Labbra più voluminose
Autore: Dott. Ambrogio CASTELLI
Medico chirugo
Specialista in otorinolaringoiatria e
chirurgia della testa e del collo
Via Cremona 11
21052 Busto Arsizio
Tel. 0331-683312
Via Pacini 2821131 Milano
Tel e fax 02.70602676
Sfogliando riviste di moda e di gossip
si può inorridire di fronte ad aspiranti
attrici, veline, soubrettes che mostrano
orgogliose labbra che non hanno
alcuna estetica ed il cui unico obiettivo
raggiunto è l’aumento spoporzionato
ed innaturale del loro volume.
Sarebbe forse necessario analizzare
anatomicamente ciò che s’intende
per labbra.
Le labbra constano di 2 componenti:
il labbro cutaneo in sé ed il vermiglione od orlo roseo.
Qualsiasi tecnica iniettiva con filler,
in modo poco accorto, può creare
labbroni interessando solo la parte
cutanea e muscolare del medesimo
determinandone un aumento sproporzionato.
L’anatomia artistica, da cui forse
sarebbe necessario, con molta
umiltà, trarre qualche suggerimento,
rappresenta labbra dove il vermiglione
od orlo roseo inferiore è maggiore
od al massimo pari a quello del labbro
superiore.
Affrontando il problema dell’aumento
delle labbra, vi sono due metodiche:
1. iniettiva che necessita di una
buona manualità per creare un
aumento naturale del cosiddetto
orlo roseo, senza creare salvagenti
inestetici e così evidenti.
2. chirurgia che io prediligo.
Metodica, questa, che effettua in
neuroleptoanalgesia con assistenza
dell’anestesista, procedendo ad
una infiltrazione di anestetico locale
a livello tronculare, interessando
rispettivamente il nervo infraorbitario
bilateralmente per il labbro
superiore, ed il nervo mentoniero
bilateralmente per il labbro inferiore.
La tecnica chirugica interviene in
modo definitivo attraverso la mucosa
delle labbra a livello dell’orlo roseo
senza lasciare cicatrci con un effetto
molto naturale, determinandone l’aumento
del volume desiderato.
Non esistono medicazioni.
Rimarrà solo qualche gonfiore per 10
giorni.
Dopo di che si avranno le labbra
naturali tanto desiderate.
Per l’Alzheimer c’è molto da fare
Autore: Prof. Aldo Franco DE ROSE
Urologo
Genova,
aldofdr@libero.it
Ogni anno un malato di Alzheimer
costa alla famiglia e alla collettività
60.900 euro. Il 32,7 per cento dei
èassistito da badanti straniere.
Un esercito in continuo aumento,
come quello dei malati che in Italia
toccano il milione: 905.713 per l’esattezza
secondo l’ultimo rapporto europeo
sulla demenza.
Con costi socio-sanitari in rapida evoluzione,
per lo più legati all’assistenza
del malato via via disabile, dalla
mente al corpo.
“L’Alzheimer nel prossimo futuro costituirà
una vera emergenza sanitaria e
sociale - ha detto Patrizia Spadin, presidente
dell’Associazione italiana
malattia Alzheimer (AIMA) nel corso di
un convegno svoltosi a Milano - Le
famiglie, tra l’altro, sono sempre più
povere di energie e risorse economiche
e sempre più mononucleari. Infatti
la maggior parte dei degenti nelle
case di cura sono anziani affetti da
demenza”. Oggi sono disponibili farmaci
che agiscono sui sintomi con un
notevole miglioramento della qualità
della vita del paziente e di coloro che
lo seguono ma l’accesso alle cure è
anche uno dei maggiori problemi dei
malati. “C’è l’esigenza di uniformare
le cure a livello nazionale ed europeo -
denuncia Spadin - e di rendere gratuita
la memantina, entrata nel prontuario
italiano in ritardo rispetto agli altri
Paesi europei e messa in fascia C,
quella a pagamento, mentre in altri
Paesi è gratuita. Un costo non indifferente
per le famiglie di un malato di
Alzheimer già impegnate in spese di
gestione del congiunto estremamente
gravose”. “La ricetta della Regione
Lombardia per la lotta all’Alzheimer -
ha spiegato Carlo Lucchina, Direttore
Generale Sanità Regione Lombardia -
prevede un consistente sforzo assistenziale
al malato attraverso le Unita
di Valutazione Alzheimer, che sono diffuse
capillarmente su tutto il territorio.
“Degna di nota - continua Lucchina - è
senza dubbio la sperimentazione deliberata
dalla Regione nel 2005 per
valutare farmaci autorizzati ma non
prescrivibili dal SSN. Hanno partecipato
allo studio 43 UVA coadiuvate dalla
clinica neurologica dell’Ospedale
Sacco, in stretta collaborazione con
l’Istituto Superiore di Sanità”. “Per ora
si può dire che i dati corrispondono a
quelli di uno studio statunitense: efficacia
del 25-29 per cento nel tenere
sotto controllo l’evoluzione della
malattia. Sovrapponibili agli altri farmaci,
con la differenza che il meccanismo
d’azione della memantina è diverso
da quello degli inibitori di acetilcolinesterasi
e che un domani si potrebbe
ipotizzare uno studio che abbini
entrambi i medicinali sperando in un
effetto sinergico” - ha detto Claudio
Mariani, direttore della Clinica
Neurologica dell’Ospedale Luigi Sacco,
coordinatore dello studio.
Dolori ai piedi: conseguenza di alterazioni posturali
Autore: Prof. Daniele RAGGI
Dott. in Scienze Motorie e in
Fisioterapista, Posturologo, Mézièrista.
Docente Master in Posturologia
c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia
(Dip.to di Medicina Sperimentale e Patologie),
Università “La Sapienza” di Roma
e c/o l’Università Cattolica di Milano,
Facoltà di Scienze Motorie.
Direttore di Kinesistudio
(Studio di Posturologia) di Milano
Ogni giorno ci permettono una normale
vita di relazione, ci permettono di
camminare, correre, saltare, ballare,
giocare, dunque esprimerci in vari
modi; i nostri piedi sono una straordinaria
opera ingegneristica della natura
capaci per questo di sopportare in
ogni frangente il peso del nostro
corpo e consentirci di camminare fino
a poter coprire distanze ben oltre
160.000 chilometri (circa quattro
volte il giro del mondo).
Collocati ben lontani dalla testa e
dagli occhi (sede delle percezioni e
della vista), “questi sconosciuti”
divengono troppo spesso trascurati o
dimenticati. Anche l’odore caratteristico
di un piede soffocato dentro calzini
sintetici e dentro scarpe ermetiche,
porta a considerarlo sempre
meno dignitoso ed importante.
Vediamo di conoscere meglio questa
meravigliosa opera di ingegneria biomeccanica creata dalla natura che,
grazie a 26 ossa, 33 articolazioni,
114 legamenti, 20 muscoli e un’infinità
di recettori nervosi svolge importantissime
funzioni, alcune delle quali
automatiche e pertanto ignorate almeno
fino a quando funzionano correttamente
e/o non provocano dolore.
Il piede, infatti, è l’organo che permette
la stazione eretta, la propulsione
ed il movimento, l’adattamento
della marcia sul terreno e la coordinazione
della postura ma non solo.
Esso ha persino una funzione importantissima
per quanto riguarda il ritorno
venoso dagli arti inferiori: la “spremitura”
dell’intrico di vasi e capillari
presenti dal tallone all’avampiede
(soletta plantare del Lejars) e dei vasi
profondi del polpaccio ad opera della
muscolatura, consente al piede di
comportarsi come una seconda
pompa cardiaca. Il corretto funzionamento
del sistema piede – caviglia –
ginocchio permette pertanto di riportare
il sangue al cuore evitando
edemi, gonfiori e la comparsa, nel
tempo, delle temute vene varicose.
Altro aspetto particolarmente importante è la presenza della cosiddetta “mappa riflessogena” cioè della
proiezione sulla pianta e sul dorso
del piede di punti corrispondenti a
tutte le altre zone del corpo, organi
interni compresi. Ne risulta che una
camminata corretta, non ostacolata
da scarpe scomode, tomaie rigide,
con tacchi e/o supporti plantari, permette
di esercitare un massaggio
completo e benefico di tutto il corpo
in modo del tutto gratuito.
Tornando alle funzioni prettamente
meccaniche del nostro piede, oltre
all’evidente funzione di sostegno, ha
anche una funzione di “radar” ovvero
di analizzatore delle asperità del terreno
al fine di predisporre immediati
adattamenti posturali per evitare traumi,
distorsioni o compressioni delle
varie articolazioni (dal piede a tutta la
colonna, al cranio).
La mancata o alterata sensibilità
anche di una sola parte del piede,
renderebbe le risposte alterate o falsate:
saranno risposte non corrette
ma adattate, con il rischio di inciampare
facilmente anche su un terreno
perfettamente pianeggiante.
Un’altra funzione importantissima
svolta dai piedi è quella di ammortizzatore.
Essi infatti presentano tre
archi tesi tra calcagno, primo e quinto
metatarso, in grado di modificare il
proprio arco di curvatura per restituire
successivamente la forza elastica
che accumulano, esattamente come
succede negli ammortizzatori per veicoli
del tipo a “balestra”.
Quando questo meccanismo funziona
correttamente la spinta proveniente
dal peso soprastante durante il
passo, viene utilizzata per le funzioni
di spremitura della soletta plantare e
di massaggio delle zone riflesse, ma
soprattutto viene smorzata la controspinta
proveniente dal terreno, evitando
che colpisca con violenza le articolazioni
superiori: ginocchia, anche,
articolazioni vertebrali. Persino la
mandibola può risentire di un appoggio
scorretto del piede.
Quali devono essere le caratteristiche
di un piede in buona salute?
Dal punto di vista funzionale, l’appoggio
del piede dovrebbe essere equamente
diviso tra retropiede ed avampiede,
ed in particolare dovrebbe permettere
di scaricare il peso corporeo su
calcagno, primo e quinto metatarso con
un rapporto rispettivamente di 3:2:1.
Come appena ricordato, è fondamentale
la presenza dei tre archi plantari
(generalmente riusciamo ad individuare
solo quello interno perché più
ampio), che devono fornire la sensazione
di plasticità, adattabilità e morbidezza
del piede.
Guardiamo i nostri piedi:
Scalzi, a piedi uniti dagli alluci ai talloni;
se i piedi hanno una forma corretta,
dovremmo poter osservare chegli alluci si toccano per intero, mantenere
un po’ di spazio fra una volta
plantare e l’altra, e le caviglie (malleoli
tibiali), devono toccarsi.
I bordi esterni del piede non devono
presentare spanciature.
Inoltre tutte le dita dovrebbero essere
diritte, distese, appoggiate a terra,
ciascuna sul prolungamento del proprio
tendine (individuabile sollevando
leggermente le dita dal suolo), senza
essere griffate (ad artiglio) o a martello.
Anche il quinto dito deve essere
preso in considerazione: può essere
definito la nostra “pinna stabilizzatrice”
e deve mantenere la sua capacità
di abdursi (aprirsi verso l’esterno).
Sulla pianta e sulle dita non
devono essere presenti calli, vescicole,
arrossamenti o ispessimenti cutanei:
questi elementi sarebbero da
imputare a sovraccarichi funzionali.
Anche una persona non esperta sarà
in grado di capire se un piede è funzionalmente
corretto dal suo aspetto
non armonico; infatti la presenza di
calli, storture, piedi “nodosi”, etc., ci
deve subito far pensare a squilibri
posturali che si sono instaurati nel
tempo per svariate ragioni: incidenti,
posture viziate, diaframma molto
teso per eccesso di stress, interventi
chirurgici, cicatrici, problemi odontoiatrici,
problemi visivi, problemi
viscerali, etc.
In altre parole, ogni problema muscolo-articolare di una area corporea, si
ricollega con l’intero sistema posturale
e dunque anche con i piedi. Anzi,
la relazione con i piedi è ancor più
importante di altre parti perché questi
rappresentano la mediazione con
il terreno, ovvero la via preferita dal
corpo per scaricare verso l’esterno i
problemi posturali provenienti dall’alto
(dato che la forza di gravità ci
spinge verso il terreno e non verso il
cielo). Nel caso in cui si utilizzino calzature
inadeguate, con punta stretta,
plantari, tacchi, fondo rigido o costrizioni
sulla caviglia, il danno che i
piedi possono subire diventa una certezza.
Quando il piede diventa sofferente
ed incapace di ammortizzare
l’impatto che proviene dall’alto, restituisce
le sue rigidità e problematiche
nuovamente verso l’alto, creando l’effetto
boomerang.
Ed ecco che si crea un gomitolo di
problemi, una confusione fra la causa
ed effetto, cioè il dolore, con maggior
difficoltà per il posturologo nel risolvere
il problema.
Un sondaggio della Doxa rivela che
sono molti gli italiani che soffrono o
hanno sofferto di dolori ai piedi: questo
problema, quasi sconosciuto tra
le popolazioni che camminano a piedi
scalzi, con il piede libero di adattarsi, è invece sentito dalle popolazioni “civilizzate”. Infatti le calzature, nate
per proteggere i nostri piedi, si possono
trasformare in strumenti di tortura,
diventando responsabili (in
buona parte) dei problemi ai piedi.
La ragione per cui le donne soffrono
di problemi ai piedi in percentuale
quasi doppia rispetto agli uomini è
legata al fatto che portano abitualmente
scarpe più strette in punta
(che non lasciano spazio alle dita e
le stringono come una morsa fino a
deformarle) e coi tacchi che obbligano
il peso del corpo a scaricarsi
sull’avampiede.
Ecco una delle cause dell’alluce
valgo e delle metatarsalgie (cioè i
dolori alla base delle dita dovuti alla
compressione e alla caduta delle
teste metatarsali).
La parola al paziente:
“Perché i miei piedi fanno tanto
male”?
Il Signor A., dirigente aziendale di 55
anni, si rivolge al nostro studio esasperato
dai forti dolori ai piedi che si
scatenano quando cammina e quando
sta in piedi per lungo tempo. I
dolori lo portano a zoppicare in caso
di terreno sconnesso o ciottolati.
Questa situazione si protrae ormai da
un paio d’anni, ed ultimamente anche
le ginocchia cominciano a lamentare
dolorose sensazioni nella sosta in
piedi prolungata. Inoltre soffre di forti
rigidità a tutta la schiena e alle
gambe, tanto da far fatica a mettersi
i calzini e le scarpe. Questa sensazione
di tensione diffusa, unita al notevole
sovrappeso, lo fanno a suo dire “sentire come un’ottantenne malconcio”.
Diagnosi medica: “metatarsalgia” con
presenza di neurinoma di Morton.
L’osservazione della postura delpaziente evidenzia la forma dei piedi
difforme dai canoni posturali data la
forte presenza di dita rattrappite (griffate),
con evidentissima caduta delle
teste metatarsali. La forma del torace
ed il suo modo di respirare esprimono
un grosso blocco respiratorio-diaframmatico.
A tal proposito il Sig. A. riferisce
di vivere da molti anni sottoposto a
forti stress per il suo ruolo di responsabile
in azienda, rendendosi conto
che a volte dimentica di respirare.
La colonna presenta curve alterate,
ovvero le lordosi cervicale e lombare
sono fortemente accentuate.
Alla luce di queste evidenze, l’approccio
terapeutico e posturologico inizia
con esercizi di rilascio e sblocco del
muscolo diaframma (il principale della
respirazione come già visto negli articoli
precedenti) mentre il paziente è in
postura decompensata su Pancafit®.
Successivamente la seduta
Posturologica continua con esercizi
che hanno lo scopo di ridurre le tensioni
dei muscoli responsabili delle
cadute delle teste metatarsali.
Alla fine della prima seduta, definita “molto impegnativa”, il Sig. A. riferisce
che l’appoggio dei piedi a terra
risulta decisamente più sicuro ed
equilibrato ed è presente una diffusa
scioltezza alle ginocchia.
Il Paziente, sorpreso del risultato ottenuto,
decide pertanto di proseguire
con le sedute Posturali.
Nel corso delle sedute successive,
oltre a proseguire con il lavoro del
primo incontro, sono stati inseriti
esercizi posturali per il collo, date le
tensioni accumulate durante gli anni
di lavoro e di stress.
Al fine di accelerare i tempi di recupero
della forma fisica, l’impegno del Sig. A,
prosegue anche a casa: accetta di
svolgere, per sole due volte a settimana,
esercizi di respirazione ed esercizi
con le “Star balls” (particolari palline
decontratturanti per i muscoli della
colonna vertebrale e degli arti inferiori),
in modo da allentare le tensioni della
catena muscolare posteriore.
Alla quarta seduta il Signor A. può già
camminare in modo deciso e veloce
ed il suo disagio è già stato ridotto
dell’80%; non avverte più dolori, se
non una lieve sofferenza quando
calza scarpe dalla suola particolarmente
sottile.
Alla nona seduta il paziente è decisamente “rinnovato” sia nell’aspetto
fisico sia nel modo di percepirsi. I
piedi e le ginocchia che tanto avevano
sofferto, non lamentano più alcun
dolore rigidità o tensioni.
Anche il collo ora può girarsi con
scioltezza; infilarsi i calzini è diventata
un’operazione agevole.
I miglioramenti fisici ottenuti, hanno
ridato al paziente la “voglia di cambiare”,
di fare, di tornare ad essere
vivo e dinamico come vent’anni
prima, inducendolo anche a cambiare
il proprio regime alimentare, con il
risultato di aver ridotto notevolmente
il suo soprappeso.
Oggi, il nostro Signor A, dimostra
veramente 20 anni di meno!
Trauma cranico nel bambino piccolo
Autore: Dr. Alberto FERRANDO
Pediatra
Studio: Corso Europa 1136
16131 Genova
www.ferrandoalberto.com
aferrand@fastwebnet.it
Prevenzione
La causa più frequente che richiede l’assistenza
di un Pronto Soccorso per un
bambino è la conseguenza di un incidente,
domestico o no, che il più delle
volte, per fortuna, si risolve con un grosso
spavento ma altre volte, purtroppo,
porta con sè una prognosi ben più
grave. Fra gli incidenti in cui può incorrere
un bambino, al primo posto per frequenza,
sono i traumi ed in particolare
oggi vorremmo parlare dei traumi cranici,
di come possiamo prevenirli e di
quando dobbiamo preoccuparci a trauma
avvenuto.
Il trauma cranico rappresenta, purtroppo,
in Italia, la prima causa di morte
nella fascia di età da 1 a 14 anni ma
nella maggior parte dei casi si risolve
senza esiti. Dal 4 al 8 % delle visite
eseguite al Pronto soccorso è dovuto al
trauma cranico.
Un nostro collega Pediatra di Famiglia
ha rilevato quante volte, nella sua attività
quotidiana, viene interpellato per
incidenti occorsi ai bambini suoi assistiti:
le telefonate per consulenze riguardo
a tali problemi sono solo l’1,66% di quelle totali (1138 in due mesi di lavoro,
in periodo non “di punta” come quello
influenzale...) cioè una ogni 3 giorni,
di cui la stragrande maggioranza per
traumi. Sembrerebbero poche rispetto al
numero totale di telefonate per patologie
varie, ma in realtà la percentuale in
cui la conseguenza della visita del
Pediatra a causa di un incidente porta
all’ospedalizzazione del bambino, è il
20% del totale.
Quindi quasi ogni dodici giorni un bambino
finisce in Ospedale per le conseguenze
di un incidente di cui il trauma rappresenta
la situazione più frequente.
Vediamo quindi come cercare di prevenire
il trauma cranico, incominciando oggi
dal bambino piccolo anche se dobbiamo
constatare e ricordare che, per quanto i
genitori, nonni, maestri ecc. stiano
attenti e scrupolosi, i bambini riescono
ad avere degli incidenti e, in alcuni casi,
le “zuccate” siano piuttosto frequenti.
Ricordiamo il figlio di un collega che
voleva fare delle foto ricordo del figlio di
poco più di 1 anno e che rimandava
sempre in quanto aveva dei “bitorzoli”
sulla testa conseguenti a varie cadute.
E’ comunque importante evitare situazioni
di rischio di incidenti gravi come
sottoesposto e ricordiamo (e ricorderemo
anche se appariamo noiosi) di non
viaggiare mai in auto senza avere sistemato
il bambino nel suo “seggiolino”.
I bambini si muovono molto fin dopo la
nascita, riuscendo a spingersi con i piedini
se questi trovano un appoggio; crescendo,
diventano capaci di rotolare
prima di quanto possiate immaginare
per cui dovrete stare sempre molto attenti
e non perderlo mai di vista. Quindi
non lasciate mai vostro figlio da solo
su fasciatoi, letti, divani o poltrone,
anche per brevi istanti, perchè vi sta
suonando il telefono o perchè vi sta
uscendo il caffè! In questo caso mettetelo
in un luogo sicuro come un box o il
lettino con le sponde, se non potete
portarlo in braccio con voi.
Verificate che il lettino abbia sempre le sponde alzate quando vi lasciate vostro
figlio.
Quando il vostro bambino avrà imparato
a gattonare dovrete usare cancelletti per
le scale e chiudere le porte delle stanze
che giudicherete per lui pericolose
Non usate mai il girello perchè il bambino
potrebbe capovolgerlo o cadere dalle
scale ma soprattutto la sua autonomia
di spostamento diventerà col girello
assai maggiore facendogli raggiungere
camere per lui pericolose e, per esempio,
permettendogli di rovesciarsi addosso
oggetti pesanti (paralumi, tirando il
filo della luce) o cibi bollenti arrivando in
cucina.
Badate che le finestre siano protette da
parapetti se abitate al di sopra del
primo piano. Fate attenzione a spigoli
taglienti di tavoli o di altro mobilio con i
quali il bambino potrebbe ferirsi al capo.
Tenete presente che il vostro bambino è
in grado di scavalcare le sponde del lettino
se,una volta in piedi, il margine
superiore delle sbarre supera la l’altezza
dei capezzoli.
Tutto questo andrebbe applicato non
solo in casa del bambino ma anche in
tutti i luoghi che frequenta abitualmente:
asilo, casa dei nonni, casa di vacanza,
etc...e vanno coinvolte in questa mentalità
di prevenzione tutte le persone che
si occupano quotidianamente del piccolo
e cioè maestre, babysitter, nonni.
Il vostro Pediatra, inoltre, può rappresentare
il giusto riferimento per chiedere
consigli e delucidazioni su un argomento
di così fondamentale rilevanza per la
salute del vostro bambino in quanto gli
aggiornamenti professionali che gli sono
offerti riguardano spesso la prevenzione
degli incidenti.
Quando chiamare soccorso
e chi chiamare?
Le possibili variabili della dinamica di un
trauma cranico in un bambino piccolo
sono tali e tante che risulta assai difficile
insegnare ai genitori quando sia il
caso di chiamare soccorso: infatti traumiapparentememente modesti possono
avere conseguenze più gravi di altri e
questo in relazione, ad esempio, alla
sede del trauma oppure del tipo di
superficie contro cui il bambino picchia
la testa. Ricordiamo comunque che più
piccolo è il bambino e più questi è a
rischio di complicazioni.
Si è cercato da parte dei Pediatri di
indicare le situazioni in cui le conseguenze
possono essere più gravi e quindi
nelle quali la visita medica urgente rappresenta
una necessità ineludibile.
Ricordate, quando il bambino ha un trauma,
di chiamare il vostro pediatra curante
che in base al tipo di caduta, all’età
del bambino e ai sintomi presenti (vedi
oltre) vi consiglierà il comportamento da
tenere (stare tranquilli e ritelefonare al
pediatra se compaiono alcuni disturbi,
portare il bambino dal pediatra subito o
se compaiono altri disturbi o portarlo
immediatamente al pronto soccorso).
I sintomi che debbono destare preoccupazione
e che impongono una visita
immediata sono:
* un’alterazione dello stato di coscienza
(non si sveglia se stimolato o dorme
più del normale)
* la comparsa di un ematoma del cuoio
capelluto specie se in sede laterale
del capo
* una forte irritabilità
* si muove in modo confuso o ha vertigini
* accusa disturbi della vista, dell’udito o
della parola
* ha mal di testa che peggiora o dura
più di un giorno
* lamenta dolore al collo
* successivi episodi di vomito
* presenza di convulsioni
* un trauma senza testimoni ma con la
possibilità di un meccanismo importante
(ad esempio se si è sentito un
tonfo e si è trovato il bambino ai piedi
delle scale)
* sanguinamento dal naso, dalla bocca
o dalle orecchie
In tutti questi casi la visita da parte del
Pediatra è indispensabile con urgenza
ma ricordiamo ancora che, anche in
traumi con meccanismi apparentemente
irrilevanti, il rischio di sviluppare una
lesione endocranica non è mai nullo.
Come trasportare il bambino?
I Pediatri del Pronto Soccorso segnalano
come nei traumi del bambino quasi
sempre il trasporto venga effettuato dai
parenti stessi, ma questo andrebbe evitato
per le possibili lesioni da movimenti
incongrui e quindi si consiglia, per i traumi
piu’ gravi di cui sopra, di avvisare il
SERVIZIO DI EMERGENZA DEL 118utilissimo
sia come prima assistenza che
come trasferimento ottimale del bambino
all’Ospedale che verrà individuato
come il più attrezzato per l’evenienza.
Che fare in attesa
dell’arrivo dell’ambulanza?
* Se il bambino è privo di coscienza o
stordito o se è presente qualsiasi
paralisi, non muovetelo assolutamente,
mettete le vostre mani su entrambi
i lati del capo e tenetelo nella posizione
in cui lo avete trovato.
* Se vomita, giratelo sul fianco tenendogli
il collo e il capo immobili
* Se è cosciente, fate del vostro meglio
per tenerlo calmo
* Se ha delle convulsioni, tenetegli le
vie aeree libere.
Una volta dimesso,
a cosa fare attenzione?
Se il vostro bambino, che ha ricevuto
un trauma alla testa, è stato visitato
da un Pediatra sia in Ospedale che
presso l’Ambulatorio ed il medico non
avrà ritenuto necessario il ricovero,
potrete ritornare al vostro domicilio
ma dovendo seguire delle istruzioni
per le successive 48 ore dal trauma
che vi verranno fornite probabilmente
per iscritto e che sono il risultato di
quello che noi medici chiamiamo un “consenso” di opinioni fra i medici
stessi.
Vediamole:
* il bambino potrà svolgere le sue normali
attività, esclusa quella ginnicosportiva
* dovrete segnalare al medico curante
variazioni del comportamento (per
esempio irrequietezza e/o sonnolenza
eccessiva) agitazione o pianto
immotivato
* cambiamento del modo di camminare
* disturbi agli occhi (strabismo, pupille
diseguali)
* convulsioni
* vomito, (specialmente se compare
dopo 24 ore dal trauma)
* mal di testa
Logicamente il Pediatra nella sua scelta
di dimettere il bambino si baserà,
oltre che sulle condizioni del paziente,
anche sull’affidabilità della famiglia,
sulla lontananza della residenza
rispetto all’Ospedale o all’Ambulatorio
e sulla reperibilità del Pediatra stesso.
L’esperienza del Pediatra insegna che
nei rari casi di complicazioni di un
trauma cranico, i genitori, adeguatamente
informati, sono stati in grado di
cogliere in tempo utile i primi segni di
allarme, senza successive ulteriori
conseguenze per il bambino.