embrionali per lo studio dello sviluppo del cervello e delle malattie neurologiche
Prof. Luciano Conti, Università degli Studi, Milano
Processi neurodegenerativi bloccati dall’utilizzo di cellule staminali Il trattamento delle malattie neurologiche del Sistema Nervoso Centrale di diversa origine generalmente associate all’invecchiamento (ad es. morbo di Alzheimer, di Parkinson), a cause genetiche (ad es. Corea di Huntington, sclerosi amiotrofica laterale, malattie perossisomali) o traumatiche (ad es. lesioni del midollo spinale o ictus) costituisce una delle maggiori sfide aperte dalla ricerca biomedica. Statistiche ufficiali statunitensi prevedono che nel 2025, 14 milioni di nord americani saranno affetti dal morbo di Alzheimer. Per l’Italia si può prevedere che, nello stesso anno, vi saranno 3 milioni di casi di demenza. Purtroppo, per tutte queste patologie al giorno d’oggi non esistono trattamenti terapeutici efficaci. In questo ultimo decennio si è quindi riposto sempre maggior interesse verso terapiecongresso
cellulari basate sull’uso delle cellule staminali, in grado di sostituire le cellule morte, ripristinando alcune delle funzioni compromesse. Gli studi, ancora in corso, sono volti a trapiantare cellule staminali coltivate in vitro o a stimolare gli elementi cellulari presenti
nei tessuti affinché si riproducano e si specializzino in nuovi neuroni in base alle necessità dell’organismo. Al di la della terapia cellulare, un’altra applicazione inaspettata che negli ultimi anni è andata sempre più concretizzandosi ha visto l’utilizzo delle cellule staminali come modello cellulare per la scoperta di nuovi farmaci ad attività pro-rigenerativa o che possano contrastare gli aspetti della neurodegenerazione.
In questo scenario, recenti studi del nostro gruppo, pubblicate sulla rivista Public Library of Science Biology nel 2005, hanno portato alla generazione di un nuovo modello cellulare di cellule staminali del cervello che hanno evidenziato caratteristiche utili per un loro
utilizzo nelle applicazioni sopraindicate.
Questi risultati sono stato il frutto di una combinazione di studi condotti su cellule staminali embrionali e somatiche, a dimostrazione della fertile sinergia tra le due famiglie di cellule staminali spesso indicate come elementi contrapposti l’uno all’altro.
Le cellule staminali nelle patologie ossee
Prof. Paolo Bianco, Università La Sapienza, Roma
Cellule staminali dello scheletro come possibile soluzione per nuove terapie.
Studi ancora in corso hanno individuato nel tessuto di sostegno del midollo osseo le caratteristiche peculiari di cellule staminali autorigeneranti che potrebbero concretizzare i tentativi di ricostruire difetti ossei attraverso il ricorso a innesti. Le cellule staminali della colonna vertebrale rappresentano le frontiere della medicina per due motivi: in primo luogo perché sono uno strumento utile per elaborare modelli
volti a definire una cura farmacologica ad hoc per le patologie della colonna vertebrale; in secondo luogo perché forniscono un metodo per indagare le malattie ossee invalidanti, come la displasia fibrosa, ovvero una dolorosa modificazione del tessuto osseo, oppure
l’osteogenesi imperfetta, cioè la scorretta formazione delle ossa.
Cellule staminali nell’ematopoiesi normale e nei tumori
Prof. Ruggero De Maria, Istituto Superiore di Sanità, Roma
Gli studi sulle cellule staminali contribuiscono a comprendere i meccanismi responsabili delle malattie neoplastiche Grazie agli studi sulle cellule staminali del sistema ematopoietico è stato possibile identificare importanti alterazioni molecolari responsabili della policitemia vera, malattia mieloproliferativa cronica caratterizzata da una sovrapproduzione di globuli rossi, e analizzare nel dettaglio i processi alla base dell’anemia
e della trombocitopenia indotte dall’uso di chemioterapici. Alterazioni dell’equilibrio del sistema ematopoietico possono nascere a livello delle cellule staminali e/o progenitrici come conseguenza di mutazioni genetiche ereditarie o acquisite, o in seguito a trattamenti antineoplastici basati sulla chemioterapia.
Recenti studi hanno inoltre fatto emergere forti connessioni tra le cellule staminali ematopoietiche e tumorali, in quanto entrambe condividono la capacità di autorinnovarsi e di generare cellule differenziate. Sono state isolate cellule staminali da diversi tumori solidi e studi preliminari hanno rivelato che le cellule staminali tumorali sono estremamente resistenti all’apoptosi. La capacità di queste cellule di generare un tumore con tutte le caratteristiche tipiche del tumore umano, può offrire l’opportunità di valutare l’efficacia di farmaci innovativi in un modello molto più completo di quelli realizzati con linee cellulari.
Cellule staminali epiteliali in Medicina Rigenerativa
Prof. Michele De Luca, Università di Modena e Reggio Emilia
Malattie della pelle: rigenerazione grazie all’innesto di cellule staminali
Grazie alla capacità di autorinnovamento delle cellule staminali adulte e attraverso il loro innesto in tessuti malati, potrebbe essere possibile curare l’epidermiolisi bollosa giunzionale (EBJ).
L’EBJ è una grave malattia della pelle del viso, del torace e delle gambe, che consiste nella formazione di vesciche causata da un sollevamento dell’epidermide dal tessuto sottostante dovuto alla mutazione di un gene preposto proprio alla corretta adesione fra gli stati epidermici. Può avere serie complicanze, come infezioni o consistenti perdite di sangue, che possono portare anche alla disidratazione dell’organismo.congresso
Un recente studio conferma l’efficacia delle cellule staminali sulle gambe di un soggetto gravemente affetto da EBJ: il paziente è stato seguito per un periodo di anno e mezzo, al termine del quale l’epidermide è risultata perfettamente aderente al tessuto sottostante.
Inoltre non si sono verificate infiammazioni e rigetti, né si sono formate vesciche.
In Italia si contano circa 600 casi di pazienti affetti da epidermiolisi bollosa giunzionale, ma il loro numero, secondo le stime di Debra (Dystrophic Epidermolisis Bullosa Research
Association) Italia, è in costante crescita.
Difetti della vista: autoinnesto per rigenerare l’epitelio In un recente studio su 200 pazienti che soffrivano di importanti patologie della vista, è stato dimostrato che grazie
all’autoinnesto di cellule staminali è possibile generare “fogli” di epitelio corneale; questi ultimi si rivelerebbero utili per i pazienti che lamentano un’opacizzazione della cornea e considerevoli difetti della vista.
Cellule staminali nella membrana amniotica
Prof. Ornella Parolini, Direttore Centro di Ricerca E. Menni, Fondazione Poliambulanza, Brescia
Cellule staminali della membrana amniotica un nuovo approccio per la cura di malattie croniche e degenerative.
La placenta sembra costituire una valida risorsa alternativa di cellule staminali per le applicazioni di terapia cellulare per principalmente due motivi: da una parte per la presenza di cellule ancora immature e quindi potenzialmente in grado di differenziarsi in cellule funzionali di diversi tessuti adulti, dall’altra per le particolari proprietà immunologiche. Recenti studi effettuati in vitro hanno dimostrato che le cellule isolate nelle membrane fetali non inducono una risposta immunitaria, pertanto cellule isolate dalla placenta non vengono rigettate dall’ospite, e quindi utilizzabili anche in trapianti allogenici, ovvero fra individui diversi.child
Analogamente, trapiantando le celluledella membrana amniotica umana in modelli animali, attraverso il peritoneo (la membrana della cavità addominale) o durante lo stadio fetale, mediante il cosiddetto “trapianto in utero”, non si è riscontrato nessun segno di rigetto
nei soggetti analizzati. In particolare, tali cellule sono in grado di migrare, attecchire e sopravvivere a lungo, in alcuni organi quali il polmone, il cervello, il midollo osseo e il timo. Nuove ricerche mettono in risalto la notevole “plasticità” delle cellule isolate delle membrane fetali, cioè la loro capacità di differenziare in cellule adulte di diversi tessuti
quali cellule ossee, cartilaginee, neuronali, epatiche, cardiache, endoteliali, epiteliali.
Pertanto, cellule isolate dalle membrane fetali della placenta umana sono in fase di studio in modelli preclinici che mimano malattie croniche a carico di organi quali il polmone e il cuore, e patologie degenerative ossee, muscolari e neuronali, per le quali sino ad oggi la
terapia farmacologica non ha ancora potuto offrire farmaci efficaci.

Per ulteriori informazioni:
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tel. 02.3264393 e-mail: davide.grassi@fieramilanotech.it

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La scabbia, la grande simulatrice

Autore: Dr. Luciano SCHIAZZA
Specialista in Dermatologia e Venereologia
Specialista in Leprologia e Dermatologia Tropicale
Via XX Settembre, 3/2- Genova
Tel. 010.590270
e-mail: schiazza@lucianoschiazza.it
www.lucianoschiazza.it

La scabbia è una delle più antiche malattie parassitarie, essendosi trovate tracce del parassita nelle mummie egiziane. La scoperta dell’agente causale, l’acaro, risale al 1687 e pertanto la scabbia può essere classificata come la prima malattia del genere umano della quale si conosceva la causa. Sfortunatamente passarono due secoli prima che tale scoperta fosse accettata dal mondo scientifico.bimbo
Comunemente si ritiene che essa sia appannaggio delle classi sociali più disagiate, o di chi vive in condizioni igieniche scadenti: parzialmente vero in quanto le condizioni socioeconomiche dei pazienti affetti da scabbia sono oramai rappresentative della popolazione in generale, senza distinzione di livello economico, di occupazione, di età o scolarità.
Storicamente le epidemie di scabbia si manifestano in cicli di 30 anni con pause di 15 anni tra di loro. Di questo non vi è soddisfacente spiegazione.
Due sono stati i picchi negli ultimi 50 anni: uno alla metà degli anni 40 e un secondo nella seconda metà degli anni 60 su base mondiale e nei primi anni 70 negli Stati Uniti.
Per meglio comprendere tale infestazione analizzeremo:
* l’agente causale ed il suo ciclo biologico.
* le modalità di trasmissione.
* gli aspetti clinici.
* la terapia.
Agente causale e suo ciclo biologico
La scabbia è causata da un acaro, il Sarcoptes Scabiei var. hominis (famiglia Sarcoptidae, sottordine Astigmata, ordine Acarina, classe Arachnida).acaro
E’ un parassita obbligato dell’uomo (l’uomo è il suo ambiente naturale), invisibile ad occhio nudo, di forma ovalare, appiattito ventralmente e convesso come una tartatuga sul dorso, di piccole dimensioni (la femmina adulta è lunga 0.4mm e larga 0.3mm, il maschio ha una lunghezza di 0.2 mm e una larghezza di 0.15 mm).
La femmina è dotata di quattro paia di arti: le due paia posteriori terminano con lunghe setole mentre le due paia anteriori sono dotate di ventose che permettono all’acaro di aggrapparsi alla cute dell’ospite, favorendone i movimenti.
Il maschio ha le due paia di arti anteriori come nella femmina mentre solo il terzo paio termina con setole; il quarto paio rassomiglia alle due paia anteriori.
L’acaro si muove con rapidità sulla cute, percorrendo 2.5 cm al minuto.
Sono contagianti le femmine gravide, le larve e le uova; i maschi (vivono per circa 45 giorni e non penetrano nella pelle) muoiono poco dopo l’accoppiamento. La femmina fecondata resta sulla superficie cutanea sino a quando le uova sono quasi mature (è questo il periodo durante il quale esse possono contagiare per contatto altri individui) dopodichè scava nello strato corneo della pelle una galleria nella quale si annida.
Impiega circa un’ora per introdursi completamente nello strato corneo e prosegue nel suo “scavo” in maniera parallela alla superficie cutanea alla velocità di circa 0.5-5mm al giorno.
L’acaro femmina rimane nel suo cunicolo per il resto della sua vita, nutrendosi delle linfa dell’ospite e del materiale proveniente dai tessuti circostanti (lisato tissutale).
Dopo poche ore dallo scavo del cunicolo, la femmina gravida inizia a deporre le uova al ritmo di 2-3 al giorno, per un periodo massimo di due mesi, dopodiché muore. La femmina
di trova nella parte terminale anteriore del cunicolo mentre le uova si trovano dietro di essa. La velocità di movimento dell’acaro ha poca influenza sul ritmo di produzione delle uova.
Nell’arco di 3-4 giorni le uova si schiudono e danno origine alle larve (primo stadio immaturo dello sviluppo), dotate di tre paia di arti. Le larve escono dal cunicolo sulla superficie cutanea per cercare rifugio e probabilmente cibo nei follicoli piliferi dell’ospite: scavano a loro volta altri cunicoli dove proseguono nella loro evoluzione nei due stadi di ninfa (protoninfa e tritoninfa, dotate di quattro paia di arti come l’adulto).
I due stadi ninfali che precedono l’adulto si trovano anche nei follicoli piliferi.
Le ninfe diventano adulte in circa 4-6 giorni dalla schiusa delle uova. I maschi adulti non si trovano facilmente e non vivono a lungo come le femmine. Essi costruiscono solo corti
cunicoli (meno di 1 mm) e passano la maggior parte della loro vita sulla superficie cutanea in cerca di femmine non gravide.
Anche le femmine non gravide scavano piccoli cunicoli, nei quali rimangono per 1-2 giorni. La copulazione avviene probabilmente sulla superficie cutanea: vi è un alto tasso di mortalità in questo stadio di ricerca reciproca sia per i maschi sia per le femmine.poppata
Il periodo che intercorre tra l’uovo e la femmina gravida è di 10-14 giorni.
Modalità di trasmissione
La femmina adulta sopravvive in un ambiente umido (tra il 40 e 80% di umidità) e temperature comprese tra 25° e 35°C: al di sotto dei 20°C ed al di sopra dei 55°C muore. Non sopravvive più di 2-5 giorni al di fuori dell’ospite umano.
Questa premessa è doverosa per comprendere come il contagio, nella grande maggioranza dei casi, sia prevalentemente interumano.
Per la trasmissione dell’infestazione è necessario un contatto fisico diretto prolungato con la persona ammalata.
Ciò potrà avvenire:
* con i rapporti sessuali (la scabbia viene inclusa nelle malattie sessualmente trasmissibili: a differenza però della sifilide o della gonorrea la cui trasmissione avviene frequentemente dopo breve contatto sessuale, la scabbia si trasmette quando i partners trascorrono la notte assieme).
* condividendo lo stesso letto.
* tramite l’allattamento.
* medicando senza precauzioni individui affetti.
Maggiore è il numero dei parassiti presenti su di un individuo, maggiore è la possibilità della trasmissione. Il lungo periodo di incubazione, in soggetti che contraggono la malattia per la prima volta (prima infezione), rende spesso difficile rintracciare la fonte di contagio.gioco
Il contagio indiretto avviene tramite oggetti venuti in contatto con il malato (lenzuola, vestiti, asciugamani, coperte ecc.); una frettolosa stretta di mano od un abbraccio sono una rara possibilità di infestazione.
Aspetti clinici
Durante le prime 4-6 settimane dell’infestazione la scabbia non dà sintomi, nonostante gli acari continuino ad aumentare di numero e si infiltrino nello strato corneo.
Il perché intercorrano parecchi giorni prima che la malattia si manifesti è legato al fatto che il prurito che disturba il paziente è di origine allergica, ossia legato ad una risposta
immunitaria del soggetto nei confronti dell’acaro.
Quindi, specialmente nella prima infezione, la presenza del parassita viene svelata dopo parecchi giorni dal contagio (un mese in media), permettendogli di moltiplicarsi indisturbato.STIRO
Nel caso in cui un soggetto venga contagiato nuovamente, dopo essersi curato e guarito dall’infestazione, in questo caso il prurito comparirà dopo sole 24-96 ore egli era già
stato sensibilizzato all’acaro precedentemente.
Sulle modalità della sensibilizzazione, si ritiene che questa si attui a seguito del contatto di fluido intercellulare proveniente dalle zone più profonde della cute con antigeni
solubili (probabilmente derivati dal corpo dell’acaro), saliva, altre secrezioni corporee e feci del parassita; questo materiale acquoso rappresenta un mezzo ideale affinché gli antigeni solubili possano diffondere nel derma e stimolare la reazione immunitaria.
Il periodo necessario alla sensibilizzazione dell’organismo all’acaro può variare, riducendosi a due settimane o allungandosi sino ad un anno.
Solo ed esclusivamente quando si sviluppa la reattività immunologica l’ospite scopre in maniera improvvisa il problema.
Questo lungo periodo di incubazione giustifica la gravità del problema nei dormitori, nelle residenze per anziani e nelle strutture sanitarie, in quanto vi è tempo per la diffusione della malattia tra i dipendenti ed i pazienti prima che qualcuno manifesti i sintomi. L’incubazione dura in media 3-4 settimane nel caso di prima infezione mentre è più breve (1-3 giorni) nel caso di reinfestazione.
Il sintomo caratterizzante la scabbia è il prurito: è un prurito generalizzato caratteristicamente notturno, che si manifesta gradualmente.
L’intensità dell’infestazione parassitaria (numero di acari) nel momento in cui viene formulata la diagnosi non è in relazione con l’intensità del prurito lamentata dal paziente.
Capita infatti che pazienti con un prurito intollerabile siano infestati solo da alcuni acari mentre altri con un alto numero di parassiti ne abbiano poco.
La lesione caratteristica della malattia è il cunicolo scabbioso: occorre però precisare che nella maggioranza dei casi esso non è evidente.
Quando presente, esso appare come una piccola zona rilevata, sinuosa, filiforme, lunga qualche millimetro localizzata in prevalenza in aree scarse di follicoli pilo-sebacei quali
gli spazi interdigitali delle mani e la superficie flessoria dei polsi, dove la pelle è più sottile. Esso corrisponde al tragitto compiuto dalla femmina adulta nello strato corneo. Ad una estremità del cunicolo si può apprezzare un piccolo rilievo simile ad una capocchia di spillo denominato vescicola perlacea per il suo aspetto traslucido: qui si trova l’acaro mentre il resto del percorso è occupato dalle uova e dalle feci da lui deposte.
Nei bambini sono comuni
· le manifestazioni eczematose,
· la distribuzione al capo e alle regioni palmo-plantari (tipicamente risparmiate nell’adulto),
· l’infezione batterica secondaria con pustole,
· l’impetiginizzazione.
Negli anziani si apprezza di solito una minore risposta infiammatoria presumibilmente per una diminuita competenza immunitaria dell’individuo, che tuttavia non necessariamente
significa minor intensità del prurito. Nei pazienti allettati o con limitata mobilità le lesioni si localizzano particolarmente sulle natiche e sul dorso.
Altre lesioni proprie della malattia sono le papule e i noduli infiammatori oltre a manifestazioni aspecifiche quali eczema ed escoriazioni.
Nell’adulto si osservano
· a livello della parte inferiore dei glutei, nella piega dove si congiungono con la parte superiore delle cosce,
· nella regione genitale maschile,
· nella zona areolare mammaria femminile,
· nella regione ombelicale,
· sui pilastri anteriori delle ascelle,
· sui fianchi,
· sulla superficie estensoria dei gomiti.
Nel bambino è facile osservare la prevalenza di escoriazioni talora infette rispetto alle lesioni tipiche.
Nel lattante è caratteristico l’interessamento palmo-plantare, del viso e del cuoio capelluto.
La scabbia è l’esempio di una malattia nella quale sono solitamente presenti contemporaneamente vari tipi di lesioni (malattia polimorfa).
Purtroppo però la malattia non si presenta sempre manifesto con i classici segni: l’igiene della persona oggi è consuetudine e trovare lesioni specifiche è sempre più raro.
Diagnosi
Per formulare diagnosi di scabbia occorre seguire alcuni criteri, per non essere ingannati da quella che è stata definita la “grande simulatrice”:
infatti escoriazioni secondarie, eczematizzazioni e infezioni caratterizzano molte patologie cutanee pruriginose, rendendo così più difficile l’approccio diagnostico.
Occorre quindi prestare molta attenzione a:
· descrizione del prurito (massimo di notte, tale da impedire talvolta il sonno),
· tipo e localizzazione delle lesioni (es. lesioni crostose impetiginizzate pruriginose sulle natiche devono far sorgere il sospetto della scabbia).
· anamnesi (presenza in famiglia di altre persone con prurito o frequentazione di persone che lamentano prurito).infezione
E’ necessario perciò osservare con estrema accuratezza ogni singola lesione e soprattutto conviene avvalersi di un esame di laboratorio, l’esame al microscopio di frammenti di tessuto corneo prelevato con un bisturi in corrispondenza di una lesione sospetta che consente la ricerca diretta del parassita, delle sue uova e/o delle sue feci .
Anche l’uso di corticosteroidi per via topica, prescritti per una gran varietà di patologie cutanee pruriginose, spesso senza prescrizione del medico curante ma per passaparola di
amici e vicini di casa, può rendere più difficile la diagnosi. Infatti essi determinano un apparente miglioramento dei sintomi della scabbia in quanto riducono il prurito e attenuano le eruzioni cutanee, limitando così i segni tipici della malattia.
A questo si aggiunge che il loro uso non riduce la capacità infestante del soggetto, anzi facilita la sua capacità di trasmettere ad altri la malattia poiché l’apparente miglioramento e la riduzione dell’imbarazzante prurito favoriscono le relazioni sociali;
ciò ritarda la diagnosi corretta e facilita l’infestazione di altri individui, specialmente in strutture sanitarie e residenziali.
Occorre inoltre tener conto che altre malattie dermatologiche causano un fastidioso prurito e quindi occorre differenziare il prurito della scabbia da quello ad esempio della dermatite atopica, della dermatite da contatto, dell’impetigine, delle punture di insetto e della neurodermite.
Igiene personale e misure sanitarie.
L’acaro della scabbia non è in grado di sopravvivere per lunghi periodi al di fuori dell’ospite: infatti di solito muore nel giro di pochi giorni.
Naturalmente la sopravvivenza al di fuori dell’ospite dipende dalla temperatura ambientale e dall’umidità relativa.infezione
Più è bassa la temperatura e più alta l’umidità relativa, più lunga è la sua sopravvivenza.
Specialmente nell’ambito di strutture residenziali per anziani si impongono rigorose norme di igiene per il personale e una regolare pulizia degli ambienti, con frequente ricambio di lenzuola e federe, oltre a oltre a quelle necessarie per ridurre la contaminazione di oggetti inanimati, sui quali (letti, pavimenti, mobilio) talvolta sono ritrovati acari vivi.
Il lavaggio in lavatrice di lenzuola, federe, ecc. ad almeno 49°C determina la morte dell’acaro in 10 minuti.
Terapia
Premessa doverosa: la terapia deve essere prescritta sempre e solamente dal medico.
NO alle terapie “fai da te” o suggerite. La terapia attualmente si basa sull’uso di sostanze da applicare sulla cute, con vari protocolli a seconda del composto chimico, in genere con due applicazioni a distanza di 7-10 giorni l’una dall’altra.
La parte più difficile del trattamento è quella da attuarsi nei confronti dei contatti asintomatici, ossia di coloro che potenzialmente sono già contagiati perché sono stati a stretto contatto con il paziente ammalato, non hanno ancora sviluppato i sintomi della scabbia ma sono in grado di diffondere la malattia.
Queste persone spesso sono scettiche nell’intraprendere il trattamento, ritenendosi non ammalati poiché non presentano sintomi.
Ma è durante il periodo che precede la sensibilizzazione che il soggetto è maggior fonte di infestazione perché inconscio portatore dell’infestazione.
Coinvolgere nella cura tutte le persone a stretto contatto con l’ammalato è quindi la base di una efficace eradicazione del parassita e l’unico modo per circoscrivere e limitare la diffusione della scabbia.acari
Il prurito (più lieve e non notturno) può persistere anche un mese dopo il termine della terapia poiché i suoi resti (materiale antigenico) ancora presenti nell’epidermide e nel
derma possono infatti continuare a stimolare la risposta immune. A questo punto è sufficiente un trattamento sintomatico, non più antiparassitario, per eliminare la residua
sintomatologia pruriginosa. La persistenza perciò del prurito alla fine del trattamento e per un certo periodo dopo il suo termine (ma non più con le tipiche caratteristiche
di accentuazione notturna tali da impedire il sonno quali si hanno durante la malattia) non deve essere perciò intesa come fallimento della terapia antiscabbia:
questo per evitare che il paziente prolunghi di propria iniziativa la terapia, la quale, se impropriamente ed arbitrariamente utilizzata, può determinare effetti irritativi (che accentuano e prolungano il prurito) oltre che rischi di assorbimento della medicazione antiparassitaria.
La scabbia però non dà immunità da altri contagi. Per cui se una persona, dopo essersi correttamente curata, sente ricomparire un prurito che peggiora durante la notte, è
bene che si faccia ricontrollare dal medico: potrebbe trattarsi di una nuova infestazione.
Modalità di terapia
Il prodotto antiscabbia va applicato dopo il bagno o la doccia, su cute asciutta (dopo essersi asciugati, lasciare passare alcuni minuti prima di iniziare il trattamento), dal collo in giù, con particolare attenzione alle regioni palmari e plantari, tra le dita delle mani e dei piedi, alle aree intertriginose (pieghe ascellari e inguinali), sotto le unghie delle mani e, nel caso del bambino, anche sul cuoio capelluto.
Nel caso in cui le mani vengano lavate entro 8 ore dall’applicazione, occorre riapplicare il prodotto.cura
Il trattamento deve essere eseguito contemporaneamente da tutti i membri del nucleo familiare in stretto contatto con il paziente, dal partner sessuale, anche se in assenza
di prurito, per evitare possibili reinfestazioni.
E’ importante che vengano seguite fedelmente le istruzioni al fine di evitare applicazioni per periodi superiori a quelli prescritti: infatti capita che il paziente, lamentando ancora un po’ di prurito al temine del ciclo terapeutico, scambi la lieve dermatite pruriginosa che segue la terapia come persistenza della malattia e tenda a prolungare le applicazioni di qualche giorno, peggiorando il quadro.
La biancheria intima di cotone, le calze, le federe dei cuscini, le lenzuola, gli asciugamani usati dal paziente nei due giorni precedenti vanno lavati a 60°C e stirati con il ferro a vapore; valido anche il lavaggio “a secco”.lenzuola
Ciò che non può essere lavato a questa temperatura verrà messo in un sacco di plastica per 1 settimana: l’acaro se non riesce a nutrirsi nell’arco di una settimana, muore.
Per i materassi e le coperte si utilizzerà un antiparassitario in polvere (trattati per 48 ore).
Può essere utile passare l’aspirapolvere nell’intero appartamento, avendo cura, al termine, di eliminare il sacchetto di raccolta.

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Acne... addio cicatrici

Autore: Dott. Ambrogio CASTELLI
Medico Chirurgo
Specialista in otorinolaringoiatria e chirurgia della testa e del collo
Via Cremona 11 - 21052 Busto Arsizio
Tel. 0331.683312
Via Pacini 28 - 21131 Milano
Tel e fax 02.70602676 Cell. 348.4460226

In questa rubrica si affronta il problema degli in estetismi tanto diffusi tra i giovani che nell’adolescenza hanno sofferto in modo esuberante di acne.
In genere questi stessi giovani, crescendo sono stati in grado di risolvere il problema acuto della loro patologia, ma mantengono brutte cicatrici rosso bluastre sul viso, quale residuo del vissuto disturbo.
In primo luogo, occorre risolvere la fase acuta, che produce acne volgare incitata e conglobata, le cui cause sono molteplici e tra queste si annoverano: intolleranze alimentari, cattiva igiene dietetica, fattori psicosomatici, disturbi ormonali (particolarmente nelle donne).
In modo diffuso ed erroneo, oggi, come nel recente passato, si pensa che l’antibiotico possa essere la panacea di ogni male, scordando che la pelle del viso rappresenta il palcoscenico di ciò che avviene a livello epatico ed intestinale.acne
L’antibiotico non ha il compito di riorganizzare la flora intestinale ma di alterarla, distruggendo spesso micro organismi saprofiti, utili alla funzionalità intestinale.
Sfogliando vecchi testi di medicina internistica ho avuto la fortuna di analizzare le potenzialità del nostro sangue, scoprendo che nell’autoemoterapia il sangue ha la funzione anticorpale nei confronti di micro organismi che albergano e disorganizzano il nostro intestino. Nel corso della mia professione ho trattato diversi pazienti, affetti da
forme acute di acne volgare cistica e conglobata, ed ho ottenuto, nel medio e nel lungo termine, buoni risultai. L’autoemoterapia consiste nel prelevare, in ogni seduta, piccole quantità di sangue del paziente stesso che gli vengono immediatamente reintrodotte.
Tale terapia può avere un decorso variabile, in genere si effettuano 3 o 4 prelievi settimanali, alla fine del quale il risultato è sicuro!
Al termine della fase acuta si procede, se residuerà sul viso una rosacea iper secrezione seborroica, a stendere sulla pelle, per almeno 2 mesi, specifiche pomate o gel che hanno il compito di ridurre quel fastidioso aspetto unto determinato da un eccesso seborroico.
Una volta risolta questa fase medicointernistica, rimane solo il problema estetico di annullare i residui acneici cicatriziali.
La tecnica che io prediligo è la dermoabrasione, metodica questa che va a spianare tali residui cicatriziali creando una disepitelizzazione dell’epidermide del viso. Il paziente riacquisterà nell’arco di 60 giorni una nuova riepitelizzazione e quindi una nuova pelle.
Nel caso di cicatrici piccole e poco profonde sarà sufficiente una sola seduta di dermoabrasione, nel caso contrario (cicatrici profonde), sarà utile ripetere la metodica dopo 6 mesi che migliorerà ulteriormente il risultato finale.
Tale chirurgia può essere attuata solo in anestesia generale con ricovero di un giorno. Il paziente verrà dimesso con una medicazione a più strati che, dopo 3 giorni, verrà tolta. La pelle del viso rimarrà rossa per 2 settimane; il paziente seguirà una terapia antibiotica
ed eseguirà solo impacchi con soluzione fisiologica sterile e fresca. Nell’arco di 30 giorni si riformerà la nuova epidermide ricoprendo e mascherando le cicatrici definitivamente, se queste non erano molto profonde, o parzialmente se esse erano molto vistose.
L’iter di questa metodica potrebbe apparire un po’ complessa a chi vorrebbe sottoporsi ad essa. In realtà, questo “passaggio”, soprattutto per chi ha già vissuto l’esperienza dei fillers e ne è rimasto deluso nel medio e lungo termine, rappresenta l’unica via in grado di risolvere definitivamente ed efficacemente il temuto e spiacevole disagio.

 

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