Lenti progressive di nuova generazione

Il Consorzio Comunicazione Vista
Il Consorzio Comunicazione Vista, presieduto da Cyrille De Montvalon, è una società consortile a responsabilità limitata costituita tra le imprese Avant Italiana S.p.A, Carl Zeiss
Vision Italia S.p.A., Essilor Italia S.p.A., Hoya Lens Italia S.p.A, Oftalmica Galileo Italia S.p.A, Optovista S.p.A., produttrici di lenti oftalmiche e la società Mido s.r.l., titolare della manifestazione fieristica Mido, per realizzare campagne di comunicazione, azioni pubblicitarie e promozionali di interesse generale, con lo scopo di incrementare le vendite di prodotti del settore dell’ottica e di accrescere l’informazione del consumatore nel mercato italiano.
Sono partner della stessa società consortile anche ATR Mec Optical s.r.l., Optilens Italia s.r.l. e Rodenstock Italia S.p.A., condividendone appieno le finalità. Il Consorzio Comunicazione Vista opera con il patrocinio della Commissione Difesa Vista e la collaborazione delle principali associazioni di riferimento della distribuzione (Assogruppi Ottica – Associazione Nazionale dei Gruppi Organizzati dell’Ottica -, Federottica – Associazione Federativa Ottici Optometristi, - AIO – Associazione Italiana Ottici – e ANDOM – Associazione
Nazionale Distribuzione Ottica Moderna).

Lenti che guardano lontano…
Ma anche vicino e a media distanza

Sono le lenti progressive di nuova generazione: sottili, leggere e facili da portare
stanno già rivoluzionando la vista degli ultraquarantenni italiani Non riuscire più a vedere nitidamente a tutte le distanze. E’ questo il sintomo prevalente della presbiopia, associata anche ad altri difetti, che insorge mediamente a partire dai 40 anni d’età fino a
progredire irreversibilmente col passare del tempo. Semplici azioni di routine come leggere il giornale e guardare la TV, o consultare il menù al ristorante e contemporaneamente relazionarsi con l’ambiente circostante diventano impossibili da affrontare se non ricorrendo a due paia di occhiali da alternare a seconda delle circostanze, non senza un certo fastidio ed imbarazzo soprattutto se ci si trova con altre persone.
Con il passare del tempo il cristallino si irrigidisce progressivamente, perdendo la propria capacità accomodativa, non è più in grado, cioè, di mettere a fuoco immagini poste su piani diversi. In questo modo riuscire a focalizzare automaticamente oggetti vicini, a media distanza e lontani diventa sempre più difficile se non impossibile.
I DATI
Da una ricerca svolta da CRA per il Consorzio Comunicazione Vista emerge che ben il 44% degli italiani al di sopra dei 40 anni è affetto da presbiopia e di questi il 10% soffre anche di altri difetti visivi. Ma ancora troppe poche persone sono a conoscenza delle soluzioni ottiche all’avanguardia disponibili sul mercato in grado di risolvere definitivamente il
problema. E anche quando ne sono a conoscenza i pregiudizi e i “sentito dire” pesano sulla scelta di non cercare ulteriori notizie magari presso gli ottici specializzati.lenti
La scarsa e cattiva informazione spinge molte persone a rassegnarsi alla presbiopia come ad un inevitabile segno di declino fisico, accettando, seppur controvoglia, i fastidi causati dai continui cambi d’occhiale anche in contesti sociali.
La ricerca di CRA denota, inoltre, come spesso i presbiti tendano ad eludere il problema, a far finta che sia un fatto provvisorio, per questo, ad esempio, si limitano ad acquistare gli occhialini premontati per la lettura in farmacia o al supermercato, invece di ricorrere al consiglio di un esperto qualificato.
FALSE CREDENZE
Le false credenze sulle lenti progressive raccontano che necessitino di un lunghissimo
e difficoltoso periodo di adattamento e che costringano il portatore ad assumere posizioni innaturali e scomode. In realtà i dati parlano chiaro: l’86% dei portatori di lenti progressive in Italia dichiara di essere pienamente soddisfatto della propria scelta, di non avere segnalazioni negative da fare e di essersi adattato completamente appena dopo
pochi giorni di utilizzo.
Tra i principali vantaggi dell’uso delle lenti progressive emerge, oltre alla comodità di avere un unico paio di occhiali per tutte le distanze, la sicurezza psicologica di poter dominare l’ambiente circostante in tutte le sue dimensioni: sia in prossimità che in lontananza.
Al contrario il non portatore presbite vive continuamente uno stato di apprensione per il timore di non avere a portata di mano lo strumento adatto per affrontare situazioni improvvise che si svolgono al di fuori del campo visivo in cui sta agendo.
LA TECNOLOGIA e LE SOLUZIONI di OGGI
Oltre a ciò va sottolineato che l’innovazione nel campo della ricerca ottica ha permesso
di sviluppare lenti progressive sempre più sottili e leggere, in grado di adattarsi pressoché a qualsiasi tipo di montatura, che ben si differenziano dalle sorpassate lenti bifocali contraddistinte dalla antiestetica lunetta: inequivocabile segno di vecchiaia. In questo modo le nuove lenti progressive conferiscono a chi le indossa un’immagine più discreta
ed elegante, mascherando perfettamente la presbiopia.
Le nuove, rivoluzionarie applicazioni dell’ottica adattativa, impiegate dalle lenti progressive, vengono utilizzate persino dagli ipertecnologici telescopi dei migliori osservatori astronomici del mondo. Infatti, gli studi sui fronti d’onda hanno permesso di compensare le anomalie ottiche causate dalle turbolenze atmosferiche, determinando, così, la visione di immagini ad alta risoluzione.
Grazie alle stesse ricerche, le lenti progressive di ultima generazione, consentono una capacità visiva ad altissima precisione a tutte le distanze.
Inoltre, attraverso un’attenta analisi combinata di occhio e lente è stato possibile mettere a punto occhiali in grado di assicurare al portatore una visione ottimale in qualsiasi situazione si trovi. In più la crescente personalizzazione delle lenti progressive consente agli ottici di fiducia di tararle perfettamente in base alle caratteristiche dell’occhio del portatore e in base alle sue abitudini di vita individuali. Questi fattori
sono di fondamentale importanza per far sì che l’adattamento alle lenti progressive sia quanto mai semplice e veloce.
Tramite un approfondito esame dei comportamenti abitudinari dei soggetti presbiti è stato, anche, possibile mettere a punto delle lenti progressive perfettamente in grado di risolvere le piccole e grandi difficoltà quotidiane, annullando i fastidi causati dalle vecchie lenti che obbligavano i portatori ad assumere determinate posture, limitandone notevolmente la libertà di movimento e offrendo loro una scarsa acuità visiva, nonché una pessima qualità della vita.
La grande ricerca e sperimentazione che sta dietro alle lenti progressive ha spinto gli esperti ad utilizzare dei visori virtuali, indossati dai presbiti, che hanno permesso di simulare al computer, fin nei minimi particolari, normali situazioni di vita quotidiana come salire e scendere le scale o muoversi all’interno di un centro commerciale: scenari apparentemente banali, ma non per un presbite che può incontrare grosse difficoltà nella definizione dell’ampiezza e della profondità degli spazi.
I test condotti in doppio cieco (né il portatore, né l’esaminatore conoscevano la lente valutata) con la collaborazione di alcuni prestigiosi istituti universitari hanno evidenziato le ottime prestazioni delle nuove lenti progressive che sono state messe a punto grazie alla cooperazione e in base alle richieste di migliaia di presbiti in tutto il mondo. L’alto livello delle prestazioni visive è stato, dunque, ampiamente confermato dalla soddisfazione
manifestata sia dai portatori che dai professionisti del settore.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare gli esperti del Consorzio Comunicazione vista. Trovate gli ottici optometristi più vicini a voi su: www.consorziovista.com
La presbiopia
Disturbo visivo legato all’età, dovuto alla perdita di elasticità del cristallino e caratterizzato1 dall’incapacità di mettere a fuoco gli oggetti vicini. Può essere associata
anche ad altri difetti visivi. I primi sintomi insorgono normalmente tra i 40 ed i 45 anni e tendono a peggiorare con l’avanzare dell’età.

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In viaggio, con i bimbi....

Autore: Dott. Alberto FERRANDO
Pediatra
Studio: Crso Europa 1136 Genova
Tel: +39.010.3732433
www.ferrandoalberto.com aferrand@tin.it

Prima delle vacanze estive o invernali molti genitori chiedono al pediatra consigli su dove portare il bambino in vacanza. Ricordate che le vacanze servono per tutti e non solo per i bambini.
Una bella vacanza ristoratrice aiuta una famiglia a riprendersi dalle fatiche del lavoro e a uscire dalla routine oltre a permettere a tutti di stare insieme.
Una mamma e un papà rilassati e soddisfatti fanno meglio ad un bambino che un lungo soggiorno senza la serenità della sua famiglia. Dobbiamo evitare alcuni luoghi comuni i più frequenti dei quali sono: “è piccolo statevene in campagna” o “per il bene del bambino
mando mia moglie e il bambino per 2 mesi in campagna. Beati loro! Io me se sto qui a lavorare”.child
Diciamo subito che ogni scelta è buona per la vita in comune solo però se è discussa e condivisa, una donna che passa due mesi in “vacanza” (si fa per dire) in campagna, che detesta, in una località calda, magari in compagnia di parenti non desiderati o di mamme con altri bambini, che regolarmente non vanno d’accordo con nostro figlio è una donna maltrattata.
La mamma magari vorrebbe un soggiorno più breve in un posto che le piaccia e anche in compagnia del marito.
In alcuni casi chi fa veramente le vacanze è il marito che se ne sta a casa a lavorare.
Il benessere del bambino passa attraverso il benessere della famiglia per cui ben venga la possibilità anche di passare qualche giorno da soli senza il bebè se si dispone di nonni che consentano la cosa.
L’altro luogo comune: “è piccolo: state in campagna” non va presa alla lettera.
Può essere tradotta in modo più allargato: “è piccolo non fategli correre dei rischi” per cui se il bimbo è piccolo non andate in zone troppo lontane dove non esiste la possibilità di trovare un medico o una farmacia o non andate all’estero in località alla moda
ma che sono a rischio di malattie come la malaria o la semplice diarrea del turista. Se avete deciso di andare ricordatevi che in alcuni paesi è necessario fare delle vaccinazioni per poter entrare e tali vaccinazioni vanno effettuate qualche tempo prima per dar
modo all’organismo di produrre gli anticorpi.
Sentite con largo anticipo (anche di qualche mese) il vostro pediatra e fatevi consigliare cosa fare per i viaggi in aereo (vedi box) e su quali medicinali portare in vacanza in quanto in alcuni paesi non è facile ottenere farmaci senza ricetta medica ma non usateli
se non avete almeno sentito telefonicamente il vostro pediatra.
Ricordatevi di fare una assicurazione privata se andate in quei paesi per i quali non è sufficiente il foglio di assistenza all’estero rilasciato dalla ASL.
In alcuni paesi se non si ha una copertura assicurativa si rischia di non es
sere sottoposti a cure adeguate o si rischia di tornare dalle vacanze con un mare di debiti.
Per quanto riguarda le medicine da portare ricordiamo che solo il vostro pediatra potrà darvi i consigli più adatti e “personalizzati” per vostro figlio.
Sicuramente il mezzo più utilizzato per andare in vacanza è l’auto. Ogni anno purtroppo avvengono migliaia di incidenti con migliaia di morti quindi ricordatevi sempre di usare prudenza, di non mangiare troppo durante il viaggio e di non bere alcolici oltre ad indossare sempre la cintura di sicurezza (sia per gli adulti che per i bambini più grandicelli
anche se viaggiano sul sedile posteriore e anche se protestano). I bambini più piccoli debbono stare sul seggiolino. Prima di partire fornitevi di giochini, carte e libri che aiutino il bambino a passare il tempo durante il viaggio anche se il miglior svago per il bambino, e spesso anche per noi, è la compagnia reciproca. Cantate, raccontate delle storie. Se non avete fantasia raccontate delle vostre storie vere, magari un poco romanzate. I bambini si divertono molto a sentire le storie in cui sono protagonisti i genitori, i nonni o i fratelli e sorelle. Se proprio non avete fantasia né vi vengono in mente storie trovate qualche libro per bambini o di favole e, nei giorni precedenti al viaggio, leggetele voi. Vedrete che soddisfazione ne avrete quando vostro figlio
rimarrà a bocca aperta a sentirvi parlare o raccontare o inventare giochi. Le vacanze servono per riposare noi e il bambino quindi cerchiamo di non avere fretta di arrivare né di innervosirci se capita qualche contrattempo, anzi, usate il contrattempo per inventare
qualche storia. Cercate di evitare discussioni e liti in auto con il/la partner in quanto la tensione in un ambiente piccolo e in un momento che doveva essere di rilassamento e di tranquillità può essere traumatizzante per il bimbo.child
Assolutamente riprovevole ed ineducativo è ingaggiare duelli con altri automobilisti.
Oltre a dare un pessimo esempio di aggressività rischiate di rovinare le aspettative di vacanza vostre e di vostro figlio. Inoltre utilizzate l’aria condizionata evitando temperature glaciali, fate soste abbastanza frequenti e durante le soste non lasciate
mai i bambini da soli nelle aree di servizio, né in auto al sole (né dimenticateveli all’autogrill come è già successo).
In caso di sosta in una aiuola di posteggio o in strada per coda non fate uscire i bambini (utilizzate il bloccaporte delle porte posteriori in dotazione ormai a tutte le auto). E ora tutti in viaggio con spensieratezza, ma ricordando i consigli appena dati, e con spirito
di avventura. Un viaggio fa bene a voi e ai bambini soprattutto se glielo fate fare con amore e con gioia, i bambini saranno contenti perché voi sarete tutti per loro: i figli hanno più bisogno di voi che del bel luogo di villeggiatura.
Buone vacanze a tutti!

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Celiachia: cos’è e quando sospettarla

Monografia a cura Dr.ssa Wilma PRATO
Per ulteriori informazioni: Tel. 015.2547040

Le prime descrizioni della malattia risalgono al I secolo a.C. quando il medico Celso introdusse il termine “celiaco” per indicare una malattia diarroica persistente; nel 250 d.C. Areto di Cappadocia descrisse i segni clinici di una malattia intestinale lunga e molto difficile da curare, identificabile con la celiachia dal greco koiliakos, “coloro che soffrono negli intestini”.
Nel 1856, Francis Adams tradusse koiliakos in inglese e nacque il termine celiaci per indicare coloro che soffrivano di disturbi intestinali gravi e persistenti. Nel 1888, Samuel Gee descrisse i sintomi dettagliati di questa condizione sia negli adulti che nei bambini, intuendo che l’unico trattamento consisteva in una dieta adeguata povera di
farinacei. Bisogna però arrivare al XX secolo per stabilire definitivamente che la celiachia si manifesta in alcune persone in seguito all’ingestione di proteine del grano e cereali
simili.grano
Nel 1918 Still segnalò, in certi malassorbimenti, l’azione dannosa dell’alimentazione con pane.
Nel 1926 Hass descrisse l’utilizzo della dieta a base di banana nel trattamento dei bambini affetti da anoressia e diarrea.
Nel 1932 l’olandese Thjsend osservò che l’alimentazione coatta con tuberi (per guerre e carestia) faceva guarire i celiaci.
Nel 1950 Dicke descrisse una riduzione dei casi di Malattia Celiaca in Olanda durante la Seconda guerra Mondiale legata ad un minor apporto di cereali. Egli collegò la malattia
all’alimentazione con glutine e, successivamente, Kamer alle gliadine del frumento.
Nel 1958 fu osservata l’associazione tra carcinoma del piccolo intestino e la celiachia.
Nel 1962 Gough e coll. descrissero l’associazione tra celiachia e linfoma.
O’Farrelly nel 1986 coniò il termine di enteropatia-associata a T-linfoma.
La celiachia è una patologia autoimmune e multifattoriale, cioè riconosce sia una causa genetica, che una ambientale, colpisce tutti gli organi e non solo la mucosa intestinale
come si è portati erroneamente a credere, nella quale frammenti proteici del glutine giunti nell’intestino tenue incontrano le cellule infiammatorie e attivano l’immunità con produzione di autoanticorpi e danneggiamento della parete intestinale.
Quando un celiaco mangia glutine le proteine per lui tossiche reagiscono con le cellule della mucosa intestinale ed inizia una cascata di reazioni di tipo infiammatorio.
IL GLUTINE
Il glutine è la frazione proteica contenuta nel chicco di alcuni cereali ed è formato da due componenti fondamentali: glutenine, proteine responsabili di proprietà visco-elastiche e non tossiche e gliadine, proteine suddivise in quattro sottofrazioni elettroforetiche Alfa, Beta, Gamma, Omega gliadina, tossiche per i celiaci.
Le gliadine sono costituite da singole catene polipeptidiche, di peso molecolare compreso tra i 30.000 e 75.000 dalton e sono caratterizzate da un alto contenuto di glutamina e prolina (32-56 glutamine e 15-30 proline ogni 100 residui amminoacidici).
Poiché l’Omega gliadina, la frazione meno tossica, ha il più alto contenuto di glutamina e prolina, la ricchezza di questi amminoacidi non sembra correlarsi con la lesività dell’intera molecola.
Molto simili alla gliadina sono le prolamine, cioè la componente alcoolsolubile del glutine di orzo, segale e avena rispettivamente definite Ordeina, Secalina e Avenina.
L’isolamento di cloni di DNA complementare per la gliadina ha permesso di sequenziare e determinare i 266 amminoacidi costituenti l’A. gliadina, che è una sottofrazione tossica
dell’Alfa-gliadina. Mediante digestione cianobromidica e triptica sono state identificate nell’ambito dell’Agliadina due sequenze (1.30 e 31.55) tossiche in vitro e caratterizzate
dalla frequente ricorrenza di due tetrapeptidi (-gln-gln-gln-pro e pro-ser-gln-gln). L’importanza di questi 2 oligopeptidi è indirettamente confermata dalla loro assenza in
cereali non tossici, quali mais e riso, e dal fatto di non poter essere ulteriormente digeriti da parte di enzimi attivi in vivo, quali pepsina, tripsina, chimotripsina, pancreatina ed endoproteinasi.student
Recentemente sono stati sintetizzati tre peptidi corrispondenti ai residui 3.21, 31.49, 202.220 dell’A.gliadina.
Solo la somministrazione in vitro del secondo contenente la sequenza gln.gln.gln.pro ma non quella -proser.gln.gln. contenente nel primo e nel terzo, ha riattivato le lesioni intestinali in un gruppo di celiaci in dieta priva di glutine. Questa sequenza quindi del peptide 31.49 dell’A.gliadina è ora considerata l’agente lesivo della malattia celiaca. L’importanza di questo peptide nella patogenesi della M.C. è ulteriormente confermata
dal fatto che esso viene riconosciuto da linfociti T gliadina specifici DQ2 ristretti.( Dtt. Gian Marco Giorgetti U.O. Nutrizione Clinica, Ospedale S.Eugenio, RomaDtt. Antonio Tursi Divisione di Medicina Interna, Ospedale L.Bonomo, Andria Dtt Giovanni Brandimarte Divisione di Medicina Interna, Servizio di Endoscopia Digestiva, Ospedale Cristo Re, Roma)
Il diverso grado di tossicità delle prolammine di cereali diversi può collegarsi alle relazioni filogenetiche fra le specie. Le prolammine di frumento, orzo e segale hanno determinanti
antigenici simili ed infatti fanno parte della stessa sottofamiglia (Pooideae).
L’avena appartiene alla stessa sottofamiglia del frumento, dell’orzo e della segale, ma ad una tribù differente (Avenae). Riso e mais, cereali naturalmente privi di glutine, appartengono ad altre sottofamiglie.
Tutti i cereali che appartengono alla tribù dei Triticum contengono glutine, in quantità differenti, ma egualmente tossici per celiaci. La classificazione si fonda sullo studio del genoma, in base al numero di cromosomi, e divide i cereali in tre sottofamiglie:
Pooideae, di cui fanno parte la Tribù delle Triticae e delle Avenae; Ehrhartoideae, con le tribù delle Oryzeae (in cui si trovano riso e riso selvatico); Panicoideae o “PACCAD clade” con, tra le altre, le tribù Panicaceae (tra cui il miglio) e Andropogoneae (in cui si trova il mais e il sorgo).
cel1
Il normale introito medio di glutine nella dieta di una europeo adulto è pari a 15/20 g/die.
La celiachia è una delle più frequenti intolleranze alimentari del mondo occidentale, seconda solo a quella al lattosio. Molti casi di celiachia silente si riscontrano in familiari di I° grado di celiaci ( 8-10%), nei pazienti con diabete insulino-dipendente (3-5%) o con sindrome di Down ( 4-5%).
Secondo recenti studi americani, la malattia è ampiamente sottostimata negli Stati Uniti, dove interessa una persona su 133. La diagnosi invece viene effettuata mediamente solo sul 3% dei malati. Ci sarebbero quindi più di due milioni di celiaci non diagnosticati nei soli Stati Uniti. In Europa, la celiachia sarebbe la più comune malattia di origine genetica.
In Italia, ad esempio, probabilmente anche in seguito all’elevato consumo di pasta, si stima secondo l’Associazione Italiana Celiachia (AIC) ed i più recenti studi, l’incidenza in
un caso ogni 100-150 persone con un rapporto femmine/maschi di 2:1. I celiaci quindi potrebbero essere circa 400-500 mila.
Ogni anno, come comunica l’AIC, vengono effettuate cinque mila nuove diagnosi ed ogni anno nascono 2.800 nuovi celiaci, con un incremento annuo del 9%. Da una recente indagine promossa dall’AIC, in una famiglia in cui v’è un celiaco, nell’17% circa dei
casi ve n’è un altro: in circa il 55% dei casi è un parente di 1° grado, ma circa il 40% negli altri gradi di parentela, perciò lo screening familiare non deve essere limitato solamente ai parenti di primo grado.
Occorre sempre tenere presente che prima dell’introduzione della dieta priva di glutine si aveva una mortalità legata alla Malattia Celiaca pari al 10- 30%; dopo l’introduzione della dieta aglutinata la mortalità è scesa a 0,4%.
Studi epidemiologici recenti stanno rilevando la presenza notevole di celiachia anche in aree del mondo nelle quali non si riteneva fosse molto presente, dall’Africa al Sudamerica e all’Asia.pane
Infatti la diffusione geografica della malattia ricalca quella di cereali contenenti glutine. L’utilizzo del frumento nei paesi in via di sviluppo è notevolmente aumentato negli ultimi anni, attualmente il consumo medio di frumento in questi paesi è di Kg 63,4/anno contro
Kg 29,3/anno nel 1961. Questa tendenza potrebbe essere la fase iniziale di una “pandemia” celiaca legata alla progressiva occidentalizzazione, dal punto di vista alimentare, della popolazione mondiale.
Negli indiani Punjabis la celiachia è conosciuta come “diarrea estiva”: l’aumento dei sintomi legati alla celiachia si accentuano prevalentemente nel periodo estivo quando le focacce sono preparate con la farina di grano.
In Algeria è stata riportata la più alta frequenza mondiale di associazione tra diabete mellito di tipo I e celiachia (16-20%).
I Saharawi, popolazione di origine arabo-berbera che vive in Algeria, presentano una prevalenza di celiachia non riscontrabile in altre popolazioni.
In uno studio condotto su 989 bambini di età media di 7,4+/- 3,8 anni,è stata posta diagnosi di celiachia nel 5,6% dei soggetti contro la frequenza Europea di circa 0,5-1%. In questi bambini la sintomatologia è generalmente quella classica (diarrea, ritardo della crescita, distensione addominale e anemia severa ) (Dtt. Domenico Lombardi Dipartimento di Medicina, Ospedale Cristo Re, Roma)
La celiachia è una delle più frequenti malattie su base genetica che conosciamo, infatti si presenta in un individuo su 100-300: è stata dimostrata una associazione della malattia celiaca con i geni del complesso HLA II codificanti gli eterodimeri DQ2 e DQ8; nel 90% dei celiaci è presente l’aplotipo DQ2, mentre nella maggior parte dei celiaci DQ2-negativi riscontriamo la positività per il DQ8. Gli stessi alleli sono osservati anche nel 25-30%
dei familiari sani dei celiaci; infatti la presenza degli alleli HLA è un indicatore di predisposizione alla M.C. ed è essenziale per la patogenesi della malattia.
Come ci spiega in un suo articolo la Professoressa Carolina Ciacci:
“La gliadina, una volta attraversata la mucosa enterica, induce infatti mediante la sua porzione N-terminale (aa 31-43) un’attivazione prima della branca innata del sistema
immune e poi, con altre frazioni proteiche, quella T cellulare. Questi altri peptidi, deaminati dall’enzima transglutaminasi, si incastrano nel sito di attacco del sistema HLA DQ2 o DQ8 sulle cellule presentanti l’antigene e che la cellula T riconosce come “non self”. Le cellule T danno il via così ad un processo infiammatorio con rilascio di citochine IL2, IL6, INF , TNF e attivazione dei linfociti B con produzione di anticorpi specifici e innesco del meccanismo autoimmune.
Nel danno alla mucosa e nel perpetuarsi dello stato infiammatorio una particolare importanza è stata attribuita all’IL-15, un mediatore della risposta innata, che favorisce la
migrazione intraepiteliale di cellule CD8 TCR / +, e specificamente nel celiaco la migrazione di IEL TCR / e di cellule CD94+, coinvolte nell’attivazione dell’apoptosi, cioè morte programmata, degli enterici.
Recentemente un altro tassello dell’intricato puzzle della patogenesi della malattia celiaca è stato identificato nella trasglutaminasi di tipo II (tTG2). E’ stato dimostrato che una tTG2 espressa anche a livello della superfice epiteliale influenza in maniera determinante le fasi più precoci della risposta ai peptidi della gliadina, quali la fosforilazione di proteine epiteliali, il riarrangiamento dell’actina e la conseguente cascata di eventi di attivazione mucosale.pranzo
Questa attività non è correlata all’attività enzimatica della tTG2. Questi dati aprono un nuovo scenario sul ruolo della tTG nella patogenesi della malattia celiaca. Recentissima
è poi la notizia di un possibile ruolo dell’infezione da Rotavirus nella patogenesi della celiachia. Due diversi gruppi di ricerca hanno dimostrato che nel siero di bambini celiaci c’è una percentuale maggiore di presenza di anticorpi anti–Rotavirus rispetto ad una popolazione di controllo e -mediante studio di random peptide screening- che nel siero di pazienti con celiachia si identifica un sottogruppo di IgA antitransglutaminasi che crossreagisce con il recettore Toll-like 4, con la desmogleina e con la proteina VP7 del Rotavirus. Se e come l’infezione da Rotavirus, frequentissima nell’infanzia, sia determinante per la comparsa della intolleranza al glutine sarà oggetto di molti studi in un prossimo futuro.”
Il Journal of Immunology ha pubblicato recentemente uno studio effettuato in collaborazione tra L’Isa-Cnr, l’ospedale San Raffaele di Milano, il Dipartimento di Pediatria
dell’Università Federico II di Napoli e l’ospedale Moscati di Avellino che dimostra la particolare funzione assunta dalla interleuchina, una molecola prodotta dal nostro organismo successivamente a forti infiammazioni.
Essa sarebbe in grado di regolare e contenere l’attività infiammatoria dei linfociti intestinali reattivi al glutine. Lo studio ha individuato che nel momento dell’infiammazione
dovuta alla presenza di glutine, nell’intestino del soggetto intollerante sono presenti cellule regolatorie che producono sostanze anti-infiammatorie quali la interleuchina-10.
Un secondo studio compiuto dall’Università di Stanford (California) e pubblicato su
Chemistry & Biology dimostra come, attraverso la scomposizione delle sostanze allergeniche, esse possano essere rese più tollerabili e digeribili.
L’’enzima Ep-B2, spiega il coordinatore della ricerca Chaitan Khosla, ha la funzione di trasferire direttamente alle sostanze in grado di metabolizzare il glutine alcuni
legami chimici necessari all’assimilazione del cibo.
Se si sostituisce questo enzima con un elemento analogo, si nota come in un ambiente acido uguale a quello interno allo stomaco si ottiene una scomposizione che non altera il
valore nutrizionale dei cibi che contengono glutine. Di notevole rilevanza è il fatto che questi elementi giungono modificati all’interno dell’intestino tenue e quindi al loro
assorbimento non segue alcuna reazione allergica.
QUANDO SOSPETTARE LA MALATTIA CELIACA?
Nei bambini più piccoli i primi sintomi della malattia si possono manifestare allo svezzamento quando vengono introdotti i primi alimenti contenenti glutine. I sintomi caratteristici sono la diarrea con feci semiliquide o liquide, abbondanti e lucide e con
scariche frequenti, spesso associati a dolori addominali e vomito. Vi può essere un arresto della crescita o una perdita di peso. Il bambino presenta i tipici segni della denutrizione da malassorbimento: è in genere pallido, magro ma con un addome molto
pronunciato e sporgente Nei bambini più grandi, negli adolescenti e negli adulti i sintomi tendono ad essere sfumati, spesso senza diarrea e con il coinvolgimento di organi diversi dall’intestino; in questi casi è ancora più difficile riconoscere la malattia e ciò può ritardare ulteriormente la diagnosi. I segni e i sintomi a cui prestare attenzione sono
una persistente anemia da carenza di ferro, la frequente recidiva di afte alla mucosa buccale, la stanchezza persistente, gonfiori alle gambe e alle palpebre, piccoli sanguinamenti cutanei, anomalie dello smalto dei denti o malattie della pelle come la
dermatite erpetiforme. Anche l’apparato cardiovascolare può essere coinvolto nella malattia, infatti nei soggetti affetti da malattia celiaca si osserva un prolungamento del Q-T con conseguente predisposizione ad aritmie, cardiopatie congenite, prolasso mitralico, pericarditi, cardiomiopatia dilatativi, cardiopatia ischemica e stroke. Meno frequenti ma sempre da considerare con attenzione sono la spiccata fragilità delle unghie, un’anomala caduta di capelli, epilessia o dolore osseo con deficit di calcio e vitamina D, irritabilità soprattutto nei bambini, cambiamenti comportamentali, crampi muscolari, insensibilità agli arti.riso
Nelle donne si riscontra spesso un aumento di patologie ginecologiche che vanno dalle frequenti cervicovaginiti batteriche, micotiche o aspecifiche, fino a 5/6 ricadute di nel
corso dell’anno, malgrado le più disparate terapie con antimicotici ed antibiotici somministrati per via locale e generale, alla poliabortività, all’amenorrea, ai ritardi mestruali,e alle dismenorree.
Nell’adulto e nell’anziano le neoplasie esofagee, intestinali ed il linfoma del tenue, sono più frequenti nel celiaco che nella popolazione generale, così è per malattie autoimmuni
quali la cirrosi biliare primitiva e la colangite sclerosante.
Particolarmente nell’adulto, con una incidenza di circa 3/1, le forme extraintestinali prevalgono su quelle addominali. Spesso sono presenti le forme silenti o paucisintomatiche. atipiche del 24,1% con un aumento costante nel corso degli anni, passando dal 15,3% del 1990 al 30,1% del 1994.
Alcune Malattie sono spesso associate come il diabete mellito di tipo 1° (presente nel 5% dei celiaci) e la tiroidite tipo Hasimoto (sino a 13-17% dei casi), morbo di Addison, nefropatia da IgA, porpora trombocitopenica autoimmune, anemia emolitica autoimmune, artrite reumatoide giovanile, sindrome di Turner, sindrome di Williams, epilessia (con o senza calcificazioni endocraniche), psoriasi.
Pertanto la Malattia Celiaca può essere classificata in forme diverse:
* tipica, che ha come sintomatologia la diarrea e l’arresto della crescita
* atipica, che si presenta tardivamente con sintomi soprattutto extraintestinali. Da uno studio multicentrico presentato al 51° Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria del 1995, a cui hanno aderito 33 Centri pediatrici, è emerso che la prevalenza globale delle forme atipiche è del 23,2%. I disturbi più frequenti sono: l’anemia sideropenica (36%), bassa statura (30,2%), anoressia (13%); seguono poi una serie di altri sintomi con una percentuale variabile dallo 0,4% al 4%.
* silente, nella quale mancano sintomi evidenti ma sono presenti lesioni della mucosa intestinale tipiche della celiachia in assenza di sintomatologia, che regrediscono dopo
dieta priva di glutine. L’esistenza di queste forme clinicamente silenti è stata dimostrata dallo screening dei familiari di 1° grado asintomatici di pazienti celiaci e da studi di screening su studenti. Circa il 10-15% dei parenti di primo grado asintomatici di soggetti celiaci presenta una mucosa intestinale atrofica.
* potenziale, evidenziata da esami sierologici positivi (presenza di antigliadina IgA e IgG) ma con biopsia intestinale normale Nel 2002 è stato condotto uno studio dall’Istituto Scientifico S.Raffaele di Milano per esaminare la prevalenza di celiachia in bambini ed adolescenti all’esordio del diabete di tipo 1 e la frequenza di nuovi casi durante un
periodo di follow-up di 6 anni. I risultati hanno evidenziato che la prevalenza di celiachia nei pazienti con diabete di tipo 1 è circa 20 volte più alta che nella popolazione generale. Il 60% dei casi, per lo più non diagnosticati, sono già presenti all’esordio del diabete, ma un altro 40% dei pazienti sviluppa la malattia celiaca pochi anni dopo la diagnosi di diabete.
Per questo vengono raccomandati programmi di screening per la celiachia dopo l’esordio del diabete di tipo 1, anche in assenza di sintomi clinici.
Secondo uno studio pubblicato dal Journal Of Pediatric Gastroenterology and Nutrition, circa il 5% dei bimbi diabetici americani è affetto da celiachia, e questo dato è più alto rispetto a quello rilevato in seguito ad una precedente statistica.
Una volta sospettata la malattia la diagnosi si fonda su analisi mirate e sequenziali:
L’esame diagnostico per eccellenza si fa sul sangue, e rivela la presenza di alcuni anticorpi come l’antigliadina (AGA IgA e IgG), antireticolina (ARA) e antiendimisio (EmA). Un esame più recente permette di identificare anche la presenza di un altro anticorpo,
l’antitransglutaminasi (TGA).
Se positivo, l’esame degli autoanticorpi viene confermato dalla biopsia intestinale (cioè dal prelievo di un minuscolo frammento di mucosa intestinale) che osservato al microscopio evidenzia l’atrofia dei villi.
Infine, la presenza di celiachia è confermata dal fatto che tutti i sintomi regrediscono se si instaura una dieta priva di glutine. Nel caso di presenza della malattia all’interno di una famiglia, data la sua caratteristica trasmissione genetica, è opportuno effettuare uno screening degli anticorpi in tutti i parenti di primo e secondo grado del malato.chef
LA TERAPIA DELLA MALATTIA CELIACA
Purtroppo a tutt’oggi l’unica terapia valida è l’eliminazione assoluta del glutine dalla dieta.Gli studi ormai sempre più numerosi permetterano in un prossimo futuro tramite l’uso di vaccini, antinfiammatori mirati, enzimi o proteine tipo la zonulina in grado di
bloccare l’assorbimento intestinale del glutine, di modificare la terapia permettendo al celiaco se non una dieta libera sicuramente una maggiore permissività per quanto riguarda gli alimenti proibiti.
Gli alimenti senza glutine sono quelli (“gluten free by nature”) che rispondono a queste caratteristiche quantitative:
20 ppm = 20 mg/Kg = 0,002% di glutine
2 mg di glutine in 100 g
1 mg di Gliadina in 100g
In ambito nazionale, la Commissione Consultiva del Ministero della Salute ha definito, sin dal 2001, il limite di “20 parti per milione”, sia per cibi fabbricati con materie prime naturalmente esenti da glutine sia per cibi depurati da tale sostanza. Tale posizione è stata recepita il 24 luglio 2003 dal Senato della Repubblica che ha approvato all’unanimità un emendamento della legge relativa all’etichettatura dei prodotti contenenti
glutine (Decreto Legislativo n. 109/1992). Tale emendamento prevede che “qualora, nella composizione del prodotto alimentare o in quella di uno o più ingredienti (aromi, additivi
o coadiuvanti) che lo compongono, siano presenti cereali contenenti glutine o sostanze da essi derivanti e/o se dal processo produttivo può derivare nel prodotto finito una quantità di glutine, analiticamente determinato superiore a 20 parti per milione, tale
prodotto dovrà riportare in etichetta, in calce all’elenco degli ingredienti e in modo ben visibile, la dicitura “il prodotto contiene glutine”.
Perché un cibo si possa considerare senza glutine il ‘Codex Alimentarius’
europeo stabilisce che al massimo debba contenere lo 0.3% di glutine.
E’ una soglia estremamente bassa e assolutamente sicura per la salute dei celiaci.
In realtà una dieta assolutamente priva di glutine pone alcuni problemi di ordini psicologico che influiscono sulla vita di relazione e che non sono assolutamente da sottovalutare in quanto possono portare il celiaco a concedersi saltuariamente alimenti
per lui tossici.
I problemi più evidenti compaiono quando la malattia viene diagnosticata nell’adulto o nell’adolescente, in questi casi adeguarsi ad una dieta corretta dimenticando le proprie abitudini alimentari è sicuramente difficile.
Paradossalmente è più facile nei casi più gravi dove l’assunzione anche di piccole quantità di glutine scatena una sintomatologia imponente, ciò costringe ovviamente a seguire rigidamente un’alimentazione corretta ma non elimina i problemi della vita di
relazione. Nei casi dove la sintomatologia è più lieve appare meno grave l’accettare una fettina di torta alla festa di compleanno, il dividere il biscotto o la merendina con il compagno di giochi, concedersi una birra o una pizza o un piattino di pasta tanto
per gradire, il tutto senza vedersi costretti a spiegare che si è affetti da una intolleranza alimentare e non si può assolutamente mangiare determinati alimenti. Per non parlare poi
degli inviti a pranzo a casa di amici, non è sicuramente facile obbligare la padrona di casa a seguire tutti gli accorgimenti del caso.
Questi problemi portano ad uno stato depressivo di sottofondo, una chiusura verso il mondo esterno, uno stato di tristezza che, soprattutto nell’adolescente può creare gravi problemi sia nel rapporto con i compagni sia nel mantenimento di una dieta scrupolosa.
In tutti i casi è determinante l’appoggio e l’aiuto della famiglia e una sensibilizzazione
della gente comune: il celiaco non è “una mosca bianca” ma è una persona che non può mangiare alcuni alimenti di uso comune, questo deve essere ribadito e si auspica diventi un’abitudine l’avere alimenti sicuri nelle scuole, nelle mense, nei luoghi pubblici.

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ALLARME INTEGRATORI VITAMINICI
Più sicure le vitamine al naturale

Per ulteriori informazioni:
Valentina Alfieri
Ufficio Stampa OSC Healthcare 700519125
Cel. 346 0152728 valfieri@oscbologna.com

Uno studio danese dimostra la pericolosità di alcune vitamine contenute in integratori se somministrate da sole o in combinazione con altri antiossidanti. Secondo l’Osservatorio Nutrizionale Grana Padano, sviluppato in collaborazione con i medici della Società
Italiana di Medicina Generale (SIMG) e della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), la carenza vitaminica degli italiani – dimostrata dagli ultimi dati raccolti da pediatri e medici di famiglia - va quindi affrontata al naturale seguendo una dieta variegata.
Secondo i ricercatori del Center for Clinical Intervention Research dell’Università di Copenaghen le vitamine E, A e betacarotene possono aumentare il tasso di mortalità per qualsiasi causa in media del 5 per cento. E’ questo il risultato di un’ampia meta-analisi sull’effetto che gli integratori di antiossidanti esercitano sulla salute. I ricercatori
hanno preso in esame, infatti, i risultati ottenuti da sessantotto studi clinici condotti
nel 2005 arrivando, a studiare i dati relativi ad un totale di ben 232.606 persone.
Secondo l’articolo pubblicato su JAMA (Journal of American Medical Association) alla resa dei conti sembra che “betacarotene, vitamina A e vitamina E, somministrati da soli o in combinazione con altri antiossidanti, hanno significativamente aumentato la mortalità.
Questo effetto negativo non sembrerebbe invece applicarsi ad altri antiossidanti quali la vitamina C ed il selenio.frutta
Secondo quanto ipotizzato dai ricercatori, alcuni tipi di vitamine potrebbero interferire con qualche meccanismo difensivo essenziale dell’organismo e, se si considera la diffusione sempre più capillare degli integratori di vitamine, si intuisce che le conseguenze sulla salute generale possono essere notevoli.
I ricercatori hanno sottolineato che il loro studio ha preso in esame soltanto gli integratori di vitamine e non quelle contenute negli alimenti, quindi lo studio non svaluta in alcun modo la fondamentale importanza dell’apportovitaminico garantito dalla frutta e dalla verdura.
Cosa consigliare, quindi, agli utilizzatori abituali di integratori nutrizionali, in particolare degli antiossidanti citati nello studio? Una indicazione molto chiara a questo proposito proviene dal monitoraggio delle abitudini alimentari degli Italiani effettuato dall’Osservatorio Grana Padano, che ha evidenziato, su una popolazione di più di 12.000
soggetti studiati, un introito medio giornaliero con la dieta di 6,7 milligrammi di vitamina Ee di 1,2 milligrammi di vitamina A.
L’assunzione giornaliera raccomandata di vitamina A è di circa 0,5 milligrammi (con variazioni che vanno da 0,4 a 0,7 milligrammi a seconda dell’età considerata) mentre per la vitamina E si raccomanda un’assunzione di almeno 5 milligrammi al giorno. Nella popolazione sotto monitoraggio, si rilevano differenze tra maschi e femmine, tra bambini e
adulti e tra le macroaree Nord, Centro e Sud (vedere tabella allegata Vit.A-Vit.B). Ad esempio i maschi e i bambini sono sotto la media Italia, ma pur sempre sopra i fabbisogni minimi raccomandati. Il Sud è l’area geografica che meno si avvicina alla media nazionale, in modo più evidente per quanto riguarda l’assunzione di vitamina A. Almeno dai dati dell’Osservatorio Grana Padano, e limitatamente alla popolazione campione che pur rappresenta in modo significativo quella italiana, si può constatare che la dieta da sola riesce a sopperire ai fabbisogni minimi di vitamina A ed E nella maggior parte delle persone delle varie fasce di età.
Un’alimentazione equilibrata, infatti, da sola può garantire le richieste dell’organismo
lasciando spazio agli integratori solo in casi speciali dove sarà il medico a deciderne l’impiego.
“I risultati di questa ricerca danese – illustra Maria Letizia Petroni, Responsabile Nutrizione Clinica dell’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo (VB) e componente del
Comitato Scientifico dell’Osservatorio Grana Padano - confermano in modo definitivo che l’integrazione a dosaggi elevati (quali quelli presenti in diversi preparati farmacologici o comunque commerciali) di alcune vitamine ad azione antiossidante, quali la vitamina A in
forma di retinolo o di beta-carotene e la vitamina E, da sole o come parte di cocktail di antiossidanti, non solo non determina benefici alla salute, ma può ridurre l’aspettativa di vita rendendo l’organismo più vulnerabile all’azione delle malattie, probabilmente interferendo con alcuni meccanismi essenziali di difesa quali la distruzione di cellule
malate e la detossificazione” La carenza vitaminica degli italiani va
quindi seguita al naturale seguendo una dieta variegata. “L’assunzione – continua la Petroni - di almeno cinque porzioni al giorno di frutta e verdura, alternata per colore (verde, bianca, rossa, giallo/arancione, blu/viola) permette di coprire adeguatamente il fabbisogno della maggior parte dei vitamine ed antiossidanti. Ma non bisogna trascurare
gli altri alimenti caratteristici della dieta mediterranea: un’alimentazione esclusivamente vegetariana può, ad esempio, esporre a seri deficit vitaminici, in particolare di vitamina B12”.verdura
“Un’alimentazione sana e corretta - conclude la Petroni - permette l’introduzione delle giuste quantità fisiologiche di vitamine ed antiossidanti, ma nessuna pillola riuscirà mai a replicarne la varietà, la ricchezza e l’equilibrio dei nutrienti e delle molecole in essa presenti.
Chi utilizza gli integratori, salvo quando specificamente prescritti dal medico, come una comoda “scorciatoia” per non curare la propria alimentazione illudendosi di avere benefici miracolosi per prevenire l’invecchiamento o le malattie cronico-degenerative deve ora aprire gli occhi e prendere atto della realtà. Vincere l’inerzia di un’alimentazione disordinata o monotona è possibile, così come è possibile conciliare salute e gusto, con l’aiuto del proprio medico e delle campagne educazionali promosse dagli organi scientifici competenti”.
La vitamina A è presente in natura sotto forma di retinolo (di origine animale) e carotenoidi (di origine vegetale).
L’organismo provvede a trasformare i carotenoidi (provitamine) in vitamina A.
La vitamina A è essenziale per la vista, ha un’azione protettiva nei confronti della pelle e delle mucose, favorisce i processi di crescita e contribuisce all’integrità del sistema immunitario.
Tra gli alimenti più ricchi di vitamina A ci sono il fegato e l’olio di fegato di merluzzo, le uova e i latticini; abbondanti quantità di carotenoidi sono presenti in frutta e ortaggi giallo-arancioni (pomodoro, carota, peperone, zucca, albicocca) e in alcuni ortaggi a
foglia verde (lattuga, asparagi, broccoli).
Il rischio di tossicità era stato sinora messo in evidenza solo per il retinolo ed in particolare nelle donne in gravidanza, alle quali venivano sconsigliate integrazioni di retinolo così come un’ eccessiva assunzione di fegato come alimento a causa del potenziale effetto dello stesso nell’ indurre malformazioni nel feto. Per quanto riguarda i carotenoidi l’effetto sfavorevole è stato osservato solo per dosi molto più elevate di
quelle fisiologiche, ottenibili solo con preparati farmacologici od integratori;
non solo non vi è alcuna evidenza invece che dosi fisiologiche di carotenoidi, quali quelle assunte con la dieta, siano dannose, ma la letteratura è assolutamente concorde sul fatto che questi, assieme a tutti gli elementi benefici presenti negli alimenti che li contengono, sono sicuramente in grado di proteggerci da malattie cardiovascolari e da diversi tipi di tumori.
La vitamina E (liposolubile) è nota soprattutto per le sue proprietà antiossidanti e agisce contro i radicali liberi, responsabili dei processi di invecchiamento cellulare; tra le sue varie azioni, vi è inoltre quella favorente la fertilità sia femminile che maschile.
Tra gli alimenti che contengono maggiori quantità di vitamina E vi sono gli oli vegetali (di arachide, di semi di girasole, di germe di grano, di oliva, di albicocche), il grano intero e alcuni tipi di frutta secca (mandorle, noci, nocciole).

 

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