Labbra più voluminose

Autore: Dott. Ambrogio CASTELLI
Medico chirugo
Specialista in otorinolaringoiatria e chirurgia della testa e del collo
Via Cremona 11 21052 Busto Arsizio Tel. 0331-683312
Via Pacini 2821131 Milano Tel e fax 02.70602676

Sfogliando riviste di moda e di gossip si può inorridire di fronte ad aspiranti attrici, veline, soubrettes che mostrano orgogliose labbra che non hanno alcuna estetica ed il cui unico obiettivo raggiunto è l’aumento spoporzionato ed innaturale del loro volume.
Sarebbe forse necessario analizzare anatomicamente ciò che s’intende per labbra.
Le labbra constano di 2 componenti: il labbro cutaneo in sé ed il vermiglione od orlo roseo.
Qualsiasi tecnica iniettiva con filler, in modo poco accorto, può creare labbroni interessando solo la parte cutanea e muscolare del medesimo determinandone un aumento sproporzionato.
L’anatomia artistica, da cui forse sarebbe necessario, con molta umiltà, trarre qualche suggerimento, rappresenta labbra dove il vermiglione od orlo roseo inferiore è maggiore
od al massimo pari a quello del labbro superiore.
Affrontando il problema dell’aumento delle labbra, vi sono due metodiche:
1. iniettiva che necessita di una buona manualità per creare un aumento naturale del cosiddetto orlo roseo, senza creare salvagenti inestetici e così evidenti.
2. chirurgia che io prediligo. Metodica, questa, che effettua in neuroleptoanalgesia con assistenza dell’anestesista, procedendo ad una infiltrazione di anestetico locale a livello tronculare, interessando rispettivamente il nervo infraorbitario bilateralmente per il labbro superiore, ed il nervo mentoniero bilateralmente per il labbro inferiore.
La tecnica chirugica interviene in modo definitivo attraverso la mucosa delle labbra a livello dell’orlo roseo senza lasciare cicatrci con un effetto molto naturale, determinandone l’aumento del volume desiderato.
Non esistono medicazioni. Rimarrà solo qualche gonfiore per 10 giorni.
Dopo di che si avranno le labbra naturali tanto desiderate.

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Per l’Alzheimer c’è molto da fare

Autore: Prof. Aldo Franco DE ROSE
Urologo Genova,
aldofdr@libero.it

Ogni anno un malato di Alzheimer costa alla famiglia e alla collettività 60.900 euro. Il 32,7 per cento dei èassistito da badanti straniere.
Un esercito in continuo aumento, come quello dei malati che in Italia toccano il milione: 905.713 per l’esattezza secondo l’ultimo rapporto europeo sulla demenza.
Con costi socio-sanitari in rapida evoluzione, per lo più legati all’assistenza del malato via via disabile, dalla mente al corpo.
“L’Alzheimer nel prossimo futuro costituirà una vera emergenza sanitaria e sociale - ha detto Patrizia Spadin, presidente dell’Associazione italiana malattia Alzheimer (AIMA) nel corso di un convegno svoltosi a Milano - Le famiglie, tra l’altro, sono sempre più
povere di energie e risorse economiche e sempre più mononucleari. Infatti la maggior parte dei degenti nelle case di cura sono anziani affetti da demenza”. Oggi sono disponibili farmaci che agiscono sui sintomi con un notevole miglioramento della qualità
della vita del paziente e di coloro che lo seguono ma l’accesso alle cure è anche uno dei maggiori problemi dei malati. “C’è l’esigenza di uniformare le cure a livello nazionale ed europeo - denuncia Spadin - e di rendere gratuita la memantina, entrata nel prontuario
italiano in ritardo rispetto agli altri Paesi europei e messa in fascia C, quella a pagamento, mentre in altri Paesi è gratuita. Un costo non indifferente per le famiglie di un malato di
Alzheimer già impegnate in spese di gestione del congiunto estremamente gravose”. “La ricetta della Regione Lombardia per la lotta all’Alzheimer - ha spiegato Carlo Lucchina, Direttore Generale Sanità Regione Lombardia - prevede un consistente sforzo assistenziale al malato attraverso le Unita di Valutazione Alzheimer, che sono diffuse
capillarmente su tutto il territorio.
“Degna di nota - continua Lucchina - è senza dubbio la sperimentazione deliberata dalla Regione nel 2005 per valutare farmaci autorizzati ma non prescrivibili dal SSN. Hanno partecipato allo studio 43 UVA coadiuvate dalla clinica neurologica dell’Ospedale
Sacco, in stretta collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità”. “Per ora si può dire che i dati corrispondono a quelli di uno studio statunitense: efficacia del 25-29 per cento nel tenere sotto controllo l’evoluzione della malattia. Sovrapponibili agli altri farmaci,
con la differenza che il meccanismo d’azione della memantina è diverso da quello degli inibitori di acetilcolinesterasi e che un domani si potrebbe ipotizzare uno studio che abbini entrambi i medicinali sperando in un effetto sinergico” - ha detto Claudio
Mariani, direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale Luigi Sacco, coordinatore dello studio.

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Dolori ai piedi: conseguenza di alterazioni posturali

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Dott. in Scienze Motorie e in Fisioterapista, Posturologo, Mézièrista.
Docente Master in Posturologia
c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia
(Dip.to di Medicina Sperimentale e Patologie),
Università “La Sapienza” di Roma e c/o l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Motorie.
Direttore di Kinesistudio (Studio di Posturologia) di Milano

Ogni giorno ci permettono una normale vita di relazione, ci permettono di camminare, correre, saltare, ballare, giocare, dunque esprimerci in vari modi; i nostri piedi sono una straordinaria opera ingegneristica della natura capaci per questo di sopportare in ogni frangente il peso del nostro corpo e consentirci di camminare fino a poter coprire distanze ben oltre 160.000 chilometri (circa quattro volte il giro del mondo).
Collocati ben lontani dalla testa e dagli occhi (sede delle percezioni e della vista), “questi sconosciuti” divengono troppo spesso trascurati o dimenticati. Anche l’odore caratteristico di un piede soffocato dentro calzini sintetici e dentro scarpe ermetiche,
porta a considerarlo sempre meno dignitoso ed importante. Vediamo di conoscere meglio questa meravigliosa opera di ingegneria biomeccanica creata dalla natura che, grazie a 26 ossa, 33 articolazioni, 114 legamenti, 20 muscoli e un’infinità di recettori nervosi svolge importantissime funzioni, alcune delle quali automatiche e pertanto ignorate almeno
fino a quando funzionano correttamente e/o non provocano dolore.
Il piede, infatti, è l’organo che permette la stazione eretta, la propulsione ed il movimento, l’adattamento della marcia sul terreno e la coordinazione della postura ma non solo.
Esso ha persino una funzione importantissima per quanto riguarda il ritorno venoso dagli arti inferiori: la “spremitura” dell’intrico di vasi e capillari presenti dal tallone all’avampiede (soletta plantare del Lejars) e dei vasi profondi del polpaccio ad opera della
muscolatura, consente al piede di comportarsi come una seconda pompa cardiaca. Il corretto funzionamento del sistema piede – caviglia – ginocchio permette pertanto di riportare il sangue al cuore evitando edemi, gonfiori e la comparsa, nel tempo, delle temute vene varicose.
Altro aspetto particolarmente importante è la presenza della cosiddetta “mappa riflessogena” cioè della proiezione sulla pianta e sul dorso del piede di punti corrispondenti a tutte le altre zone del corpo, organi interni compresi. Ne risulta che una camminata corretta, non ostacolata da scarpe scomode, tomaie rigide, con tacchi e/o supporti plantari, permette di esercitare un massaggio completo e benefico di tutto il corpo in modo del tutto gratuito.
Tornando alle funzioni prettamente meccaniche del nostro piede, oltre all’evidente funzione di sostegno, ha anche una funzione di “radar” ovvero di analizzatore delle asperità del terreno al fine di predisporre immediati adattamenti posturali per evitare traumi, distorsioni o compressioni delle varie articolazioni (dal piede a tutta la
colonna, al cranio).
La mancata o alterata sensibilità anche di una sola parte del piede, renderebbe le risposte alterate o falsate: saranno risposte non corrette ma adattate, con il rischio di inciampare facilmente anche su un terreno perfettamente pianeggiante.
Un’altra funzione importantissima svolta dai piedi è quella di ammortizzatore.
Essi infatti presentano tre archi tesi tra calcagno, primo e quinto metatarso, in grado di modificare il proprio arco di curvatura per restituire successivamente la forza elastica
che accumulano, esattamente come succede negli ammortizzatori per veicoli del tipo a “balestra”.
Quando questo meccanismo funziona correttamente la spinta proveniente dal peso soprastante durante il passo, viene utilizzata per le funzioni di spremitura della soletta plantare e di massaggio delle zone riflesse, ma soprattutto viene smorzata la controspinta
proveniente dal terreno, evitando che colpisca con violenza le articolazioni superiori: ginocchia, anche, articolazioni vertebrali. Persino la mandibola può risentire di un appoggio scorretto del piede.
Quali devono essere le caratteristiche di un piede in buona salute?
Dal punto di vista funzionale, l’appoggio del piede dovrebbe essere equamente diviso tra retropiede ed avampiede, ed in particolare dovrebbe permettere di scaricare il peso corporeo su calcagno, primo e quinto metatarso con un rapporto rispettivamente di 3:2:1.
Come appena ricordato, è fondamentale la presenza dei tre archi plantari (generalmente riusciamo ad individuare solo quello interno perché più ampio), che devono fornire la sensazione di plasticità, adattabilità e morbidezza del piede.
Guardiamo i nostri piedi:
Scalzi, a piedi uniti dagli alluci ai talloni; se i piedi hanno una forma corretta, dovremmo poter osservare chegli alluci si toccano per intero, mantenere un po’ di spazio fra una volta plantare e l’altra, e le caviglie (malleoli tibiali), devono toccarsi.
I bordi esterni del piede non devono presentare spanciature.
Inoltre tutte le dita dovrebbero essere diritte, distese, appoggiate a terra, ciascuna sul prolungamento del proprio tendine (individuabile sollevando leggermente le dita dal suolo), senza essere griffate (ad artiglio) o a martello.
Anche il quinto dito deve essere preso in considerazione: può essere definito la nostra “pinna stabilizzatrice” e deve mantenere la sua capacità di abdursi (aprirsi verso l’esterno).
Sulla pianta e sulle dita non devono essere presenti calli, vescicole, arrossamenti o ispessimenti cutanei: questi elementi sarebbero da imputare a sovraccarichi funzionali.
Anche una persona non esperta sarà in grado di capire se un piede è funzionalmente
corretto dal suo aspetto non armonico; infatti la presenza di calli, storture, piedi “nodosi”, etc., ci deve subito far pensare a squilibri posturali che si sono instaurati nel
tempo per svariate ragioni: incidenti, posture viziate, diaframma molto teso per eccesso di stress, interventi chirurgici, cicatrici, problemi odontoiatrici, problemi visivi, problemi
viscerali, etc. In altre parole, ogni problema muscolo-articolare di una area corporea, si
ricollega con l’intero sistema posturale e dunque anche con i piedi. Anzi, la relazione con i piedi è ancor più importante di altre parti perché questi rappresentano la mediazione con il terreno, ovvero la via preferita dal corpo per scaricare verso l’esterno i
problemi posturali provenienti dall’alto (dato che la forza di gravità ci spinge verso il terreno e non verso il cielo). Nel caso in cui si utilizzino calzature inadeguate, con punta stretta, plantari, tacchi, fondo rigido o costrizioni sulla caviglia, il danno che i
piedi possono subire diventa una certezza.
Quando il piede diventa sofferente ed incapace di ammortizzare l’impatto che proviene dall’alto, restituisce le sue rigidità e problematiche nuovamente verso l’alto, creando l’effetto boomerang.
Ed ecco che si crea un gomitolo di problemi, una confusione fra la causa ed effetto, cioè il dolore, con maggior difficoltà per il posturologo nel risolvere il problema.
Un sondaggio della Doxa rivela che sono molti gli italiani che soffrono o hanno sofferto di dolori ai piedi: questo problema, quasi sconosciuto tra le popolazioni che camminano a piedi scalzi, con il piede libero di adattarsi, è invece sentito dalle popolazioni “civilizzate”. Infatti le calzature, nate per proteggere i nostri piedi, si possono trasformare in strumenti di tortura, diventando responsabili (in buona parte) dei problemi ai piedi.
La ragione per cui le donne soffrono di problemi ai piedi in percentuale quasi doppia rispetto agli uomini è legata al fatto che portano abitualmente scarpe più strette in punta (che non lasciano spazio alle dita e le stringono come una morsa fino a deformarle) e coi tacchi che obbligano il peso del corpo a scaricarsi sull’avampiede.
Ecco una delle cause dell’alluce valgo e delle metatarsalgie (cioè i dolori alla base delle dita dovuti alla compressione e alla caduta delle teste metatarsali).
La parola al paziente:
“Perché i miei piedi fanno tanto male”?
Il Signor A., dirigente aziendale di 55 anni, si rivolge al nostro studio esasperato
dai forti dolori ai piedi che si scatenano quando cammina e quando sta in piedi per lungo tempo. I dolori lo portano a zoppicare in caso di terreno sconnesso o ciottolati.
Questa situazione si protrae ormai da un paio d’anni, ed ultimamente anche le ginocchia cominciano a lamentare dolorose sensazioni nella sosta in piedi prolungata. Inoltre soffre di forti rigidità a tutta la schiena e alle gambe, tanto da far fatica a mettersi i calzini e le scarpe. Questa sensazione di tensione diffusa, unita al notevole sovrappeso, lo fanno a suo dire “sentire come un’ottantenne malconcio”.
Diagnosi medica: “metatarsalgia” con presenza di neurinoma di Morton.
L’osservazione della postura delpaziente evidenzia la forma dei piedi difforme dai canoni posturali data la forte presenza di dita rattrappite (griffate), con evidentissima caduta delle teste metatarsali. La forma del torace ed il suo modo di respirare esprimono
un grosso blocco respiratorio-diaframmatico.
A tal proposito il Sig. A. riferisce di vivere da molti anni sottoposto a forti stress per il suo ruolo di responsabile in azienda, rendendosi conto che a volte dimentica di respirare.
La colonna presenta curve alterate, ovvero le lordosi cervicale e lombare sono fortemente accentuate.
Alla luce di queste evidenze, l’approccio terapeutico e posturologico inizia con esercizi di rilascio e sblocco del muscolo diaframma (il principale della respirazione come già visto negli articoli precedenti) mentre il paziente è in postura decompensata su Pancafit®.
Successivamente la seduta Posturologica continua con esercizi che hanno lo scopo di ridurre le tensioni dei muscoli responsabili delle cadute delle teste metatarsali.
Alla fine della prima seduta, definita “molto impegnativa”, il Sig. A. riferisce che l’appoggio dei piedi a terra risulta decisamente più sicuro ed equilibrato ed è presente una diffusa scioltezza alle ginocchia.
Il Paziente, sorpreso del risultato ottenuto, decide pertanto di proseguire con le sedute Posturali.
Nel corso delle sedute successive, oltre a proseguire con il lavoro del primo incontro, sono stati inseriti esercizi posturali per il collo, date le tensioni accumulate durante gli anni di lavoro e di stress.
Al fine di accelerare i tempi di recupero della forma fisica, l’impegno del Sig. A, prosegue anche a casa: accetta di svolgere, per sole due volte a settimana, esercizi di respirazione ed esercizi con le “Star balls” (particolari palline decontratturanti per i muscoli della
colonna vertebrale e degli arti inferiori), in modo da allentare le tensioni della catena muscolare posteriore.
Alla quarta seduta il Signor A. può già camminare in modo deciso e veloce ed il suo disagio è già stato ridotto dell’80%; non avverte più dolori, se non una lieve sofferenza quando calza scarpe dalla suola particolarmente sottile.
Alla nona seduta il paziente è decisamente “rinnovato” sia nell’aspetto fisico sia nel modo di percepirsi. I piedi e le ginocchia che tanto avevano sofferto, non lamentano più alcun
dolore rigidità o tensioni.
Anche il collo ora può girarsi con scioltezza; infilarsi i calzini è diventata un’operazione agevole.
I miglioramenti fisici ottenuti, hanno ridato al paziente la “voglia di cambiare”, di fare, di tornare ad essere vivo e dinamico come vent’anni prima, inducendolo anche a cambiare
il proprio regime alimentare, con il risultato di aver ridotto notevolmente il suo soprappeso.
Oggi, il nostro Signor A, dimostra veramente 20 anni di meno!

 

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Trauma cranico nel bambino piccolo

Autore: Dr. Alberto FERRANDO
Pediatra
Studio: Corso Europa 1136
16131 Genova
www.ferrandoalberto.com
aferrand@fastwebnet.it

Prevenzione
La causa più frequente che richiede l’assistenza di un Pronto Soccorso per un bambino è la conseguenza di un incidente, domestico o no, che il più delle volte, per fortuna, si risolve con un grosso spavento ma altre volte, purtroppo, porta con sè una prognosi ben più grave. Fra gli incidenti in cui può incorrere un bambino, al primo posto per frequenza, sono i traumi ed in particolare oggi vorremmo parlare dei traumi cranici,
di come possiamo prevenirli e di quando dobbiamo preoccuparci a trauma avvenuto.
Il trauma cranico rappresenta, purtroppo, in Italia, la prima causa di morte nella fascia di età da 1 a 14 anni ma nella maggior parte dei casi si risolve senza esiti. Dal 4 al 8 % delle visite eseguite al Pronto soccorso è dovuto al trauma cranico.
Un nostro collega Pediatra di Famiglia ha rilevato quante volte, nella sua attività quotidiana, viene interpellato per incidenti occorsi ai bambini suoi assistiti: le telefonate per consulenze riguardo a tali problemi sono solo l’1,66% di quelle totali (1138 in due mesi di lavoro, in periodo non “di punta” come quello influenzale...) cioè una ogni 3 giorni,
di cui la stragrande maggioranza per traumi. Sembrerebbero poche rispetto al numero totale di telefonate per patologie varie, ma in realtà la percentuale in cui la conseguenza della visita del Pediatra a causa di un incidente porta all’ospedalizzazione del bambino, è il 20% del totale.
Quindi quasi ogni dodici giorni un bambino finisce in Ospedale per le conseguenze di un incidente di cui il trauma rappresenta la situazione più frequente.
Vediamo quindi come cercare di prevenire il trauma cranico, incominciando oggi dal bambino piccolo anche se dobbiamo constatare e ricordare che, per quanto i genitori, nonni, maestri ecc. stiano attenti e scrupolosi, i bambini riescono ad avere degli incidenti e, in alcuni casi, le “zuccate” siano piuttosto frequenti.
Ricordiamo il figlio di un collega che voleva fare delle foto ricordo del figlio di poco più di 1 anno e che rimandava sempre in quanto aveva dei “bitorzoli” sulla testa conseguenti a varie cadute.
E’ comunque importante evitare situazioni di rischio di incidenti gravi come sottoesposto e ricordiamo (e ricorderemo anche se appariamo noiosi) di non viaggiare mai in auto senza avere sistemato il bambino nel suo “seggiolino”. I bambini si muovono molto fin dopo la nascita, riuscendo a spingersi con i piedini se questi trovano un appoggio; crescendo, diventano capaci di rotolare prima di quanto possiate immaginare per cui dovrete stare sempre molto attenti e non perderlo mai di vista. Quindi non lasciate mai vostro figlio da solo su fasciatoi, letti, divani o poltrone, anche per brevi istanti, perchè vi sta suonando il telefono o perchè vi sta uscendo il caffè! In questo caso mettetelo
in un luogo sicuro come un box o il lettino con le sponde, se non potete portarlo in braccio con voi. Verificate che il lettino abbia sempre le sponde alzate quando vi lasciate vostro figlio.
Quando il vostro bambino avrà imparato a gattonare dovrete usare cancelletti per le scale e chiudere le porte delle stanze che giudicherete per lui pericolose Non usate mai il girello perchè il bambino potrebbe capovolgerlo o cadere dalle scale ma soprattutto la sua autonomia di spostamento diventerà col girello assai maggiore facendogli raggiungere
camere per lui pericolose e, per esempio, permettendogli di rovesciarsi addosso oggetti pesanti (paralumi, tirando il filo della luce) o cibi bollenti arrivando in cucina.
Badate che le finestre siano protette da parapetti se abitate al di sopra del primo piano. Fate attenzione a spigoli taglienti di tavoli o di altro mobilio con i quali il bambino potrebbe ferirsi al capo.
Tenete presente che il vostro bambino è in grado di scavalcare le sponde del lettino se,una volta in piedi, il margine superiore delle sbarre supera la l’altezza dei capezzoli.
Tutto questo andrebbe applicato non solo in casa del bambino ma anche in tutti i luoghi che frequenta abitualmente: asilo, casa dei nonni, casa di vacanza, etc...e vanno coinvolte in questa mentalità di prevenzione tutte le persone che si occupano quotidianamente del piccolo e cioè maestre, babysitter, nonni.
Il vostro Pediatra, inoltre, può rappresentare il giusto riferimento per chiedere consigli e delucidazioni su un argomento di così fondamentale rilevanza per la salute del vostro bambino in quanto gli aggiornamenti professionali che gli sono offerti riguardano spesso la prevenzione degli incidenti.
Quando chiamare soccorso e chi chiamare?
Le possibili variabili della dinamica di un trauma cranico in un bambino piccolo sono tali e tante che risulta assai difficile insegnare ai genitori quando sia il caso di chiamare soccorso: infatti traumiapparentememente modesti possono avere conseguenze più gravi di altri e questo in relazione, ad esempio, alla sede del trauma oppure del tipo di
superficie contro cui il bambino picchia la testa. Ricordiamo comunque che più piccolo è il bambino e più questi è a rischio di complicazioni.
Si è cercato da parte dei Pediatri di indicare le situazioni in cui le conseguenze possono essere più gravi e quindi nelle quali la visita medica urgente rappresenta una necessità ineludibile.
Ricordate, quando il bambino ha un trauma, di chiamare il vostro pediatra curante che in base al tipo di caduta, all’età del bambino e ai sintomi presenti (vedi oltre) vi consiglierà il comportamento da tenere (stare tranquilli e ritelefonare al pediatra se compaiono alcuni disturbi, portare il bambino dal pediatra subito o se compaiono altri disturbi o portarlo
immediatamente al pronto soccorso).
I sintomi che debbono destare preoccupazione e che impongono una visita immediata sono:
* un’alterazione dello stato di coscienza (non si sveglia se stimolato o dorme più del normale)
* la comparsa di un ematoma del cuoio capelluto specie se in sede laterale del capo
* una forte irritabilità
* si muove in modo confuso o ha vertigini
* accusa disturbi della vista, dell’udito o della parola
* ha mal di testa che peggiora o dura più di un giorno * lamenta dolore al collo
* successivi episodi di vomito
* presenza di convulsioni
* un trauma senza testimoni ma con la possibilità di un meccanismo importante (ad esempio se si è sentito un tonfo e si è trovato il bambino ai piedi delle scale)
* sanguinamento dal naso, dalla bocca o dalle orecchie
In tutti questi casi la visita da parte del Pediatra è indispensabile con urgenza ma ricordiamo ancora che, anche in traumi con meccanismi apparentemente irrilevanti, il rischio di sviluppare una lesione endocranica non è mai nullo.
Come trasportare il bambino?
I Pediatri del Pronto Soccorso segnalano come nei traumi del bambino quasi sempre il trasporto venga effettuato dai parenti stessi, ma questo andrebbe evitato per le possibili lesioni da movimenti incongrui e quindi si consiglia, per i traumi piu’ gravi di cui sopra, di avvisare il SERVIZIO DI EMERGENZA DEL 118utilissimo sia come prima assistenza che
come trasferimento ottimale del bambino all’Ospedale che verrà individuato come il più attrezzato per l’evenienza.
Che fare in attesa dell’arrivo dell’ambulanza?
* Se il bambino è privo di coscienza o stordito o se è presente qualsiasi paralisi, non muovetelo assolutamente, mettete le vostre mani su entrambi i lati del capo e tenetelo nella posizione in cui lo avete trovato.
* Se vomita, giratelo sul fianco tenendogli il collo e il capo immobili
* Se è cosciente, fate del vostro meglio per tenerlo calmo
* Se ha delle convulsioni, tenetegli le vie aeree libere.
Una volta dimesso, a cosa fare attenzione?
Se il vostro bambino, che ha ricevuto un trauma alla testa, è stato visitato da un Pediatra sia in Ospedale che presso l’Ambulatorio ed il medico non avrà ritenuto necessario il ricovero, potrete ritornare al vostro domicilio ma dovendo seguire delle istruzioni
per le successive 48 ore dal trauma che vi verranno fornite probabilmente per iscritto e che sono il risultato di quello che noi medici chiamiamo un “consenso” di opinioni fra i medici stessi.
Vediamole:
* il bambino potrà svolgere le sue normali attività, esclusa quella ginnicosportiva * dovrete segnalare al medico curante variazioni del comportamento (per esempio irrequietezza e/o sonnolenza eccessiva) agitazione o pianto immotivato
* cambiamento del modo di camminare
* disturbi agli occhi (strabismo, pupille diseguali)
* convulsioni
* vomito, (specialmente se compare dopo 24 ore dal trauma)
* mal di testa
Logicamente il Pediatra nella sua scelta di dimettere il bambino si baserà, oltre che sulle condizioni del paziente, anche sull’affidabilità della famiglia, sulla lontananza della residenza rispetto all’Ospedale o all’Ambulatorio e sulla reperibilità del Pediatra stesso.
L’esperienza del Pediatra insegna che nei rari casi di complicazioni di un trauma cranico, i genitori, adeguatamente informati, sono stati in grado di cogliere in tempo utile i primi segni di allarme, senza successive ulteriori conseguenze per il bambino.

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