Un bel sorriso si ottiene anche con un po’ di psicologia

Autore: Dr. Bahri ADIS
Implantologia Parodontologia
Milano tel. 02.58303737

Un sorriso perfetto è il desiderio di tutti. Almeno fino al momento in cui alcuni denti vengono a mancare: in genere, a questo punto, la priorità passa alla funzionalità della dentatura che deve essere ripristinata per garantire una corretta masticazione.
Le esigenze estetiche del paziente scivolano in secondo piano e vengono disattese in nome di esigenze “superiori” di funzionalità, come nel celeberrimo detto di ulpiana memoria: “dura lex, sed lex”.
Questo non è l’unico approccio possibile.
Oggi siamo in grado di far combaciare in maniera ottimale funzionalità ed estetica, desideri e possibilità, utilizzando non solo le più avanzate tecniche dell’odontoiatria,
ma anche un po’ di psicologia e dando finalmente ascolto delle esigenze, in primo luogo estetiche, del paziente. La paura, scoglio iniziale Quanti si sdraiano sul lettino del dentista senza provare almeno un vago senso di paura o di timore per la sensazione di dolore che li può attendere? Probabilmente nessuno. Eppure l’odontoiatra tende a sottovalutare questo stato d’animo e spesso presta scarsa considerazione ai timori iniziali di chi si affida alle sue mani, talora semplicemente per ragioni di tempo e di incalzare
delle visite. In genere, il medico si limita a esporre le cure di cui il paziente ha bisogno, il più delle volte senza offrire sufficienti rassicurazioni e dando scarse spiegazioni sulle motivazioni degli interventi che andrà a effettuare.
Sotto il profilo psicologico questo è sicuramente un errore che può minare il rapporto di fiducia medicopaziente, oltre che accrescere la sensazione di paura.
Personalmente ritengo che l’approccio iniziale sia uno dei momenti più importanti anche per la riuscita dei successivi interventi.
È fondamentale che il medico si soffermi non solo sui timori ma anche sulle aspirazioni del paziente, comprendendone i desideri e valutando con calma insieme a lui le possibilità
di realizzazione, nel pieno rispetto delle funzionalità masticatorie.
In questo modo i miei pazienti sanno sempre non solo cosa stanno per affrontare ma anche quali risultati estetici si devono attendere. E la consapevolezza, secondo la mia
esperienza professionale, si rivela sempre la migliore arma per sconfiggere la paura.
Il tempo per scongiurare il dolore Il dolore è un ospite sgradito dei centri medico odontoiatrici.
Fortunatamente le moderne tecnologie lo hanno definitivamente sconfitto:
l’anestesia locale viene oggi praticata anche per i più piccoli interventi. Tuttavia, anche in questo caso, non va sottovalutato il corretto approccio psicologico nei confronti
del paziente, che va messo a suo agio e al quale, ancora una volta, va dedicato il tempo necessario.
Perché l’anestesia agisca, infatti, deve passare un determinato lasso di tempo: lasciarlo trascorrere significa anche avere la garanzia di non eccedere con le dosi…
Le tecniche mini-invasive Sapete da che cosa dipende la scelta tra una tecnica invasiva e una miniinvasiva?
Principalmente dalle capacità dell’odontoiatra.
Sembrerà provocatorio, ma le cose stanno davvero così.
Facciamo subito un esempio concreto.
Quando alcuni denti vengono a mancare per diverse ragioni, per rimpiazzarli l’odontoiatra
ha la possibilità di scegliere tra diverse metodologie: alcuni interventi possono durare
fino a un’ora e mezza a impianto. Si tratta, appunto, di procedure invasive, ancor oggi le più utilizzate nel campo dell’implantologia, sebbene estremamente dolorose e spossanti
per il paziente.
Esistono, però, anche tecniche mini-invasive, ampiamente collaudate.
È ormai da parecchi anni che eseguo, in Italia e Germania, interventi di implantologia con
ricostruzione ossea in meno di un quarto d’ora, senza consistenti perdite di sangue e terapie antidolorifiche prolungate, con una sola anestesia.
L’inserimento degli impianti viene effettuato anche su un osso ridottissimo e la ricostruzione ossea viene eseguita contemporaneamente all’implantologia: in questo modo l’osso artificiale e l’impianto si assestano e guariscono contemporaneamente.
Il paziente può tornare alla propria attività lavorativa senza problemi e strascichi di dolore già il giorno successivo all’intervento.
Estetica o funzionalità?
Mi capita spesso di visitare pazienti sfiduciati da precedenti interventi che presentano corone e ponti antiestetici o necessitano di riabilitazioni totali. Le aspettative di questi
pazienti riguardano soprattutto il profilo estetico: vivono con disagio i problemi e l’aspetto della loro bocca. In questo caso, occuparsi esclusivamente dei problemi funzionali di masticazione e durata dell’impianto significa deludere ancora una
volta il paziente.
Innanzitutto occorre procedere con accertamenti diagnostici, completi di radiografie specifiche e, se è il caso, anche TAC. Solo successivamente è possibile stabilire un preciso piano di marcia: una volta conseguita la funzionalità attraverso i necessari impianti, ci si può occupare dei problemi estetici. Funzionalità ed estetica, infatti, si possono considerare due termini di un binomio inscindibile.
L’estetica è un fattore soggettivo, il fattore cui il paziente conferisce maggior rilevanza, anche perché lo vede immediatamente tradotto nel suo sorriso.
Il cosiddetto “effetto protesi”, con i denti molto lisci e tutti identici, è uno dei risultati più temuti. Se quando ammiriamo un bel sorriso, ci poniamo la domanda: “ma saranno
denti veri?”, possiamo esser sicuri che non lo sono. L’unico modo per non suscitare questo dubbio è l’individualizzazione non solo della forma del dente, ma
anche del colore delle corone, che devono presentare diverse sfumature, a partire dal colletto, più scuro, fino alla parte finale del dente, maggiormente translucida.
Per quanto riguarda la forma, invece, è possibile creare piccole fessure longitudinali, in grado di rompere i raggi della luce e contrastare l’effetto di bianca uniformità, nemico principale dell’aspetto naturale della dentatura.
I denti, insomma, devo apparire vivi, non spenti.
Questione di zirconio Il più importante alleato della naturalezza degli impianti è sicuramente lo zirconio. Questo materiale, chiamato anche ossido di zirconio o zirconia,
consente di ottenere capsule dall’estetica senza pari, del tutto simile a quella dei denti veri.
Pur avendo quasi la medesima robustezza del diamante, è estremamente leggero: le capsule in zirconio pesano un quarto di quelle “classiche” ma hanno una durezza quattro
volte maggiore e una durata doppia. Possono resistere fino a 20 anni, se il paziente segue scrupolosamente le indicazioni del medico, sottoponendosi a controlli e pulizie dentali
professionali ogni sei mesi.
Considero lo zirconio il miglior materiale per impianti attualmente disponibile, il più adeguato a soddisfare le esigenze estetiche, sempre più elevate e sentite dei pazienti, la cui età media si sta progressivamente alzando, rendendo l’implantologia una soluzione sempre più richiesta e diffusa.

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UN MUSEO AL MESE
Il Castello Reale Di Sarre

Autori: Dott.ssa Viviana Maria VALLET
Regione Autonoma Valle d'Aosta
Dipartimento Soprintendenza per i beni e le attività culturali
Servizio beni storico-artistici
Piazza Narbonne, 3 11100 AOSTA

Il castello di Sarre, rivolto strategicamente a dominio delle terre verso l’alta Valle d’Aosta, sorge in una posizione amena, a pochi chilometri dal capoluogo aostano. L’edificio si trova immerso in un paesaggio di grande ampiezza, il cui contorno è
definito da imponenti terrazzamenti a vite e terreni erbosi. Molti autori hanno sottolineato il fascino del luogo, da cui si gode uno splendido panorama del bacino centrale della valle. Dopo un lungo intervento di restauro a cura della Soprintendenza
regionale per i beni e le attività culturali, il castello è stato riaperto definitivamente al pubblico nel luglio del 2000. La struttura architettonica, articolatasi intorno all’antico
maniero risalente probabilmente al XII secolo, è stata edificata nella forma attuale agli inizi del XVIII secolo.
Nel 1708, infatti, la fortezza medievale, che era appartenuta a diverse famiglie nobili locali e versava in condizioni di conservazione pessime, fu acquistata dal barone Jean-François Ferrod che ne fece una dimora moderna, adeguata alle nuove esigenze residenziali e di rappresentanza.
L’impresa non ebbe buon esito perchè il barone morì in prigione, in stato di pazzia, per i
debiti contratti e per alcune speculazioni sbagliate.
Nel 1869 il castello fu acquistato da Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia.
Divenuto il quartier generale delle cacce reali in montagna, il Castello Reale di Sarre
conobbe un momento di grande prestigio e di larga popolarità: da qui il re partiva per le sue famose battute di caccia al camoscio e allo stambecco nelle valli valdostane, che tanto contribuirono a creare la sua fama di Roi Chasseur.
Anche il suo successore, Umberto I, continuò ad utilizzare la dimora per scopi venatori.
Nel 1899, anno precedente alla sua morte, il sovrano ordinò che fossero eseguiti al castello lavori di abbellimento degli interni, tra cui la decorazione della Galleria e del Salone dei Trofei, ornati con migliaia di corna di stambecchi e camosci visibili ancor
oggi. Se con Vittorio Emanuele III ed Elena di Montenegro l’interesse nei confronti della residenza valdostana venne meno, a partire dagli anni Venti del XX° secolo il principe di
Piemonte Umberto riprese a frequentare il castello di Sarre. Dal decennio successivo, il castello divenne meta abituale delle villeggiature estive della sua famiglia: la consorte,
Maria José, appassionata di escursioni in montagna e provetta scalatrice, fu particolarmente legata alla dimora di Sarre e alle vette della Valle d’Aosta.
Dopo la seconda guerra mondiale e l’esilio dei Savoia, il castello, passato agli eredi di Umberto II, fu gestito da un’impresa privata, la Società Moriana, che lo aprì al pubblico
come museo di memorie dinastiche sabaude.
Questa stessa Società lo vendette nel 1989 alla Regione Valle d’Aosta, che subito intraprese i lavori di restauro dell’edificio e di allestimento del museo.
Il castello si presenta oggi in una forma che ha voluto privilegiare un momento preciso della storia del castello, legato alle vicende della famiglia reale e al suo rapporto con
il territorio valdostano.
Il progetto di riconversione dell’edificio in museo, elaborato sulla scorta dei dati inventariali recuperati nei fondi archivistici di Casa Savoia, ha inteso sottolineare la duplice identità assunta dal castello nel corso della storia, di dimora abitata (da
residenza venatoria ad abitazione estiva per la villeggiatura) e di museo della presenza sabauda in Valle. Lungo il percorso di visita si ammira una ricca antologia della produzione
artistica legata alla committenza di corte tra Otto e Novecento e si attraversano sale fastosamente decorate, arredate per rievocare la dimensione abitativa privata degli
illustri proprietari. Nelle diverse stanze, su tre piani, sono esposti ritratti dinastici, in pittura e scultura, in una sequenza cronologica che va dal XVI al XX secolo.
Tra questi sono ben rappresentati i sovrani che hanno regnato all’epoca dell’Italia unita, Vittorio Emanuele II e Umberto I, e i membri della famiglia che hanno vissuto nel castello
dall’inizio del Novecento al secondo dopoguerra.
Per offrire un sempre nuovo interesse alla visita del museo, sono state previste alcune attività interne di valorizzazione delle collezioni del castello.
Il Cabinet des Estampes, al piano terreno, presenta attualmente una mostra che ha per tema l’iconografia delle sovrane succedutesi sul trono d’Italia.
L’esposizione, dal titolo Ritratti di regine. Margherita, Elena e Maria José di Savoia: incisioni, litografie, fotografie per la memoria ufficiale e privata, è riservata alla presentazione dei ritratti fotografici, litografici e in stampa delle tre regine italiane, in
un arco cronologico che si estende dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra.
Attraverso i ritratti esposti si ripercorre il cammino della diffusione e della funzione della fotografia tra Otto e Novecento, in relazione alle modalità, a scopo di promozione
dinastico-politica, di divulgazione e propaganda dell’immagine della monarchia.

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Aggressività canina e terapia farmacologia

Autore: Dr.ssa Giulia BOMPADRE
D.V.M, Ph.D.,
Dipl. Master Universitario in Medicina comportamentale degli animali d’affezione
Centro Universitario di Referenza per le Attività e Terapie Assistite con Animali
Facoltà di Medicina Veterinaria - Università di Bologna
giulia.bompadre@unibo.it

I neurolettici
Nessun farmaco ha un effetto specificatamente anti-aggressivo, tuttavia tali sostanze possono aiutare a controllare le influenze psicologiche che agiscono sulla soglia dell’aggressività, così come sull’impulsività e sull’ansia.
Ad ogni trattamento farmacologico deve affiancarsi una adeguata modificazione comportamentale associata ad una prevenzione delle situazioni che scatenano i comportamenti aggressivi. E’ sempre bene, laddove le condizioni lo permettono, preferire
rimedi naturali (fiori di Bach, fitoterapici, presidi omeopatici) a quelli di sintesi.
Fra i farmaci definititi depressanti del sistema nervoso centrale, i neurolettici calmano l’agitazione e l’aggressività, hanno proprietà allucunatorie e creano uno stato di indifferenza psicologica.
La loro azione si esplica a livello sottocorticale, prevalentemente a livello limbico.
Alla classe dei neurolettici appartengono più famiglie chimiche i cui effetti sono molto differenziati: le fenotiazine, i butirrofenoni, le benzamidi sostituite, i neurolettici ritardo e altri derivati.
La loro modalità di azione è, per alcuni composti, dose-dipendente. In base a ciò è possibile constatare che esistono due tipi di neurolettici: a bassa dose gli uni, definiti antideficitari, come la sulpiride, potenziano gli effetti dell’apomorfina; gli altri, come
la clorpromazina, definiti antiproduttivi, sono inefficaci a bassa dose. A dosi elevate, gli antiproduttivi diventano efficaci ed inibiscono gli effetti dell’apomorfina; gli antideficitari,
invece, sono antagonisti dell’apomorfina (il test dell’aporfina, sostanza capace di aumentare la motilità stimolando le strutture dopaminergiche, ha così permesso di constatare l’esistenza di due tipi di neurolettici). Tra gli analettici antiproduttivi troviamo la clorpromazina, indicata quando la patologia comportamentale è caratterizzata
dalla produzione di risposte motorie incoordinate e incontrollate; tra i neurolettici antideficitari, detti anche disinibitori, troviamo la sulpiride, indicata sia quando la patologia comportamentale è caratterizzata dalla produzione di risposte motorie incoordinate e incontrollate, sia quando il quadro clinico è dominato da un deficit di produzioni comportamentali.
Tali composti sono tanto più sicuri da utilizzare per il clinico quanto maggiore è la differenza tra posologia antideficitaria e antiproduttiva. La teoria più accreditate per spiegare il loro meccanismo di azione giustifica l’effetto antideficitario con il blocco del
recettore presinaptico preposto al controllo della liberazione della dopamina, la quale verrebbe così ad aumentare nella fessura sinaptica; l’effetto antiproduttivo, invece, è giustificato dal blocco sia del recettore presinaptico, sia di quello postsinaptico,
con conseguente blocco della trasmissione dopaminergica.
Il blocco dei recettori a-adrenergici postsinaptici, spesso associato ad un’azione sui recettori istaminici, è responsabile delle proprietà sedative di alcuni di questi composti, in base a cui è così possibile individuare i neurolettici sedativi, terza classe di neurolettici, dopo gli antideficitari e gli antiproduttivi, il cui capofila è la levomepromazina. L’azione di tali composti si esplica anche col blocco dei recettori muscarinici per l’acetilcolina e col blocco dei recettori serotoninergici 5HT2, indispensabile, quest’ultimo, nel trattamento delle sociopatie al fine di diminuire la tendenza a produrre sequenze di aggressività da dominanza.
Dati i moltepli effetti sui vari tipi di recettori, è consuetudine misurare l’affinità di un neurolettico per un determinato sistema di neurotrasmettitore mediante una costante, chiamata costante di inibizione Ki, misurata con metodi biochimici ed espressa in
nanomoli. I composti il cui rapporto Ki dopamina/Ki serotonina è compreso tra 18 e 30, permettono di ottenere una diminuzione significativa dell’ indice di aggressività globale (Iag) e dell ’indice di aggressività sociale (Ias), correlati dalla relazione (Ias / Iag) x 100 (1).
In relazione al valore della Ki è possibile raggruppare i composti con un valore inferiore a 18 (acepromazina, aloperidolo), quelli con un valore compreso tra 18 e 30 (pipamperone,
risperidone), ed altri, con un valore superiore a 30.
Tra gli effetti collaterali, quello dell’abbassamento della soglia epilettogena.
Tutti i neurolettici sedativi sono delle fenotiazine e sono indicate, grazie all’attività di blocco dei recettori aadrenergici postsinaptici e dei recettori istaminici, negli stati fobici o ansiosi accompagnati da iperestesia.
Ad esempio nel caso della sindrome da privazione allo stadio 1, quando l’uomo costituisce uno degli stimoli più sensibilizzanti. Le violente reazioni di evitamento, dovute all’attivazione di vie noradrenergiche, diminuiscono grazie all’azione farmacologica.
Oppure, nel caso di attacchi di panico, cioè risposte scatenate in una situazione anormalmente stressogena (ad esempio trasporto in aereo), si tenta di attuare una deafferentazione sensoriale mediante il blocco chimico provocato dalla levomepromazina.
Nel primo, cioè negli stati fobici o ansiosi con iperestesia molto marcata, si impiega una posologia che sopprime la risposta iperestesica, anche a danno dello stato di coscienza e
quindi della capacità di apprendimento, cioè 30-50 mg/m2 ogni 24 ore (meglio iniziare con un dosaggio elevato e scalare in 5-7 gg. se gli effetti indesiderati sono eccessivi). Poi, una
volta stabilizzato, si potrà ridurre il dosaggio o sostituire il neurolettico sedativo con un un altro farmaco (antidepressivo triciclico o betabloccante).
Quando l’iperestesia è meno accentuata, la posologia consigliata è 15-25 mg/m2 ogni 24 ore. Prima di situazioni stressanti (viaggio aereo), al fine di realizzare il blocco chimico,
si somministra la dose massima a partire da tre giorni prima dell’evento stressante (suddivisa in due somministrazioni a distanza di 12 ore due giorni prima dell’evento e in una unica dose il giorno dell’evento, somministrata almeno 90 minuti prima
dell’inizio dell’evento stesso). Gli stati confusionali e la perdita del controllo
degli sfinteri, soprattutto in un cane anziano, sono tra gli effetti collaterali di questa classe di neurolettici. I neurolettici antiproduttivi sono in grado di sopprimere vari tipi di risposte comportamentali, tra cui quelle dovute a processi di strumentalizzazione
e a manifestazioni ansiose.
In base alla predominanza noradrenergica o dopaminergica dei disturbi produttivi, sarà possibile scegliere la specialità.
Nel caso in cui prevalgano manifestazioni di paura con sintomi di tipo acuto (tachicardia, tachipnea), cioè sintomi che coinvolgono prevalentemente le vie noradrenergiche, iperestesie, insonnie, risvegli di soprassalto con tachicardia e iperventilazione,
viene sfruttata l’affinità del composto per i recettori a-adrenergici delle fenotiazine.
Le molecole più efficaci sono la clorpromazina, la tioridazina, la propericiazina, oppure neurolettici ritardo somministrati per via i.m. (estere dell’acido palmitico della pipotiazina).
Nel caso in cui compaiano comportamenti aggressivi da paura è indicato la flufenazina.
Per i disturbi produttivi con manifestazioni prevalenti di tipo dopaminergico (vomito, ptialismo, diarrea) legate alla paura, con diminuzione della durata del sonno e ipertrofia del comportamento esplorativo, con fenomeni di anticipazione e comportamenti
aggressivi, le molecole più efficaci appartengono ai butirrofenoni. Tra questi indicati sono l’aloperidolo e il pipamperone, indicato nei casi di aggressività da dominanza. Nelle
sociopatie allo stadio reattivo è efficace il risperidone (appartenente a derivati dei butirrofenoni). Tutti i neurolettici antiproduttivi vengono utilizzati secondo la posologia massima successivamente diminuita nell’arco di 5- 7 gg. a dosi con effetti collaterali minori (sindromi di tipo parkinsoniano e discinesie).
I nurolettici antideficitari, come già accennato, hanno effetti contrastanti in base alla dose utilizzata: a basse dosi l’effetto è antideficitario; ad alte dosi l’effetto è antiproduttivo. Mentre i neuroletici antideficitari quali la sulpiride permettono di rilanciare un comportamento perduto (alimentare, esplorativo) e di agire sulla capacità
cognitive (disturbi deficitari dopaminergici), nel caso di quadri aggressivi strumentalizzati (aggressività da paura o da irritazione) accompagnati da manifestazioni emozionali di tipo
digestivo, i soli neurolettici antideficitari attivi sono le benzamidi sostituite. Tali farmaci hanno una forte specificità d’azione, hanno effetti modulabili in base alla posologia e persistenti anche dopo la fine della somministrazione del farmaco, il che permette
uno svezzamento lento. In caso di sociopatia con aggressività strumentalizzata è indicata la tiapride, o la sultopride (anche per via i.m.), così come negli stati algici cronici con aggressività da irritazione strumentalizzata oppure no. Nel caso di ansia intermittente,
accompagnata da disturbi digestivi, è indicata la sulpiride.

da (1). Pageat P. Patologia comportamentale del cane. Milano: Le Point Vétérinaire Italie; 1999. (edizione originale: Pathologie du comportement du chien. Maisons-Alfort: Editions du Point Vétérinaire; 1998.)

 

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OBESITA’ e BULIMIA
Varie essenze

Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e ChirurgiaFiori di Bach
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
www.omeopatiaonline.com

La persona obesa è colei che ingerisce un’eccessiva quantità di cibo il quale, di solito, viene espulso troppo raramente.
Bulimico è il soggetto che, aggredito dalla incontrollabile necessità di assumere alimenti in grande misura, dopo averli ingeriti, li espelle per mezzo di vomito da se stesso volontariamente provocato.
I “cibo-dipendenti” vivono in continuo conflitto tra il desiderio di controllarsi e la difficoltà di farlo. Sarebbe utile chiederci il motivo per il quale continuiamo a mangiare anche quando non sarebbe più indispensabile. Tale comportamento non riguarda soltanto il nostro corpo ma anche la nostra mente, le abitudini del passato, i messaggi giuntici durante l’infanzia. Alcuni obesi adulti mi hanno riferito che quando erano bambini veniva loro ordinato di non lasciare niente nel piatto.
Erano anche invitati a commiserare i bambini affamati di altro continente come se il cibo in più, faticosamente ingurgitato, potesse miracolosamente saziare i diseredati lontani.
A quell'ordine di mangiare tutto qualcuno, nell’inconscio, ubbidisce ancora adesso, da adulto.
Nonostante diete ferree può essere difficile dimagrire se non ci porremo delle domande e non ci daremo delle risposte.
Sovente chi ha problemi alimentari manca di autostima, appesantisce il proprio corpo, non si ama e infine, ritenendosi forse poco piacente, può instaurare con il partner rapporti non alla pari ma di sudditanza. Tutto ciò che ho appena detto non è certamente la norma ma nella nostra società, ossessionata dalla magrezza, può talvolta essere. Tutti gli esseri umani sono unici, irripetibili nel loro valore, degni d’amore comunque sia
il loro corpo. A ognuno il diritto di scegliere e di modificare il proprio aspetto,
se lo desidera. Per rafforzare l’autostima, si consiglia il fiore di Bach denominato Larch. L’essenza che aiuta a trovare la propria identità è Walnut mentre quella adatta al drenaggio e depurazione è Crabb-Apple. Nessun farmaco, comunque, compirà il miracolo di farci dimagrire stabilmente se non analizzeremo il passato, il rapporto madre-figli, se non capiremo la causa che ha creato i profondi vuoti che riteniamo di poter riempire con il cibo. Quest’ultimo non basta. Simbolicamente, con gli alimenti, proviamo a “tapparci la bocca” quando stiamo per dire qualcosa di distruttivo. Mi si presenta alla mente l’immagine di quei neonati e di quei bambini che per mezzo del pianto vorrebbero esprimersi, dire qualcosa. A loro, con il cibo o con un suo surrogato, viene impedito di
farlo.
Tornando al problema del sovrappeso, si unirà al fiore di Bach adatto, una dieta alimentare personalizzata, prescritta soltanto dopo che il paziente avrà espresso i propri problemi non solo attuali ma anche trascorsi.

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