Liposcultura: l’intervento salva...vita
Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica
e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato
Milano
Tel. 02.794224
La liposcultura è stata concepita per
rimuovere e modellare il tessuto adiposo
in eccesso o non armonicamente
distribuito, senza alcuna cicatrice
evidente.
Anche se la cosa ci sembra oggi
scontata ha suscitato grande scalpore
e incredulità all’epoca della sua
presentazione in Francia, intorno agli
anni settanta.
Da allora si è evoluta magnificamente
sia per il perfezionamento dello strumentario
chirurgico che dell’esperienza
tecnica.
Il principio di base è rimasto comunque
invariato e si basa sul concetto
dell’eliminazione radicale degli adipociti
in eccesso (le cellule responsabili
dell’accumulo di grasso); il risultato è
da considerarsi definitivo perché questi
non si replicano e non possono
quindi ri-organizzarsi in accumuli
localizzati
A questo proposito giova sapere che
la distribuzione del tessuto adiposo
in ciascuno di noi, in parole povere lo
spessore della nostra pelle, è predeterminata da fattori familiari ed ereditari
e non dipende unicamente dalle
nostre abitudini alimentari o stile di
vita.
Questo spiega come mai possano
essere presenti cuscinetti adiposi
localizzati anche in giovani dinamici e
sportivi indipendentemente da una
dieta rigorosa e un’intensa attività
fisica: in altre parole, con la dieta è
possibile (e auspicabile) controllare il
nostro peso ma non modellare il
nostro corpo.
L’efficacia della liposcultura risiede
invece, ripetiamolo, nella capacità di
eliminare permanentemente il numero
eccedente di adipociti, ciò che
priva realmente della possibilità di
accumulare piu´grasso rispetto alle
aree vicine.
Saranno logicamente sempre possibili
variazioni di peso ma d’ora in poi
in modo uniforme, senza alcuna tendenza
ad accumuli localizzati
Per queste ragioni apparirà chiaro
perché i risultati di tecniche presentate
come alternative alla liposcultura
(mesoterapia, elettrolipolisi, ozonoterapia,
macchinari fantasiosi e
quant’altro) siano minimi o inesistenti.
La validità efficacia della liposcultura è particolarmente evidente nella zona
della vita (che la moda attuale tende
oltretutto ad evidenziare).
Anatomicamente, la zona è cruciale non solo perché punto di equilibrio
tra due metà del nostro corpo ma in
quanto area di transizione tra la
regione toracica e quella glutea.
Qui, la presenza di consistenti depositi
adiposi (tipici nella razza mediterranea,
nelle donne come negli uomini)
nasconde in modo significativo
l’origine della schiena (che apparirà
più corta) a favore della regione dei
glutei, goffamente voluminosa.
Il modellamento ragionato del tessuto
adiposo accumulato in questa area
consente di ottenere un triplice risultato:
non solo appunto l’assottigliamento
e la migliore definizione della
vita ma anche un reale allungamento
della schiena e un ridimensionamento
e netto arrotondamento dei glutei.
Non basta: mettere in risalto la normale
lordosi sacrale, cioè la naturale
concavità di questa zona accentua
indirettamente la convessità dei glutei
e la loro proiezione.
Spendiamo infine alcune parole circa
la sicurezza dell’intervento.
La liposcultura per quanto non lasci
alcuna cicatrice visibile deve essere
affrontata con la stessa scrupolosità
e serietà indispensabili per altro intervento
chirurgico.
Dovranno essere preventivamente
eseguiti tutti gli esami preoperatori
previsti (ematochimici, urine, elettrocardiogramma,
visita dell’anestesista
ed eventualmente altri, se richiesti
dal chirurgo); l’intervento dovrà essere
obbligatoriamente effettuato, in
una struttura sanitaria autorizzata e
modernamente attrezzata, da un
medico specialista in Chirurgi Plastica
Ricostruttiva ed Estetica (non in altre
specialità…).
Il rispetto di questi parametri garantirà
un’impeccabile esecuzione in perfetta
curva di sicurezza
E’ consentito il ritorno alle normali
attività lavorative gia’ il giorno successivo
all’operazione, avvertendo
solo un indolenzimento localizzato,
raramente vero dolore. Dovrà´ essere
indossata una guaina elasto-compressiva
(invisibile sotto i normali indumenti)
per un periodo di 15 giorni.
Saranno opportuni, a patto che siano
eseguiti da personale qualificato,
anche dei massaggi linfodrenanti per
facilitare lo smaltimento dei liquidi
infiammatori.
Il ritorno in palestra e’ consigliabile
non prima di 15 giorni dall’intervento,
e l’esposizione al sole non prima di
30 giorni. Il risultato, anche se immediatamente
apprezzabile, migliorerà
gradualmente nel corso delle settimane
e mesi successivi per il risolversi
definitivo di ogni segno di infiammazione.
Coppie italiane: passionali e trasgressive
Autore: Prof. Aldo Franco DE ROSE
Urologo
Genova,
aldofdr@libero.it
Coppie passionali con un pizzico di
trasgressione, amanti del divertimento
e del dinamismo, paritetiche e solidali
ma anche instabili. E’ questo il
nuovo identikit delle nuove coppie italiane
che, al contrario del passato,
non risultano chiuse e ripiegate sui
doveri coniugali.
Queste novità scaturiscono da un’indagine
realizzata da Ipsos per la
Bayer e presentata recentemente nel
corso del 23esimo congresso degli
urologi europei. Nell’ ambito dello
studio, che ha intervistato 100 persone,
di cui il 76% coppie, sono state
individuate 5 tipologie di di coppie italiane
chiamate “Delusione” (4%), “Estraneità” (24%), “Sodalizio” (21%), “Passione” (33%), “Complicità”
(18%).
Delle ultime tre è stato analizzato
l’impatto sulla coppia che potrebbe
avere un’eventuale impotenza e l’introduzione
di un farmaco specifico.
Ne é venuto fuori che la ‘coppia
Sodalizio’, per la quale hanno importanza
parole come costruzione, progetto,
responsabilità, impegno e che
si nutre dell’idealizzazione della famiglia,
della stabilità, della solidità e
del superamento dei conflitti quali
momenti di crescita, concepisce la
sessualità non come fine, ma come
mezzo per far felice il partner e, in
quest’ottica, un’eventuale disturbo
dell’erezione verrebbe superato con
stabilità emotiva e anche il farmaco
sarebbe vissuto positivamente, purché
gli sia comunicato come volanoper il rilancio della progettualità di
coppia.
Viceversa, una coppia come quella “Passione”, fatta di divertimento,
edonismo, gioco, imprevedibilità,
aperta ed esibitiva, che fa della sessualità
un fattore fondamentale, continuamente
presente anche nel linguaggio, è naturalmente orientata ad
essere ossessionata dalla vecchiaia
e dalla decandenza fisica e, per questo,
un disturbo sessuale come l’impotenza
potrebbe mettere in crisi la
coppia prima che sia superato e che
il farmaco possa essere accettato
come “oggetto ludico” in grado di stimolare
il gioco a due. Infine, la coppia “Complicità”, in cui albergano
complicità, condivisione, solidarietà,
dipendenza, dolcezza e autarchia,
dove il conflitto viene riassorbito e la
sessualità è metacorporea, confinata
in un ruolo marginale e fatta di piccoli
gesti. Questa è la coppia che meno
delle altre si avvicinerà alle pillole.
Comunque non ci sono differenze tra
le coppie per quanto riguarda l’atteggiamento
dell’uomo di fronte alla
disfunzione erettile: la ricerca ha rivelato che in presenza di un persistente
problema di erezione 8 italiani su 10
ne parlano con il patner (o al massimo
con gli amici) senza ricorrere a unparere esterno. E quelli che ricorrono
al farmaco preferirebbero una tipologia
di farmaco che abbia una azione
pronta e che non duri a lungo.
Insomma un farmaco “con i tempi giusti
dell’amore”, come il levitra , che
ha una azione dopo 15 minuti e persiste
per circa 12 ore, nel senso che
nell’arco di questo tempo può, essere
ottenuto un rapporto sessuale.
Secondo un altro studio una coppia
su quattro in Italia non fa l’amore. Lui è alle soglie dell’anoressia sessuale,
preferisce il sesso su Internet a quello
con la partner che, non solo lo giudica,
ma pretende prestazioni sempre
più soddisfacenti. Lei all’inizio è comprensiva,
poi chiede al medico la prescrizione
della pillola dell’amore per il
proprio compagno e se neanche questo
funziona adotta il tradimento
come legittima difesa. Il calo del desiderio,
soprattutto maschile, è triplicato
negli ultimi dieci anni. E così, le
coppie anoressiche dilagano rispetto
alle “bulimiche”, alle “sazie” e alle “inappetenti”. Ma le sorprese non
finiscono qui: in Italia è boom di
donne, non solo immigrate, che chiedono
di ritornare vergini. Siamo alle
liste d’attesa. Nelle strutture private i
tempi sono rapidi e il costo è di quattromilaeuro. Nel pubblico i tempi
sono più lunghi: nel 2005 eseguiti 47
interventi. E ci sono anche agenzie
specializzate per i “viaggi” della verginità
dove il turismo sessuale non
c’entra, l’appuntamento è con il chirurgo.
E ancora: le coppie italiane colpite
da una nuova “perversione”, la “Sindrome di Amsterdam”.
Queste novità sono emerse da un
rapporto sugli italiani a letto disegnato
da sessuologi, ginecologi e andrologi
e anticipato ai media in occasione
della conferenza stampa di presentazione
del 9° Congresso della
Federazione Europea di Sessuologia.
La Talassamia o Anemia Mediterranea
La Talassemia o Anemia Mediterranea è una patologia genetica ereditaria che,
nella forma Maior, si rivela come una
grave anemia. A causa di un’alterazione
genetica, il midollo osseo del thalassemico
produce un’emoglobina difettosa
che determina un’insufficienza nel trasporto
di ossigeno verso gli organi
interni del corpo umano. Se non curata,
porta il paziente alla morte entro il
primo decennio di vita.
Questa malattia si compone di tre
forme principali:
* la minor che è la forma tipica dei portatori
sani. I portatori sani conducono
una vita assolutamente normale. Cioè il
soggetto affetto da questa tipologia,
solitamente, non abbisogna di alcun
tipo di terapia;
* intermedia è una forma più grave
della precedente tanto che i soggetti
affetti hanno necessità di essere talvolta
sottoposti a trasfusioni di sangue e
di conseguenza possono andare incontro
a quelle complicazioni tipiche dei
politrasfusi (epatiti, infezioni virali
etc…).
* major è la forma più grave della
malattia, che si conclama solitamente
entro il primo anno di vita e costringe i
pazienti a sottoporsi, fin dalla tenerissima
età, al regime trasfusionale ed alla
terapia quotidiana per l’eliminazione del
ferro in eccesso. Si manifesta con la
frequenza prevista dalla legge di
Mendel solo quando l’individuo è figlio
di due portatori sani.
La Thalassemia è ad alta prevalenza in
alcune aree del mondo, in particolare
nel bacino del Mediterraneo (Italia,
Grecia, Albania, Turchia, Nord Africa) e
nel Sud- Est asiatico (Cina, India,
Vietnam, Cambogia).
In Italia i soggetti thalassemici sono
circa settemila mentre i portatori sani
circa 3 milioni. Esistono molti Centri
per la cura della thalassemia. Quello di
Genova, fondato nell’Ospedale Galliera
quaranta anni fa dal Prof. Sansone è
uno dei più qualificati. Le cure consistono
principalmente in frequenti trasfusioni
di sangue (ogni 20-25 giorni) e nell’accurato
dosaggio di medicinali (terapia
chelante) che consentono l’eliminazione
del ferro in eccesso proveniente
dalla emoglobina del sangue trasfuso.
L’accumulo del ferro, se non eliminato,
può compromettere il buon funzionamento
di cuore, fegato ed altri organi,
può causare gravi complicazioni cliniche
e può anche portare alla morte prima
di raggiungere la maggiore età.
Una terapia alternativa, e risolutiva,
consiste nel trapianto di midollo eseguito
in centri ad alta specializzazione. E’
comunque una terapia ad alto rischio e
di difficile esecuzione per la difficoltà di
reperire il midollo compatibile.
L’esperienza odierna dimostra comunque che la Thalassemia, se ben curata,
consente ai malati una qualità ed un’aspettativa
di vita simile a quella dei propri
coetanei. Molti di loro hanno oggi
superato i quaranta anni, sono inseriti
nel mondo del lavoro, ed hanno potuto
programmare la loro pianificazione familiare.
Nei paesi in via di sviluppo (P.V.S) le
cure sono generalmente scarse o del
tutto assenti. La terapia trasfusionale è
abbastanza diffusa, insufficiente o del
tutto assente quella chelante, ma il problema
più grave è il background culturale
e l’atteggiamento verso i malati.
Per dare una risposta alle esigenze
sempre crescenti dei malati ma anche
per dare un futuro migliore alle prospettive
di cura hanno cominciato la loro
attività, dalla fine degli anni ’70, le
Associazioni dedicate, ed operanti nel
settore del volontariato, dapprima costituite
da soli genitori di malati ma in
seguito, grazie al miglioramento della
prognosi e della qualità della vita dei
thalassemici, anche dagli stessi interessati.
L’Associazione Ligure Thalassemici
Onlus, fondata nel 1983 come
Comitato Ligure Giovani Thalassemici, è
stata la prima associazione in Italia
voluta e costituita da malati e da essi
diretta.
Le problematiche da affrontare al
momento della fondazione erano ovviamente
diverse rispetto a quelle attuali.
Era pressante l’esigenza di affrontare
problemi fino ad allora completamente
trascurati come l’inserimento scolastico
e nel tessuto sociale dei piccoli pazienti
che, grazie al miglioramento della prognosi,
cominciavano finalmente a crescere.
Standardizzare terapie e procedure,
oggi date per scontate, ma che molti
anni fa non trovavano uniformità di
applicazione a livello nazionale ed internazionale,
avviare campagne informative
sulla malattia per prevenirla.
Le Associazioni limitavano quindi la propria
attività ad un lavoro di puro sostegno
ai centri di cura per la sensibilizzazione
alla donazione del sangue e poco
altro e, a livello politico, per il raggiungimento
di obiettivi, quali l’inserimento
lavorativo dei pazienti, argomento mai
trattato in precedenza.
L’avvento all’interno delle Associazioni
dei pazienti che raggiungevano con sempre maggior frequenza l’età adulta
fu un ulteriore stimolo per le organizzazioni
associative a crescere proporzionalmente
all’età dei soggetti che tutelavano.
Oggi possiamo dire senza tema di
smentita che la maggioranza delle
Associazioni sul territorio nazionale ma
anche internazionale sono gestite con
risultati talvolta eclatanti da pazienti
affiancati in pochi casi da genitori. La
nostra Associazione naturalmente non
fa eccezione pertanto possiamo elencare
i punti fondamentali della nostra attività.
Una delle iniziative dell’ Associazione è
sempre stata quella di svolgere un’accurata
quanto capillare campagna preventiva
al fine di poter individuare nella
popolazione i soggetti portatori sani di
thalassemia e informarli adeguatamente
circa la possibilità di trasmissione
della patologia ad eventuali figli, senza
scoraggiarli alla procreazione ma nella
consapevolezza che oggi le prospettive
di cura e perché no anche di guarigione
siano infinitamente alte.
Un altro compito di primaria importanza è quello di dare ai pazienti ed alle famiglie
la certezza della continuità assistenziale,
che è stata messa pericolosamente
in discussione negli ultimi
anni, contribuendo in maniera determinante
al riconoscimento ufficiale, da
parte della Regione, del Centro della
Microcitemia e delle Anemie Congenite.
Le prospettive appaiono nettamente
migliori oggi che il riconoscimento è
stato, tra mille difficoltà, ottenuto.
Naturalmente non possiamo trascurare
di sottolineare la nostra lotta in prima
linea per evitare l’orrore delle manipolazioni
genetiche sensazionalistiche, che
anziché mirare al benessere dei pazienti
mostrano il peggio di sé con tentativi
alquanto discutibili di “cura” delle
malattie genetiche.
Il sostegno alla ricerca ha trovato in
questi ultimi anni un nuovo vigore, infatti
abbiamo sostenuto economicamente
la ricerca per la realizzazione di uno
strumento per la determinazione non
invasiva delle quantità di ferro nel fegato
dei pazienti in collaborazione con la
Facoltà di Fisica dell’Università di
Genova e con l’Ospedale Galliera.
Questo strumento, Magnetic Iron
Detector, è funzionante presso il nostro
Centro da circa tre anni durante i quali
ha dimostrato la validità assoluta dell’investimento.
In questi giorni stiamo ultimando la
costruzione di un nuovo e più idoneo
strumento grazie anche ai contributi
economici elargiti dalla Fondazione
Carige, dall’INFN di Genova e dal Parco
Scientifico e Tecnologico della Liguria,
che sostituirà quello ormai obsoleto
garantendo una continuità di questa
misura anche per il futuro. Va sottolineato
che questo studio, figlio della cultura
genovese, garantisce il superamento
di esami invasivi, quali la biopsia
epatica, mal sopportati dai malati
soprattutto quelli più piccoli.
La nostra associazione collabora attivamente
con la Fondazione Nazionale
Thalassemia che sostiene, ed incentiva,
la ricerca sulla terapia genica,
nuova frontiera della cura definitiva.
Sebbene in Italia, il paese guida nel
mondo in tema di trattamento della thalassemia, molti problemi siano stati
risolti, siamo consapevoli che in altri
paesi del mondo la thalassemia continua
a chiedere un pesante tributo di
vite umane, a questo problema ci
siamo dedicati negli ultimi tre anni ispirando
e supportando un progetto di
aiuto ai bambini thalassemici di Rabat
(Marocco) dove, grazie ad una iniziativa
della Rotary Foundation e di alcuni club
genovesi, si è attivato un piano concreto
per la costruzione di un centro di
eccellenza per la cura dei piccoli marocchini.
Tra molte difficoltà questo progetto
si sta concretizzando ed ha raccolto
strada facendo l’adesione di altri sodalizi
nella nostra città ed una cifra importante
che supporterà i 300.000 dollari
sborsati dalla Foundation. Contiamo
così di dare speranza alle famiglie
marocchine che convivono con questo
problema strappandoli dal fatalismo nel
quale si macerano e dimostrando che,
se curati, anche i loro bambini possono
crescere. Ma stiamo aiutando ragazzi
provenienti dal Camerun, dal
Bangladesh, dall’Iran e da tutti quei
P.V.S. in cui non esiste una cultura
della cura di questa patologia.
Per tutte queste attività è importante
sapere di poter contare sul contributo
di tutti, i nostri soci certamente ma
anche la società civile; è possibile aiutare
economicamente i nostri progetti sottoscrivendo la donazione, gratuita,
del 5 per 1000 della dichiarazione dei
Redditi indicando il nostro numero di
codice fiscale:
95016680100
oppure acquistando il libro scritto da
Loris Brunetta (presidente dell’associazione)
e Silvano Chidda “Thalassemia e
dintorni” edito da Liberodiscrivere, che
racconta l’esperienza con la thalassemia
vissuta dalla parte del malato e da
quella del parente.
Chi volesse collaborare con noi o semplicemente
entrare in contatto con l’associazione
può farlo scrivendo all’indirizzo
di posta elettronica:
thalassoligure@iol.it.
Arriva l’estate e la natura si risveglia
Autore: Dr. Alberto FERRANDO
Pediatra
Studio: Corso Europa 1136
16131 Genova
www.ferrandoalberto.com
aferrand@fastwebnet.it
Sicuramente l’estate porta alla mente
di tutti noi, ma soprattutto in quella
dei nostri figli, la parola vacanze.
Purtroppo, spesso, è proprio durante
questo periodo che ci si imbatte in “piccoli pericoli” rappresentati soprattuttodalla puntura di insetti, animali
marini, o contatto con sostante urticanti
delle piante, insomma sembra
proprio che tutto il mondo vegetale
ed animale si metta d’accordo per “rovinarci” il periodo di vacanza!!!
Acqua. Sicuramente il “pericolo” più
frequente viene dalle meduse.
L’incontro con questo animale marino
non è certamente dei più piacevoli
(provate a chiedere a chi lo ha sperimentato),
i suoi tentacoli contengono
una sostanza molto urticante che alcontatto con la pelle determina estremo
dolore e bruciore, lasciando spesso
la loro impronta. I rimedi sono dati
dall’ammoniaca (attenzione! potenzialmente
pericolosa se usata male),
da impacchi con pomate antiistaminiche
e taluni riportano anche i benefici
dell’aceto. La tossina della medusa è “termolabile” (viene neutralizzata dal
calore), si possono pertanto ottenere
buoni risultati applicando del calore
(come con le pietre riscaldate dal
sole stando attenti che non ustionino)
sulle lesioni cutanee. In mare poi si
può fare conoscenza anche con la
spina dorsale della tracina, un pesce
che di solito vive in fondali bassi
(spesso a riva) e sabbiosi.
Nell’aculeo della spina è contenuto
un veleno potentissimo, fortunatamente
non letale, che nell’uomo
causa un dolore tanto intenso da
poter determinare, anche se raramente,
una breve perdita di conoscenza;
più frequentemente il piede colpito
diventerà molto gonfio e dolorosissimo.
Stesso discorso per lo scorfano,
anche se in questo caso il contatto diretto è più difficile vivendo in fondali
più profondi e scogliosi. In effetti è
più facile pungersi con la spina del
capo dello scorfano mentre si sta
preparando una succulenta zuppa di
mare che camminando in mare!
I rimedi per la puntura di questi pesci
sono rappresentati essenzialmente
dall’immersione della parte colpita in
acqua salata calda per un periodo non inferiore ai 60 minuti.
Terra. C’è l’imbarazzo della scelta in
quanto a pericoli terrestri. Serpenti,
funghi, piante, fiori, bacche.
Certamente quello che evoca più
paura è il morso di serpente.
Nel nostro paese le uniche specie
velenose appartengono alla famiglia
delle vipere. Il morso è un evento relativamente raro. Il rischio può
essere evitato ricordandosi di camminare
facendo molto rumore, di non
infilate le mani tra i sassi, specialmente
quelli al sole, di usare sempre
un bastone per far rumore, soprattutto
quando si sceglie il posto in cui
sedersi a riposare. Sorvegliate
costantemente il comportamento dei
bambini che sono con voi. In caso di
morso di serpente, bisogna sdraiare il
malcapitato. Non sempre si viene
morsi da una vipera velenosa, ci sono
anche altri serpenti che mordono ma
che non sono velenosi. Sappiate,
inoltre, che in almeno il 30% dei casi
la vipera morde senza iniettare il veleno,
ma in ogni caso lascia due forellini
distanti al massimo 1 cm. segno
dei denti del veleno. In caso di morso
velenoso i sintomi non tarderanno a
comparire (da 1 a 6 ore): dolore
intenso con infiammazione della
parte colpita, emorragia a chiazze,
sete intensa con secchezza della
bocca, che possono essere seguiti
poi da ittero, crampi muscolari, vomito,
agitazione, delirio, shock.
Cosa NON fare? Mai usare un laccio
emostatico (quelli di gomma, per
intenderci) o incidere e succhiare la
ferita, poiché hanno sempre dimostrato
scarsissima efficacia e sono invece
fonte di danni a volte seri. Non
usare mai il siero antivipera, il siero
antivipera si usa solo in ospedale e
solo in casi selezionati.
Cosa fare? Fasciare l’arto colpito
usando un rotolo di benda piuttosto
spessa e larga (5-10 cm.), meglio se
elastica. Si parte a fasciare l’arto iniziando
dall’estremità e continuando
fino alla radice dell’arto. Può essere
utile steccare l’arto per immobilizzarlo
e tenere sopra la parte ferita un
po’ di ghiaccio triturato avvolto in un
panno. Chiedete il soccorso il più presto
possibile, portate con voi i numeri
di telefono del Centro Antiveleni più
vicino.
Le piante, i fiori ed i frutti selvatici,
nonché i funghi meriterebbero uno
spazio molto ampio, in questa sede
ci limiteremo a dire che i bambini
sono quelli più esposti ai pericoli in
quanto naturalmente portati alla
curiosità. Toccano e mettono in bocca
di tutto e spesso le cose più pericolose
sono anche quelle con i colori più
vivaci e le forme più accattivanti.
Quindi è bene spiegare loro preventivamente
tutti i pericoli in cui ci si può
imbattere durante una passeggiata in
un bosco, in una campagna, all’aria
aperta.
Per i funghi l’unico consiglio che ci
sentiamo di dare è che la raccolta
dovrebbe essere svolta solo da persone
molto esperte e comunque di
far controllare i funghi raccolti nei
Centri appositi presso comuni o mercati
generali.
Aria. Il termine scientifico è imenotteri.
Api, vespe e calabroni, chi non ha
paura della loro puntura? La sensibilizzazione
al veleno delle vespe non è
molto frequente (le vespe pungono più
di rado) ma si può avere anche dopo
solo una puntura, al contrario la sensibilizzazione
al veleno delle api (che
pungono più spesso) si può avere
dopo varie punture, classico è il caso
degli apicoltori e dei loro familiari. La
sensibilizzazione al veleno degli imenotteri è addirittura più elevata della
positività per reazioni cliniche significative
pregresse. Il veleno degli imenotteri
può essere responsabile di tre tipi
di reazione. Una reazione locale, larga
anche più di 10 cm. che può durare
più di 24 ore; una reazione allergica
sistemica (generalizzata), caratterizzata
da orticaria, angioedema, broncospasmo,
shock anafilattico tutte di
grado di serietà variabile fino anche al
decesso. Molti studi hanno dimostrato
che le persone che avevano avuto una
reazione locale ad una puntura avevano
un rischio relativamente basso di
reazione sistemica generalizzata (2%
nei bambini) allorquando ricevevano
una nuova puntura, paradossalmente
queste persone hanno addirittura un
rischio minore di sviluppare una reazione
generalizzata rispetto ad individui
sensibilizzati al veleno ma senza
storia pregressa di punture.
La prevalenza di reazioni sistemiche,
nella popolazione generale, si attesta
fra lo 0,15% ed il 3,3%. Chiaramente
queste percentuali salgono, e di
molto, nel caso di apicoltori e loro
familiari. Uno studio italiano condotto
su popolazione pediatrica effettuato
dal Prof. Elio Novembre di Firenze ha
stimato l’incidenza di reazioni generalizzate
(sistemiche) intorno allo 0,35%.
In Italia l’incidenza annuale di reazioni
gravi varia fra 0,6 e 4,4 ogni 100.000 abitanti, mentre la mortalità si attesta
su 0,03 ogni milione di abitante sempre
per ogni anno ed i fattori di rischio
collegati sono: il sesso maschile, l’età
superiore ai 40 anni, la sede (collo e
volto) ed il tipo di puntura. La diagnosi è essenzialmente di tipo anamnestica
(storia clinica) e poi laboratoristica
(test epicutanei ed IgE specifiche).
Bisogna, però, tener presente che nel
10% dei casi non sono evidenziabili
risposte a test specifici, ed inoltre
anche con test sensibilissimi (CAPRAST)
si possono trovare anche il 30%
di falsi positivi, cioè di soggetti in cui il
test evidenzia IgE specifiche per un
veleno ma che in realtà è solo un
falso di laboratorio. Il trattamento
delle reazioni allergiche dipende dalla
loro gravità. Le reazioni locali vanno
trattate con applicazioni di impacchi
freddi ed antiistaminici e cortisonici
(locali e generali). Le reazioni lievimoderate
(grado 2 di severità: angioedema,
broncospasmo, vertigine) vanno
trattate come le reazioni locali aggiungendo
un broncodilatatore inalante.
Le reazioni gravi (grado 3 e 4 di severità:
dispnea, disfagia, confusione
mentale, ipotensione, shock, perdita
di conoscenza), vanno trattate con
terapia endovena o in muscolo con
adrenalina, cortisone e clorfenamina.
INSETTI
Molte sono le specie di insetto che
possono “pungere” un uomo. Non ci
stancheremo mai di ripetere che qui si
danno consigli generali, quindi la regola
fondamentale è che in caso di puntura
di insetto è sempre meglio rivolgersi
al proprio pediatra di fiducia.
Zanzare: in paesi tropicali sono il veicolo
di malattie infettive quali malaria, febbre gialla, etc., mentre nel mondo
occidentale sono ben note per il loro
fastidio estivo. Da un po’ di anni in
Italia è presente anche la tristemente
nota zanzara tigre che colpisce anche
di giorno e dà reazioni locali abnormi.
Per i piccoli bambini i rimedi più sicuri
e meno tossici sono essenzialmente
di tipo preventivo. Le zanzariere rappresentano
una ottima barriera casalinga
e possono essere messe anche
sopra le culle. Rimedi chimici (zampironi,
fornelleti elettrici, ultrasuoni, repellenti
cutanei, etc.) non sono da consigliare,
anche se più efficaci dei rimedi
naturali (citronella, basilico, menta e
geranio) in quanto potenzialmente tossici
e scomodi da usare quando si
vogliano mettere in atto rimedi per
attenuare la loro tossicità (areare la
stanza prima di soggiornarvi, non
accendere la luce, etc.).
Zecche: definite scientificamente
artropodi. Il loro “morso” è frequentemente
veicolo di malattie. Causano
lesioni locali granulomatose o eritematose.
In generale la probabilità di trasmissione
di agenti patogeni per
mezzo della puntura di zecche sono
basse se la zecca rimane attaccata
per meno di 36-48 ore.). Le zone a
maggior rischio per la possibilità di
punture di Zecche sono gli ambienti
boschivi e ricchi di cespugli, umidi ed
ombreggiati, i letti di foglie secche, il
sottobosco ed i prati incolti, i sentieri
poco battuti in cui è maggiore la presenza
di fauna selvatica. Se una
zecca ci ha punto, afferrare saldamente
la zecca con una pinzetta il più possibile
aderente alla cute, e tirarla decisamente,
ma senza strappi, con una
delicata rotazione per evitarne la rottura.
Se il rostro della zecca rimane
all’interno della pelle, estrarlo con
l’aiuto di un ago sterile. Applicare
disinfettanti sulla parte soltanto dopo
l’estrazione della zecca, evitando quelli
che colorano la pelle (come mercurocromo)
perché potrebbero mascherare
segni di infezione. Non applicare calore
o sostanze quali acetone, ammoniaca,
etere, alcool o vaselina sulla zecca
prima della rimozione. Tali procedure
sono sconsigliate, in quanto inducono
nella zecca un riflesso di rigurgito, con
forte aumento del rischio di trasmissione
di agenti patogeni. Dopo la rimozione
della zecca, rivolgersi al proprio
pediatra e seguire un periodo di
osservazione della durata di 30-40
giorni per individuare la comparsa di
eventuali segni e sintomi di infezione.
La processionaria: è una larva (di farfalla)
che vive sui pini marittimi. I peli
contengono un veleno che a contatto
con la cute provoca una reazione irritativa
a tipo pomfo o eritematosa-vescicolare.
Il trattamento è rappresentato
da pomate cortisoniche locali.