La Sindrome della scimitarra

Autore: Dr. Stefano CALABRO
Direttore S.C. Pneumologia
Ospedale San Bassiano
Azienda ULSS 3 Veneto – Bassano del Grappa

Il ritorno venoso polmonare anomalo è un difetto congenito caratterizzato da anomale connessioni, parziali (Partially Anomalous Pulmonary Venous Return - PAPVC) o totali (Total Anomalous Pulmonary Venous Connection - TAPVC), delle vene polmonari.
Le quattro vene polmonari normalmente drenano nell’atrio sinistro il sangue ricco di ossigeno, che proviene dai polmoni (fig.1)
La sindrome della scimitarra è un tipo di ritorno venoso polmonare anomalo parziale. Tale sindrome congenita, stimata in approssimativamente 1-3 casi ogni 100.000 nascite è più comune nelle donne, occasionalmente ne è stata descritta una familiarità.
Il nome scimitarra deriva dall’immagine radiologica tipica di tale sindrome ed è stato usato la prima volta nel 1956 da Halasz.
Essa è determinata dalla presenza di un vaso venoso anomalo che, originando dal polmone destro, scende, contornando l’atrio destro, per confluire nella vena cava inferiore (fig.2).
L’immagine che ne deriva può richiamare la forma di una scimitarra.
Se la caratteristica peculiare della sindrome della scimitarra è la presenza di una vena polmonare destra che drena il polmone destro, parzialmente o totalmente, nella vena cava inferiore, altre anomalie possono essere presenti e caratterizzare di conseguenza il quadro clinico del singolo paziente.
Possono infatti essere presenti lo sviluppo ridotto del polmone destro e dell’arteria polmonare corrispondente (ipoplasia), la destroposizione cardiaca, anormalità dei bronchi del polmone destro ed anomalie congenite cardiache, quali ad esempio anomalie del setto atriale o ventricolare, stenosi della arteria polmonare, coartazione aortica. Generalmente il polmone affetto è il destro ed il suo ridotto sviluppo è alla base della destroposizione del cuore; il polmone destro inoltre tende a ricevere il suo flusso dal circolo sistemico, attraverso una arteria originante dall’aorta addominale. Questo ridotto sviluppo polmonare può determinare anche una asimmetria toracica.
Il polmone destro ipoplasico e malformato inoltre può essere soggetto a ricorrenti processi infettivi e talora presentare dilatazioni bronchiali (bronchiectasie). Il quadro clinico è variabile ed è conseguente all’insieme di malformazioni presenti nel singolo soggetto.
DIAGNOSI
Possiamo affermare sinteticamente che la prognosi risulta dipendente dalla gravità dell’ipoplasia polmonare, dalla presenza di anomalie cardiache e dai livelli pressori del circolo polmonare. La sindrome della scimitarra può infatti determinare un aumento di portata del circolo polmonare (iperafflusso): il sangue che proviene dal polmone destro va infatti attraverso la vena cava inferiore nelle sezioni destre cardiache; ciò può causare un sovraccarico a livello dell’arteria polmonare con aumento permanente dei livelli di pressione (ipertensione polmonare). L’insorgenza della sintomatologia è molto variabile e dipende dalla gravità della sindrome. Si distingue tradizionalmente una forma infantile ed una adulta. Nella “forma infantile” il quadro clinico è molto grave per la coesistenza di malformazioni cardiache; generalmente si presenta entro i 2 mesi di vita con tachipnea e segni di scompenso cardiaco.
E’ generalmente presente ipertensione polmonare. La gravità e la cattiva prognosi della forma infantile impone, quando possibile, l’indicazione al trattamento chirurgico. Diversa è la situazione riscontrabile nelle forme diagnosticate dopo il primo anno di vita, definite “forma adulta”. Alcuni soggetti possono essere asintomatici e quindi la diagnosi risulta essere occasionale, a seguito ad esempio dell’esecuzione di una radiografia del torace. In altri è invece presente sintomatologia quale tosse, infezioni respiratorie ricorrenti, riferita mancanza di respiro sotto sforzo (dispnea da sforzo), emissione di sangue con tosse (emottisi).
La sindrome della scimitarra va inoltre sospettata nel caso di asimmetria toracica. Se in alcuni casi adulti la sindrome può comportare una prognosi favorevole ed una vita sostanzialmente normale, in altri determina una evidente sintomatologia cardiorespiratoria con limitazione funzionale. Tale variabilità clinica deve far considerare ad ogni età la possibile presenza della sindrome della scimitarra: è stato recentemente riportato il caso di un paziente di 85 anni. La conoscenza di questa rara sindrome è fondamentale per iniziare un corretto e precoce iter diagnostico. La diagnosi può essere da subito sospettata nei casi in cui la radiografia del torace evidenzia la classica immagine a forma di scimitarra, ma altre indagini radiologiche quali l’angio TC o l’angio RM sono necessarie per una completa definizione del quadro. Un esame ecocardiografico transtoracico o transesofageo e una tracheobroncoscopia permettono di esaminare in dettaglio rispettivamente alcuni aspetti cardiocircolatori e di anomala architettura tracheobronchiale riferibili alla sindrome.
La presenza di una variabile alterazione anatomica del polmone destro può determinare inoltre alterazioni funzionali che vanno studiate con adeguate indagini di fisiopatologia respiratoria, atte a definire la presenza di incapacità ventilatoria o insufficienza respiratoria. In tale ambito può trovare applicazione anche la scintigrafia perfusoria polmonare per visualizzare la distribuzione del flusso ematico nei polmoni.
Di particolare interesse è lo studio emodinamico attraverso il cateterismo cardiaco. Tale indagine permette di valutare la presenza di ipertensione polmonare e di quantificare la condizione di sovraccarico di sangue per la circolazione polmonare (iperafflusso polmonare), ovvero di misurare la quantità di sangue che, a causa del “vaso anomalo scimitarra” ritorna nel circolo venoso sistemico (vena cava inferiore), invece che in atrio sinistro, determinando in tal modo una condizione di “shunt sinistro-destro”. Nel caso che tale shunt sia rilevante (> 2:1) si può porre indicazione per un intervento chirurgico.
TERAPIA E MONITORAGGIO
Se non c’è indicazione chirurgica la terapia può essere conservativa, con controlli medici periodici, finalizzati a valutare eventuali peggioramenti del quadro cardiaco e/o respiratorio. Una particolare attenzione deve però essere riservata alla prevenzione delle malattie respiratorie e cardiovascolari. Essendo la sindrome della scimitarra uno stato clinico che altera in modo variabile la funzione cardiorespiratoria è indicato seguire scrupolosamente le norme per prevenire le malattie cardiorespiratorie. In particolare occorre adottare uno stile di vita sano, evitando l’incremento di peso ed adottando una sana alimentazione.
E’ indicato limitare il consumo di grassi in generale, sostituendo i grassi saturi (burro, formaggi, carne grassa, insaccati) con quelli polinsaturi (olio di semi) e monoinsaturi (olio di oliva); inoltre si consiglia di aumentare il consumo di frutta, verdura e legumi, limitare il consumo di dolci e limitare il consumo di alcol. Fondamentale è non fumare ed anche evitare l’esposizione al fumo passivo. Ugualmente rilevante è la non esposizione all’inquinamento dell’aria sia all’esterno, che all’interno delle abitazioni.
E’ opportuno controllare l’elevata pressione arteriosa ed il livello di colesterolo nel sangue ed ovviamente trattare adeguatamente eventuali associate malattie broncopolmonari e cardiache. A scopo preventivo, in presenza di anomalie polmonari, è indicata inoltre l’esecuzione annuale di vaccinazione anti-influenzale e di quella anti-pneumococcica.
Quest’ultima protegge nei confronti dell’infezione da pneumococco (Streptococcus Pneumoniae), batterio in grado di determinare anche polmoniti. Sono disponibili due tipi di vaccini contro lo pneumococco: il vaccino anti-pneumococcico coniugato (7- valente) e il vaccino antipneumococcico polisaccaridico (23-valente).
In alcuni casi la funzione respiratoria è svolta in pratica dal solo polmone sinistro, causa la limitazione funzionale del destro. Per questo è opportuno dichiarare sempre la propria situazione ai sanitari, in quanto una polmonite, una pleurite, un pneumotorace, se a sinistra, possono avere conseguenze molto gravi.
Ugualmente ad elevato rischio potranno risultare le manovre invasive nel polmone sano di sinistra (esempio biopsie polmonari). Inoltre è opportuno valutare sempre con attenzione il rischio tromboembolico, per analogo motivo.
Essendo soprattutto le donne affette da tale sindrome appare fondamentale considerare anche il rischio connesso all’assunzione della pillola anticoncezionale.

Autore: Dr. Vladimiro VIDA
Cardio-chirurgo dell’Unità Operativa
Autonoma di Cardiochirurgia pediatrica e
cardiopatie congenite di Padova

TERAPIA CHIRURGICA
La terapia medica è indicata in pazienti sintomatici per compensare l’insufficienza cardiaca e per permettere la crescita dei pazienti in preparazione dell’intervento chirurgico. Al momento dell’esame angiografico, le arterie collaterali che si dipartono dall’aorta addominale ed irrorano il polmone destro vengono embolizzate ed occluse mediante delle “coil”.
Si è dimostrato, infatti, che l’occlusione delle collaterali arteriose diminuisce il sovraccarico pressorio e volumetrico al cuore, migliorando la sintomatologia dei pazienti. Gli obiettivi della chirurgia nella correzione della sindrome della scimitarra sono l’abolizione dello shunt sinistrodestro e conseguentemente il sovraccarico di volume al ventricolo destro e preservare il drenaggio del polmone destro in atrio sinistro. Le indicazioni all’intervento chirurgico includono la presenza di:
1) uno shunt intra-cardiaco con un rapporto fra la portata polmonare e quella sistemica maggiore (QP:Qs) ≥ 1.5:1,
2) ipertensione polmonare con pressione in arteria polmonare media maggiore di 25 mmHg,
3) sintomatologia del paziente.
Le tecniche più frequentemente utilizzate per la riparazione della sindrome della scimitarra con ripristino del normale drenaggio polmonare in atrio di sinistra sono:
1) Reimpianto diretto della vena scimitarra in atrio sinistro: il collettore polmonare anomalo viene disconnesso dalla vena cava inferiore e reimpiantato direttamente a livello parete posteriore dell’atrio sinistro;
2) Tunnellizzazione intra-cardiaca dello sbocco del collettore venoso polmonare anomalo in atrio sinistro, attraverso il setto interatriale, mediante un patch in pericardio autologo o materiale protesico sintetico. Gli approcci chirurgici proposti per effettuare questi tipi di correzioni chirurgica posso includere la sternotomia mediana o la toracotomia anterolaterale destra. Nella maggior parte dei casi di correzione chirurgica descritti nella letteratura medica si utilizza la circolazione extracorporea, anche se sono stati descritti casi di trattamento in cui si eseguiva il reimpianto del collettore polmonare anomalo a livello della parete posteriore dell’atrio sinistro polmonare.
Nei pazienti più piccoli è spesso inoltre riportato l’utilizzo dell’ipotermia profonda e dell’arresto di circolo.
In certi casi, la lobectomia o la pneumonectomia costituiscono l’intervento chirurgico da preferire, specialmente in caso di:
1) infezioni polmonari ricorrenti e resistenti alla terapia medica,
2) episodi di emottisi recidivanti,
3) marcata ipoplasia del polmone di destra,
4) stenosi post-chirurgica del collettore venoso polmonare anomalo.

Autore: Sig.ra Rita MARTINI ABITBOL
Paziente


“Sono nata di 10 mesi invece che di nove e sempre ho creduto che mia madre avesse sbagliato i conti. Sono nata asfittica e con il petto carenato. Mi diagnosticarono il soffio al cuore. Avevo sempre bronchiti, pleuriti e tonsilliti. Frequentavo la scuola a fatica perché mi ammalavo spesso e i professori dicevano ai miei genitori la classica frase: “é intelligente, ma non si applica”.
Verso la pubertà avevo frequenti svenimenti che furono diagnosticati come “pressione bassa in ambienti caldi”. Avevo sempre una grande stanchezza ma, con una grande forza di volontà e con la forza data dalla giovinezza, ho fatto tanti sport e tanti viaggi.
Anche nel mondo del lavoro spesso mi assentavo per molto tempo perché ogni bronchite mi durava mesi ed anche lì mi prendevano per una “lavativa”. Una volta, in un importante ospedale di Roma, feci delle lastre al torace per una ennesima bronchite che durava mesi e mi dissero: “Le hanno mai detto che ha il cuore a destra?” Quasi svenni. “No” risposi.
Mi fecero restare fino alle tre di pomeriggio, mi fecero altre decine e decine di radiografie ed alla fine mi dissero: “Ci siamo sbagliati. Avevamo letto le lastre al contrario”.
Andai via felicissima e con le ali ai piedi. Ma la stanchezza persisteva.
Verso la pre-menopausa cominciai ad avere una tachicardia strana che mi faceva tanta paura e ricominciai a fare accertamenti. Continuai a fare altre ricerche, risonanze magnetiche ecc. Andai nei miglior centri diagnostici e, dopo anni, mi diagnosticarono di nuovo il cuore a destra ma nessuno capì o ebbe il coraggio di dirmi niente poiché sì, avevo il cuore a destra, ma il fegato ed il pancreas stavano al posto giusto quindi non avevo il situs inversus e … non capivano.
Spesso mi liquidavano con una pacca sulle spalle ed un sorrisino come per dire che era tutto psicosomatico.
Una dottoressa “esperta” che mi visitò per l’invalidità mi disse che non avevo niente che con qualche spray al cortisone sarei stata meglio! Fino a che, avendo da mesi un forte dolore al ginocchio destro, volli sottopormi ad una artroscopia.
Mi fecero delle ennesime lastre al torace. Dopo pochi giorni mi arrivò la telefonata del dottor Coviello, primario del Reparto di Radiologia dell’Ospedale Le Scotte di Siena, che mi disse: “Signora, lei lo sa che ha la Sindrome della Scimitarra?”.
Caddi dalle nuvole e chiesi che cosa fosse la Sindrome della Scimitarra e lui mi spiegò che il nome scientifico è “Ritorno Venoso Polmonare Anomalo Totale/ TAPVR”, ossia una delle vene polmonari invece di andare nell’atrio sinistro va nel destro e, quindi, il sangue venoso si mischia con il sangue arterioso.
Quel giorno, era il 30 settembre 2005, la mia vita cambiò e non fu mai più la stessa. Cominciai, con mio marito, a cercare su internet tutte le notizie su questa sindrome, le cause, le cure, i dottori ed i centri specializzati e più leggevamo più ci entrava un senso di paura e di solitudine e, a me personalmente, anche una grande rabbia. Nella mia mente rimbalzava sempre questa domanda: “Perche proprio a me?”. Mio marito, essendo americano, cominciò a prendere contatti con l’Ospedale Pediatrico di Boston dove c’è anche un dipartimento per adulti e, alla fine decisi di sottopormi all’intervento.
Quando mi misero l’ago per la preanestesia sorrisi a mio marito e, per vincere la paura, parafrasando il brano dei Beatles, dissi: “Let’s go for the Mystery Tour!!”
L’intervento durò circa 7 ore. Mi aprirono lo sterno, mi fermarono il cuore, mi attaccarono alla macchina per la circolazione extra corporea, ripararono l’anomalia e, dopo 3 giorni uscii, un po’ debole dall’ospedale. Purtroppo, nel tubicino di Goretex che mi misero per deviare il flusso anomalo dall’ atrio destro all’atrio sinistro, si creò una severa stenosi e si chiuse quasi del tutto. Ho saputo che succede spesso ai pazienti operati per la Sindrome della Scimitarra ma nessun medico né italiano né americano, sa dirmi il perché. Io personalmente credo che sia stata come una forma di rigetto. Non ho più voglia di farmi riaprire.
Vivrò quanto Qualcuno lassù vorrà. Nel mio stato ho già vissuto tantissimo. Mi reputo una persona fortunata. Ho fatto tutto quello che desideravo fare in gioventù e adesso ho un marito splendido, una bellissima casa sotto un bosco di castagni, due magnifici cani, tanti amici che mi apprezzano e mi amano. Voglio godermi una vita tranquilla aiutando gli altri e aiutando la ricerca perché non nascano più bambini malati come me, e perché non ci siano più mamme disperate. Ne ho viste tante al Children’s Hospital e ho visto tanti bimbi piccolissimi pieni di tubi e tubicini! Si deve far qualcosa perché tanto dolore non ci sia più e, se si potesse evitarlo con la ricerca genetica …voglio essere compartecipe in questo. Non ho figli e quando morirò che cosa avrò lasciato dietro di me? Che avrò fatto per gli altri? Che senso ha questo nostro passaggio terreno se non impariamo a superare il nostro dolore ed a trasformarlo per aiutare gli altri?».

Autore: Dr. Francesco ACQUATI Professore Associato di Genetica, Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Molecolari Università degli Studi dell’Insubria - Varese

Il Ritorno Venoso Polmonare Anomalo Totale (TAPVR) è una malattia cardiaca congenita che consiste nella mancata confluenza delle vene polmonari nell’atrio sinistro, con il conseguente drenaggio a livello dell’atrio destro o in una delle sue tributarie venose.
Questa patologia rappresenta l’1.5% di tutte le cardiopatie congenite, con una prevalenza di 1 su 15.000 soggetti nati vivi. Sebbene si presenti solitamente in forma isolata (ovvero senza l’interessamento di altri distretti dell’organismo) il TAPVR può manifestarsi in associazione a particolari sindromi quali la Holt-Oram, la Cat eye, l’asplenica. Si presume che la forma più ricorrente (quella non sindromica) sia attribuibile a cause multifattoriali, con una componente genetica più o meno rilevante e distribuita su un numero imprecisato di geni ed una componente ambientale la cui natura è ancora lontana dall’essere definita con precisione. Per tali motivi, lo studio delle basi genetiche del TAPVR rappresenta un obiettivo primario per gettare una nuova luce sulle basi patofisiologiche di questa malattia. Nonostante l’approccio genetico allo studio delle malattie multifattoriali quali il TAPVR sia ancora oggi condizionato da una serie di importanti limitazioni, i recenti progressi nell’ambito della genomica e della bioinformatica hanno fornito dei nuovi e potenti strumenti per poter effettuare la “dissezione genetica” di tali patologie.
Inoltre, la disponibilità di rare famiglie affette da forme ereditarie della patologia in esame continua ancora oggi a rappresentare un punto d’ingresso importante per ricerca genetica. Ad esempio, un recente studio familiare multigenerazionale ha descritto una forma ereditaria non sindromica di TAPVR attribuibile a mutazioni a carico di un gene (non ancora identificato) localizzato sul cromosoma 4 umano. Inoltre, lo studio di particolari anomalie cromosomiche riscontrate in alcuni pazienti ha permesso di definire la localizzazione cromosomica di altri geni verosimilmente implicati nella patogenesi del TAPVR. Tuttavia, in tutti questi studi non è stato ancora possibile identificare un gene responsabile per lo sviluppo della patologia. In un recente lavoro, il nostro gruppo di ricerca presso l’Università dell’Insubria di Varese ha identificato una particolare anomalia cromosomica in un paziente pediatrico affetto da TAPVR non sindromico. La caratterizzazione molecolare di tale anomalia ha successivamente permesso l’identificazione del primo gene per il quale è possibile stabilire un nesso causale con la patogenesi del TAPVR.
Il gene in questione, denominato AKRD1, codifica per un fattore trascrizionale cardiaco. In altre parole, si tratta di una proteina “regolatrice”, la cui funzione consiste appunto nel controllare il corretto funzionamento di altri geni a livello del cuore. Tale scoperta ricopre una particolare importanza, in quanto la definizione del primo gene implicato nella patogenesi del TAPVR rappresenta un importantissimo punto di inizio per poter definire nel dettaglio i meccanismi molecolari che presiedono allo sviluppo di questa cardiopatia congenita. Infatti, una volta definita la “via molecolare” attraverso la quale il gene ANKRD1 esercita la sua funzione, sarà verosimilmente possibile identificare la natura degli altri geni implicati nella patogenesi del TAPVR. Quest’ultimo obbiettivo richiederà sicuramente diversi anni di ulteriori studi, ma possiamo comunque affermare che una via per poter finalmente gettare una luce sulle molecole implicate nello sviluppo di questa cardiopatia è stata finalmente aperta.
Inoltre, la definizione del ruolo di ANKRD1 nella patogenesi del TAPVR fornisce un’importante conferma ad uno scenario che è andato delineandosi in anni recenti, secondo il quale un numero sempre più elevato di cardiopatie congenite umane sarebbe associato alla presenza di mutazioni a carico di diversi geni che producono proteine regolatrici cardiache, quali appunto ANKRD1.

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Fenomeno “Stalking”: curiamolo con l’omeopatia

Autore: Dott. Antonio ABBATE
Medico Chirurgo
Esperto in Omeopatia
www.omeoroma.it

Curiamoli con l’omeopatia! Cenni sulla cura dello Stalking con l’Omeopatia.
IL FENOMENO “STALKING”
Una volta la chiamavano la sindrome del molestatore assillante mentre oggi si usa il termine STALKING. Si indicano quelle situazioni in cui c’è una persona che ne molesta un’altra, per mezzo di ripetuti e continuati atti persecutori che causano ansia e paura nella vittima, la quale si trova poi costretta a modificare le proprie abitudini di vita per sfuggire al persecutore.
Il termine anglosassone STALKING sostanzialmente significa “inseguire”, “cacciare”.
C’è una persona che mette in atto comportamenti aggressivi di varia natura, pedinamenti, lettere, appostamenti, minacce, telefonate, ecc., e c’è una vittima che li subisce. Abbiamo il predatore che caccia e la preda che viene cacciata. Si tratta di una vera e propria aggressione, anche se a volte il predatore agisce senza mai sconfinare nella vera e propria violenza che deriverebbe da un contatto fisico. Egli invece agisce in modo più subdolo, perché vuole soggiogare la vittima ed allo stesso tempo evitare la denuncia. Sia che si tratti di appostamenti, sia che si verifichino ingerenze più o meno pesanti nei confronti della vittima, comunque si tratta di azioni che implicano il tentativo, reiterato nel tempo, da parte del persecutore, di controllare l’altra persona costringendola a delle comunicazioni che ella non desidera (numerose telefonate o lettere) oppure a contatti che suscitano paura. Il persecutore può compiere atti vandalici nei confronti della casa della vittima, oppure danneggia la sua automobile. In altri casi invece la pedina da lontano, gli ruba gli oggetti oppure compie delle intrusioni nella sua vita cercando di intavolare relazioni con i suoi conoscenti e i familiari.
Lo STALKING è una forma di persecuzione che provoca forti paure ed angosce che nel tempo danno luogo a danni psicologici ed anche ad innumerevoli sintomi fisici. La vittima inoltre va incontro anche a dei cambiamenti della sua vita sociale: si chiude in se stessa e si isola. I dati statistici sono allarmanti. Nella popolazione italiana due persone su dieci sono vittime dello stalking. L’aggressore nella metà dei casi è uno sconosciuto e nell’altra metà è un parente, un ex-partner oppure lo stesso partner della vittima.
C’è il Decreto legge n. 11 del 23 febbraio 2009 che istituisce il reato di stalking, punibile con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
LA CURA OMEOPATICA
L’omeopatia può rappresentare una valida ed efficace possibilità di cura sia per il persecutore, nel caso in cui egli si renda conto del suo comportamento e decidesse di cambiare, curando quelle frustrazioni nevrotiche che lo hanno condotto a quel genere di azioni, sia per la vittima, la quale molto spesso è anche bloccata in una condizione di impotenza a reagire che va ulteriormente ad aggravare la sua condizione psicofisica. La cura omeopatica non è una semplice prescrizione di un medicamento naturale, ma è parte integrante di un sistema clinico terapeutico complesso, in cui si crea una relazione di profonda unione tra il malato e l’omeopata che ne indaga l’intimità.
Di fatto la prescrizione del medicamento omeopatico è indirizzata alle disarmonie psichiche e alla sofferenza spirituale del paziente; alle sue ansie e paure. Ma gli effetti del medicamento si producono anche a livello dei sintomi somatici (dolori, infiammazioni, ecc.).
Ciascun ammalato può trovare in natura la cura per i suoi conflitti psicologici. Infatti esiste una sostanza naturale che ha un’identità simile alle sue problematiche. Sostanza con la quale (si è visto sperimentalmente) c’è una similitudine sui due piani, sia a livello psichico che fisico. Il concetto di similitudine viene applicato dall’omeopata per mezzo della comparazione tra i sintomi del soggetto ammalato e quelli artificiali ricavati dalle sperimentazione delle sostanze da parte di soggetti volontari in buona salute che si prestano allo studio degli effetti di ciò che poi diverrà medicamento. Ciascuna medicina omeopatica dunque, grazie alle sperimentazioni omeopatiche, è allo stesso tempo portatrice (per mezzo delle sperimentazioni) e medicatrice (negli ammalati: per similitudine) di sintomi fisici e di gruppi di sintomi psicologici ed emotivi che vanno a costituire un insieme, un quadro psichico, che potremmo definire “la personalità del farmaco”.
PERSONALITA’ DEL PERSECUTORE
Gli autori dello STALKING hanno personalità e motivazioni differenti che vanno attentamente valutate dall’omeopata. C’è il persecutore che non accetta di essere rifiutato da un punto di vista affettivo. Egli perseguita la vittima dopo la rottura di una relazione affettiva. Desidera ricominciare il rapporto, ma ciò non avviene per cui egli mette in atto la sua strategia di vendetta. Il suo comportamento nevrotico persecutorio è la maschera alle sue insicurezze/dipendenze e alla sua paura/incapacità di accettare l’abbandono che si verifica con la chiusura del rapporto. C’è poi il predatore che vuole manipolare la vittima.
Egli con la sua persecuzione raccoglie informazioni sulla malcapitata (o malcapitato) e l’aggredisce. Le motivazioni che lo animano sono legate al senso di potere e di controllo che sente di volere esercitare sulla vittima. Per ultimo c’è anche la figura del persecutore che mostra un disturbo della personalità. In questo caso non si tratta di una persona facilmente curabile, visto che è portatrice di un’importante patologia di pertinenza psichiatrica. Si tratta di un soggetto con deliri di natura psicotica (non ne ha coscienza e manca della capacità di critica dei suoi comportamenti), che instaura rapporti instabili ed arriva ad odiare ferocemente chi gli si oppone o lo rifiuta, fino ad assumere comportamenti di violenza criminale.
CURARE IL PERSECUTORE
Belladonna è ad esempio un buon esempio di medicamento omeopatico per il persecutore. Esso viene preparato con una pianta che è molto tossica, che ha frutti, che assomigliano a ciliege, che uccidono. Essa svolge un’azione violenta anche quando viene assunta in piccolissime dosi dagli omeopati sperimentatori. Nella sperimentazione compare il quadro psicologico di una persona che non accetta di essere abbandonata. Soffre nel suo profondo una grande solitudine perché non si fida della gente, che vede totalmente ostile, per cui sente che, in fondo-in fondo, non potrà mai essere confortato ed amato. Per il soggetto Belladonna vale il detto “homo in hominis lupus”.
Egli perseguita chi lo abbandona, con durezza e cattiveria, “non mi posso fidare: gli altri sono tutti cattivi!”. Stramonium è un altro importante medicamento per il persecutore violento.
La pianta è estremamente tossica e cresce all’aperto, al margine delle discariche. Il soggetto che gli corrisponde è una persona fortemente paurosa. Teme il buio, gli animali ed è terrorizzato, nel vero senso della parola, dalla solitudine. Inoltre vive anche una sensazione di grande svalutazione. Crede che gli altri lo allontanino e lo tradiscano perché non vale niente; si sente “come un rifiuto da buttare nel secchio della spazzatura”. La sua ferita si riapre quando viene lasciato. Perde il lume della ragione. Si vendica in ogni modo della persona che lo ha abbandonato. Si trasforma in un persecutore implacabile! A quale medicamento omeopatico potrebbe invece corrispondere il persecutore che pianifica tutto in maniera veramente sadica e che vuole assoggettare e rendere passiva la vittima per mezzo della paura?
Potrebbe trattarsi ad esempio di una persona Lachesis. Le sperimentazioni di questa sostanza, un veleno di un serpente fortemente aggressivo che vive in Sud America, depongono per una personalità fortemente possessiva e gelosa. Astuta e sadica. Come il serpente che studia la vittima per poi farla propria, così la persona che corrisponde a Lachesis è un persecutore implacabile che sa aspettare e colpire quando meno te lo aspetti. Si tratta di soggetti dotati di grande abilità nel linguaggio e nella comunicazione.
PERSONALITA’ DELLA VITTIMA
La vittima molto spesso appare come un soggetto debole e dipendente, che con difficoltà riesce a rompere i rapporti e per queste ed altre ragioni può diventare vittima di una persecuzione. Si può dire che il persecutore e la vittima sono tra loro complementari; esiste l’uno se c’è anche l’altro... Per quanto riguarda i disturbi accusati dalla vittima dello stalking, spesso osserviamo un quadro che viene definito disturbo post-traumatico da stress (DPTS).
Con questo termine solitamente si intende l’insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento. é stato anche definito nevrosi da guerra, proprio perché è stato riscontrato nei soldati coinvolti in situazioni belliche drammatiche. Questo disturbo rappresenta dunque la possibile risposta di un soggetto ad un evento critico abnorme, terremoti, incendi, nubifragi, incidenti stradali, abusi sessuali, atti di violenza subiti o di cui si è stati testimoni, ecc. Lo stalking appartiene a questa categoria di eventi.
La vittima vive un Flashback ossia un vissuto intrusivo degli eventi che più o meno frequentemente si ripropongono alla coscienza (gli si ripresentano ad esempio le immagine delle molestie di cui è vittima). Poi c’è il Numbing, ossia una condizione come di stordimento, con confusione e difficoltà di concentra zione. Poi compare una condizione che viene definita l’Evitamento, ossia la tendenza ad evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica (anche indirettamente o solo simbolicamente).
La vittima dello stalking cambia percorsi anche se sa che non incontrerà il persecutore, oppure non esce da casa o non risponde al telefono, ecc. Poi ci sono gli Incubi che possono far rivivere le esperienze traumatiche durante il sonno, in maniera molto vivida. Per ultimo, ma non d’importanza secondaria, c’è Hyperarousal, ossia una condizione di allarme costante, caratterizzata da insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensioni generalizzate.
CURARE LA VITTIMA
Arnica montana è un medicamento omeopatico di primo impiego negli eventi traumatizzanti psichici e fisici: un forte spavento, una contusione, ecc. é ricavato da una pianta molto conosciuta nella tradizione popolare per le sue doti antivulnerarie, ossia veniva impiegata nelle ferite, per le cadute e per i traumi della montagna. La montagna è il suo habitat naturale di crescita: “l’Arnica si trova là dove serve”. Il soggetto per cui il medicamento è indicato vive uno stato d’angoscia perenne: “ Ecco: ora accade qualcosa di nuovo!”. é ansioso e molto pauroso. Con il passare del tempo diviene fortemente insicuro. Si chiude in se stesso ed in casa.
Se egli è una vittima di stalking si ritrova ad aspettare, minuto dopo minuto, un nuovo atto lesivo nei suoi confronti da parte del persecutore. Un altro medicamento molto utile per la vittima dello stalking è un minerale. Natrum muriaticum è il sale, che dalle sperimentazioni omeopatiche risulta essere indicato per quelle persone che divengono fortemente dipendenti dal persecutore. Ciò accade per problematiche affettive. Ad esempio è il caso delle “donne che amano troppo”. Che si trasformano in “zerbini” per uomini che compiono ogni genere di vessazione.
Donne dunque che non riescono a staccarsi dal persecutore.
Provano rancore, ma mantengono una condizione di totale passività. Il minerale è costituito da due atomi che si attraggono fortemente, formando un legame saldo, ma che in certe condizioni (umidità) si annulla scomparendo. Sembrerebbe strano ma ritroviamo la stesas problematica nei soggetti per cui è indicato Natrum. Essi sembrano temere la fine del rapporto e l’abbandono, così come accade nella struttura atomica del minerale. Si legano al persecutore fortemente, in maniera patologica. Per ultimo, in questa brevissima e (troppo) sintetica trattazione, non va dimenticato Staphysagria. Si tratta di una pianta che veniva utilizzata da certi pescatori. Essa causa lo stordimento dei pesci che la mangiano e che così essi diventano “prede più facili da catturare”... Nella sperimentazione si è visto che Staphysagria, in dosi infinitesimali, causa nello sperimentatore una condizione psicologica tipica della “vittima che è preda e che viene soggiogata”.
Le connotazioni affettive di questa condizione psicologica sono estremamente forti: si soffre perché si è vittima di un’aggressione, ma non si hanno le forze e la capacità di reagire. Staphysagria è indicato quando si è storditi e si resta in una condizione appesantita da una sensazione di umiliazione, di offesa ricevuta che lede la dignità della persona, ma senza che si abbia la forza per reagire.

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Turbe di appoggio nella patologia del piede

Autore: Prof. Salvatore ARDITO
Specialista Ortopedico
Prof. Associato di Ortopedia e Traumatologia
Università degli Studi di Catania
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In condizioni normali il piede, in fase statica e dinamica, poggia al suolo attraverso tre strutture anatomiche: il retropide, la superficie laterale e l’avampiede. Nelle varie fasi del passo si verifica la successione cronologica dell’appoggio, inizialmente a livello del retro piede, successivamente a livello della superficie plantare e quindi sull’avanpiede. (teste metatarsali) La distribuzione del carico si realizza alternativamente sui piedi, con un mirabile sinergismo funzionale da parte delle varie strutture anatomiche. La valutazione strumentale realizzata mediante l’ausilio del baropodometro computerizzato, consente di rilevare eventuali turbe di appoggio in fase statica (stazione eretta), in fase dinamica (durante le fasi del passo) ed in fase posturografica (valutazione dell’equilibrio). Molteplici sono le cause responsabili di un alterato appoggio.
Quest’ultimo può essere espressione o di deformità per patologia intrinseca del piede, oppure di atteggiamenti secondari ad un autoctono compenso funzionale, per una patologia sovra segmentaria. Le cause più frequenti sono così rappresentate:
Anomalie congenite: piede torto congenito mono o bilaterale (varietà equino-varo-cavo-addotto-e supinato che, dopo l’inizio della deambulazione, provoca un appoggio anomalo sulla superficie laterale del retropiede e del mesopiede, e, nei casi di equinismo, sull’avampiede.
Nelle eterometrie degli arti inferiori si verifica, durante la deambulazione, un appoggio prevalentemente avampodalico, corrispondente all’arto ipometrico
Patologia mio-tendinea: responsabile di atteggiamenti anomali, di turbe di appoggio e talora anche di deformità vere e proprie.
Avremo così il valgismo, con iperpressione in sede postero-interna, varismo in sede postero – esterna, piattismo con appoggio prevalente sull’arcata longitudinale mediale, equinismo sull’avampiede, cavismo con sovraccarico anteriore e posteriore plantare, supinazione con appoggio laterale su mesopiede ed avampiede, pronazione sulla superficie plantare e mediale
Turbe di accrescimento: le osteocondrosi a varia localizzazione (superficie posteriore del calcagno, scafoide, testa 2° metatarso, etc), per la presenza di sintomatologia dolorosa sotto carico, provocano turbe di appoggio di vario tipo, in equinismo o in supinazione, con claudicazione di fuga. Lesioni traumatiche: traumi distorsivi (frequenti specie a livello dell’articolazione tibio-tarsica, con appoggio talora in supinazione, altre volte in pronazione), tendinopatia achillea, specie in pazienti che esplicano attività sportiva, con deambulizzazione in equinismo, sono responsabili di un appoggio anomalo, anche perché i pazienti che cercano di realizzare meccanismi di compenso funzionale, a scopo antalgico. Patologia osteo-articolare: alluce valgo, dita a martello, borsite, ipercheratosi cutanea dolorosa per alterato equilibrio mio-tendineo, sono responsabili di turbe di appoggio, talora particolarmente invalidanti.
Analogamente nei pazienti affetti da osteoartrosi del’articolazione sottoastragalica e medio-tarsica (appoggio prevalente in varismo e supinazione) si possono rilevare modificazioni di appoggio, così come in presenza di affezioni flogistiche croniche, come l’artrite reumatoide, la gotta etc.
Patologia vascolare: il diabete, con le tipiche lesioni neuro vascolari, localizzate generalmente all’avampiede, e, talora alla superficie plantare (ulcera trofica) rappresenta un eloquente esempio di alterato appoggio.
Anche le arteriopatie degli arti inferiori possono provocare, come compenso, un sovraccarico sull’arto controlaterale.
Patologia neurologica: la poliomelite (piede talo-valgo), le cerebropatie spastiche, l’ictus, il deficit del nervo sciatico-popliteo esterno, possono dar luogo a turbe di appoggio con conseguente claudicazione di caduta per l’insufficienza muscolare.
Patologia sovrasegmentaria: è chiaro che anche in presenza di affezioni o deformità osteo-articolari, localizzate al rachide lombo-sacrale, all’area o al ginocchio, per la presenza di sintomatologia dolorosa, che si accentua sotto carico, si possono verificare anomalie nell’appoggio, con frequenti atteggiamenti viziati dei piedi.
Da quanto sovraesposto, si deduce che si possono rilevare varie turbe di appoggio, secondarie ad una patologia intrinseca o sovra segmentaria.
Il piede, pertanto, rappresenta un organo oltre che di “sostegno” e di “movimento” anche di “controllo”, in quanto consente, mediante uno studio clinico-semeiologico, di evidenziare una vasta gamma di patologia, di varia genesi e a differente localizzazione.
Tra l’altro, attraverso l’esperienza clinica, si rileva che un alterato appoggio dei piedi si ripercuote, inevitabilmente, sulle strutture articolari sovrastanti, in quanto viene ad essere modificato un sinergico equilibrio di interdipendenza funzionale, che esiste, in condizioni normali.

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