Stress, sistema immunitario e altre patologie
Autore: Dr.ssa Luciana CASTAGNOZZI
Medico Chirurgo
Milano
Il sistema immunitario è costituito da
cellule diffuse nell’organismo, capaci
di riconoscere e reagire a stimoli
esterni e interni all’organismo: tra le
sue funzioni la più importante è la
risposta a stimoli e ad agenti nocivi
(ad esempio batteri, virus, cellule
mutate in senso neoplastico).
Il sistema immunitario è costituito da
organi, tessuti e cellule diffusi nell’organismo
(nel timo, nel midollo osseo,
nella milza e nei linfonodi).
Gli antigeni sono sostanze che, riconosciutecome “estranee” dell’organismo, sono in grado di provocare una
risposta immunitaria.
La risposta immunitaria può essere “cellulare” o “umorale”. Nella risposta
cellulare sono coinvolti i linfociti
T; la risposta umorale consiste nella
produzione di anticorpi. Gli anticorpi
hanno la capacità di reagire con gli
antigeni inattivandoli o distruggendoli.
Il sistema immunitario interagisce con
il sistema nervoso centrale e vegetativo
e con il sistema endocrino.
Da ricerche effettuate risulta che
situazioni di stress possono alterare
il funzionamento del sistema immunitario.
La relazione tra stress e alterazioni
immunitarie è stata studiata sugli animali animali
e sugli uomini.
Agenti stressanti di varia natura applicati
agli animali, provocavano negli
stessi alterazioni vegetative ed endocrine.
Nelle ricerche sull’uomo sono state
indagate le reazioni della attività
immunitaria in un gruppo di persone
che avevano da poco perso il coniuge
o il partner (per decesso o per separazione
e/o divorzio), o altre persone
care: si trattava quindi di persone che
avevano subito un lutto o una perdita
da poco tempo.
In questi soggetti rispetto ad una
popolazione di controllo senza lutti
recenti è stata rilevata una diminuzione
dell’attività dei linfociti T a mitogeni.
Questa osservazione indica che sia il
lutto sia altri eventi causa di stress
influiscono sulle reazioni immunitarie
nel periodo successivo all’evento
stressante.
Nella relazione stress-sistema immunitario,
per quanto riguarda il sistema
nervoso centrale è coinvolta una
struttura che si chiama “ipotalamo”;
per il sistema vegetativo entrano in
azione sostanze chiamate catecolamine
(“adrenalina e noradrenalina”); per
quanto riguarda il sistema endocrino
sono coinvolte la corteccia surrenale,
l’ormone somatotropo e le gonadotropine.
Da numerose ricerche risulta che
situazioni di stress diminuiscono le
difese dell’organismo, le difese
immunitarie, creando una maggiore
sensibilità a malattie infettive (ad
esempio all’Herpes Simplex, alla
Mononucleosi infettiva) e anche alle
malattie autoimmuni (ad esempio
artrite reumatoide e lupus eritematoso
sistemico).
Situazione di stress, sia acuto sia
cronico, possono contribuire all’insorgenza
di queste e di altre malattie
possono influenzare il decorso.
Lo stress alterando la risposta immunitaria
dell’organismo, agisce sulla
incidenza e sul decorso delle malattie
neoplastiche (naturalmente a parità di
alcuni fattori: rischio genetico e
ambientale, e caratteristiche istopatologiche
della neoplasia).
La patogenesi e la progressione dei
tumori dipendono dall’equilibrio tra
due fattori:
1) comparsa e moltiplicazioni di cellule
mutate in senso neoplastico.
2) rapporto tra quantità di cellule
neoplastiche che si dividono e
quantità di cellule neoplastiche che
vengono distrutte.
Nell’uomo è stato riscontrato che
eventi stressanti provocano una diminuzione
dell’attività delle cellule “natural Killer”.
Anche la produzione dell’interferone
può essere alterata da stimoli stressanti
ce deprimono il sistema immunitario.
E’ stata studiata anche la relazione
tra stress e Depressione Maggiore
tramite studi su pazienti depressi e
un gruppo di controllo con persone
non depresse.
E’ risultato che i pazienti depressi
hanno una risposta immunitaria alterata
meno efficiente rispetto al gruppo
di controllo dei non depressi.
IL DOTTOR LUCCHESI RISPONDE
Vero o falso
in chirurgia estetica
Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica
e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato - Milano
Tel. 02.794224
E’ VERO CHE SFILARE I TAMPONI
NASALI DOPO UNA RINOPLASTICA
NON È PIÙ DOLOROSO?
VERO
I tamponi nasali utilizzati oggi sono
costituiti da materiali molto più morbidi
e biocompatibili rispetto a quelli
utilizzati una volta; inoltre la loro
estrema lubrificazione ne rende la
rimozione solo un po’ fastidiosa ma
non certo dolorosa.
Comunque l’intervento di rinoplastica
estetica, in cui viene modificata la
sola forma esterna del naso senza
intervenire sulla pervietà delle vie
aeree, non ne prevede normalmente
l’utilizzo.
E’ VERO CHE CHI SI SOTTOPONE AD
UN INTERVENTO DI CHIRURGIA
ESTETICA ENTRA FACILMENTE IN
UN TUNNEL DI DIPENDENZA PSICOLOGICA?
FALSO
La visita specialistica del chirurgo
plastico non rappresenta solo l’occasione
di una valutazione obiettiva del
problema estetico-funzionale per la
scelta della tecnica appropriata, ma il
momento fondamentale di incontro e
colloquio con il paziente per l’accertamento
delle motivazioni che lo spingano
all’intervento.
Problemi di natura psico-patologica,
aspettative irrealistiche, la convinzione
che l’intervento abbia capacità di
modificare magicamente anche o
soprattutto una realtà per certi versi
non gradita, devono controindicare in
modo assoluto l’intervento, nell’interesse
del paziente (e del chirurgo).
E’ VERO CHE È POSSIBILE AUMENTARE
IL VOLUME DELLE LABBRA
SENZA AVERE DELLE “TAGLIE
MAXI”?
VERO
L’entità dell’aumento viene sempre
concordato prima del trattamento con
la paziente; nella maggior parte dei
casi vengono richiesti interventi
moderati o addirittura minimi che a
malapena possono venire notati.
Non vi è in definitiva alcun rischio che
le labbra così trattate assumano un
aspetto di eccessivo turgore o addirittura
di deformazione come, ad esempio,
in alcuni personaggi dello spettacolo.
Se ciò avviene va ripetuto solo
se esplicitamente richiesto dalla
paziente.
E’ VERO CHE L’INTERVENTO DI OTOPLASTICA
ESEGUITO NEL BAMBINO
PUO’ ESSERE PERICOLOSO?
FALSO
Lo sviluppo del padiglione auricolare
nel bambino termina al settimo anno
di età; da quest’epoca in poi è possibile
sottoporsi ad intervento di otoplastica
senza alcun rischio. E’ sorprendente
come il disagio psicologico
vissuto dal piccolo paziente (per le
derisioni e le beffe tra compagni di
scuola) possa motivarlo al punto da
renderlo estremamente collaborante,
fino anche ad accettare l’esecuzione
in semplice anestesia locale, evitando
così il ricovero ospedaliero.
E’ VERO CHE CHI SI SOTTOPONE A
LIFTING FACCIALE ASSUME UN
CARATTERISTICO E ARTIFICIOSO
ASPETTO DI INNATURALE TENSIONE?
FALSO
Le ultime tecniche di lifting facciale
escludono qualsiasi tensione innaturale
ed eccessiva della cute. I risultati
degli studi più recenti sul fenomeno
dell’invecchiamento hanno dimostrato
che la formazione di rughe o di pelle
esuberante è provocato in gran parte
da una riduzione variabile del volume
delle guance, labbra, zigomi, similmente
a quanto accade ad una mela
avvizzita. Il fenomeno è del resto
facilmente verificabile confrontando
fotografie eseguite in epoche diverse.
Con la “lipostruttura” viene trasferito
tessuto adiposo opportunamente
selezionato e purificato, prelevato da
aree donatrici (glutei, addome ecc),
ricostituendo il volume perduto. In
questo modo viene inoltre molto contenuta
la lunghezza delle cicatrici
necessarie. I risultati possono essere
sorprendenti, senza alcun utilizzo
di protesi o materiali artificiali.
L’ernia si incolla...
Autore: Prof. Alba ALGESI
Via Enrico Fermi 4 -
27050 Retorbido (PV)
I dolori e i fastidi dell’ernia inguinale
potrebbero essere ridotti al 50% grazie
a una nuova metodica messa a punto
dall’équipe del Prof. Campanelli al
Policlinico di Milano che non utilizza i
punti di sutura ma una speciale colla
del tutto innocua.
L’ernia inguinale si forma quando
cedono i tessuti della muscolatura
della zona dell’inguine e si crea un
buco.
L’ernia inguinale è la più diffusa, si
manifesta tra i 20 e i 60 anni. Spesso
provoca disturbi caratteristici che permettono
al medico di ottenere una diagnosi
certa; in alcuni casi può servire
un’ecografia. Il rischio principale è che
l’ernia si strozzi, cioè che una parte
del viscere, che sorge dal buco rappresentato
dall’ernia, rimanga imprigionata
nella muscolatura; il sangue fatica
ad arrivare ai tessuti “strozzati” e si
può andare incontro ad una ischemia.
E’ possibile usare mezzi contenitivi o
una fascia elastica ma si tratta solo di
un rimedio che non risolve il problema
alla radice.
La soluzione è l’intervento mininvasivo
che riporta l’ernia nella sua posizione
originale e si ripara il buco che si è
formato.
L’intervento è eseguito con anestesia
locale senza bisogno di ricovero.
I risultati sono soddisfacenti.
I punti creano problemi perchè dopo
l’intervento compare dolore, fastidio,
una sorta di torpore nella zona operata
causata da stimoli nervosi.
Questo disturbo è quasi sicuramente
dovuto alla presenza dei punti di sutura
che possono dare la sensazione di “tirare”.
Una nuova tecnica ha sostituito i punti
di sutura con una speciale colla naturale
già usata da tempo in chirurgia.
La colla di fihina è un materiale derivato
dal sangue che viene purificato
prima dell’uso; è innocua e non procura
reazioni di rigetto ma è ben tollerata
dall’organismo.
E’ in corso uno studio internazionale.
Per rendere ufficiale i risultati ottenuti
e i vantaggi della nuova metodica è in
corso uno studio internazionale che
coinvolge 7 centri in Europa.
La ricerca prevede la suddivisione dei
malati da operare in due gruppi: nel
primo si opera con la nuova tecnica
con la colla, nel secondo si usa l’intervento
mininvasivo con i punti di sutura.
Si mettono a confronto i risultati
ottenuti per capire quali sono i vantaggi
della nuova metodica.
I risultati definitivi saranno disponibili
tra circa un anno.
Non tutti i mal di testa sono uguali...
MAL DI TESTA DEL SOMMOZZATORE
Per chi, armato di maschera e pinne, si
prepara a bagni e immersioni, arriva
un monito dai maggiori esperti di mal
di testa che si sono riuniti a Stresa per
il quinto congresso del Centro Cefalee
dell’Istituto Nazionale Neurologico
Carlo Besta di Milano: attenzione al
MAL DI TESTA DEL SOMMOZZATORE,
perché potrebbe nascondere una
malformazione congenita del cuore
che, passata inosservata per tutta la
vita, dà segno di sé con un attacco diemicrania con aura dopo un’immersione
subacquea, anche semplicemente
in apnea. Lo illustra al convegno il Prof.
Stewart J. Tepper, direttore del Centro
Cefalee della Yale University School of
Medecine di Stamford (USA). Di tale
malformazione congenita, nota con la
sigla PFO (pervietà del forame ovale),
sarebbe portatore oltre un quarto dei
sub che vengono colpiti da questo mal
di testa dopo un’immersione ed è facile
che buona parte di essi ne soffra
anche nella vita di tutti i giorni (47,5%).
La malformazione si associa spesso
anche alla sindrome da decompressione
dei subacquei. Il forame ovale è un
piccolo orifizio aperto durante la vita
fetale fra atrio cardiaco destro e sinistro,
che si chiude con lo sviluppo. Se
ciò non avviene, l’anomalo passaggio
di sangue fra i due atri non provocava
problemi clinicamente rilevanti, ma l’l’alterazione
che si verifica nella dinamica
del flusso sanguigno pompato dal
cuore verso l'area posteriore del cervello
può provocare mal di testa. Il
forame resta parzialmente o del tutto
aperto in quasi un terzo degli individui
normali senza che ciò abbia alcun
significato clinico e la condizione viene
in genere ben tollerata per tutta la vita
senza nemmeno cefalea anche nei casi
in cui il forame ha grosse dimensioni
(7,3% del totale). Ma se si verifica un
anomalo aumento della pressione nell'atrio
destro (come ad es. in caso di
immersione) i sintomi si manifestano.
Sarebbe portatore di questo difetto il
37,7% di chi soffre di emicrania con
aura non responsiva ai trattamenti farmacologici
e in generale il 41-48% di
quelli che soffrono di questo tipo di
emicrania. La pervietà del forame ovale è più frequente non solo negli emicranici,
ma anche in chi viene colpito da
stroke (l'8% circa dei casi). Gli anomali
vortici del flusso sanguigno dovuti alla
mancata chiusura possono portare alla
formazione e al distacco di microemboli
che poi viaggiano lungo il torrente circolatorio
fino al cervello, dove produrrebbero
piccole zone di ischemia. Se il
blocco del circolo é transitorio compaiono
solo il dolore e i sintomi di
accompagnamento dell'emicrania con
aura. Se invece dura più a lungo si può
arrivare allo stroke, soprattutto in
donne giovani che fumano e prendono
la pillola, fattori che, particolarmente
nel sesso femminile e prima dei 45
anni, peggiorano la coagulabilità del
sangue. Potrebbe quindi non essere in
gioco solo un’alterazione "idraulica" del
flusso, ma a ciò potrebbe aggiungersi
anche una predisposizione geneticalegata al sesso che concorre a rendere
il sangue di queste pazienti particolarmente
sensibile alle errate sollecitazioni
idrauliche, determinando più facilmente
la formazione di microemboli e
microtrombi. Il trattamento, effettuato
per la prima volta in Italia su due
pazienti del neurologo Pietro Cortelli
del Dipartimento di Neuroscienze
dell'Università di Bologna, consiste
nella sutura chirurgica trans-cateterale
del passaggio interatriale. Da quando
nel 2000 è stato pubblicato su Lancet il primo caso di un emicranico inaspettatamente
guarito dopo che il suo forame
ovale era stato suturato per altri
problemi di circolo, i trattamenti di questo
tipo sono andati moltiplicandosi in
tutto il mondo e i risultati positivi sono
sempre più numerosi, anche se non è
ancora stata raggiunta la certezza che
ciò porti a una risoluzione assoluta
della cefalea. E’ stata invece raggiunta
la certezza di un’associazione fra emicrania
con aura resistente ai trattamenti
e presenza di PFO: ciò suggerisce
l'opportunità di una costante verifica
ecocardiografica preventiva della situazione
cardiaca, soprattutto nelle
pazienti affette da emicrania con aura.
PER APPROFONDIMENTI SU PFO:
GENNARO BUSSONE
Ist. Naz. Neurol. C. Besta di Milano:
APPROFONDIMENTI SU FATTORI DI
IPERCOAGULABILITA’ DONNE EMICRANICHE:
FRANCA MOSCHIANO, cell:338-6594274
C. Cefalee, A.O. L. Mandic, Merate
APPROFONDIMENTI SU SUTURA
CHIRURGICA PFO:
PIETRO CORTELLI,
051-2092929, 335-5411356
Dipart. Scienze Neurol. Univ. Bologna
MAL DI TESTA e GINKGOBILOBA
Il primo farmaco naturale specifico per
la profilassi dell’emicrania
approvato dall’EMEA
Presentato la prima volta al convegno
di Stresa che si chiude oggi il primo
antiemicranico di origine naturale a
base di ginkgolide B, un derivato terpenico
del ginkobiloba, nota “erba fossile”
già presente 250 milioni di anni fa
nell’era in cui erano presenti solo equiseti
e felci e che ha resistito anche alle
esplosioni nucleari giapponesi.
In Cina viene utilizzata fin dal 2800
avanti Cristo contro i deficit cognitivi
verosimilmente per la sua azione sul
microcircolo, proprietà che trova finalmente
spiegazione nella scoperta di un
effetto specifico mirato sul fattore di
attivazione piastrinica, il cosiddetto PAF
che interviene nella cascata di eventi
che portano alla ipersensitizzazione del
neurone trigeminale, fenomeno fortemente
implicato anche nello scatenamento
dell’emicrania.
Bloccando l’attivazione trigemino-vascolare,
ha spiegato a Stresa Giovanni
D’Andrea il Presidente dell’ANIRCEF,
l’Associazione Neurologica Italiana per
la ricerca nelle cefalee (vedi sotto per
affiliazione e interviste), la ginkgolide
sembrerebbe particolarmente utile nel
controllo delle crisi di emicrania con
aura.
Sono in corso studi su un ampio numero
di pazienti per convalidare le positive
esperienze discusse nel corso del convegno.
Al di là dell’efficacia, poter utilizzare
un principio naturale con proprietà
farmacologiche specifiche offrirebbe
un rimedio privo di effetti collaterali
che in questa nuova formulazione
della Pharmaval in cui è associato a
riboflavina e coenzima Q10 sembra
ancor più efficace nella più grave emicrania
con aura (2 milioni di pazienti
circa solo in Italia) dove il ginkgolide è
utilizzabile addirittura in monoterapia.
CEFALEA DA SUICIDIO &
CEFALEA DELLE RISATE
Può sembrare uno scherzo assurdo la
scoperta di alcuni neurologi
dell’Università La Sapienza secondo cui
i pazienti affetti da cefalea a grappolo,
il più terribile mal di testa conosciuto,
possono essere colpiti da irrefrenabili
attacchi di risate.
Soprattutto se si pensa all’estrema
gravità del dolore di questo mal di
testa che gli ha fatto guadagnare il triste
appellativo di cefalea da suicidio.
Nei casi in cui questa cefalea si cronicizza
per mancanza di effetto dei farmaci,
la situazione diventa poi così
drammatica da costringere addirittura
alla neurochirurgia funzionale con Deep
Brain Stimulation (DBS).
Fortunatamente questa tecnica ha
quasi sempre fatto recuperare una
buona qualità di vita e la serenità perduta,
ma non si erano mai visti pazienti
con attacchi di incontenibili risate.
Un 38enne romano, invece, ha cominciato
a sghignazzare per almeno 5
minuti ogni volta che usava il trattamento
di scelta per questa cefalea,
un’iniezione sottocutanea di sumatriptan,
farmaco riconosciuto dal Ministero
come salvavita per questi pazienti.
Ma le incoercibili risate non erano
dovute alla felicità per la scomparsa
del dolore, bensì all’interferenza del
sumatriptan col circuito d’inibizione del
riso che, dalla corteccia cerebrale frontale,
va ai gangli basali, struttura nervosa
ricchissima di recettori 5HT 1b e
1d ai quali il farmaco si lega.
Si tratta del primo caso al mondo in cui è un farmaco a provocare questa reazione
di ilarità, finora scatenata solo da
lesioni cerebrali dovute a patologie
tumorali, epilettiche, degenerative,
vascolari o come imprevisto
nel corso di un intervento neurochirurgico.
Se parlare di FARMACO DELLA RISATA
può essere azzardato, la scoperta
apre certamente nuovi orizzonti sulle
interazioni farmacologiche fra cellule
nervose centrali e sumatriptan non
solo nel mal di testa, ma anche in
altre malattie come il parkinson, dove
i gangli basali sono ugualmente implicati.