Lenti progressive di nuova generazione
Il Consorzio Comunicazione Vista
Il Consorzio Comunicazione Vista, presieduto da Cyrille De Montvalon, è una società consortile
a responsabilità limitata costituita tra le imprese Avant Italiana S.p.A, Carl Zeiss
Vision Italia S.p.A., Essilor Italia S.p.A., Hoya Lens Italia S.p.A, Oftalmica Galileo Italia
S.p.A, Optovista S.p.A., produttrici di lenti oftalmiche e la società Mido s.r.l., titolare della
manifestazione fieristica Mido, per realizzare campagne di comunicazione, azioni pubblicitarie
e promozionali di interesse generale, con lo scopo di incrementare le vendite di prodotti
del settore dell’ottica e di accrescere l’informazione del consumatore nel mercato italiano.
Sono partner della stessa società consortile anche ATR Mec Optical s.r.l., Optilens Italia
s.r.l. e Rodenstock Italia S.p.A., condividendone appieno le finalità. Il Consorzio Comunicazione Vista opera con
il patrocinio della Commissione Difesa Vista e la collaborazione delle principali associazioni di riferimento della
distribuzione (Assogruppi Ottica – Associazione Nazionale dei Gruppi Organizzati dell’Ottica -, Federottica –
Associazione Federativa Ottici Optometristi, - AIO – Associazione Italiana Ottici – e ANDOM – Associazione
Nazionale Distribuzione Ottica Moderna).
Lenti che guardano lontano…
Ma anche vicino e a media distanza
Sono le lenti progressive di nuova generazione:
sottili, leggere e facili da portare
stanno già rivoluzionando la vista
degli ultraquarantenni italiani
Non riuscire più a vedere nitidamente a
tutte le distanze. E’ questo il sintomo
prevalente della presbiopia, associata
anche ad altri difetti, che insorge mediamente
a partire dai 40 anni d’età fino a
progredire irreversibilmente col passare
del tempo. Semplici azioni di routine
come leggere il giornale e guardare la
TV, o consultare il menù al ristorante e
contemporaneamente relazionarsi con
l’ambiente circostante diventano impossibili
da affrontare se non ricorrendo a due paia di occhiali da alternare a
seconda delle circostanze, non senza un
certo fastidio ed imbarazzo soprattutto
se ci si trova con altre persone.
Con il passare del tempo il cristallino si
irrigidisce progressivamente, perdendo
la propria capacità accomodativa, non è
più in grado, cioè, di mettere a fuoco
immagini poste su piani diversi. In questo
modo riuscire a focalizzare automaticamente
oggetti vicini, a media
distanza e lontani diventa sempre più
difficile se non impossibile.
I DATI
Da una ricerca svolta da CRA per il
Consorzio Comunicazione Vista emerge
che ben il 44% degli italiani al di sopra dei 40 anni è affetto da presbiopia e di
questi il 10% soffre anche di altri difetti
visivi. Ma ancora troppe poche persone
sono a conoscenza delle soluzioni ottiche
all’avanguardia disponibili sul mercato
in grado di risolvere definitivamente il
problema. E anche quando ne sono a
conoscenza i pregiudizi e i “sentito dire”
pesano sulla scelta di non cercare ulteriori
notizie magari presso gli ottici specializzati.
La scarsa e cattiva informazione spinge
molte persone a rassegnarsi alla presbiopia
come ad un inevitabile segno di
declino fisico, accettando, seppur controvoglia,
i fastidi causati dai continui
cambi d’occhiale anche in contesti sociali.
La ricerca di CRA denota, inoltre,
come spesso i presbiti tendano ad eludere
il problema, a far finta che sia un
fatto provvisorio, per questo, ad esempio,
si limitano ad acquistare gli occhialini
premontati per la lettura in farmacia o
al supermercato, invece di ricorrere al
consiglio di un esperto qualificato.
FALSE CREDENZE
Le false credenze sulle lenti progressive
raccontano che necessitino di un lunghissimo
e difficoltoso periodo di adattamento
e che costringano il portatore ad assumere
posizioni innaturali e scomode. In
realtà i dati parlano chiaro: l’86% dei
portatori di lenti progressive in Italia
dichiara di essere pienamente soddisfatto della propria scelta, di non avere
segnalazioni negative da fare e di essersi
adattato completamente appena dopo
pochi giorni di utilizzo.
Tra i principali vantaggi dell’uso delle
lenti progressive emerge, oltre alla
comodità di avere un unico paio di
occhiali per tutte le distanze, la sicurezza
psicologica di poter dominare l’ambiente
circostante in tutte le sue
dimensioni: sia in prossimità che in lontananza.
Al contrario il non portatore presbite
vive continuamente uno stato di
apprensione per il timore di non avere a
portata di mano lo strumento adatto per
affrontare situazioni improvvise che si
svolgono al di fuori del campo visivo in
cui sta agendo.
LA TECNOLOGIA e LE SOLUZIONI di OGGI
Oltre a ciò va sottolineato che l’innovazione
nel campo della ricerca ottica ha permesso
di sviluppare lenti progressive
sempre più sottili e leggere, in grado di
adattarsi pressoché a qualsiasi tipo di
montatura, che ben si differenziano dalle
sorpassate lenti bifocali contraddistinte
dalla antiestetica lunetta: inequivocabile
segno di vecchiaia. In questo modo le
nuove lenti progressive conferiscono a
chi le indossa un’immagine più discreta
ed elegante, mascherando perfettamente
la presbiopia.
Le nuove, rivoluzionarie applicazioni dell’ottica
adattativa, impiegate dalle lenti
progressive, vengono utilizzate persino
dagli ipertecnologici telescopi dei
migliori osservatori astronomici del
mondo. Infatti, gli studi sui fronti d’onda
hanno permesso di compensare le anomalie
ottiche causate dalle turbolenze
atmosferiche, determinando, così, la
visione di immagini ad alta risoluzione.
Grazie alle stesse ricerche, le lenti progressive
di ultima generazione, consentono
una capacità visiva ad altissima
precisione a tutte le distanze.
Inoltre, attraverso un’attenta analisi
combinata di occhio e lente è stato
possibile mettere a punto occhiali in
grado di assicurare al portatore una
visione ottimale in qualsiasi situazione
si trovi. In più la crescente personalizzazione
delle lenti progressive consente
agli ottici di fiducia di tararle perfettamente
in base alle caratteristiche dell’occhio
del portatore e in base alle sue
abitudini di vita individuali. Questi fattori
sono di fondamentale importanza per
far sì che l’adattamento alle lenti progressive
sia quanto mai semplice e
veloce.
Tramite un approfondito esame dei comportamenti
abitudinari dei soggetti presbiti è stato, anche, possibile mettere a
punto delle lenti progressive perfettamente
in grado di risolvere le piccole e
grandi difficoltà quotidiane, annullando i
fastidi causati dalle vecchie lenti che
obbligavano i portatori ad assumere
determinate posture, limitandone notevolmente
la libertà di movimento e
offrendo loro una scarsa acuità visiva,
nonché una pessima qualità della vita.
La grande ricerca e sperimentazione che
sta dietro alle lenti progressive ha spinto
gli esperti ad utilizzare dei visori virtuali,
indossati dai presbiti, che hanno permesso
di simulare al computer, fin nei
minimi particolari, normali situazioni di
vita quotidiana come salire e scendere le scale o muoversi all’interno di un centro
commerciale: scenari apparentemente
banali, ma non per un presbite che può
incontrare grosse difficoltà nella definizione
dell’ampiezza e della profondità degli
spazi.
I test condotti in doppio cieco (né il portatore,
né l’esaminatore conoscevano la
lente valutata) con la collaborazione di
alcuni prestigiosi istituti universitari
hanno evidenziato le ottime prestazioni
delle nuove lenti progressive che sono
state messe a punto grazie alla cooperazione
e in base alle richieste di migliaia
di presbiti in tutto il mondo. L’alto livello
delle prestazioni visive è stato, dunque,
ampiamente confermato dalla soddisfazione
manifestata sia dai portatori che
dai professionisti del settore.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare
gli esperti del Consorzio
Comunicazione vista. Trovate gli ottici
optometristi più vicini a voi su: www.consorziovista.com
La presbiopia
Disturbo visivo legato all’età, dovuto alla
perdita di elasticità del cristallino e caratterizzato1
dall’incapacità di mettere a
fuoco gli oggetti vicini. Può essere associata
anche ad altri difetti visivi. I primi
sintomi insorgono normalmente tra i 40
ed i 45 anni e tendono a peggiorare con
l’avanzare dell’età.
In viaggio, con i bimbi....
Autore: Dott. Alberto FERRANDO
Pediatra
Studio: Crso Europa 1136
Genova
Tel: +39.010.3732433
www.ferrandoalberto.com
aferrand@tin.it
Prima delle vacanze estive o invernali
molti genitori chiedono al pediatra consigli
su dove portare il bambino in
vacanza. Ricordate che le vacanze servono
per tutti e non solo per i bambini.
Una bella vacanza ristoratrice aiuta
una famiglia a riprendersi dalle fatiche
del lavoro e a uscire dalla routine oltre
a permettere a tutti di stare insieme.
Una mamma e un papà rilassati e soddisfatti
fanno meglio ad un bambino
che un lungo soggiorno senza la serenità
della sua famiglia. Dobbiamo evitare
alcuni luoghi comuni i più frequenti
dei quali sono: “è piccolo statevene
in campagna” o “per il bene del bambino
mando mia moglie e il bambino per
2 mesi in campagna. Beati loro! Io me
se sto qui a lavorare”.
Diciamo subito che ogni scelta è
buona per la vita in comune solo però
se è discussa e condivisa, una donna
che passa due mesi in “vacanza” (si fa
per dire) in campagna, che detesta, in
una località calda, magari in compagnia
di parenti non desiderati o di
mamme con altri bambini, che regolarmente
non vanno d’accordo con nostro
figlio è una donna maltrattata.
La mamma magari vorrebbe un soggiorno
più breve in un posto che le
piaccia e anche in compagnia del marito.
In alcuni casi chi fa veramente le
vacanze è il marito che se ne sta a
casa a lavorare.
Il benessere del bambino passa attraverso
il benessere della famiglia per
cui ben venga la possibilità anche di
passare qualche giorno da soli senza il
bebè se si dispone di nonni che consentano
la cosa.
L’altro luogo comune: “è piccolo: state
in campagna” non va presa alla lettera.
Può essere tradotta in modo più
allargato: “è piccolo non fategli correre
dei rischi” per cui se il bimbo è piccolo
non andate in zone troppo lontane
dove non esiste la possibilità di trovare
un medico o una farmacia o non
andate all’estero in località alla moda
ma che sono a rischio di malattie
come la malaria o la semplice diarrea
del turista. Se avete deciso di andare
ricordatevi che in alcuni paesi è necessario
fare delle vaccinazioni per poter
entrare e tali vaccinazioni vanno effettuate
qualche tempo prima per dar
modo all’organismo di produrre gli anticorpi.
Sentite con largo anticipo (anche
di qualche mese) il vostro pediatra e
fatevi consigliare cosa fare per i viaggi
in aereo (vedi box) e su quali medicinali
portare in vacanza in quanto in alcuni
paesi non è facile ottenere farmaci
senza ricetta medica ma non usateli
se non avete almeno sentito telefonicamente
il vostro pediatra.
Ricordatevi di fare una assicurazione
privata se andate in quei paesi per i
quali non è sufficiente il foglio di assistenza
all’estero rilasciato dalla ASL.
In alcuni paesi se non si ha una copertura
assicurativa si rischia di non es
sere
sottoposti a cure adeguate o si
rischia di tornare dalle vacanze con un
mare di debiti.
Per quanto riguarda le medicine da portare
ricordiamo che solo il vostro pediatra
potrà darvi i consigli più adatti e “personalizzati” per vostro figlio.
Sicuramente il mezzo più utilizzato per
andare in vacanza è l’auto. Ogni anno
purtroppo avvengono migliaia di incidenti
con migliaia di morti quindi ricordatevi
sempre di usare prudenza, di
non mangiare troppo durante il viaggio
e di non bere alcolici oltre ad indossare
sempre la cintura di sicurezza (sia per
gli adulti che per i bambini più grandicelli
anche se viaggiano sul sedile
posteriore e anche se protestano). I
bambini più piccoli debbono stare sul
seggiolino. Prima di partire fornitevi di
giochini, carte e libri che aiutino il bambino
a passare il tempo durante il viaggio
anche se il miglior svago per il bambino,
e spesso anche per noi, è la compagnia
reciproca. Cantate, raccontate
delle storie. Se non avete fantasia raccontate
delle vostre storie vere, magari
un poco romanzate. I bambini si divertono
molto a sentire le storie in cui
sono protagonisti i genitori, i nonni o i
fratelli e sorelle. Se proprio non avete
fantasia né vi vengono in mente storie
trovate qualche libro per bambini o di
favole e, nei giorni precedenti al viaggio,
leggetele voi. Vedrete che soddisfazione
ne avrete quando vostro figlio
rimarrà a bocca aperta a sentirvi parlare
o raccontare o inventare giochi. Le
vacanze servono per riposare noi e il
bambino quindi cerchiamo di non avere
fretta di arrivare né di innervosirci se
capita qualche contrattempo, anzi,
usate il contrattempo per inventare
qualche storia. Cercate di evitare
discussioni e liti in auto con il/la partner
in quanto la tensione in un ambiente
piccolo e in un momento che doveva
essere di rilassamento e di tranquillità
può essere traumatizzante per il bimbo.
Assolutamente riprovevole ed ineducativo è ingaggiare duelli con altri automobilisti.
Oltre a dare un pessimo
esempio di aggressività rischiate di
rovinare le aspettative di vacanza
vostre e di vostro figlio. Inoltre utilizzate
l’aria condizionata evitando temperature
glaciali, fate soste abbastanza frequenti
e durante le soste non lasciate
mai i bambini da soli nelle aree di servizio,
né in auto al sole (né dimenticateveli
all’autogrill come è già successo).
In caso di sosta in una aiuola di
posteggio o in strada per coda non
fate uscire i bambini (utilizzate il bloccaporte
delle porte posteriori in dotazione
ormai a tutte le auto). E ora tutti
in viaggio con spensieratezza, ma ricordando
i consigli appena dati, e con spirito
di avventura. Un viaggio fa bene a
voi e ai bambini soprattutto se glielo
fate fare con amore e con gioia, i bambini
saranno contenti perché voi sarete
tutti per loro: i figli hanno più bisogno
di voi che del bel luogo di villeggiatura.
Buone vacanze a tutti!
Celiachia: cos’è e quando sospettarla
Monografia a cura
Dr.ssa Wilma PRATO
Per ulteriori informazioni:
Tel. 015.2547040
Le prime descrizioni della malattia
risalgono al I secolo a.C. quando il
medico Celso introdusse il termine “celiaco” per indicare una malattia
diarroica persistente; nel 250 d.C.
Areto di Cappadocia descrisse i
segni clinici di una malattia intestinale
lunga e molto difficile da curare,
identificabile con la celiachia dal
greco koiliakos, “coloro che soffrono
negli intestini”.
Nel 1856, Francis Adams tradusse
koiliakos in inglese e nacque il termine
celiaci per indicare coloro che
soffrivano di disturbi intestinali
gravi e persistenti. Nel 1888,
Samuel Gee descrisse i sintomi dettagliati
di questa condizione sia
negli adulti che nei bambini, intuendo
che l’unico trattamento consisteva
in una dieta adeguata povera di
farinacei. Bisogna però arrivare al
XX secolo per stabilire definitivamente
che la celiachia si manifesta in
alcune persone in seguito all’ingestione
di proteine del grano e cereali
simili.
Nel 1918 Still segnalò, in certi
malassorbimenti, l’azione dannosa
dell’alimentazione con pane.
Nel 1926 Hass descrisse l’utilizzo
della dieta a base di banana nel
trattamento dei bambini affetti da
anoressia e diarrea.
Nel 1932 l’olandese Thjsend osservò che l’alimentazione coatta
con tuberi (per guerre e carestia)
faceva guarire i celiaci.
Nel 1950 Dicke descrisse una riduzione
dei casi di Malattia Celiaca in
Olanda durante la Seconda guerra
Mondiale legata ad un minor apporto
di cereali. Egli collegò la malattia
all’alimentazione con glutine e, successivamente,
Kamer alle gliadine
del frumento.
Nel 1958 fu osservata l’associazione
tra carcinoma del piccolo intestino
e la celiachia.
Nel 1962 Gough e coll. descrissero
l’associazione tra celiachia e linfoma.
O’Farrelly nel 1986 coniò il termine
di enteropatia-associata a T-linfoma.
La celiachia è una patologia autoimmune
e multifattoriale, cioè riconosce
sia una causa genetica, che una
ambientale, colpisce tutti gli organi
e non solo la mucosa intestinale
come si è portati erroneamente a
credere, nella quale frammenti proteici
del glutine giunti nell’intestino
tenue incontrano le cellule infiammatorie
e attivano l’immunità con produzione
di autoanticorpi e danneggiamento
della parete intestinale.
Quando un celiaco mangia glutine le
proteine per lui tossiche reagiscono
con le cellule della mucosa intestinale
ed inizia una cascata di reazioni
di tipo infiammatorio.
IL GLUTINE
Il glutine è la frazione proteica contenuta
nel chicco di alcuni cereali ed è formato da due componenti fondamentali:
glutenine, proteine responsabili
di proprietà visco-elastiche e
non tossiche e gliadine, proteine suddivise
in quattro sottofrazioni elettroforetiche
Alfa, Beta, Gamma,
Omega gliadina, tossiche per i celiaci.
Le gliadine sono costituite da singole
catene polipeptidiche, di peso
molecolare compreso tra i 30.000 e
75.000 dalton e sono caratterizzate
da un alto contenuto di glutamina e
prolina (32-56 glutamine e 15-30
proline ogni 100 residui amminoacidici).
Poiché l’Omega gliadina, la frazione
meno tossica, ha il più alto
contenuto di glutamina e prolina, la
ricchezza di questi amminoacidi non
sembra correlarsi con la lesività
dell’intera molecola.
Molto simili alla gliadina sono le prolamine,
cioè la componente alcoolsolubile
del glutine di orzo, segale e
avena rispettivamente definite
Ordeina, Secalina e Avenina.
L’isolamento di cloni di DNA complementare
per la gliadina ha permesso
di sequenziare e determinare i 266
amminoacidi costituenti l’A. gliadina,
che è una sottofrazione tossica
dell’Alfa-gliadina. Mediante digestione
cianobromidica e triptica sono state identificate nell’ambito dell’Agliadina due sequenze (1.30 e
31.55) tossiche in vitro e caratterizzate
dalla frequente ricorrenza di
due tetrapeptidi (-gln-gln-gln-pro e
pro-ser-gln-gln). L’importanza di questi
2 oligopeptidi è indirettamente
confermata dalla loro assenza in
cereali non tossici, quali mais e riso,
e dal fatto di non poter essere ulteriormente
digeriti da parte di enzimi
attivi in vivo, quali pepsina, tripsina,
chimotripsina, pancreatina ed endoproteinasi.
Recentemente sono stati sintetizzati
tre peptidi corrispondenti ai residui
3.21, 31.49, 202.220 dell’A.gliadina.
Solo la somministrazione in vitro
del secondo contenente la sequenza
gln.gln.gln.pro ma non quella -proser.gln.gln. contenente nel primo e
nel terzo, ha riattivato le lesioni intestinali
in un gruppo di celiaci in dieta
priva di glutine. Questa sequenza
quindi del peptide 31.49 dell’A.gliadina è ora considerata l’agente lesivo
della malattia celiaca. L’importanza
di questo peptide nella patogenesi
della M.C. è ulteriormente confermata
dal fatto che esso viene riconosciuto
da linfociti T gliadina specifici
DQ2 ristretti.( Dtt. Gian Marco
Giorgetti U.O. Nutrizione Clinica,
Ospedale S.Eugenio, RomaDtt.
Antonio Tursi Divisione di Medicina
Interna, Ospedale L.Bonomo, Andria
Dtt Giovanni Brandimarte
Divisione di Medicina Interna,
Servizio di Endoscopia Digestiva,
Ospedale Cristo Re, Roma)
Il diverso grado di tossicità delle prolammine
di cereali diversi può collegarsi
alle relazioni filogenetiche fra le
specie. Le prolammine di frumento,
orzo e segale hanno determinanti
antigenici simili ed infatti fanno parte della stessa sottofamiglia (Pooideae).
L’avena appartiene alla stessa sottofamiglia
del frumento, dell’orzo e
della segale, ma ad una tribù differente
(Avenae). Riso e mais, cereali
naturalmente privi di glutine, appartengono
ad altre sottofamiglie.
Tutti i cereali che appartengono alla
tribù dei Triticum contengono glutine,
in quantità differenti, ma egualmente
tossici per celiaci. La classificazione
si fonda sullo studio del genoma, in
base al numero di cromosomi, e divide
i cereali in tre sottofamiglie:
Pooideae, di cui fanno parte la Tribù
delle Triticae e delle Avenae;
Ehrhartoideae, con le tribù delle
Oryzeae (in cui si trovano riso e riso
selvatico); Panicoideae o “PACCAD
clade” con, tra le altre, le tribù
Panicaceae (tra cui il miglio) e
Andropogoneae (in cui si trova il mais
e il sorgo).

Il normale introito medio di glutine
nella dieta di una europeo adulto è
pari a 15/20 g/die.
La celiachia è una delle più frequenti
intolleranze alimentari del mondo
occidentale, seconda solo a quella al
lattosio. Molti casi di celiachia silente
si riscontrano in familiari di I° grado
di celiaci ( 8-10%), nei pazienti con
diabete insulino-dipendente (3-5%) o
con sindrome di Down ( 4-5%).
Secondo recenti studi americani, la
malattia è ampiamente sottostimata
negli Stati Uniti, dove interessa una
persona su 133. La diagnosi invece
viene effettuata mediamente solo sul
3% dei malati. Ci sarebbero quindi
più di due milioni di celiaci non diagnosticati
nei soli Stati Uniti. In
Europa, la celiachia sarebbe la più
comune malattia di origine genetica.
In Italia, ad esempio, probabilmente
anche in seguito all’elevato consumo
di pasta, si stima secondo
l’Associazione Italiana Celiachia (AIC)
ed i più recenti studi, l’incidenza in
un caso ogni 100-150 persone con
un rapporto femmine/maschi di 2:1. I
celiaci quindi potrebbero essere circa
400-500 mila.
Ogni anno, come comunica l’AIC, vengono
effettuate cinque mila nuove diagnosi
ed ogni anno nascono 2.800
nuovi celiaci, con un incremento
annuo del 9%. Da una recente indagine
promossa dall’AIC, in una famiglia
in cui v’è un celiaco, nell’17% circa dei
casi ve n’è un altro: in circa il 55% dei casi è un parente di 1° grado, ma
circa il 40% negli altri gradi di parentela,
perciò lo screening familiare non
deve essere limitato solamente ai
parenti di primo grado.
Occorre sempre tenere presente che
prima dell’introduzione della dieta
priva di glutine si aveva una mortalità
legata alla Malattia Celiaca pari al 10-
30%; dopo l’introduzione della dieta
aglutinata la mortalità è scesa a 0,4%.
Studi epidemiologici recenti stanno
rilevando la presenza notevole di celiachia
anche in aree del mondo nelle
quali non si riteneva fosse molto presente,
dall’Africa al Sudamerica e
all’Asia.
Infatti la diffusione geografica della
malattia ricalca quella di cereali contenenti
glutine. L’utilizzo del frumento nei
paesi in via di sviluppo è notevolmente
aumentato negli ultimi anni, attualmente
il consumo medio di frumento in
questi paesi è di Kg 63,4/anno contro
Kg 29,3/anno nel 1961. Questa tendenza
potrebbe essere la fase iniziale
di una “pandemia” celiaca legata alla progressiva occidentalizzazione, dal
punto di vista alimentare, della popolazione
mondiale.
Negli indiani Punjabis la celiachia è
conosciuta come “diarrea estiva”:
l’aumento dei sintomi legati alla celiachia
si accentuano prevalentemente
nel periodo estivo quando le focacce
sono preparate con la farina di grano.
In Algeria è stata riportata la più alta
frequenza mondiale di associazione
tra diabete mellito di tipo I e celiachia
(16-20%).
I Saharawi, popolazione di origine
arabo-berbera che vive in Algeria, presentano
una prevalenza di celiachia
non riscontrabile in altre popolazioni.
In uno studio condotto su 989 bambini
di età media di 7,4+/- 3,8 anni,è
stata posta diagnosi di celiachia nel
5,6% dei soggetti contro la frequenza
Europea di circa 0,5-1%. In questi
bambini la sintomatologia è generalmente
quella classica (diarrea, ritardo
della crescita, distensione addominale
e anemia severa ) (Dtt. Domenico
Lombardi Dipartimento di Medicina,
Ospedale Cristo Re, Roma)
La celiachia è una delle più frequenti
malattie su base genetica che conosciamo,
infatti si presenta in un individuo
su 100-300: è stata dimostrata
una associazione della malattia celiaca
con i geni del complesso HLA II
codificanti gli eterodimeri DQ2 e DQ8;
nel 90% dei celiaci è presente l’aplotipo
DQ2, mentre nella maggior parte
dei celiaci DQ2-negativi riscontriamo
la positività per il DQ8. Gli stessi alleli
sono osservati anche nel 25-30%
dei familiari sani dei celiaci; infatti la
presenza degli alleli HLA è un indicatore
di predisposizione alla M.C. ed è
essenziale per la patogenesi della
malattia.
Come ci spiega in un suo articolo la
Professoressa Carolina Ciacci:
“La gliadina, una volta attraversata
la mucosa enterica, induce infatti
mediante la sua porzione N-terminale
(aa 31-43) un’attivazione prima
della branca innata del sistema
immune e poi, con altre frazioni proteiche,
quella T cellulare. Questi altri
peptidi, deaminati dall’enzima transglutaminasi,
si incastrano nel sito
di attacco del sistema HLA DQ2 o
DQ8 sulle cellule presentanti l’antigene
e che la cellula T riconosce
come “non self”. Le cellule T danno
il via così ad un processo infiammatorio
con rilascio di citochine IL2,
IL6, INF , TNF e attivazione dei linfociti
B con produzione di anticorpi
specifici e innesco del meccanismo
autoimmune.
Nel danno alla mucosa e nel perpetuarsi
dello stato infiammatorio una
particolare importanza è stata attribuita
all’IL-15, un mediatore della
risposta innata, che favorisce la
migrazione intraepiteliale di cellule
CD8 TCR / +, e specificamente nel
celiaco la migrazione di IEL TCR / e
di cellule CD94+, coinvolte nell’attivazione
dell’apoptosi, cioè morte
programmata, degli enterici.
Recentemente un altro tassello dell’intricato
puzzle della patogenesi
della malattia celiaca è stato identificato
nella trasglutaminasi di tipo II
(tTG2). E’ stato dimostrato che una
tTG2 espressa anche a livello della
superfice epiteliale influenza in
maniera determinante le fasi più precoci
della risposta ai peptidi della
gliadina, quali la fosforilazione di
proteine epiteliali, il riarrangiamento
dell’actina e la conseguente cascata
di eventi di attivazione mucosale.
Questa attività non è correlata all’attività
enzimatica della tTG2. Questi dati aprono un nuovo scenario sul
ruolo della tTG nella patogenesi
della malattia celiaca. Recentissima
è poi la notizia di un possibile ruolo
dell’infezione da Rotavirus nella
patogenesi della celiachia. Due diversi
gruppi di ricerca hanno dimostrato
che nel siero di bambini celiaci c’è
una percentuale maggiore di presenza
di anticorpi anti–Rotavirus rispetto
ad una popolazione di controllo e
-mediante studio di random peptide
screening- che nel siero di pazienti
con celiachia si identifica un sottogruppo
di IgA antitransglutaminasi
che crossreagisce con il recettore
Toll-like 4, con la desmogleina e con
la proteina VP7 del Rotavirus. Se e
come l’infezione da Rotavirus, frequentissima
nell’infanzia, sia determinante
per la comparsa della intolleranza
al glutine sarà oggetto di
molti studi in un prossimo futuro.”
Il Journal of Immunology ha pubblicato
recentemente uno studio effettuato
in collaborazione tra L’Isa-Cnr,
l’ospedale San Raffaele di Milano, il
Dipartimento di Pediatria
dell’Università Federico II di Napoli e
l’ospedale Moscati di Avellino che
dimostra la particolare funzione
assunta dalla interleuchina, una
molecola prodotta dal nostro organismo
successivamente a forti infiammazioni.
Essa sarebbe in grado di
regolare e contenere l’attività infiammatoria
dei linfociti intestinali reattivi
al glutine. Lo studio ha individuato
che nel momento dell’infiammazione
dovuta alla presenza di glutine, nell’intestino
del soggetto intollerante
sono presenti cellule regolatorie che
producono sostanze anti-infiammatorie
quali la interleuchina-10.
Un secondo studio compiuto
dall’Università di Stanford
(California) e pubblicato su
Chemistry & Biology dimostra come,
attraverso la scomposizione delle
sostanze allergeniche, esse possano
essere rese più tollerabili e digeribili.
L’’enzima Ep-B2, spiega il
coordinatore della ricerca Chaitan
Khosla, ha la funzione di trasferire
direttamente alle sostanze in grado
di metabolizzare il glutine alcuni
legami chimici necessari all’assimilazione
del cibo.
Se si sostituisce questo enzima con
un elemento analogo, si nota come
in un ambiente acido uguale a quello
interno allo stomaco si ottiene
una scomposizione che non altera il
valore nutrizionale dei cibi che contengono
glutine. Di notevole rilevanza è il fatto che questi elementi
giungono modificati all’interno dell’intestino
tenue e quindi al loro
assorbimento non segue alcuna reazione
allergica.
QUANDO SOSPETTARE
LA MALATTIA CELIACA?
Nei bambini più piccoli i primi sintomi
della malattia si possono manifestare
allo svezzamento quando vengono
introdotti i primi alimenti contenenti
glutine. I sintomi caratteristici
sono la diarrea con feci semiliquide
o liquide, abbondanti e lucide e con
scariche frequenti, spesso associati
a dolori addominali e vomito. Vi può
essere un arresto della crescita o
una perdita di peso. Il bambino presenta
i tipici segni della denutrizione
da malassorbimento: è in genere pallido,
magro ma con un addome molto
pronunciato e sporgente
Nei bambini più grandi, negli adolescenti
e negli adulti i sintomi tendono
ad essere sfumati, spesso senza
diarrea e con il coinvolgimento di
organi diversi dall’intestino; in questi
casi è ancora più difficile riconoscere
la malattia e ciò può ritardare ulteriormente
la diagnosi. I segni e i sintomi
a cui prestare attenzione sono
una persistente anemia da carenza
di ferro, la frequente recidiva di afte
alla mucosa buccale, la stanchezza
persistente, gonfiori alle gambe e
alle palpebre, piccoli sanguinamenti
cutanei, anomalie dello smalto dei
denti o malattie della pelle come la
dermatite erpetiforme. Anche l’apparato
cardiovascolare può essere coinvolto
nella malattia, infatti nei soggetti
affetti da malattia celiaca si
osserva un prolungamento del Q-T
con conseguente predisposizione ad
aritmie, cardiopatie congenite, prolasso
mitralico, pericarditi, cardiomiopatia
dilatativi, cardiopatia ischemica
e stroke. Meno frequenti ma sempre
da considerare con attenzione sono
la spiccata fragilità delle unghie,
un’anomala caduta di capelli, epilessia
o dolore osseo con deficit di calcio
e vitamina D, irritabilità soprattutto
nei bambini, cambiamenti comportamentali,
crampi muscolari, insensibilità
agli arti.
Nelle donne si riscontra spesso un
aumento di patologie ginecologiche
che vanno dalle frequenti cervicovaginiti
batteriche, micotiche o aspecifiche,
fino a 5/6 ricadute di nel
corso dell’anno, malgrado le più
disparate terapie con antimicotici ed
antibiotici somministrati per via locale
e generale, alla poliabortività,
all’amenorrea, ai ritardi mestruali,e
alle dismenorree.
Nell’adulto e nell’anziano le neoplasie
esofagee, intestinali ed il linfoma
del tenue, sono più frequenti nel
celiaco che nella popolazione generale,
così è per malattie autoimmuni
quali la cirrosi biliare primitiva e la
colangite sclerosante.
Particolarmente nell’adulto, con una
incidenza di circa 3/1, le forme
extraintestinali prevalgono su quelle
addominali. Spesso sono presenti le
forme silenti o paucisintomatiche. atipiche
del 24,1% con un aumento
costante nel corso degli anni, passando
dal 15,3% del 1990 al 30,1% del
1994.
Alcune Malattie sono spesso associate
come il diabete mellito di tipo
1° (presente nel 5% dei celiaci) e la
tiroidite tipo Hasimoto (sino a 13-17%
dei casi), morbo di Addison, nefropatia
da IgA, porpora trombocitopenica
autoimmune, anemia emolitica
autoimmune, artrite reumatoide giovanile,
sindrome di Turner, sindrome
di Williams, epilessia (con o senza
calcificazioni endocraniche), psoriasi.
Pertanto la Malattia Celiaca può
essere classificata in forme diverse:
* tipica, che ha come sintomatologia
la diarrea e l’arresto della crescita
* atipica, che si presenta tardivamente
con sintomi soprattutto
extraintestinali. Da uno studio multicentrico presentato al 51°
Congresso Nazionale della Società
Italiana di Pediatria del 1995, a cui
hanno aderito 33 Centri pediatrici, è emerso che la prevalenza globale
delle forme atipiche è del 23,2%. I
disturbi più frequenti sono: l’anemia
sideropenica (36%), bassa statura
(30,2%), anoressia (13%);
seguono poi una serie di altri sintomi
con una percentuale variabile
dallo 0,4% al 4%.
* silente, nella quale mancano sintomi
evidenti ma sono presenti lesioni
della mucosa intestinale tipiche
della celiachia in assenza di sintomatologia,
che regrediscono dopo
dieta priva di glutine. L’esistenza di
queste forme clinicamente silenti è
stata dimostrata dallo screening dei
familiari di 1° grado asintomatici di
pazienti celiaci e da studi di screening
su studenti.
Circa il 10-15% dei parenti di primo
grado asintomatici di soggetti celiaci
presenta una mucosa intestinale
atrofica.
* potenziale, evidenziata da esami
sierologici positivi (presenza di antigliadina
IgA e IgG) ma con biopsia
intestinale normale
Nel 2002 è stato condotto uno studio
dall’Istituto Scientifico S.Raffaele di
Milano per esaminare la prevalenza di
celiachia in bambini ed adolescenti
all’esordio del diabete di tipo 1 e la
frequenza di nuovi casi durante un
periodo di follow-up di 6 anni. I risultati
hanno evidenziato che la prevalenza
di celiachia nei pazienti con diabete
di tipo 1 è circa 20 volte più alta
che nella popolazione generale. Il
60% dei casi, per lo più non diagnosticati,
sono già presenti all’esordio
del diabete, ma un altro 40% dei
pazienti sviluppa la malattia celiaca
pochi anni dopo la diagnosi di diabete.
Per questo vengono raccomandati
programmi di screening per la celiachia
dopo l’esordio del diabete di tipo
1, anche in assenza di sintomi clinici.
Secondo uno studio pubblicato dal
Journal Of Pediatric Gastroenterology
and Nutrition, circa il 5% dei bimbi
diabetici americani è affetto da celiachia,
e questo dato è più alto rispetto
a quello rilevato in seguito ad una
precedente statistica.
Una volta sospettata la malattia la
diagnosi si fonda su analisi mirate e
sequenziali:
L’esame diagnostico per eccellenza si
fa sul sangue, e rivela la presenza di
alcuni anticorpi come l’antigliadina
(AGA IgA e IgG), antireticolina (ARA) e
antiendimisio (EmA). Un esame più
recente permette di identificare
anche la presenza di un altro anticorpo,
l’antitransglutaminasi (TGA).
Se positivo, l’esame degli autoanticorpi
viene confermato dalla biopsia
intestinale (cioè dal prelievo di un
minuscolo frammento di mucosa intestinale)
che osservato al microscopio
evidenzia l’atrofia dei villi.
Infine, la presenza di celiachia è confermata
dal fatto che tutti i sintomi
regrediscono se si instaura una dieta
priva di glutine. Nel caso di presenza
della malattia all’interno di una famiglia,
data la sua caratteristica trasmissione
genetica, è opportuno
effettuare uno screening degli anticorpi
in tutti i parenti di primo e secondo
grado del malato.
LA TERAPIA
DELLA MALATTIA CELIACA
Purtroppo a tutt’oggi l’unica terapia
valida è l’eliminazione assoluta del
glutine dalla dieta.Gli studi ormai
sempre più numerosi permetterano in
un prossimo futuro tramite l’uso di
vaccini, antinfiammatori mirati, enzimi
o proteine tipo la zonulina in grado di
bloccare l’assorbimento intestinale
del glutine, di modificare la terapia
permettendo al celiaco se non una
dieta libera sicuramente una maggiore
permissività per quanto riguarda gli
alimenti proibiti.
Gli alimenti senza glutine sono quelli
(“gluten free by nature”) che rispondono
a queste caratteristiche quantitative:
20 ppm = 20 mg/Kg = 0,002% di glutine
2 mg di glutine in 100 g
1 mg di Gliadina in 100g
In ambito nazionale, la Commissione
Consultiva del Ministero della Salute
ha definito, sin dal 2001, il limite di “20 parti per milione”, sia per cibi
fabbricati con materie prime naturalmente
esenti da glutine sia per cibi
depurati da tale sostanza. Tale posizione è stata recepita il 24 luglio
2003 dal Senato della Repubblica
che ha approvato all’unanimità un
emendamento della legge relativa
all’etichettatura dei prodotti contenenti
glutine (Decreto Legislativo n.
109/1992). Tale emendamento prevede
che “qualora, nella composizione
del prodotto alimentare o in quella
di uno o più ingredienti (aromi, additivi
o coadiuvanti) che lo compongono,
siano presenti cereali contenenti glutine
o sostanze da essi derivanti e/o
se dal processo produttivo può derivare
nel prodotto finito una quantità
di glutine, analiticamente determinato
superiore a 20 parti per milione, tale
prodotto dovrà riportare in etichetta,
in calce all’elenco degli ingredienti e
in modo ben visibile, la dicitura “il
prodotto contiene glutine”.
Perché un cibo si possa considerare senza glutine il ‘Codex Alimentarius’
europeo stabilisce che al massimo
debba contenere lo 0.3% di glutine.
E’ una soglia estremamente bassa e
assolutamente sicura per la salute
dei celiaci.
In realtà una dieta assolutamente
priva di glutine pone alcuni problemi
di ordini psicologico che influiscono
sulla vita di relazione e che non sono
assolutamente da sottovalutare in
quanto possono portare il celiaco a
concedersi saltuariamente alimenti
per lui tossici.
I problemi più evidenti compaiono
quando la malattia viene diagnosticata
nell’adulto o nell’adolescente, in questi
casi adeguarsi ad una dieta corretta
dimenticando le proprie abitudini
alimentari è sicuramente difficile.
Paradossalmente è più facile nei casi più gravi dove l’assunzione anche di
piccole quantità di glutine scatena
una sintomatologia imponente, ciò
costringe ovviamente a seguire rigidamente
un’alimentazione corretta ma
non elimina i problemi della vita di
relazione. Nei casi dove la sintomatologia è più lieve appare meno grave
l’accettare una fettina di torta alla
festa di compleanno, il dividere il
biscotto o la merendina con il compagno
di giochi, concedersi una birra o
una pizza o un piattino di pasta tanto
per gradire, il tutto senza vedersi
costretti a spiegare che si è affetti da
una intolleranza alimentare e non si
può assolutamente mangiare determinati
alimenti. Per non parlare poi
degli inviti a pranzo a casa di amici,
non è sicuramente facile obbligare la
padrona di casa a seguire tutti gli
accorgimenti del caso.
Questi problemi portano ad uno stato
depressivo di sottofondo, una chiusura
verso il mondo esterno, uno stato
di tristezza che, soprattutto nell’adolescente
può creare gravi problemi
sia nel rapporto con i compagni sia
nel mantenimento di una dieta scrupolosa.
In tutti i casi è determinante l’appoggio
e l’aiuto della famiglia e una sensibilizzazione
della gente comune: il
celiaco non è “una mosca bianca”
ma è una persona che non può mangiare
alcuni alimenti di uso comune,
questo deve essere ribadito e si
auspica diventi un’abitudine l’avere
alimenti sicuri nelle scuole, nelle
mense, nei luoghi pubblici.
ALLARME INTEGRATORI VITAMINICI
Più sicure
le vitamine al naturale
Per ulteriori informazioni:
Valentina Alfieri
Ufficio Stampa OSC Healthcare
700519125
Cel. 346 0152728
valfieri@oscbologna.com
Uno studio danese dimostra la pericolosità
di alcune vitamine contenute in
integratori se somministrate da sole o
in combinazione con altri antiossidanti.
Secondo l’Osservatorio Nutrizionale
Grana Padano, sviluppato in collaborazione
con i medici della Società
Italiana di Medicina Generale (SIMG) e
della Federazione Italiana Medici
Pediatri (FIMP), la carenza vitaminica
degli italiani – dimostrata dagli ultimi
dati raccolti da pediatri e medici di
famiglia - va quindi affrontata al naturale
seguendo una dieta variegata.
Secondo i ricercatori del Center for
Clinical Intervention Research
dell’Università di Copenaghen le vitamine
E, A e betacarotene possono aumentare
il tasso di mortalità per qualsiasi causa
in media del 5 per cento. E’ questo il
risultato di un’ampia meta-analisi sull’effetto
che gli integratori di antiossidanti
esercitano sulla salute. I ricercatori
hanno preso in esame, infatti, i risultati
ottenuti da sessantotto studi clinici condotti
nel 2005 arrivando, a studiare i
dati relativi ad un totale di ben 232.606
persone.
Secondo l’articolo pubblicato su JAMA
(Journal of American Medical
Association) alla resa dei conti sembra
che “betacarotene, vitamina A e vitamina
E, somministrati da soli o in combinazione
con altri antiossidanti, hanno significativamente
aumentato la mortalità.
Questo effetto negativo non sembrerebbe
invece applicarsi ad altri antiossidanti
quali la vitamina C ed il selenio.
Secondo quanto ipotizzato dai ricercatori,
alcuni tipi di vitamine potrebbero
interferire con qualche meccanismo
difensivo essenziale dell’organismo e,
se si considera la diffusione sempre più
capillare degli integratori di vitamine, si
intuisce che le conseguenze sulla salute
generale possono essere notevoli.
I ricercatori hanno sottolineato che il
loro studio ha preso in esame soltanto
gli integratori di vitamine
e non quelle contenute
negli alimenti, quindi lo
studio non svaluta in alcun
modo la fondamentale
importanza dell’apportovitaminico garantito dalla
frutta e dalla verdura.
Cosa consigliare, quindi, agli
utilizzatori abituali di integratori
nutrizionali, in particolare degli
antiossidanti citati nello studio?
Una indicazione molto chiara a
questo proposito proviene dal
monitoraggio delle abitudini alimentari
degli Italiani effettuato
dall’Osservatorio
Grana Padano, che
ha evidenziato, su
una popolazione
di più di 12.000
soggetti studiati, un introito medio giornaliero con la
dieta di 6,7 milligrammi di vitamina Ee
di 1,2 milligrammi di vitamina A.
L’assunzione giornaliera raccomandata
di vitamina A è di circa 0,5 milligrammi
(con variazioni che vanno da 0,4 a 0,7
milligrammi a seconda dell’età considerata)
mentre per la vitamina E si raccomanda
un’assunzione di almeno 5 milligrammi
al giorno. Nella popolazione
sotto monitoraggio, si rilevano differenze
tra maschi e femmine, tra bambini e
adulti e tra le macroaree Nord,
Centro e Sud (vedere tabella allegata
Vit.A-Vit.B). Ad esempio i
maschi e i bambini sono sotto
la media Italia, ma pur sempre
sopra i fabbisogni minimi
raccomandati. Il Sud è l’area
geografica che meno si avvicina
alla media nazionale, in modo
più evidente per quanto riguarda
l’assunzione di vitamina A.
Almeno dai dati dell’Osservatorio
Grana Padano, e limitatamente alla
popolazione campione che pur rappresenta
in modo significativo
quella italiana, si può constatare
che la dieta da sola riesce
a sopperire ai
fabbisogni
minimi di vitamina
A ed E
nella maggior
parte delle persone delle varie fasce di età.
Un’alimentazione equilibrata, infatti, da
sola può garantire le richieste dell’organismo
lasciando spazio agli integratori
solo in casi speciali dove sarà il medico
a deciderne l’impiego.
“I risultati di questa ricerca danese –
illustra Maria Letizia Petroni,
Responsabile Nutrizione Clinica
dell’Istituto Auxologico Italiano di
Piancavallo (VB) e componente del
Comitato Scientifico dell’Osservatorio
Grana Padano - confermano in modo
definitivo che l’integrazione a dosaggi
elevati (quali quelli presenti in diversi
preparati farmacologici o comunque
commerciali) di alcune vitamine ad azione
antiossidante, quali la vitamina A in
forma di retinolo o di beta-carotene e la
vitamina E, da sole o come parte di
cocktail di antiossidanti, non solo non
determina benefici alla salute, ma può
ridurre l’aspettativa di vita rendendo
l’organismo più vulnerabile all’azione
delle malattie, probabilmente interferendo
con alcuni meccanismi essenziali di
difesa quali la distruzione di cellule
malate e la detossificazione”
La carenza vitaminica degli italiani va
quindi seguita al naturale seguendo una
dieta variegata. “L’assunzione – continua
la Petroni - di almeno cinque porzioni
al giorno di frutta e
verdura, alternata per colore (verde, bianca,
rossa, giallo/arancione, blu/viola) permette
di coprire adeguatamente il fabbisogno
della maggior parte dei vitamine
ed antiossidanti. Ma non bisogna trascurare
gli altri alimenti caratteristici
della dieta mediterranea: un’alimentazione
esclusivamente vegetariana può,
ad esempio, esporre a seri deficit vitaminici,
in particolare di vitamina B12”.
“Un’alimentazione sana e corretta -
conclude la Petroni - permette l’introduzione
delle giuste quantità fisiologiche
di vitamine ed antiossidanti, ma nessuna
pillola riuscirà mai a replicarne la
varietà, la ricchezza e l’equilibrio dei
nutrienti e delle molecole in essa presenti.
Chi utilizza gli integratori, salvo
quando specificamente prescritti dal
medico, come una comoda “scorciatoia”
per non curare la propria alimentazione
illudendosi di avere benefici miracolosi
per prevenire l’invecchiamento o
le malattie cronico-degenerative deve
ora aprire gli occhi e prendere atto della
realtà. Vincere l’inerzia di un’alimentazione
disordinata o monotona è possibile,
così come è possibile
conciliare salute e gusto, con l’aiuto del
proprio medico e delle campagne educazionali
promosse dagli organi scientifici
competenti”.
La vitamina A è presente in natura
sotto forma di retinolo (di origine animale)
e carotenoidi (di origine vegetale).
L’organismo provvede a trasformare i
carotenoidi (provitamine) in vitamina A.
La vitamina A è essenziale per la vista,
ha un’azione protettiva nei confronti
della pelle e delle mucose, favorisce i
processi di crescita e contribuisce
all’integrità del sistema
immunitario.
Tra gli alimenti più ricchi di vitamina
A ci sono il fegato e l’olio di fegato
di merluzzo, le uova e i latticini;
abbondanti quantità di carotenoidi sono presenti in frutta e ortaggi giallo-arancioni
(pomodoro, carota, peperone,
zucca, albicocca) e in alcuni ortaggi a
foglia verde (lattuga, asparagi, broccoli).
Il rischio di tossicità era stato sinora
messo in evidenza solo per il retinolo
ed in particolare nelle donne in gravidanza,
alle quali venivano sconsigliate
integrazioni di retinolo così come un’
eccessiva assunzione di fegato come
alimento a causa del potenziale effetto
dello stesso nell’ indurre malformazioni
nel feto. Per quanto riguarda i carotenoidi
l’effetto sfavorevole è stato osservato
solo per dosi molto più elevate di
quelle fisiologiche, ottenibili solo con
preparati farmacologici od integratori;
non solo non vi è alcuna evidenza invece
che dosi fisiologiche di carotenoidi,
quali quelle assunte con la dieta, siano
dannose, ma la letteratura è assolutamente
concorde sul fatto che questi,
assieme a tutti gli elementi benefici presenti
negli alimenti che li contengono,
sono sicuramente in grado di proteggerci
da malattie cardiovascolari e da diversi
tipi di tumori.
La vitamina E (liposolubile) è nota
soprattutto per le sue proprietà antiossidanti
e agisce contro i radicali liberi,
responsabili dei processi di invecchiamento
cellulare; tra le sue varie azioni,
vi è inoltre quella favorente la fertilità
sia femminile che maschile.
Tra gli alimenti che contengono maggiori
quantità di vitamina E vi sono gli oli
vegetali (di arachide, di semi di girasole,
di germe di grano, di oliva, di albicocche),
il grano intero e alcuni tipi di
frutta secca (mandorle, noci, nocciole).