Endometriosi: un puzzle da ricomporre
Autore: Dr.ssa Iside Fontana
Vicepresidente
dell’Associazione Italiana
Endometriosi Onlus
1. Che cos’è l’endometriosi?
Si parla di endometriosi quando il
tessuto che normalmente riveste la
cavità dell'utero (endometrio) viene a
trovarsi su altri organi.
2. Quali organi e tessuti possono
essere coinvolti?
Potenzialmente tutti, anche se il tessuto
endometriosico cosiddetto ectopico
(letteralmente, fuori posto) più
frequentemente si trova su ovaie,
tube, legamenti utero-sacrali, setto
retto-vaginale, peritoneo, vescica, intestino,
ureteri (i canali che dai reni
arrivano in vescica), ombelico, cicatrici
di interventi precedenti, genitali
esterni, talvolta anche arti e polmoni.
3. Come fanno le cellule dell’endometrio
a raggiungere gli altri distretti del
corpo?
La patogenesi dell’endometriosi non è nota, cioè non si conoscono esattamente
le modalità con cui la malattia
si instaura. Sono state formulate
varie teorie, ma nessuna riesce a
spiegare tutti i casi clinici.
Attualmente la più accreditata pare essere quella che fa riferimento al
fenomeno della mestruazione retrograda.
Secondo questa teoria, una piccola
quota di sangue e di cellule frammiste,
durante il flusso mestruale, anziché
fuoriuscire all’esterno tramite il
canale vaginale, migra in senso inverso
risalendo le tube e arrivando nell'addome
dove si deposita sugli organi
in esso presenti e lì vi cresce.
Secondo alcuni esperti la migrazione
retrograda è presente nella stragrande
maggioranza delle donne e non
provoca alcun danno perché i sistemi
di “pulizia” eliminano i residui giunti
dall’utero. Invece nelle donne affette
da endometriosi probabilmente un
difetto immunitario e/o ormonale permette
a questo tessuto di radicarsi e
di crescere sotto l’influsso degli
estrogeni.
Come giustificare i casi di endometriosi
in zone lontane dall’addome?
L’endometriosi polmonare o agli arti è
una situazione più rara ma certo non
si può ignorare.
In effetti occorre fare ricorso anche
ad altre teorie, ad esempio alla teoria
metastatica in base alla quale il tessuto
endometriale si distribuirebbe
alle altre aree del corpo per mezzo
del sistema linfatico e/o sanguigno.
La teoria metaplastica, invece, prevede
la possibilità che alcuni tessuti presenti nel nostro corpo si modifichino
trasformandosi in tessuto endometriosico.
4. Quali sono i sintomi causati dall’endometriosi?
Alcune donne (circa il 20-25%) non
hanno alcun sintomo.
La maggior parte delle donne affette
da questa malattia, però, presenta
sintomi che si possono distinguere in
due grandi gruppi: il dolore (secondo
una scala di intensità molto variabile)
e l’infertilità/sterilità.
Il dolore può assumere diverse
forme:
dolore prima e durante le mestruazioni
(dismenorrea);
dolore pelvico cronico;
dolore pelvico periovulatorio;
dolore durante e dopo i rapporti sessuali
(dispareunia);
dolori durante la defecazione e/o la
minzione;
dolore nella regione lombare;
diarrea e/o stitichezza;
sangue nelle feci;
sangue nelle urine;
gonfiore addominale;
nausea;
affaticamento cronico;
cefalea.
Purtroppo non si tratta di sintomi specifici,
dato che sono condivisi con
altre patologie anche non di tipo ginecologico. Per questo occorre rivolgersi
ad un medico esperto che sappia
valutare correttamente tutti i parametri
a sua disposizione per giungere ad
una diagnosi esatta in tempi brevi.
5. Come fa il medico ad arrivare ad
una diagnosi di endometriosi?
Oltre alla visita ginecologica (che
dovrebbe sempre avvenire anche per
via rettale), lo specialista raccoglie
accuratamente i dati anamnestici,
ascoltando la descrizione dei sintomi.
La donna è invitata a raccontare tutti
i segni sospetti, non soltanto dolori
insoliti o sensazioni nuove, ma anche
quei segnali che l’abitudine e i pregiudizi
intorno ai dolori legati al ciclo
mestruale ci fanno imparare a considerare
normali. Potranno essere prescritte
alcune indagini strumentali:
l’ecografia pelvica e la risonanza
magnetica (RMN) per individuare cisti
ovariche, adenomiosi (cioè endometriosi
all’interno del miometrio, nello
spessore della parete uterina), placche
o noduli endometriosici; l’ecografia
dell’addome superiore e inferiore
per evidenziare la stenosi (restringimento
del lume) ureterale con conseguente
sofferenza renale o l’endometriosi
epatica; il clisma opaco o l’ecoendoscopia
del colon per ricercare l’endometriosi del grosso intestino.
Può inoltre aiutare il test di alcuni
marcatori nel sangue come il CA125.
Certo, nessuna di queste analisi può
dare una diagnosi sicura di endometriosi:
occorre infatti l’esame istologico
del tessuto prelevato durante l’intervento
chirurgico. In ogni caso, il
ginecologo esperto può avanzare un’ipotesi
diagnostica molto accurata
anche senza la biopsia.
L’endometriosi è una malattia che
facilmente coinvolge molto più che
l’apparato genitale. Sarebbe bene
rivolgersi a ginecologi esperti in centri
in cui si lavora in équipe con altri specialisti
ad esempio il chirurgo addominale,
il gastroenterologo, l’urologo, il
radiologo o, di volta in volta, il professionista
che si occupa del distretto
corporeo in cui il tessuto endometriosico
si è collocato.
6. Si guarisce dall’endometriosi?
In base alle conoscenze scientifiche
odierne, l’endometriosi è una malattia
cronica dato che non esiste un trattamento
terapeutico capace di eliminarla
definitivamente. Occorre pertanto
tenerla sotto controllo medico per
monitorarne una eventuale evoluzione
e così prevenire danni più ampi.
Si può però tentare di agire sui sintomi
per contenerli il più possibile
offrendo alla donna una migliore qualità
di vita. A questo riguardo, i farmaci
e la chirurgia ci vengono incontro.
7. Si può fare una prevenzione rispetto
a questa malattia?
Non si può fare una prevenzione in
senso stretto, la cosidetta prevenzione
primaria. Infatti non si conoscono
esattamente le cause che determinano
l’endometriosi, perciò non si possono
selezionare fattori e comportamenti
che, evitati o messi in atto,
possano far salire significativamente
la probabilità di non ammalarsi.
È possibile però fare una prevenzione
secondaria, cioè arrivare ad una diagnosi
precoce in modo da poter controllare
lo sviluppo della patologia
prima che produca eventuali danni
maggiori.
8. Quali farmaci per arginare i sintomi
dell’endometriosi?
Innanzitutto si può tentare di arginare
il dolore assumendo farmaci
come i comuni antinfiammatori non
steroidei (FANS) che, però, in alcuni
casi hanno un effetto limitato e non
sufficiente a ridurre in modo soddisfacente
il dolore.
Si possono, allora, adottare terapie su base ormonale: una possibilità è
offerta dai progestinici (molecole sintetiche
simili al progesterone naturale)
per il loro effetto ipoestrogenico.
Infatti il tessuto endometriosico
ectopico è sensibile alla presenza
degli estrogeni, perciò mantenere
basso il livello di estrogeni nel sangue è la strategia alla base delle
terapie ormonali.
Talvolta però, si preferiscono le combinazioni
dei progestinici con gli
estrogeni (pillola) per limitare gli effetti
collaterali negativi nel rispetto di
una concentrazione estrogenica
costante intorno ai 50 pg/ml, valore
di sicurezza per l’endometriosi.
Un’altra opzione terapeutica è data
dai GnRH-analoghi, molecole analoghe
agli ormoni ipotalamici che, come
ultimo effetto, hanno la non stimolazione
delle ovaie causando perciò
una minor produzione di estrogeni.
Questo determina uno stato simile
alla menopausa con tutti gli effetti
collaterali del caso, riprodotti però in
un tempo in cui la donna dovrebbe
essere pienamente fertile. Proprio a
causa dei pesanti effetti collaterali,
questo tipo di terapia può essere
applicato soltanto per tempi limitati.
9. Qualche notizia in più sull’utilizzo
dei farmaci
Ci aiuta a questo proposito un esperto,
il prof. Paolo Vercellini, Direttore
del Servizio di Chirurgia Ginecologica
Benigna presso il Dipartimento di
Ginecologia ed Ostetricia
dell’Università di Milano.
Prof. Vercellini, nell’approccio terapeutico
all’endometriosi, chirurgia e farmaci
sono in competizione tra loro?
“L’idea che mi sono fatto in questi
anni è che l’intervento chirurgico sia
qualcosa di estremamente prezioso
che debba essere lesinato e giocato
al momento opportuno, preferibilmente
singolarmente nella vita riproduttiva
di una donna. Infatti, rioperando, si ottengono dei risultati tendenzialmente
sempre meno soddisfacenti e si
aumenta il rischio di complicazioni. Di
conseguenza il trattamento medico,
per come vedo io le cose, è una
modalità per migliorare la qualità
della vita e per raggiungere non tutti,
ma certamente alcuni degli obiettivi
che noi ci poniamo nella gestione a
lungo termine della malata con endometriosi.
Infatti, quando si parla di trattamento
chirurgico dell’endometriosi, bisogna
anche dire che questo deve essere
seguito da anni di assunzione di pillola;
quindi l’alternativa è fra una laparoscopia
e poi anni di pillola oppure
solo anni di pillola. Questo è il reale
confronto tra il trattamento medico e
quello chirurgico”.
Cosa ci dobbiamo aspettare da un
trattamento farmacologico?
“Dobbiamo avere ben chiaro che il
trattamento medico è sintomatico,
cioè non è curativo: la malattia non
può essere curata dai farmaci ma
con il trattamento medico noi miglioriamo
la qualità della vita.
Ovviamente questo è proponibile
nelle donne che non cercano una gravidanza
perché tutti i farmaci che
abbiamo a disposizione inibiscono l’ovulazione. È stato anche dimostrato
che il trattamento medico non migliora
la prognosi riproduttiva della malata
infertile: a quello dovrà pensare o
la chirurgia o la fecondazione assistita.
Il trattamento medico deve essere
a lungo termine e attualmente gli
unici farmaci che possano essere
usati per lunghi periodi da una
paziente con endometriosi sono o la
pillola o i progestinici, con eccezioni
che devono rimanere tali”.
Il trattamento medico può mettere al
riparo da successive recidive?
“Secondo un nostro recentissimo studio,
che ha coinvolto pazienti operate
per cisti endometriosiche dell’ovaio
che nel periodo post-chirurgico hanno
preso la pillola per anni o che nonhanno preso la pillola, abbiamo visto
che, mentre la probabilità di recidiva
delle cisti endometriosiche è di alcune
unità percentuali nel gruppo trattato
con pillola, nel gruppo senza pillola
il rischio è circa del 50% in tre anni”.
L’endometriosi retto-vaginale è spesso
considerata dai professionisti
appannaggio della chirurgia. Cosa ne
pensa?
“Molti ‘esperti’ vi diranno che l’endometriosi
retto-vaginale non risponde
al trattamento medico, ma questo è
falso. Recentemente sono stati pubblicati
su una rivista di settore, i risultati
di una ricerca da noi effettuata in
cui si sono comparati gli effetti dell’uso
per un anno di una combinazione
estroprogestinica, sostanzialmente
una pillola, assunta continuativamente,
con la somministrazione di un
semplice progestinico. Risultato: con
entrambi i trattamenti vi è stata
un’immediata riduzione non soltanto
della dismenorrea, ma anche dei
dolori cosiddetti organici, cioè della
dispareunia profonda e della dischezia
(dolore all’evacuazione intestinale).
In particolare, tre donne su quattro
in cura con il progestinico si sono
dichiarate soddisfatte o molto soddisfatte
del trattamento”.
Talvolta la pillola o il progestinico
vengono prescritti nella formula 21
giorni di somministrazione più 7 di
sospensione, talvolta invece nella
formula della somministrazione continuata
senza sospensione. Può
spiegarci la differenza delle due
posologie in riferimento al trattamento
dell’endometriosi?
“L’intervallo di 7 giorni è stato regalato
alle donne dalla divisione marketing
delle case farmaceutiche a puro
scopo psicologico, ma non c’è alcun
razionale biologico per un sanguinamento
mensile che, peraltro, non è
una normale mestruazione; in particolare
poi quando questo sanguinamento
crea problemi non c’è nessuna
ragione di averlo.
Se l’endometriosi viene dalla
mestruazione, è ovvio che, nel
momento in cui aumenta il numero di
mestruazioni e di ovulazioni, il rischio
di malattia aumenta. Molti studi indicano
che l’amenorrea [assenza di
mestruazione NdR] spesso è più salutare
dell’alternativa e che ci sono
malattie causate direttamente dalle
mestruazioni, come l’endometriosi,
che diminuirebbero con l’amenorrea.
Dobbiamo perciò considerare la
mestruazione come un fenomeno
fisiologico, ma non necessariamente
desiderabile”.
10. La chirurgia, l’altro versante del
trattamento dell’endometriosi
L’intervento chirurgico, ormai attuato
quasi esclusivamente in laparoscopia,
oltre a permettere la diagnosi
certa di endometriosi mediante l’analisi
del tessuto prelevato, consente di
asportare cisti, noduli o altre formazioni
prodotte dall’estendersi della malattia nei vari distretti del corpo.
Naturalmente, l’approccio è conservativo
rispetto agli organi genitali interni
in riferimento sia alle attese di maternità
della donna sia alle molteplici
ricadute positive che gli ormoni sessuali
hanno sulla salute in generale.
La laparoscopia
È una tecnica chirurgica relativamente
poco invasiva che prevede tre o quattro
piccoli buchi, uno a livello dell’ombelico,
uno a livello dell’attaccatura
dei peli pubici e uno o due laterali;
attraverso questi piccoli fori viene
inserito uno strumento a fibre ottiche
che permette di vedere, ingrandita su
un monitor, la cavità peritoneale.
Affinché il chirurgo possa lavorare
agevolmente, è necessario che sia
insufflata dell’anidride carbonica, un
gas che tiene disteso l’addome e permette
una migliore esplorazione degli
organi.
11. Quando l’intervento chirurgico
diventa indispensabile?
“L’atto chirurgico è tutt’altro che
scontato” esordisce il dott. Luca
Minelli, Direttore del reparto di
Ginecologia dell’Ospedale “Sacro
Cuore” di Negrar-Verona, cui ci siamo
rivolti in qualità di esperto.
In base a quali dati preliminari, il chirurgo giunge a suggerire la necessità
di un intervento?
Innanzitutto, occorre prestare attenzione
alla storia della paziente, considerare
gli atti operatori precedenti ed
una eventuale terapia medica già
effettuata valutando il tipo di risposta
e verificando la quantità del dolore.
La visita ginecologica è molto importante
per valutare l’estensione della
malattia, mentre i marker ematici
sono poco rilevanti e perciò la loro
quantificazione non è indispensabile.
L’endometriosi, ma soprattutto l’atto
chirurgico sulle cisti ovariche, peggiora
il patrimonio follicolare. È quindi
importante conoscere il livello
dell’FSH: se ha valori alti, potrebbe
far ridiscutere l’opportunità dell’atto
chirurgico.
L’ecografia dell’addome superiore e
inferiore permette di valutare lo stato
di reni ed ureteri. La dilatazione di un
rene e/o di un uretere implica la
necessità quasi assoluta dell’atto chirurgico
perché c’è il rischio di perdere
l’organo in questione. Urografia o
uroRMN e, se c’è una grave sofferenza
renale, una scintigrafia saranno
utili per un approfondimento diagnostico.
L’altro aspetto da considerare, dal
punto di vista chirurgico, è l’invasione
del retto in relazione al grado della
stenosi, valutabile in seguito a clisma
opaco o a ecoendoscopia. Quando si
riscontra uno stato subocclusivo, cioè
con una stenosi superiore al 60%,
non intervenire potrebbe essere
molto rischioso; con una stenosi
dell’80%, l’intervento è quasi obbligatorio.
Dopo aver studiato questi dati, bisogna
prendere insieme alla paziente
una decisione non semplice dato che
conosciamo molto poco dell’evoluzione
di questa malattia, di cosa succederà se facciamo una scelta piuttosto
che un’altra”.
Quali sono le indicazioni all’intervento?
“La chirurgia è assolutamente indispensabile
quando: la donna sta perdendo
un rene, c’è una grave occlusione
intestinale, la terapia medica
ha fallito, si ritiene che l’atto chirurgico
sia un intervento semplice, cioè
nel caso in cui l’intestino non sia
coinvolto e ci siano pochi rischi di
complicanze”.
Se non è indispensabile l’atto chirurgico
e se non c’è un problema di sterilità,
la terapia medica deve essere
messa in primo piano.
La chirurgia è invece controindicata
quando: non c’è dolore, non ci sono
grosse masse ovariche, la terapia
medica funziona, è troppo pericoloso
operare perché è pesantemente invasa
la vescica fino a interessare il trigono
(il triangolo tra gli ureteri e l’uretra)
oppure i nervi sono pesantemente
presi dall’endometriosi con rischi
molto alti di complicanze.
Se si evidenziano nuove lesioni endometriosiche,
occorre necessariamente
intervenire di nuovo?
“Se la paziente sta bene, se sessualmente
non ha problemi, se i sintomi
presentati prima dell’intervento precedente
non ci sono più nonostante l’individuazione
di nuove aree endometriosiche,
l’indicazione è di non rioperare”.
12. Il dolore nella mente e nel corpo
Per comprendere meglio cosa accade
quando proviamo dolore, ci siamo
rivolti alla prof.ssa Alessandra
Graziottin, Direttore del Centro di
Ginecologia e Sessuologia medica
dell’Ospedale San Raffaele-Resnati di
Milano.
Prof.ssa Graziottin, che cos’è il
dolore?
“Normalmente il dolore è nocicettivo, è cioè un dolore ‘amico’ che avvisa
della presenza di un danno in corso
che dovremmo rimuovere. Quando
però abbiamo un’infiammazione cronica – e nella definizione internazionale
il dolore è detto cronico quando dura
più di 6 mesi – il dolore vira da nocicettivo
a neuropatico, diventa cioè
una malattia in sé e questo si realizza
attraverso meccanismi biologici
ben precisi. Le fibre che veicolano il
segnale del dolore normalmente sono
attive solo in minima parte, ma vengono
reclutate in modo massivo quando
il dolore e l’infiammazione si cronicizzano
e coinvolgono più organi”.
Nelle sue ricerche, particolare attenzione è riservata al mastocita. Ci può spiegare la funzione di questa cellula?
“Il mastocita è una cellula mediatrice
della risposta infiammatoria, il grande
regista non solo della risposta immunitaria
ma anche della risposta al
dolore. Questa cellula è piena di
‘vescicole’ ciascuna contenente
sostanze dell’infiammazione. Il
mastocita degranula più facilmente in
determinate circostanze: per esempio,
quando esista un danno meccanico,
fisico, chimico o infettivo (batterico,
virale o protozoario), liberando il
suo contenuto nei tessuti, in diverse
zone del corpo. A questo conseguono
i segni tipici dell'infiammazione: il
rossore, il gonfiore, il bruciore, il dolore
e il danno funzionale”.
Ciò significa che dolori e condizioni di
malattia apparentemente lontani possono
in realtà essere correlati?
“Il mastocità è il responsabile della
comorbidità cioè della contemporanea
presenza di più patologie.
Un esempio è dato dall’associazione
tra intolleranze alimentari, cefalea ed
endometriosi.
Alcuni studi dicono che correggere le
intolleranze alimentari riduce il dolore
come ad esempio la cefalea: nel
momento in cui mangiamo qualcosa
a cui siamo allergici, il mastocita, irritato,
libera nei tessuti tutte le sostanze
dell’infiammazione. Questa cellula
produce, tra il resto, NGF (Nerve
Growth Factor, il fattore di crescita dei
nervi), in grado di far proliferare le terminazioni
nervose del dolore. Quando
si ha una stimolazione infiammatoria
cronica da allergia, perciò, aumenta
anche la vulnerabilità al dolore.
Nell’endometriosi, lo sfaldarsi delle
cellule endometriali crea uno stato
infiammatorio cronico che irrita il tessuto
circostante all’isola endometriosica
ed è poi responsabile della modificazione
del quadro del dolore. Il sistema immunitario infatti interconnette
organi molto diversi e ciò fa sì
che quando il sistema è in allarme,
vadano in allarme molti organi. Si sta
addirittura osservando che gli attacchi
di panico sono più frequenti nelle
donne che hanno dolore cronico.
Recentemente è stato dimostrato che
lo stato psichico non solo può
influenzare la percezione del dolore,
ma addirittura può aumentare i
segnali che causano lesioni delle terminazioni
nervose in periferia: si è
infatti visto che, ad esempio, quando
una persona è sotto stress, il cervello
invia segnali di degranulazione del
mastocita, perché aumentano le sue
emozioni, che viaggiano per via retrograda
lungo le fibre nervose sensoriali,
peggiorando lo stato infiammatorio
nell'organo malato e perciò il dolore”.
Quindi le donne affette da endometriosi,
alle quali viene diagnosticato
un dolore immaginario attribuito
esclusivamente ad una scarsa capacità
di sopportazione, in realtà
hanno fondatissimi motivi per sentire
dolore?
“La cosa peggiore è ritenere che il
dolore le donne lo abbiano in testa,
mentre il dolore ha solidissime cause
mediche Tante nuove scoperte ci
stanno facendo capire meglio la
verità biologica del dolore e come ci
sia un dialogo strettissimo tra la
nostra psiche e il dolore: il dolore
influenza la psiche e la psiche
influenza il dolore”.
13. Quale ruolo può giocare l’alimentazione
sui sintomi dell’endometriosi?
Lo abbiamo chiesto alla dr.ssa Dian
Mills, consulente nutrizionale di grande
esperienza, membro del Consiglio
Direttivo SHE Trust UK e del Comitato
Scientifico dell’international
Endometriosis Association.
Dr.ssa Mills, quali sono i piatti che
dobbiamo portare in tavola come
nostri alleati contro il dolore e l’infertilità?
“I pasti più salutari sono quelli a
base di verdure di ogni tipo (a foglia
verde scuro, verdure rosse, radici,
tuberi, legumi), frutta fresca e cruda,
frutti di bosco, pesci di alto mare,
carne magra, latticini vari di capra,
pecora, bufala e bevande di soia,
riso, avena, mandorla, carboidrati provenienti
da segale, orzo, avena, riso,
mais, grano saraceno, miglio, tapioca,
maranta, facendo attenzione a non
eccedere con il grano. Nei condimenti
preferire gli oli non raffinati, non idrogenati,
spremuti a freddo, ad esempio
l’olio extravergine d’oliva”.
Quali i cibi meno indicati?
“Carni e latticini vaccini sono da
assumersi in quantità moderate.
Importante poi non eccedere in zucchero
raffinato”.
È facile desumere che l’intestino rivesta
un ruolo chiave nell’aiutarci a
tenere sotto controllo il dolore dell’endometriosi.
“In effetti, una delle nostre prime
preoccupazioni dovrebbe essere quella
di tenere l’intestino e la digestione
in ottimo funzionamento. La flora intestinale
interviene nella produzione
delle vitamine del gruppo B essenziali
al funzionamento delle membrane
intestinali permettendo la produzione
dell’80% delle immunoglobuline (proteine
necessarie al sistema immunitario
per combattere le infezioni.)”.
Quali abitudini alimentari e stili di vita
possono aiutare le donne affette da
endometriosi?
“Fare regolarmente tre pasti al giorno,
mangiando con calma, ed aggiungere
due spuntini durante la giornata;
comprare frequentemente la frutta e
la verdura evitando giacenze che farebbero diminuire il contenuto vitaminico
dei cibi; scegliere cibi biologici
e freschi; camminare all’aria aperta,
alla luce del sole, per favorire l’assorbimento
dello zinco; bere molta
acqua, filtrata o minerale”.
14. Quando l’endometriosi screpola
un sogno
Abbiamo incontrato Paola Strocchio,
una socia speciale dell’Associazione
Italiana Endometriosi Onlus.
Paola, tu hai provato entrambi i gruppi
sintomatici dell’endometriosi, il
dolore fisico e l’infertilità.
“Sì, in effetti la mia vita è stata
segnata da questi due fattori. Dopo
tanta sofferenza fisica, sono arrivata
alla scelta dell’isterectomia per
migliorare la qualità della mia vita
che era messa a dura prova dagli
attacchi del dolore”.
L’isterectomia è una scelta radicale,non frequente nel trattamento chirurgico
della malattia, che ti ha lasciato “un vuoto”.
“Infatti il mio problema era anche di
adenomiosi. L’asportazione dell’utero,
che era l’unica possibilità per tentare
di alleviare l’algia, ha significato
dover rinunciare alla maternità biologica.
Mio marito ed io però desideravamo
un figlio molto intensanente e
perdere la possibilità di generare mi
ha fatto sperimentare un vuoto così
profondo da diventare un libro, “Il
vuoto dentro” (Bradipolibri). Questo
libro è stato per me una modalità di
elaborazione del lutto per prendere la
giusta distanza da questo evento. Ho
voluto scrivere tutte le mie emozioni
e i miei sentimenti, anche quelli che
normalmente, per pudore, non mettiamo
in mostra, ma che comunque,
consapevolmente o no, albergano in
ciascuno di noi”.
Il libro è effettivamente molto forte ma con un potere identificativo altrettanto
forte. Il tuo poi non è stato soltanto
un desiderio di guarire dal tuo
vuoto, ma hai voluto condividere con
altre donne la possibilità di un riscatto:
infatti hai scelto di donare i tuoi
proventi ricavati dalla vendita del libro
all’Associazione Italiana Endometriosi
Onlus.
“Dopo aver scritto il libro mi sono
resa conto di essere già molto diversa
dalla donna descritta in quelle
pagine. Avevo nel frattempo fatto un
cammino personale verso la cicatrizzazione
delle mie ferite, non soltanto
quelle chirurgiche. Un giorno, navigando
in Internet, mi sono imbattuta nel
sito dell’AIE Onlus. Ho subito avuto la
sensazione di un’associazione seria,
dalla parte delle donne affette da
endometriosi e così ho deciso: volevo
mettere a disposizione di altre donne
come me la possibilità di condividere
il turbine di sentimenti che una malattia
come questa solleva in noi”.
15. Le donne affette da endometriosi
si riuniscono per lottare insieme
L’Associazione Italiana Endometriosi
Onlus è l’unica associazione italiana
costituita e gestita interamente da
donne affette da endometriosi che
dal 1999 si occupa di fornire sostegno
alle donne affette da questa patologia e di diffondere informazioni
corrette e complete sulla malattia,
non solo tra il pubblico in generale,
ma anche tra i professionisti della
salute, per rendere tutti più consapevoli
di cosa significhi avere la vita
condizionata dall’endometriosi.
Pertanto, chiunque senta sintomi che
danno da pensare o abbia qualche
sospetto, può visitare il sito Internet
www.endoassoc.it e potrà scoprire
tutte le attività dell’AIE Onlus, le sedi
dei suoi gruppi di auto-aiuto, i convegni
e gli appuntamenti di approfondimento
delle tematiche legate all’endometriosi.