Leishmaniosi, un collare per la vita

Ufficio stampa:
Pro Format Comunicazione
tel. 06 5417093
ufficiostampa@proformatcomunicazione.it
www.proformatcomunicazione.it

I cani sono ormai veri e propri “compagni di vita” per milioni di italiani: il 25% delle famiglie ne possiede almeno uno. L’arrivo della bella stagione espone il cane al rischio di contrarre la leishmaniosi, una malattia molto grave ma conosciuta soltanto dal 15% dei proprietari di cani.
E soltanto il 34% di loro sa che può essere trasmessa anche all’uomo: un dato allarmante che testimonia la scarsa informazione sulla malattia e sulle misure di prevenzione. Il dilagare del fenomeno del turismo con cane al seguito può aumentare le dimensioni del problema: conoscere la leishmaniosi per prevenirla. Una famiglia su quattro possiede almeno un cane, ma solo il 15% dei proprietari di cani, o di chi se ne prende cura, conosce la leishmaniosi, una malattia molto grave, in continua ascesa e che torna prepotentemente alla ribalta con l’arrivo della stagione calda. Il livello d’informazione sulla leishmaniosi è piuttosto contenuto: il 70% di coloro che la conoscono l’hanno solamente sentita nominare, il 20% la conoscono abbastanza bene e solo il 10% molto bene.
E tra i pochi che conoscono la malattia soltanto una persona su tre sa che la leishmaniosi può essere trasmessa anche all’uomo. Sono i risultati di un’indagine di Doxa Pharma sul livello di conoscenza intorno alla malattia e sul grado di sensibilizzazione tra i proprietari di cani o chi se ne prende cura. La notorietà totale della leishmaniosi presenta poi forti differenze nelle diverse aree geografiche: in particolare risulta ben più nota nelle regioni del Centro e del Sud/Isole (59-60%) e meno nota al Nord-Est (38%). Il ruolo del cane nella famiglia italiana è molto cambiato negli ultimi anni, diventando un vero e propro “compagno di vita”.
Parallelamente all’allungamento della vita media dell’uomo, l’aspettativa degli animali è aumentata, addirittura raddoppiata, grazie anche alle maggiori attenzioni e alla qualità delle cure che i proprietari prestano ai loro cani. Lo testimoniano anche i dati di mercato del settore ‘pet’, un settore in controtendenza, in crescita malgrado l’attuale congiuntura economica. “Il rapporto Assalco del 2009 conferma il contributo del ‘pet’ alla ricchezza nazionale in termini di occupazione nel settore, di consumi che le famiglie riservano al proprio cane.
È un settore ancora sano, non intaccato dagli effetti della crisi finanziaria e che conferma il trend in crescita degli anni precedenti” – afferma Paola Parenti, Direttore di Ricerca di Doxa Pharma. Proprietari di cani, quindi, molto attenti alla salute del loro amico a quattro zampe ma, paradossalmente, inconsapevoli, nella maggioranza dei casi, della temuta leishmaniosi, una zoonosi di tipo indiretto, la cui trasmissione avviene tramite un insetto vettore, il flebotomo o pappatacio che, infettato sull’unico serbatoio di infezione comprovato, il cane, va a pungere generalmente una varietà ampia di animali a sangue caldo, tra cui anche l’uomo.
Uno tra i metodo più efficaci per controllare la diffusione della leishmaniosi canina è applicare al cane un collare a base di deltametrina che si distribuisce sulla superficie dell’animale e impedisce la puntura dell’insetto vettore, il flebotomo o pappatacio, per un periodo di 5 mesi. In Italia le regioni più colpite sono quelle della costa tirrenica, del basso Adriatico e le isole maggiori.
Ma non sono solo le regioni centro-meridionali e insulari a clima tipicamente mediterraneo a esserne colpite, dove la prevalenza della sieropositività tocca punte che vanno dal 40 (area napoletana) al 60% (area catanese); anche le regioni pre-appenniniche e addirittura quelle prealpine a clima continentale, tradizionalmente indenni, sono oggi bersaglio dei flebotomi: lo dimostrano i dati della LeishMap, il network scientifico per il monitoraggio e la mappatura della leishmaniosi canina in Italia. “L’aumento della temperatura insieme al fenomeno del turismo con ‘cane al seguito’, favoriscono la diffusione della leishmaniosi nel nostro Paese, che oggi sta diventando endemica anche al di fuori dei focolai tradizionali” – precisa Luigi Gradoni, Reparto di Malattie Trasmesse da Vettori e Sanità Internazionale, Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate, Istituto Superiore di Sanità (ISS) – “le uniche aree attualmente non endemiche sono i centri urbani delle città medie e grandi, la pianura padana e i rilievi montuosi sopra i 400-800 metri”. Aumentano le aree endemiche e aumenta, dunque, il rischio di contrarre l’infezione, anche per l’uomo.
Nella stragrande maggioranza dei casi l’infezione decorre nell’uomo in maniera totalmente asintomatica e solo in una piccola parte della popolazione, invece, l’infezione provoca la malattia: sono circa 200 i casi l’anno di leishmaniosi viscerale. Pochi sanno quali siano i rischi del contagio.
Ancora oggi non esiste un vaccino anti-leishmania per uso umano o canino e quindi l’unica profilassi disponibile rimane la prevenzione dalla puntura del flebotomo adottando alcune precauzioni per limitare la possibilità che il cane contragga la malattia. “La lotta alla diffusione della malattia si fonda sulla protezione del contatto con il patogeno responsabile dell’infezione attraverso l’applicazione nei mesi più a rischio, quelli estivi, di medicinali veterinari ‘no feeding’ o ‘anti-feeding’ (che impediscono al vettore di compiere il pasto di sangue) e quindi di trasmettere il parassita” – afferma Marco Melosi, Vice Presidente Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI) – “sono molto efficaci specialità medicinali veterinarie per uso ‘topico’ a base di piretroidi di sintesi, come il collare impregnato di deltametrina, a lento rilascio, che garantisce una protezione per 5 mesi nei confronti della puntura dei flebotomi o pappataci”.
Il cane che sia infettato o che sviluppi la malattia tende a non guarire mai neanche dopo successive terapie; può infatti evidenziare dei miglioramenti clinici, ma il parassita non viene mai eradicato. Al contrario nell’uomo il trattamento terapeutico si è dimostrato altamente efficace nel 98% dei casi ed è anche ben tollerato.
Per arginare la diffusione della malattia è fondamentale che i piani di sorveglianza della leishmaniosi canina siano applicati correttamente. Spetta al medico veterinario, in qualità di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, prescrivere l’adozione di una serie di misure cautelative. “Il medico veterinario deve in primo luogo tenere l’animale sotto sequestro fiduciario al fine di isolarlo, in particolar modo nei riguardi dei bambini, degli anziani, degli immunodepressi e degli altri cani. Sempre al medico veterinario del Servizio Sanitario Nazionale spetta la disinfestazione degli ambienti dove vive l’animale e l’applicazione di presidi ‘no-feeding’ come il collare a base di deltametrina durante tutto il periodo di attività del vettore (aprile-ottobre) per impedire la diffusione della malattia fino a guarigione clinica avvenuta che dovrà essere certificata dal veterinario curante” – sottolinea Aldo Benevelli, Vice Presidente Ordine Medici Veterinari di Roma e provincia.

Scarica il pdf

UNA MALATTIA RARA AL MESE
Eteroplasia Ossea Progressiva

Autore: Dr. Roberto BUFO Presidente Associazione Italiana per l’Eteroplasia Ossea Progressiva Onlus

L’Eteroplasia Ossea Progressiva (POH) è una malattia molto rara inquadrata nosograficamente soltanto nel 1994 dal Prof. Frederick S. Kaplan di Philadelphia, alle prese a quel tempo con i malati di Fibrodisplasia Ossificante Progressiva, un’altra malattia rara gravissima, simile per alcuni aspetti alla POH, nella quale prima confluivano i bambini affetti da POH.
Studiando appunto questi bambini ne evidenziò alcuni caratterizzati da compromissione cutanea, minore gravità del quadro generale, con un grado di progressione molto più lento, e inquadrò questa nuova malattia che chiamo Progressive Osseous Heteroplasia. La POH è caratterizzata da ossificazioni in posti dove l’osso normalmente non c’è e che, a partire dalla cute, interessano progressivamente i tessuti connettivi più profondi fino ad interessare fasce muscolari, tendini, legamenti, muscoli e diventando perciò, in vario grado, invalidante a secondo delle sedi anatomiche colpite; le sedi infatti sono colpite in apparente maniera casuale a tipo mosaico, soprattutto gli arti.
La POH è un disordine dello sviluppo embrionale ed interessa la differenziazione delle cellule del mesenchima. La teoria più seguita indica che una cellula mesenchimale totipotente capace di differenziarsi in cellula ossea e/o cellula adiposa, per una mutazione, perde in alcune sedi l’inibizione a differenziarsi in cellula ossea e, quindi, quelle cellule che dovevano differenziarsi in cellule adipose si differenziano in cellule osteoprogenitrici.
Esistono casi sporadici, frutto di mutazioni spontanee, e casi familiari trasmessi per via autosomica dominante per via paterna. La maggior parte dei malati è portatore di una mutazione del gene GNAS situato sul cromosoma 20 al locus q13.2-13.3. Il 35% dei malati non sono però portatori di tale mutazione e sono stati anche studiati due soggetti maschi, portatori della mutazione, non affetti dalla malattia che però hanno dato luogo a figli affetti. Inoltre tale mutazione può dar luogo ad altre patologie come:
* l’Osteoma Cutis, che è una forma minore della POH caratterizzata dalla mancanza della progressione delle ossificazioni verso i tessuti profondi, restando limitato il problema alla sola pelle;
* lo PseudoPseudoIpoparatiroidismo caratterizzato da un tipico aspetto morfologico che configura quella che viene chiamata Sindrome di Albright (faccia a luna piena, obesità, bassa statura, alterazioni metacarpali, ritardo mentale) che accompagna le ossificazioni (queste ultime però possono anche mancare) ed è sempre ereditato per via paterna;
* lo PseudoIpoparatiroidismo tipo Ia caratterizzato sempre dalla Sindrome di Albright, ma accompagnata anche da resistenza ormonale, aumento del Paratormone, Ipocalcemia, calcificazioni intracraniche, e che si trasmette per via materna.
La POH inizia alla nascita o subito dopo, con un rash cutaneo caratteristico formato da noduli (le ossificazioni) della pelle che progressivamente guadagnano i tessuti sottostanti oppure estrudono materiale gessoso scomparendo e lasciando esiti più o meno evidenti. Ovviamente quando le ossificazioni si formano intorno ad un’articolazione, la stessa viene a bloccarsi sia anatomicamente che funzionalmente, portando a inabilità e talvolta a sviluppo abnorme degli arti in flessione forzata con malformazioni secondarie.
In realtà, nell’approfondirsi, le ossificazioni seguono l’andamento dei fasci neuro-vascoloconnettivali, creando così una specie di rete ossea che va ad inglobare i tessuti muscolari, giustificando l’aspetto caratteristico radiologico lacunare, a rete, a merletto, a bozzolo, come i tralci della vite, aspetto ovviamente che è ben evidente nei preparati anatomici macroscopici e istologici. Questi preparati mettono in evidenza, inoltre, che il processo ossificativo avviene per lo più per via diretta membranosa, senza una fase cartilaginea.
Caratteristicamente non è associata a malattie o malformazioni primitive dello scheletro, non c’è coinvolgimento degli organi interni, non ci sono alterazioni ormonali, gli esami di laboratorio sono sempre normali salvo, in alcune fasi, un aumento della Fosfatasi Alcalina. Il decorso è 9 05/10 diagnosi & terapia spazio-salute.it variabile ed è caratterizzato da fasi in cui la produzione di osso ectopico è rallentata e fasi in cui il processo diviene più rapido senza apparenti motivazioni. Non ci sono comunque fasi di riacutizzazione improvvisa o di rapidissima diffusione delle ossificazioni a tipo flare-up.
Il dolore spesso è presente ed è causato dalla pressione delle ossificazioni sui tessuti circostanti o dal blocco dell’accrescimento di un arto ed è difficile da trattare, Al momento non ci sono cure o farmaci disponibili per la terapia di questa malattia.
La ricerca scientifica attualmente è volta a comprendere bene i meccanismi molecolari e biochimici della formazione dell'osso per trovare un farmaco che vada a rimettere in sesto quell'interruttore disattivato dalla mutazione genetica e poter inibire così la differenziazione delle cellule mesenchimali pluripotenti in cellule osteoprogenitrici.

Scarica il pdf

Scoperta di nuovi farmaci all’IIT di Morego Dr. Daniele Piomelli

 

L’unità Drug Discovery and Development dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova ha inaugurato i suoi modernissimi laboratori nei quali ricercatori provenienti da tutto il mondo lavorano alla ricerca di farmaci innovativi per il trattamento di malattie croniche quali il dolore neuropatico, le patologie infiammatorie ed il morbo di Alzheimer. L’istituto Italiano di Tecnologia è una Fondazione istituita congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dal Ministero dell’Economia e Finanze, con l’obiettivo di promuovere la ricerca scientifica di eccellenza in Italia.
L’IIT si articola in una sede centrale, situata a Genova, ed un network di laboratori ospitati presso diverse università e prestigiosi istituti di ricerca italiani. Nato con l’intento di diventare un centro di ricerca a livello internazionale, capace di attrarre ricercatori e studenti di talento da tutto il mondo, in pochi anni l’IIT ha realizzato il suo obiettivo ed oggi è una realtà dinamica ed in continua espansione nella quale lavorano più di 600 ricercatori provenienti da 38 paesi.
Tra questi, molti sono gli italiani rientrati dopo diversi anni di permanenza all’estero. Le aree di ricerca attive si raggruppano in sette piattaforme tecnologiche tra le quali figurano la robotica, i materiali “intelligenti”, le tecnologie computazionali e le neuroscienze. A queste si è aggiunta l’unità di ricerca e sviluppo farmaci, Drug Discovery and Development (D3), ufficialmente inaugurata lo scorso 9 aprile presso la sede di Genova con il convegno PhamaFuture 2010. Drug Discovery and Development L’unità D3 è guidata dal prof. Daniele Piomelli, farmacologo di fama mondiale proveniente dall’Università della California ad Irvine.
La sua missione consiste nello scoprire farmaci che agiscano con meccanismi d’azione innovativi e che possano pertanto costituire un trattamento efficace per malattie croniche largamente diffuse, quali il dolore neuropatico, le patologie infiammatorie e le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer. Le idee chiave che hanno ispirato la nascita del D3 e che ne guidano l’attività sono essenzialmente tre:
1) è importante orientare la ricerca verso farmaci veramente innovativi;
2) è possibile scoprire nuovi farmaci al di fuori della grande industria;
3) la cooperazione tra la ricerca in ambito pubblico e quella nel privato è essenziale per il successo nella realizzazione di nuovi farmaci.
La possibilità di disporre di farmaci innovativi è sempre più sentita, soprattutto per il trattamento delle malattie croniche, la cui incidenza è in constante aumento a seguito dell’invecchiamento della popolazione.
La ricerca in ambito industriale è spesso orientata verso progetti a basso rischio, che mirano ad identificare farmaci con profilo simile o leggermente migliore a quelli già presenti sul mercato. Le linee di ricerca che hanno la potenzialità di condurre a farmaci che agiscano con meccanismi d’azione nuovi sono poco perseguite a causa degli alti rischi di insuccesso.
Il D3, essendo una realtà non orientata al profitto, può invece focalizzare la sua ricerca su progetti ad alto rischio e con la potenzialità di portare all’identificazione di farmaci veramente innovativi. La scoperta di nuovi farmaci al di fuori della grande industria potrebbe sembrare una missione molto ardua, se non impossibile. Tuttavia, un’analisi dettagliata dei farmaci attualmente in commercio negli Stati Uniti ha Salute 12 diagnosi & terapia 05/10 spazio-salute.it mostrato che circa la metà di essi sono stati scoperti in laboratori accademici.
Questo testimonia l’importanza di un ambiente di ricerca in cui la creatività scientifica si possa esprimere al meglio. Nel D3 la creatività propria del mondo accademico viene coniugata con la cultura orientata al risultato, tipica del mondo della ricerca industriale. Il reclutamento di ricercatori di grande esperienza provenienti sia dall’accademia sia dall’industria crea un ambiente particolarmente favorevole alla scoperta di nuovi farmaci. Per realizzare la sua missione, il D3 dispone di 2.000 m2 di laboratori ultramoderni, realizzati secondo i più elevati standard di sicurezza, flessibilità e sostenibilità energetica. I laboratori sono attrezzati con strumentazione d’avanguardia, tra cui anche un sistema robotizzato per lo stoccaggio ed il processamento di una collezione di circa 50.000 composti chimici da utilizzare nella ricerca di nuovi farmaci. Il design dei laboratori è stato finalizzato a realizzare una struttura in grado di facilitare l’interazione tra scienziati che lavorano in discipline diverse.
All’interno del D3 sono state attivate tutte le funzioni necessarie per un processo efficiente di scoperta di nuovi farmaci:
- la Chimica Computazionale, che sviluppa ed applica sofisticate procedure di calcolo per predire l’interazione di composti con i bersagli molecolari oggetto di ricerca;
- la Chimica Medicinale, che si occupa del disegno e della sintesi di nuove molecole a potenziale attività biologica;
- la Chimica Analitica e Bioanalitica, che analizza i composti sintetizzati dai chimici medicinali e provvede all’identificazione e validazione di biomarcatori che possono contribuire allo diagnosi di malattie e allo sviluppo clinico di nuovi farmaci;
- la Biofisica Strutturale, che studia l’interazione di potenziali farmaci con i bersagli molecolari attraverso la spettroscopia di risonanza magnetica nucleare, la cristallografia a raggi X, e la microcalorimetria;
- la Famacologia, che saggia i potenziali farmaci in modelli cellulari ed animali e studia nuovi bersagli molecolari per curare le malattie croniche.
A regime, nei laboratori del D3 lavorerà uno staff internazionale di oltre 70 ricercatori. Le molecole frutto della ricerca del D3 progrediranno fino agli studi clinici, per testarne l’efficacia nell’uomo, attraverso la collaborazione con aziende farmaceutiche o mediante la creazione di spin-off finanziate da agenzie di venture capital. La partnership con aziende sarà importante per assicurare le competenze e le risorse finanziarie per intraprendere e portare a completamento i lunghi e costosi studi clinici necessari per portare un farmaco sul mercato. Maggiori informazioni sull’Istituto Italiano di Tecnologia e sull’unità di ricerca Drug Discovery and Development sono disponibili al sito www.iit.it.

Scarica il pdf