La riabilitazione implantare

Autore: Dott. Bahri ADIS
Implantologia e Parodontologia
V. le Beatrice D’Este, 17 – Milano
Tel. 02.58303737
www.dentesthetic.com

L’IMPLANTOLOGIA MINI-INVASIVA
Le protesi dentarie sono – secondo il Dizionario Medico – “apparecchi che consentono la ricostruzione di un dente parzialmente distrutto, la sostituzione di uno o più denti mancanti, la correzione di malocclusioni dentarie, perdite ossee, deficit funzionali”.
Le protesi dentarie di ricostruzione possono essere fisse o mobili. Quelle fisse sono costituite da una struttura metallica (di lega oro-platino o di titanio) ricoperta da zirconio-ceramica o altri materiali. Le protesi dentarie mobili sono invece caratterizzate da una base che poggia sulla mucosa e parzialmente sui denti, sulla quale sono montati denti finti in zirconioceramica o altro, inseriti in una finta gengiva avente il colore simile a quello naturale.
I più recenti approcci in campo implantologico suggeriscono un intervento di tipo mini-invasivo, capace cioè di recare il minimo disagio al paziente, sia in sede di intervento che nella fase pre e post operatoria.
Anzitutto, l’adozione della tecnica monofase consente la ricostruzione dell’osso in una sola seduta, evitando la necessità del secondo intervento. L’intervento implantologico risulta così indolore e fattibile nel 99% dei casi.
Già dopo due giorni, con l’inserimento di una protesi provvisoria, il paziente supererà le difficoltà connesse alla mancanza dei denti. Trascorsi tre mesi, l’individuo è prima sottoposto a controlli radiografici che devono attestare la completa guarigione. Solo
allora sarà pronto per l’impronta di precisione con la presa della masticazione, al fine di realizzare le corone in zirconio-ceramica.
IL FATTORE FUNZIONALE
Le protesi realizzate rispondono a diversi requisiti. In primo luogo esse soddisfano il fattore funzionale, dal momento che consentono il ristabilimento della corretta masticazione.
L’obiettivo perseguito è quello di avvicinarsi, con la massima approssimazione, alla masticazione dell’individuo in possesso dei suoi denti naturali. Ad essere ripristinate sono anche le funzioni articolari di apertura, chiusura, lateralità destra-sinistra, protusione
e retrusione (movimenti che avvengono nel piano orizzontale, con scivolamento dell’arcata dentaria inferiore sotto quella superiore) e la corretta fonetica.
Le protesi devono essere realizzati con materiali non tossici e capaci di resistere al peso del carico masticatorio e all’usura dei liquidi.
L’ESTETICA: NON SOLO UNA QUESTIONE DI DENTI BIANCHI
Imprescindibile poi è la considerazione del fattore estetico. Mentre il paziente ritiene che il concetto di bello, in odontoiatria, collimi con quello di “bianco-bianco”, il “bravo” professionista deve sgombrare il campo dai pregiudizi. Egli è consapevole del
fatto che l’estetica sia una questione complessa, in cui intervengono diversi aspetti che egli deve prendere in considerazione se desidera un risultato che il paziente, per primo, saprà apprezzare.
Nella scelta del colore, l’odontoiatra deve tener presente la carnagione e il riflesso dei capelli. Se la pelle è molto scura, non è consigliato il bianco puro che risalterebbe troppo con un effetto assolutamente artificiale e monocromatico. Per coloro che posseggono una carnagione molto chiara, di contro, una tonalità più luminosa è consigliata.
In generale, è il bianco naturale ad essere perseguito come modello. Lanaturalezza èottenuta realizzando, sullo strato più esterno del dente “artificiale”, delle fessure che partono dal colletto fino alla parte finale del dente. Esse ricreano quel gioco di
ombra e luce che una chiostra dentale normalmente possiede.
Sul lato della forma, quella del dente deve seguire quella del viso. Se il volto è tondo, quadrato, affilato, la foggia dei denti deve essere simile.
Così i “nuovi denti” instaurano una relazione armonica col “tutto” in cui sono inseriti, il viso.
Ma il criterio della proporzione deve essere rispettato anche in rapporto con le varie parti che compongono la figura umana.
Le dimensioni del dente sono realizzate considerando la statura dell’dell’individuo,
la cresta alveolare e l’aspetto della bocca.
IL COMPORTAMENTO VIRTUOSO DEL PAZIENTE
Una volta realizzato e inserito l’impianto il paziente non deve essere abbandonato a se stesso. E’ necessario che egli compia un percorso riabilitativo perché l’individuo non è abituato alle protesi fisse che non hanno la sensibilità.
Sarà necessario effettuare visite a cadenza semestrale, durante le quali il dentista controllerà le infrastrutture implantari e l’igiene orale praticata dai pazienti. In tali occasioni, l’odontoiatra farà una pulizia approfondita al fine di scongiurare la complicanza
più temuta in implantologia, la perimplantite, un’infiammazione e/o infezione dei tessuti che circondano l’impianto, causata o da una masticazione non corretta o dalla presenza del tartaro fra osso e impianto.
La perimplantite si caratterizza per il coinvolgimento nel processo infiammatorio del tessuto osseo circostante l’impianto. Se non controllata può portare alla mobilizzazione e perdita della fixture.
Per allontanare questo scenario il dentista deve eseguire attentamente il protocollo implantologico corretto. Ma per tenere sotto controllo la placca batterica, decisiva risulta essere la collaborazione del paziente che deve essere correttamente
istruito nel praticare l’igiene degli impianti e dei denti residui. In seguito deve essere controllata e verificata la sua capacità di eseguire adeguatamente le manovre di igiene orale. Queste ultime prevedono la pulizia orale regolare e quotidiana da effettuarsi
tre volte al giorno. Meno frequente ma ugualmente importante è l’uso del colluttorio che svolge una funzione antibatterica ed antisettica: perché non perda la sua efficacia si consiglia l’uso due volte alla settimana e prima di coricarsi, dopo aver lavato accuratamente i denti. Infine, dove è possibile, si suggerisce l’impiego del filo interdentale.
Il paziente, lungi dal “subire” semplicemente un intervento, ha il dovere di seguire un comportamento “virtuoso” se vuole che il suo impianto, correttamente posizionato e protesizzato, superi la barriera più difficile da aggirare.
Quella del tempo.

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Sostituzione delle protesi mammarie

Autore: Dr. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica
Ricostruttiva ed Estetica
Studio Medico Privato Milano
Tel. 02.794224
www.riccardolucchesi.it

Le protesi impiantate alcune decenni fa nelle prime mastoplastiche additive
erano ben diverse da quelle utilizzate oggi sia per la natura dei materiali impiegati che per la tecnologia adottata.
Quelle più comuni erano a cosiddetta superficie liscia: l’involucro esterno era infatti liscio e trasparente e permetteva di vederne il contenuto in gel di silicone. Anche la consistenza al tatto era lontana, più artificiale di quella attuale e più frequente era il rischio di poter indovinare la protesi per l’innaturale formazione di pieghe o grinze, o di capsula peri-protesca (una sorta di cicatrice che avvolge le protesi rendendole dure
e ferme al tatto) che compromettevano irrimediabilmente la naturalezza del risultato estetico. Con gli anni inoltre non era affatto infrequente la rottura spontanea per logoramento con conseguente fuoriuscita del silicone liquido in esse contenuto.
Per concludere questo “nero” elenco di imperfezioni, anche la durata nel tempo non era facilmente prevedibile soprattutto per mancanza di accurati dati statistici e studi clinici approfonditi, cosa per la quale, in genere, si consigliava prudentemente la loro sostituzione ogni dieci anni circa.
Le cose, inutile dirlo, sono enormemente cambiate da allora: chi si sottopone oggi a questo intervento sa che sarà probabilmente per la vita e che non dovrà più essere ripetuto.
Le moderne protesi mammarie, almeno quelle prodotte dalle aziende più serie, sono notevolmente diverse dalle prime, a partire dall’aspetto: la superficie appare morbida e vellutata al tatto (tecnicamente si parla di “testurizzazione”), la consistenza è tanto pastosa e uniforme da ricordare pienamente quella di una normale mammella, l”invisibilità” nei tessuti è quindi maggiormente evidente.
Per questo motivo, sulla base certo di innumerevoli studi e ricerche che nel
frattempo sono fioriti ovunque nel mondo, le case produttrici si sono spinte a garantirne la durata nel tempo indefinitavamente (per completezza confermiamo che il dubbio che le protesi mammarie potessero essere in qualche modo causa di gravi malattie
sistemiche e’ definitivamente tramontato grazie ad accurate ricerche mediche).
Tranquillizziamo a questo punto le pazienti che siano portatrici delle prime protesi mammarie… Anche nell’ipotesi peggiore, di fuoriuscita cioè di silicone liquido per rottura spontanea dell’involucro, non vi è alcun serio pericolo per la salute: questo rimane infatti confinato nella cavita’ che accoglie la protesi e l’organismo stesso provvede a crearvi
tutt’intorno una resistente e spessa barriera di tessuto fibroso che lo isola
dai tessuti sani circostanti impedendone la migrazione in altri distretti.
I sintomi più caratteristici, anche se non costanti, sono infiammazione, indolenzimento o dolore locale, eventualmente diffuso all’ascella corrispondente, indurimento, distorsione più o meno evidente della forma della mammella, asimmetria (questi ultimi rappresentano
abitualmente il primo segnale che spinge a consultare un medico specialista).
Confermiamo comunque che il silicone liberato, per qualsiasi ragione, dalla rottura di una protesi mammaria non ha nulla a che vedere, da un punto di vista patologico, con il silicone liquido infiltrato direttamente nei tessuti, vero delitto contro la persona perpetrato ancora oggi si spera occasionalmente da personaggi senza scrupoli né professione.
La diagnosi può essere spesso posta sulla base dei soli dati clinico-anamnestici eventualmente confermata per dirimere ogni dubbio da esami diagnostici quali ecografia, mammografia o, meglio ancora, risonanza magnetica. Diventa a questo punto necessario sottoporsi ad intervento chirurgico per rimuovere eliminare con la massima
accuratezza ogni traccia del silicone fuoriuscito, rimuovere le vecchie protesi,
asportare il tessuto fibroso in eccesso, responsabile della distorsione della forma delle mammella.
Verranno infine impiantate le nuove protesi mammarie scelte con precisione insieme alla paziente, prima dell’intervento.
Le motivazioni che possono spingere alla sostituzione delle protesi mammarie possono anche essere altre e diverse: desiderio di incrementare ulteriormente il volume del proprio seno o (meno frequentemente) di ridurlo, oppure rimediare ad un intervento
eseguito imperfettamente; duole riconoscere che quest’ultimo motivo è oggi piuttosto frequente. La legislazione italiana, a differenza per esempio di quella
francese, consente a chiunque in possesso della sola laurea in medicine di eseguire ogni tipo di intervento, anche di chirurgia estetica. La mancanza di preparazione specifica e l’assenza di qualunque controllo dei requisiti minimi hanno inevitabilmente provocato
un tale “annacquamento” professionale del settore e un tale deterioramento del prestigio della nostra specialità da indurre il Ministero della Salute ad attivarsi per provvedere con leggi specifiche ad una migliore regolamentazione.

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