Un bel sorriso si ottiene anche con un po’ di psicologia
Autore: Dr. Bahri ADIS
Implantologia Parodontologia
Milano
tel. 02.58303737
Un sorriso perfetto è il desiderio di
tutti. Almeno fino al momento in cui
alcuni denti vengono a mancare: in
genere, a questo punto, la priorità
passa alla funzionalità della dentatura
che deve essere ripristinata per
garantire una corretta masticazione.
Le esigenze estetiche del paziente
scivolano in secondo piano e vengono
disattese in nome di esigenze “superiori” di funzionalità, come nel
celeberrimo detto di ulpiana memoria: “dura lex, sed lex”.
Questo non è l’unico approccio possibile.
Oggi siamo in grado di far
combaciare in maniera ottimale funzionalità
ed estetica, desideri e possibilità,
utilizzando non solo le più
avanzate tecniche dell’odontoiatria,
ma anche un po’ di psicologia e
dando finalmente ascolto delle esigenze,
in primo luogo estetiche, del
paziente.
La paura, scoglio iniziale
Quanti si sdraiano sul lettino del
dentista senza provare almeno un
vago senso di paura o di timore per
la sensazione di dolore che li può
attendere? Probabilmente nessuno.
Eppure l’odontoiatra tende a sottovalutare
questo stato d’animo e
spesso presta scarsa considerazione
ai timori iniziali di chi si affida
alle sue mani, talora semplicemente
per ragioni di tempo e di incalzare
delle visite. In genere, il medico si
limita a esporre le cure di cui il
paziente ha bisogno, il più delle
volte senza offrire sufficienti rassicurazioni
e dando scarse spiegazioni sulle motivazioni degli interventi che
andrà a effettuare.
Sotto il profilo psicologico questo è
sicuramente un errore che può minare
il rapporto di fiducia medicopaziente,
oltre che accrescere la
sensazione di paura.
Personalmente ritengo che l’approccio
iniziale sia uno dei momenti più
importanti anche per la riuscita dei
successivi interventi.
È fondamentale che il medico si soffermi
non solo sui timori ma anche
sulle aspirazioni del paziente, comprendendone
i desideri e valutando
con calma insieme a lui le possibilità
di realizzazione, nel pieno rispetto
delle funzionalità masticatorie.
In questo modo i miei pazienti
sanno sempre non solo cosa stanno
per affrontare ma anche quali risultati
estetici si devono attendere. E
la consapevolezza, secondo la mia
esperienza professionale, si rivela
sempre la migliore arma per sconfiggere
la paura.
Il tempo per scongiurare il dolore
Il dolore è un ospite sgradito dei
centri medico odontoiatrici.
Fortunatamente le moderne tecnologie
lo hanno definitivamente sconfitto:
l’anestesia locale viene oggi praticata
anche per i più piccoli interventi. Tuttavia, anche in questo
caso, non va sottovalutato il corretto
approccio psicologico nei confronti
del paziente, che va messo a suo
agio e al quale, ancora una volta, va
dedicato il tempo necessario.
Perché l’anestesia agisca, infatti,
deve passare un determinato lasso
di tempo: lasciarlo trascorrere
significa anche avere la garanzia
di non eccedere con le dosi…
Le tecniche mini-invasive
Sapete da che cosa dipende
la scelta tra una tecnica
invasiva e una miniinvasiva?
Principalmente dalle
capacità dell’odontoiatra.
Sembrerà provocatorio,
ma le cose stanno
davvero così.
Facciamo subito un esempio
concreto.
Quando alcuni denti vengono
a mancare per diverse ragioni,
per rimpiazzarli l’odontoiatra
ha la possibilità di scegliere
tra diverse metodologie:
alcuni interventi possono durare
fino a un’ora e mezza a
impianto. Si tratta, appunto,
di procedure invasive,
ancor oggi le più utilizzate
nel campo dell’implantologia,
sebbene estremamente
dolorose e spossanti
per il paziente.
Esistono, però, anche
tecniche mini-invasive,
ampiamente collaudate.
È ormai da parecchi
anni che eseguo, in
Italia e Germania, interventi
di implantologia con
ricostruzione ossea in meno di
un quarto d’ora, senza consistenti
perdite di sangue e terapie antidolorifiche
prolungate, con una sola anestesia.
L’inserimento degli impianti
viene effettuato anche su un osso
ridottissimo e la ricostruzione ossea
viene eseguita contemporaneamente
all’implantologia: in questo modo
l’osso artificiale e l’impianto si
assestano e guariscono contemporaneamente.
Il paziente può tornare
alla propria attività lavorativa senza
problemi e strascichi di dolore già il
giorno successivo all’intervento.
Estetica o funzionalità?
Mi capita spesso di visitare pazienti
sfiduciati da precedenti interventi
che presentano corone e ponti antiestetici
o necessitano di riabilitazioni
totali. Le aspettative di questi
pazienti riguardano soprattutto il profilo
estetico: vivono con disagio i
problemi e l’aspetto della loro
bocca. In questo caso, occuparsi
esclusivamente dei problemi funzionali
di masticazione e durata dell’impianto
significa deludere ancora una
volta il paziente.
Innanzitutto occorre procedere con
accertamenti diagnostici, completi di
radiografie specifiche e, se è il
caso, anche TAC. Solo successivamente è possibile stabilire un preciso
piano di marcia: una volta conseguita
la funzionalità attraverso i
necessari impianti, ci si può occupare
dei problemi estetici. Funzionalità
ed estetica, infatti, si possono considerare
due termini di un binomio
inscindibile.
L’estetica è un fattore soggettivo, il
fattore cui il paziente conferisce
maggior rilevanza, anche perché lo
vede immediatamente tradotto nel
suo sorriso.
Il cosiddetto “effetto protesi”, con i
denti molto lisci e tutti identici, è uno dei risultati più temuti. Se quando
ammiriamo un bel sorriso, ci
poniamo la domanda: “ma saranno
denti veri?”, possiamo esser sicuri
che non lo sono.
L’unico modo per non suscitare questo
dubbio è l’individualizzazione
non solo della forma del dente, ma
anche del colore delle corone, che
devono presentare diverse sfumature,
a partire dal colletto, più scuro,
fino alla parte finale del dente, maggiormente
translucida.
Per quanto riguarda la forma, invece, è possibile creare piccole fessure
longitudinali, in grado di rompere i
raggi della luce e contrastare l’effetto
di bianca uniformità, nemico principale
dell’aspetto naturale della
dentatura.
I denti, insomma, devo apparire vivi,
non spenti.
Questione di zirconio
Il più importante alleato della naturalezza
degli impianti è sicuramente
lo zirconio. Questo materiale, chiamato
anche ossido di zirconio o zirconia,
consente di ottenere capsule
dall’estetica senza pari, del tutto
simile a quella dei denti veri.
Pur avendo quasi la medesima robustezza
del diamante, è estremamente
leggero: le capsule in zirconio
pesano un quarto di quelle “classiche”
ma hanno una durezza quattro
volte maggiore e una durata doppia.
Possono resistere fino a 20 anni, se
il paziente segue scrupolosamente
le indicazioni del medico, sottoponendosi
a controlli e pulizie dentali
professionali ogni sei mesi.
Considero lo zirconio il miglior materiale
per impianti attualmente disponibile,
il più adeguato a soddisfare
le esigenze estetiche, sempre più
elevate e sentite dei pazienti, la cui
età media si sta progressivamente
alzando, rendendo l’implantologia
una soluzione sempre più richiesta e
diffusa.
UN MUSEO AL MESE
Il Castello Reale Di Sarre
Autori: Dott.ssa Viviana Maria VALLET
Regione Autonoma Valle d'Aosta
Dipartimento Soprintendenza per i beni
e le attività culturali
Servizio beni storico-artistici
Piazza Narbonne, 3
11100 AOSTA
Il castello di Sarre, rivolto strategicamente
a dominio delle terre verso
l’alta Valle d’Aosta, sorge in una
posizione amena, a pochi chilometri
dal capoluogo aostano. L’edificio si
trova immerso in un paesaggio di
grande ampiezza, il cui contorno è
definito da imponenti terrazzamenti
a vite e terreni erbosi. Molti autori
hanno sottolineato il fascino del
luogo, da cui si gode uno splendido
panorama del bacino centrale della
valle. Dopo un lungo intervento di
restauro a cura della Soprintendenza
regionale per i beni e le attività culturali,
il castello è stato riaperto
definitivamente al pubblico nel luglio
del 2000. La struttura architettonica,
articolatasi intorno all’antico
maniero risalente probabilmente al
XII secolo, è stata edificata nella
forma attuale agli inizi del XVIII secolo.
Nel 1708, infatti, la fortezza
medievale, che era appartenuta a
diverse famiglie nobili locali e versava
in condizioni di conservazione
pessime, fu acquistata dal barone
Jean-François Ferrod che ne fece
una dimora moderna, adeguata alle
nuove esigenze residenziali e di rappresentanza.
L’impresa non ebbe
buon esito perchè il barone morì in
prigione, in stato di pazzia, per i
debiti contratti e per alcune speculazioni
sbagliate.
Nel 1869 il castello fu acquistato da
Vittorio
Emanuele II,
primo re
d’Italia.
Divenuto il
quartier generale
delle cacce
reali in montagna,
il Castello
Reale di Sarre
conobbe un
momento di
grande prestigio e di larga popolarità:
da qui il re partiva per le sue
famose battute di caccia al camoscio
e allo stambecco nelle valli valdostane, che tanto contribuirono a
creare la sua fama di Roi Chasseur.
Anche il suo successore, Umberto I,
continuò ad utilizzare la dimora per
scopi venatori.
Nel 1899, anno precedente alla sua
morte, il sovrano ordinò che fossero
eseguiti al castello lavori di abbellimento
degli interni, tra cui la decorazione
della Galleria e del Salone dei
Trofei, ornati con migliaia di corna di
stambecchi e camosci visibili ancor
oggi. Se con Vittorio Emanuele III ed
Elena di Montenegro l’interesse nei
confronti della residenza valdostana
venne meno, a partire dagli anni
Venti del XX° secolo il principe di
Piemonte Umberto riprese a frequentare
il castello di Sarre.
Dal decennio successivo, il castello
divenne meta abituale delle villeggiature
estive della sua famiglia: la consorte,
Maria José, appassionata di
escursioni in montagna e provetta
scalatrice, fu particolarmente legata
alla dimora di Sarre e alle vette
della Valle d’Aosta.
Dopo la seconda guerra mondiale e
l’esilio dei Savoia, il castello, passato
agli eredi di Umberto II, fu gestito
da un’impresa privata, la Società
Moriana, che lo aprì al pubblico
come museo di memorie dinastiche
sabaude.
Questa stessa Società lo vendette
nel 1989 alla Regione Valle d’Aosta,
che subito intraprese i lavori di
restauro dell’edificio e di allestimento
del museo.
Il castello si presenta oggi in una
forma che ha voluto privilegiare un
momento preciso della storia del
castello, legato alle vicende della
famiglia reale e al suo rapporto con
il territorio valdostano.
Il progetto di riconversione dell’edificio
in museo, elaborato sulla scorta
dei dati inventariali recuperati nei
fondi archivistici di Casa Savoia, ha
inteso sottolineare la duplice identità
assunta dal castello nel corso
della storia, di dimora abitata (da
residenza venatoria ad abitazione
estiva per la villeggiatura) e di
museo della presenza sabauda in
Valle. Lungo il percorso di visita si
ammira una ricca antologia della produzione
artistica legata alla committenza
di corte tra Otto e Novecento
e si attraversano sale fastosamente
decorate, arredate per rievocare la
dimensione abitativa privata degli
illustri proprietari.
Nelle diverse stanze, su tre piani,
sono esposti ritratti dinastici, in pittura
e scultura, in una sequenza cronologica
che va dal XVI al XX secolo.
Tra questi sono ben rappresentati i
sovrani che hanno regnato all’epoca
dell’Italia unita, Vittorio Emanuele II
e Umberto I, e i membri della famiglia
che hanno vissuto nel castello
dall’inizio del Novecento al secondo
dopoguerra.
Per offrire un sempre nuovo interesse
alla visita del museo, sono state
previste alcune attività interne di
valorizzazione delle collezioni del
castello.
Il Cabinet des Estampes, al piano
terreno, presenta attualmente una
mostra che ha per tema l’iconografia
delle sovrane succedutesi sul trono
d’Italia.
L’esposizione, dal titolo Ritratti di
regine. Margherita, Elena e Maria
José di Savoia: incisioni, litografie,
fotografie per la memoria ufficiale e
privata, è riservata alla presentazione
dei ritratti fotografici, litografici e
in stampa delle tre regine italiane, in
un arco cronologico che si estende
dalla fine dell’Ottocento al secondo
dopoguerra.
Attraverso i ritratti esposti si ripercorre
il cammino della diffusione e
della funzione della fotografia tra
Otto e Novecento, in relazione alle
modalità, a scopo di promozione
dinastico-politica, di divulgazione e
propaganda dell’immagine della
monarchia.
Aggressività canina e terapia farmacologia
Autore: Dr.ssa Giulia BOMPADRE
D.V.M, Ph.D.,
Dipl. Master Universitario in Medicina
comportamentale degli animali d’affezione
Centro Universitario di Referenza per le
Attività e Terapie Assistite con Animali
Facoltà di Medicina Veterinaria -
Università di Bologna
giulia.bompadre@unibo.it
I neurolettici
Nessun farmaco ha un effetto specificatamente
anti-aggressivo, tuttavia
tali sostanze possono aiutare a controllare
le influenze psicologiche che
agiscono sulla soglia dell’aggressività,
così come sull’impulsività e sull’ansia.
Ad ogni trattamento farmacologico
deve affiancarsi una adeguata modificazione
comportamentale associata
ad una prevenzione delle situazioni
che scatenano i comportamenti
aggressivi. E’ sempre bene, laddove
le condizioni lo permettono, preferire
rimedi naturali (fiori di Bach, fitoterapici,
presidi omeopatici) a quelli di
sintesi.
Fra i farmaci definititi depressanti del
sistema nervoso centrale, i neurolettici
calmano l’agitazione e l’aggressività,
hanno proprietà allucunatorie e
creano uno stato di indifferenza psicologica.
La loro azione si esplica a
livello sottocorticale, prevalentemente
a livello limbico.
Alla classe dei neurolettici appartengono
più famiglie chimiche i cui effetti
sono molto differenziati: le fenotiazine,
i butirrofenoni, le benzamidi
sostituite, i neurolettici ritardo e altri
derivati.
La loro modalità di azione è, per alcuni
composti, dose-dipendente. In
base a ciò è possibile constatare che
esistono due tipi di neurolettici: a
bassa dose gli uni, definiti antideficitari,
come la sulpiride, potenziano gli
effetti dell’apomorfina; gli altri, come
la clorpromazina, definiti antiproduttivi,
sono inefficaci a bassa dose. A
dosi elevate, gli antiproduttivi diventano
efficaci ed inibiscono gli effetti
dell’apomorfina; gli antideficitari,
invece, sono antagonisti dell’apomorfina
(il test dell’aporfina, sostanza
capace di aumentare la motilità stimolando
le strutture dopaminergiche,
ha così permesso di constatare l’esistenza
di due tipi di neurolettici). Tra
gli analettici antiproduttivi troviamo la
clorpromazina, indicata quando la
patologia comportamentale è caratterizzata
dalla produzione di risposte
motorie incoordinate e incontrollate;
tra i neurolettici antideficitari, detti
anche disinibitori, troviamo la sulpiride,
indicata sia quando la patologia
comportamentale è caratterizzata
dalla produzione di risposte motorie
incoordinate e incontrollate, sia quando
il quadro clinico è dominato da un
deficit di produzioni comportamentali.
Tali composti sono tanto più sicuri da
utilizzare per il clinico quanto maggiore è la differenza tra posologia antideficitaria
e antiproduttiva. La teoria
più accreditate per spiegare il loro
meccanismo di azione giustifica l’effetto
antideficitario con il blocco del
recettore presinaptico preposto al
controllo della liberazione della dopamina,
la quale verrebbe così ad
aumentare nella fessura sinaptica;
l’effetto antiproduttivo, invece, è giustificato
dal blocco sia del recettore
presinaptico, sia di quello postsinaptico,
con conseguente blocco della trasmissione
dopaminergica.
Il blocco dei recettori a-adrenergici
postsinaptici, spesso associato ad
un’azione sui recettori istaminici, è
responsabile delle proprietà sedative
di alcuni di questi composti, in base
a cui è così possibile individuare i
neurolettici sedativi, terza classe di
neurolettici, dopo gli antideficitari e
gli antiproduttivi, il cui capofila è la
levomepromazina. L’azione di tali
composti si esplica anche col blocco
dei recettori muscarinici per l’acetilcolina
e col blocco dei recettori serotoninergici
5HT2, indispensabile,
quest’ultimo, nel trattamento delle
sociopatie al fine di diminuire la tendenza
a produrre sequenze di aggressività
da dominanza.
Dati i moltepli effetti sui vari tipi di
recettori, è consuetudine misurare
l’affinità di un neurolettico per un
determinato sistema di neurotrasmettitore
mediante una costante, chiamata
costante di inibizione Ki, misurata
con metodi biochimici ed espressa in
nanomoli. I composti il cui rapporto
Ki dopamina/Ki serotonina è compreso
tra 18 e 30, permettono di ottenere
una diminuzione significativa dell’
indice di aggressività globale (Iag) e
dell ’indice di aggressività sociale
(Ias), correlati dalla relazione (Ias /
Iag) x 100 (1).
In relazione al valore della Ki è possibile
raggruppare i composti con un
valore inferiore a 18 (acepromazina,
aloperidolo), quelli con un valore compreso
tra 18 e 30 (pipamperone,
risperidone), ed altri, con un valore
superiore a 30.
Tra gli effetti collaterali, quello dell’abbassamento
della soglia epilettogena.
Tutti i neurolettici sedativi sono delle
fenotiazine e sono indicate, grazie
all’attività di blocco dei recettori aadrenergici
postsinaptici e dei recettori
istaminici, negli stati fobici o
ansiosi accompagnati da iperestesia.
Ad esempio nel caso della sindrome
da privazione allo stadio 1, quando
l’uomo costituisce uno degli stimoli
più sensibilizzanti. Le violente reazioni
di evitamento, dovute all’attivazione
di vie noradrenergiche, diminuiscono
grazie all’azione farmacologica.
Oppure, nel caso di attacchi di panico,
cioè risposte scatenate in una
situazione anormalmente stressogena
(ad esempio trasporto in aereo),
si tenta di attuare una deafferentazione
sensoriale mediante il blocco chimico
provocato dalla levomepromazina.
Nel primo, cioè negli stati fobici o
ansiosi con iperestesia molto marcata,
si impiega una posologia che sopprime
la risposta iperestesica, anche
a danno dello stato di coscienza e
quindi della capacità di apprendimento,
cioè 30-50 mg/m2 ogni 24 ore
(meglio iniziare con un dosaggio elevato
e scalare in 5-7 gg. se gli effetti
indesiderati sono eccessivi). Poi, una
volta stabilizzato, si potrà ridurre il
dosaggio o sostituire il neurolettico
sedativo con un un altro farmaco
(antidepressivo triciclico o betabloccante).
Quando l’iperestesia è meno
accentuata, la posologia consigliata è
15-25 mg/m2 ogni 24 ore. Prima di
situazioni stressanti (viaggio aereo),
al fine di realizzare il blocco chimico,
si somministra la dose massima a
partire da tre giorni prima dell’evento
stressante (suddivisa in due somministrazioni
a distanza di 12 ore due
giorni prima dell’evento e in una
unica dose il giorno dell’evento, somministrata
almeno 90 minuti prima
dell’inizio dell’evento stesso). Gli stati
confusionali e la perdita del controllo
degli sfinteri, soprattutto in un cane
anziano, sono tra gli effetti collaterali
di questa classe di neurolettici.
I neurolettici antiproduttivi sono in
grado di sopprimere vari tipi di risposte
comportamentali, tra cui quelle
dovute a processi di strumentalizzazione
e a manifestazioni ansiose.
In base alla predominanza noradrenergica
o dopaminergica dei disturbi
produttivi, sarà possibile scegliere la
specialità.
Nel caso in cui prevalgano manifestazioni
di paura con sintomi di tipo
acuto (tachicardia, tachipnea), cioè
sintomi che coinvolgono prevalentemente
le vie noradrenergiche, iperestesie,
insonnie, risvegli di soprassalto
con tachicardia e iperventilazione,
viene sfruttata l’affinità del composto
per i recettori a-adrenergici delle fenotiazine.
Le molecole più efficaci sono
la clorpromazina, la tioridazina, la propericiazina,
oppure neurolettici ritardo
somministrati per via i.m. (estere dell’acido
palmitico della pipotiazina).
Nel caso in cui compaiano comportamenti
aggressivi da paura è indicato
la flufenazina.
Per i disturbi produttivi con manifestazioni
prevalenti di tipo dopaminergico
(vomito, ptialismo, diarrea) legate alla
paura, con diminuzione della durata
del sonno e ipertrofia del comportamento
esplorativo, con fenomeni di
anticipazione e comportamenti
aggressivi, le molecole più efficaci
appartengono ai butirrofenoni. Tra
questi indicati sono l’aloperidolo e il
pipamperone, indicato nei casi di
aggressività da dominanza. Nelle
sociopatie allo stadio reattivo è efficace
il risperidone (appartenente a
derivati dei butirrofenoni). Tutti i neurolettici
antiproduttivi vengono utilizzati
secondo la posologia massima successivamente
diminuita nell’arco di 5-
7 gg. a dosi con effetti collaterali
minori (sindromi di tipo parkinsoniano
e discinesie).
I nurolettici antideficitari, come già
accennato, hanno effetti contrastanti
in base alla dose utilizzata: a basse
dosi l’effetto è antideficitario; ad alte
dosi l’effetto è antiproduttivo.
Mentre i neuroletici antideficitari quali
la sulpiride permettono di rilanciare
un comportamento perduto (alimentare,
esplorativo) e di agire sulla capacità
cognitive (disturbi deficitari dopaminergici),
nel caso di quadri aggressivi
strumentalizzati (aggressività da
paura o da irritazione) accompagnati
da manifestazioni emozionali di tipo
digestivo, i soli neurolettici antideficitari
attivi sono le benzamidi sostituite.
Tali farmaci hanno una forte specificità
d’azione, hanno effetti modulabili
in base alla posologia e persistenti
anche dopo la fine della somministrazione
del farmaco, il che permette
uno svezzamento lento. In caso di
sociopatia con aggressività strumentalizzata è indicata la tiapride, o la sultopride
(anche per via i.m.), così come
negli stati algici cronici con aggressività
da irritazione strumentalizzata
oppure no. Nel caso di ansia intermittente,
accompagnata da disturbi digestivi, è indicata la sulpiride.
da (1). Pageat P. Patologia comportamentale del cane. Milano: Le Point Vétérinaire Italie; 1999. (edizione originale: Pathologie du comportement du chien. Maisons-Alfort: Editions du Point Vétérinaire; 1998.)
OBESITA’ e BULIMIA
Varie essenze
Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e Chirurgia
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
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La persona obesa è colei che ingerisce
un’eccessiva quantità di cibo il
quale, di solito, viene espulso troppo
raramente.
Bulimico è il soggetto che, aggredito
dalla incontrollabile necessità di assumere
alimenti in grande misura, dopo
averli ingeriti, li espelle per mezzo di
vomito da se stesso volontariamente
provocato.
I “cibo-dipendenti” vivono in continuo
conflitto tra il desiderio di controllarsi e
la difficoltà di farlo. Sarebbe utile chiederci
il motivo per il quale continuiamo a
mangiare anche quando non sarebbe più
indispensabile. Tale comportamento non
riguarda soltanto il nostro corpo ma
anche la nostra mente, le abitudini del
passato, i messaggi giuntici durante l’infanzia.
Alcuni obesi
adulti mi hanno riferito
che quando erano bambini veniva loro
ordinato di non lasciare niente nel piatto.
Erano anche invitati a commiserare i
bambini affamati di altro continente
come se il cibo in più, faticosamente
ingurgitato, potesse miracolosamente
saziare i diseredati lontani.
A quell'ordine di mangiare tutto qualcuno,
nell’inconscio, ubbidisce ancora
adesso, da adulto.
Nonostante diete ferree può essere difficile
dimagrire se non ci porremo delle
domande e non ci daremo delle risposte.
Sovente chi ha problemi alimentari
manca di autostima, appesantisce il proprio
corpo, non si ama e infine, ritenendosi
forse poco piacente, può instaurare
con il partner rapporti non alla pari ma
di sudditanza. Tutto ciò che ho appena
detto non è certamente la norma ma
nella nostra società, ossessionata dalla
magrezza, può talvolta essere. Tutti gli
esseri umani sono unici, irripetibili nel
loro valore, degni d’amore comunque sia
il loro corpo. A ognuno il diritto di scegliere
e di modificare il proprio aspetto,
se lo desidera. Per rafforzare l’autostima,
si consiglia il fiore di Bach denominato
Larch. L’essenza che aiuta a trovare
la propria identità è Walnut mentre
quella adatta al drenaggio e depurazione è Crabb-Apple. Nessun farmaco, comunque,
compirà il miracolo di farci dimagrire
stabilmente se non analizzeremo il
passato, il rapporto madre-figli, se non
capiremo la causa che ha creato i
profondi vuoti che riteniamo di poter
riempire con il cibo. Quest’ultimo non
basta. Simbolicamente, con gli alimenti,
proviamo a “tapparci la bocca” quando
stiamo per dire qualcosa di distruttivo.
Mi si presenta alla mente l’immagine di
quei neonati e di quei bambini che per
mezzo del pianto vorrebbero esprimersi,
dire qualcosa. A loro, con il cibo o con
un suo surrogato, viene impedito di
farlo.
Tornando al problema del sovrappeso, si
unirà al fiore di Bach adatto, una dieta
alimentare personalizzata, prescritta soltanto
dopo che il paziente avrà espresso
i propri problemi non solo attuali ma
anche trascorsi.