La Leishmaniosi canina

Autore: Dr. Massimo SCALZI
Consulene tecnico del Tribunale di Genova

La Leishmaniosi é una malattia parassitaria che colpisce prevalentemente il cane e gli animali selvatici ma occasionalmente anche l’uomo. Il parassita responsabile della malattia
è un protozoo appartenente alla Famiglia Trypanosomatinae, Specie Leishmania. Sono state classificate diverse specie di Leishmania, ma la responsabile della Leishmaniosi canina è la Leishmania infantum. Questo parassita viene trasmesso al cane dal flebotomo o pappatacio, un insetto che pungendo si nutre di sangue. Questo insetto misura circa 2-3 mm, è di colore giallo pallido o giallo ruggine e presenta la caratteristica di avere un corpo che forma con il torace e l’addome un angolo quasi retto.
I flebotomi sono insetti notturni che fanno la loro comparsa al crepuscolo e rimangono attivi fino alle prime luci dell’alba. In Italia li possiamo trovare durante i mesi estivi principalmente sulle coste tirrenica e ionica, in Sicilia e Sardegna oltre che lungo le
coste della Liguria e della Toscana. Contagio e Sintomatologia La Leishmania, dunque, necessita di questo insetto per passare da un ospite ad un altro.
Quando il pappatacio (in particolare la femmina) succhia il sangue di un cane malato, veicola la Leishmania dentro di sé anche per 19-20 giorni prima di inocularla in un altro cane durante un nuovo pasto di sangue.
La Leishmania, una volta nel circolo sanguigno del cane, raggiunge i linfonodi e da qui si diffonde nell’organismo.
Il periodo di incubazione della Leishmaniosi va dai 6 ai 12 mesi anche se sono stati descritti casi in cui l’incubazione è stata anche di 4 anni; colpisce indifferentemente
maschi e femmine e non ci sono predisposizioni di età o di razza. Dagli innumerevoli studi svolti è emerso che risulta più probabile il contagio in cani che vivono prevalentemente
all’aperto in quanto maggiormente esposti alla puntura degli insetti.
Nemmeno i cani a pelo lungo possono essere considerati al sicuro dalle punture dei pappataci in quanto essi pungono prevalentemente le zone
più povere di pelo come il dorso del naso.
La Leishmaniosi é una malattia dai molteplici aspetti e può coinvolgere diversi apparati o organi. Ne consegue che i sintomi manifestati dai cani malati sono svariati comprendendo
lesioni cutanee, dimagramento, polidipsia/ poliuria (aumento della sete e della quantità di urina prodotta), astenia, zoppia, diarrea, epistassi (perdita di sangue dal naso), fotofobia
ed epifora, cecità, vomito e ascite (presenza di liquido in addome).
Il cane affetto da Leishmaniosi può presentarsi alla visita clinica anche dopo tre anni dalla puntura del flebotomo evidenziando linfoadenomegalia sistemica o regionale (aumento di
volume dei linfonodi), anemia, splenomegalia e epatomegalia (aumento di volume della milza e del fegato), lesioni renali e oculari. Nella forma cutanea le lesioni sono molto caratteristiche; si tratta di una dermatite non suppurativa per niente pruriginosa
che si manifesta con seborrea secca (forfora) e rarefazione o perdita completa del pelo (alopecia) in aree ben precise. Spesso nelle stesse zone si riscontrano anche lesioni
ulcerative. In particolare risultano colpite la zona peri-oculare (“cane con gli occhiali”), il dorso del naso e la cute dell’orecchio. Inoltre a livello del dorso molti cani presentano una for fora a grosse scaglie. Tutto ciò conferisce al cane malato di Leishmaniosi un aspetto “vecchieggiante”.
Spesso possono essere colpiti anche gli arti soprattutto a livello delle prominenze ossee e dei cuscinetti plantari sui quali possiamo osservare lesioni ulcerative. In molti
casi le unghie manifestano una crescita abnorme (onicogrifosi). Nella forma viscerale il quadro che si presenta al veterinario può essere vario. Nel 90% dei casi i cani malati
presentano i linfonodi esplorabili aumentati di volume, duri, indolenti, così pure la milza e il fegato.
Dagli esami del sangue emerge una anemia normocromica normocitica scarsamente rigenerativa dovuta a una maggior azione di “distruzione” dei globuli rossi da parte della milza, una diminuzione del numero di piastrine (da cui la presenza di emorragie
spontanee come líepistassi) e un aumento delle proteine totali del sangue (quasi esclusivamente le globuline), con conseguente abbassamento del rapporto albumine/globuline.
A livello dell’apparato urinario il cane colpito da Leishmaniosi presenta un quadro di insufficienza renale più o meno avanzata che si manifesta con anoressia, debolezza, vomito e aumento della sete e dell’urina prodotta.
Nei casi più gravi si ha una perdita di proteine urinarie tale da causare una ipoproteinemia con conseguente accumulo di liquido nell’addome (ascite) e/o a livello delle articolazioni, come pure il distacco della retina.
Per questo oltre gli esami ematologici sono fondamentali quelli delle urine in particolare identificando il rapporto Proteine Urinarie/Creatinina Urinaria, uno dei segni premonitori di malattia. Con il progredire della malattia l’animale si presenta fortemente disidratato e dimagrito.
Purtroppo oggi non è stato ancora individuato alcun metodo valido in grado di proteggere i cani da questa subdola malattia; è pur vero che esistono in commercio svariati prodotti repellenti per gli insetti (compresi i pappataci) sotto forma di spray o
collari, ma nessuno di essi dà una sufficiente garanzia di successo.
La diagnosi
In compenso siamo in grado di diagnosticare la malattia anche nei soggetti che ancora non presentano sintomi manifesti e quindi prima che il parassita abbia avuto il tempo di
fare troppi danni.
Oltre al metodo diretto tramite prelievo con agoaspirazione linfonodale (vedi figura sottostante), per effettuare diagnosi di Leishmaniosi fino a poco tempo fa si faceva ricorso ad un test in grado di rilevare, attraverso un prelievo di sangue, la presenza
di anticorpi; in questo modo si poteva sapere se un cane era venuto a contatto o meno con il parassita, ma questo test non permetteva di sapere con sicurezza se il cane
avesse sviluppato la malattia o se fosse venuto solo in contatto con il parassita. Inoltre non aveva un carattere di ripetitività, per cui ad esempio a laboratori differenti corrispondevano titoli anticorpali differenti.
Oggi invece sono state messe a punto alcune metodiche, chiamate ELISA e PCR, che ci permettono, sempre attraverso un prelievo ematologico, di migliorare la ripetitività
del test sugli anticorpi e di individuare la presenza del parassita Leishmania nell’organismo tramite il reperimento del suo DNA; in altri termini questo secondo esame permette
di sapere con assoluta certezza se un cane è ammalato. Una volta accertata la malattia, si possono effettuare esami più approfonditi per indirizzare meglio le cure.
La terapia
La terapia prevede l’utilizzo dell’Antimoniato di N-Metilglucamina sotto forma di iniezioni o del Miltefosine con somministrazione orale.
Dai recenti studi eseguiti, la loro efficacia risulta equivalente. Le dosi e la frequenza degli interventi terapeutici vengono stabiliti dal veterinario in relazione ad ogni singolo caso
proprio per il carattere multiforme della malattia.
Spesso vengono associati altri farmaci quali l’allopurinolo al fine di coadiuvare l’azione del principale farmaco.
Durante il ciclo di cure occorre valutare l’efficacia della terapia attraverso esami di controllo che consentono di valutare se il cane necessiti di altri cicli di terapia o se si possa considerare guarito o cronicizzato.
Fino a qualche anno fa si pensava che dalla Leishmaniosi canina non si potesse guarire, in quanto i cani malati, sottoposti a terapia e risultati poi guariti, a distanza di tempo
ripresentavano sintomi riferibili alla malattia.
Oggi alcuni Autori ritengono che in seguito a una nuova puntura, i cani si re-infestino e quindi subiscano delle ricadute.
La questione è tutt’oggi ancora controversa, così come sembra ancora lontana la realizzazione di un vaccino specifico; con i nuovi metodi diagnostici, è possibile nella maggioranza dei casi, però, fare una diagnosi certa che ci consente di intervenire
tempestivamente con la terapia e garantire quindi migliori prospettive di vita per i nostri cani.

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RIEQUILIBRARE L’ODIO
Holly

Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e ChirurgiaFiori di Bach
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
www.omeopatiaonline.com

Come dice il dr. Bach, l’ideatore della floriterapia che porta il suo nome, Holly è “per quelli che a volte sono assaliti da pensieri come la gelosia, l’invidia, la vendetta, il
sospetto; per le varie forme di vessazione.
In loro stessi possono soffrire molto e spesso senza che ci sia una causa reale alla loro infelicità”.
Nel suo saggio “Guarisci te stesso” prosegue affermando che “quando si scopre un difetto, il rimedio non consiste nel muovergli guerra, nell’usare volontà ed energie
per annullare il male ma consiste nello sviluppare la virtù opposta che cancellerà automaticamente dalla nostra natura ogni traccia del difetto”.
In sostanza vuol dire che la gelosia, l’invidia, la vendetta, il sospettosaranno curati con il loro opposto, con l’amore.
Essere sempre o frequentemente nervosi a causa dei difetti menzionati, potrebbe, a lungo andare, renderci nevrotici.
Per ricavare il massimo di gioia dalla vita, consiglio sempre di liberare la mente, di far circolare l’amicizia, un sorriso, il perdono. Nel nostro interesse.
Coloro che si adeguano a questo modo di essere, apprezzano tutto dell’esistenza, i momenti di felicità e quelli del dolore comprendendo che questo, al quale giustamente cerchiamo di sfuggire può far crescere, anche se a un prezzo molto alto.
Holly, assunto nei tempi e con le modalità utili, aiuta a liberare dai comportamenti autodistruttivi, da sudditanze psicologiche, da abitudini dannose, da vecchi o nuovi rancori. Ècomunque sempre consigliabile, al fine di liberarci da un disagio, ricercare le cause del nostro dolore.
Ho conosciuto persone che non hanno mai potuto o voluto liberarsi dal passato e che soffrono rammaricandosi per avvenimenti che, secondo loro, avrebbero potuto svolgersi
meglio o diversamente. Ne ho conosciuto altre che anche dopo tante tragedie non pesano sul prossimo, non lo odiano. Si sono rialzate in piedi, riprendendo ad amare ed a amarsi.
Qui è in gioco la nostra capacità di scegliere la felicità o, quanto meno, di non scegliere l’infelicità e l’immobilismo. Non sarà facile, ma umanamente, sarà possibile.

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Un museo al mese
Parco di Cascina La Court

a cura dell’Associazione O.R.M.E

Iil Parco di Cascina La Court, nell’Astigiano, è un percorso che si snoda su colline e pendici: da un vigneto a regola d’arte è nato un parco artistico.
Materiali di recupero, serigrafie d’autore e angoli rappresentano i quattro elementi del pianeta. Così il giardino di un produttore vinicolo è diventato una grandiosa opera.
Giungendo dal fondovalle, si spazia con lo sguardo, tra colline tondeggianti che sembrano ravvivate ordinatamente da pettini radi, a formare disegni geometrici il cui lieve tratteggio, altro non è che un tessuto di filari di viti posate in linee perfettamente di -
stanziate e adagiate sui declivi. Sul culmine di una di esse, svetta, stagliandosi contro il cielo, la forma slanciata di alcuni alti cipressi. Un’immagine emblematica che, stampata
sulle etichette della Barbera d’Asti di Michele Chiarlo, ha girato il mondo. Non lontana dai mitici cipressi sorge la Cascina La Court, cuore pulsante del sogno artistico, voluto dal l’entusiasta produttore, dai suoi figli e nuore e realizzato, in sintonia d’intenti, da una trentina tra artigiani e artisti, in un’escalation d’idee, progetti e giochi, nati spesso sul campo, anzi sulla vigna.
Il percorso artistico, proprio per lo spirito improntato alla libertà e all’improvvisazione della creazione estemporanea, suggerisce l’idea di work in progress. Nulla della perfetta staticità museale di una galleria d’arte al chiuso.
Non lampade calibrate ad arte a immortalare l’attimo nella sua veste migliore, ma la luce del sole che accarezza legni dipinti, ravvivandone i colori, sfiora ferri di recupero arrugginiti, facendone risaltare la matericità, colpisce vetri dai segni arca ni, penetrandone con violenza le trasparenze.
Scenografie naturali fanno da sfondo a estrinsecazioni d’idee e intuizioni, manufatti dalla difficile attuazione od opere assemblate velocemente, sulle ali della fantasia. Se d’inverno la nebbia ovatta ogni luccicanza o la neve veste ogni singola opera con il suo manto bianco in una realtà lunare, se in primavera tutto si scopre nuovo, illuminato dalla luce ancora fredda del sole, nello stupo re della natura che si risveglia o se ancora, d’estate,
quando la vegetazione lussureggiante sembra volere il sopravvento, segni di legno, ferro, o vetro appaiono frutti di una terra ubertosa, è in autunno che ha luogo la vera magia.
Sarà per gli odori del mosto che aleggiano nell’aria, per quell’atmosfera di
festa che accompagna da sempre il tempo della vendemmia, per l’alone rosato che avvolge ogni cosa sfiorata dai raggi bassi del sole o, ancora, per la sensazione d’alacre attività che fa vibrare l’atmosfera intorno, o per tutto ciò insieme, ma è il momento
perfetto per recarsi a Castelnuovo Calcea e scalare la collina, quasi in pellegrinaggio a un antico tempio pagano, per ringraziare la natura del miracolo degli acini maturi, da cui
sgorga il nettare che inebria. Sull’aia della Cascina, si sarà accolti da personaggi che sembrano usciti da una fiaba e sono invece creati dalla fantasia poetica di Emanuele Luzzati. La Regina, il Re, il Menestrello, il Drago e altri, realizzati in legno ad altezza
d’uomo, fanno da parapetto, vicino al tavolo dalle sembianze feline e all’Albero dei bambini, il possen te ippocastano dai rami secchi, che esibisce, ad arte, strani frutti, perfetti nei loro cromatismi primari: il Cubo blu, la Piramide gialla e la Sfera rossa.
Non molto distanti, a inizio percorso, piccole aeree sculture in legno pendono da sottili fili d’acciaio e vibrano in sintonia, al primo refolo di vento, formando una quinta in continuo, impercettibile, movimento. I simboli raffigurati anticipano quello che s’andrà a
scoprire. Il tracciato del percorso sulle colline identificato con un cavallino filiforme, il Sito del Fuoco, rappresentato da una girandola, antico simbolo alchemico, o gli spazi degustazione ricordati da un ornino stilizzato ed il fluire dell‘acqua da tre linee
mosse discendenti. È proprio il Sito dell’Acqua il più imponente tra tutti.
Su un’alta parete formata da piastrelle in vetro fuso di Fabio Cavanna e ceramica raku di Dedo Roggero Fossati, spicca un’enorme, materna, sirena in ter racotta, pensata da Emanuele Luzzati e realizzata da Marcello Mannuzza. L’acqua che scende sfruttando la pendenza della collina, s’incanala in un labirinto lucci cante al cui centro s’innalza una
piramide in vetro di Peppino Campanella. Protet to dai cipressi, splende il Sito del Fuoco, dove le Fiamme di Fabio Cavanna fanno corona al sole di Luzzati. Più avanti, uccellini colorati sembrano volteggiare in enormi voliere di ferro. È il Sito dell’Aria da cui si scorgono cap pezzagne con teste segnapalo, terribili numi tutelari posti come guerrieri
medievali a difesa dell’uva, prezioso, antico tesoro.

Michele Chiarlo
Azienda Vitivinicola
strada Nizza-Canelli, Calamandrana (AT) Italy
telefono: (+39) 0141 769030
fax: (+39) 0141 769033
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