Figli in provetta: come e perchè

Rossella BARTOLUCCI
Presidente Sos Infertilità Onlus
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Il 16 febbraio, allo Spazio Guicciardini di Milano, si è svolto il Convegno "Cosa non si fa per i figli: i viaggi per la provetta. Quanti, dove e perchè." Tra i relatori Nicoletta Vigorelli, Responsabile delle Politiche di Genere della Provincia di Milano,
Rossella Bartolucci, Presidente Sos Infertilità Onlus, Conrad Engler, segretario della Fertility Europe, Organizzazione europea di pazienti infertili.
Moderatrici: Chiara Valentini, L’Espresso (autrice di “La fecondazione proibita”) e Lisa
Corva, scrittrice (“Confessioni di un’aspirante madre” e “Glam Cheap”) e giornalista, entrambe esperte della tematica.
Affrontando il tema delle migrazioni “procreative” da una irrinunciabile prospettiva Europea, Engler ha detto: “noi vogliamo mostrare come l’estrema disparità delle Legislazioni in materia di procreazione assistita nei vari Paesi Europei, da Leggi liberali
come quella spagnola e inglese a leggi fortemente restrittive come quella italiana, seguita a ruota dalla svizzera e dalla tedesca, dia origine all’incremento del cosiddetto “turismo procreativo” attraverso l’Europa, con un forte impatto negativo sulle coppie infertili coinvolte e su donatori/donatrici di gameti dei paesi più poveri, meta essi stessi, sempre più gettonata per i prezzi bassi, della “migrazione”, termine saggiamente suggerito
da Emanuele Levi Setti, di aspiranti genitori.”
Elisabetta Chelo del Centro Medico Cerva di Milano, ha sottolineato, con giusta e amara ironia, che nessuno parlerebbe di “turismo cardiologico” o “turismo ortopedico” per chi va all’estero a farsi operare al cuore o al ginocchio mentre si accetta supinamente
questa triste definizione di “turismo procreativo” per chi, obbligato da una Legge, va a curarsi l’infertilità.
La Chelo ha raccontato delle 470 coppie passate dal suo centro e dal Centro Demetra di Firenze poi “migrate” oltrefrontiera: 193 per accedere alla donazione di ovociti, per infertilità femminile, 101 per donazione di seme, in casi gravissimi di infertilità
maschile, 164 per fecondazione assistita omologa con la speranza di aumentare le percentuali di successo grazie alla possibilità di fecondare tutti gli ovociti e congelare gli embrioni (in realtà, solo l’8,2% di queste coppie hanno avuto i loro embrioni crioconservati) e 12 per necessità di diagnosi preimpianto (nessuna di queste coppie ha avuto una gravidanza a termine).
Continuando l’affresco dei “viaggi perun figlio”, Andrea Borini, Tecnobios Bologna e Presidente dell’Osservatorio per il Turismo Procreativo, ha analizzato il fenomeno
partendo proprio dai Centri esteri che accolgono le coppie italiane, 21 quelli più significativi usati per la ricerca, che, se prima della Legge 40 vedevano 1315 aspiranti genitori del nostro paese in un anno, l’anno seguente all’applicazione della Legge
ne hanno visti 3610, il 200% in più.
Borini ha sottolineato la necessità da parte delle Associazioni di pazienti, di fare della corretta informazione sull’opportunità o meno di migrare e anche su, eventualmente, dove, aiutando chi soffre di infertilità a non cadere in situazioni all’apparenza
attraenti per prezzi bassi, liste d’attesa minime, comodità, scegliendo un centro, italiano o straniero, in base alle informazioni importanti: efficacia delle cure, percentuali reali di gravidanza.
Anche Sos Infertilità Onlus, nella relazione di Stefania Aulicino e Stefania Grandi, ha offerto la possibilità di riflettere su chi, come e perché va all’estero, presentando i dati preliminari di uno studio destinato all’ESHRE di Barcellona 2008, condotto tra pazienti, soci e utenti delle associazioni, attraverso la diffusione di un questionario fatta anche attraverso la linea verde-infertilità (800097999): l’83% di chi si reca all’estero, lo fa per le tecniche proibite dalla legge (teniche eterologhe e diagnosi preimpianto), mentre solo il
17% lo fa per migliorare i risultati delle tecniche omologhe. E, come da copione, l’81,8% di chi espatria non ha problemi economici contro un 18,2% che invece fa grossi sacrifici
per realizzare fuori Italia quel sacrosanto sogno di un figlio, come a dire che si è creata una grande disparità di trattamento tra ceti alti e ceti bassi. Da una lettura globale dei dati, si nota una confusione, una mancanza di corretta informazione sui reali
vantaggi della pma fatta all’estero, soprattutto da parte di quelli che hanno iniziato il percorso di fecondazione assistita dopo la Legge 40 e che quindi non ne comprendono compiutamente i limiti: si impone l’incremento di campagne informative come
quella che Sos Infertilità e Osservatorio Donna della Provincia di Milano lanceranno in primavera, in occasione del secondo compleanno della loro collaborazione.
Ma, chi va in Svizzera, Spagna, Grecia, Turchia a concepire un figlio, oltre ad indubbi danni economici, quali danni subisce? “Indubbiamente quelli psicologici”, ci rispondono Cristiana Dorsi, psicologa psicoterapeuta e Simona Capurso, psicologa, affermando che “in nome di una regolamentazione necessaria, sembra essere messa in secondo
piano la degnità di una donna e di un uomo di essere semplicemente genitori”, sottolineando poi il senso di clandestinità indotto da una legge troppo restrittiva nelle coppie che si trovano già in una condizione di imbarazzo e di sofferenza e che devono
oltretutto affrontare l’ingiusto peso di essere dei fuorilegge.
Questo Convegno ha voluto anche sfatare falsi miti, come quello del “con il progredire delle tecniche, l’infertilità maschile si cura sempre e non c’è più bisogno di donazione di
seme”.
Giovanni Beretta, andrologo, Centro Medico Cerva di Milano, ha affermato che c’è ancora spazio per la fecondazione con donatore, in quei casi di assenza totale di spermatozoi, anche dal testicolo (azoospermia non ostruttiva) in cui a volte si tentano fecondazioni in vitro con gli spermatidi (cellule del testicolo che si trasformeranno
in spermatozoo) rotondi o allungati (ROSI o ELSI): Beretta consiglia prudenza, perché, oltre alle bassissime percentuali di gravidanza che tali tecniche danno, ci sono studi che
mostrano come gli embrioni che ne derivano siano per il 70% affetti da aneuploidie. Quindi, conclude il dottore, “riserviamo la sperimentazione ai primati” e, in questi casi, pensiamo piuttosto alla donazione di seme per le coppie.
Direttamente dai paesi più gettonati dalle coppie Italiane, Marinella Rosselli, Centro Endomed, Bellinzona (CH) e Braulio Peramo, Clinica Tambre, Madrid (ES), hanno raccontato cosa succede da loro.
Rosselli ha esposto i dettagli della Legge Svizzera, tanto restrittiva da esigere il certificato di matrimonio dalle coppie che vogliono accedere alla procreazione assistita e da non
ammettere ovodonazione e diagnosi preimpianto: e tuttavia, si può crioconservare lo zigote e accedere al seme di donatore, e tanto è sufficiente per fare della Svizzera una meta di migrazione procreativa delle coppie del Nord Italia. Da dati statistici svizzeri,
sono il 17% delle coppie trattate a provenire da paesi diversi dalla Svizzera.
Peramo ha spiegato invece quando c’è bisogno di ricorrere all’ovodonazione:
in casi oncologici, in cui si siano dovute asportare le ovaie, in casi di endometriosi grave, in casi in cui l’aspirante madre abbia un’età in cui i suoi ovociti non sono più così
fertili; ci racconta poi del rispetto che portano alle donatrici che, in quanto
non malate esse stesse di infertilità, vengono trattate con stimolazioni ormonali blande, che non arrechino loro danno, in modo da far loro produrre un massimo di 8-10 ovociti.
Un punto di vista originale sull’argomento è stato portato da Paolo Emanuele Levi Setti, Istituto Clinico Humanitas, Rozzano (MI) che, corroborato dai corposi dati del Centro di
Medicina della Riproduzione da lui diretto, da una risposta al quesito “I pazienti che abbandonano la pma, lo fanno per andare all’estero?”. La sua risposta è non necessariamente, perché il fenomeno dell’abbandono, il cosiddetto drop out, esisteva anche prima della Legge 40, e per recarsi in un altro centro, italiano o straniero, e
per la fatica di accettare la frustrazione di ripetuti fallimenti, un fenomeno che riguarda il 29,9% delle coppie dopo il primo ciclo e il 43,8% dopo il terzo. Il messaggio che Levi Setti lancia ai pazienti, secondo lui non informati a dovere, è di essere coscienti
che non riuscire ai primi tentativi non significa non riuscire mai: dati ancora non pubblicati dell’Humanitas, mostrano che il tasso cumulativo di gravidanza reale dopo 6 cicli di fecondazione assistita è del 45%, tasso che sarebbe salito al 58% se tutte le
coppie avessero completato i 6 cicli invece di abbandonare.
E non ha abbandonato, ma è forzatamente “migrato” assieme alla moglie Sandra, Davide Sgroi, associazione Hera, coppia fertile ma ad alto rischio (1 su 4) di concepire un figlio affetto da Talassemia Major: e il viaggio,ahinoi, in Turchia (che l’Islam sia in questo
meno fondamentalista di noi?), per fare la diagnosi preimpianto, ha dato vita alla felicità più grande, la gravidanza, di cui Davide ci racconta con voce rotta dall’emozione.
In uno scoppiettante duetto, Guglielmo Ragusa, Ospedale San Paolo, Milano e Enza Brunetti, paziente, Sos Infertilità Onlus hanno attaccato e difeso Internet come fonte di
informazioni ai pazienti, con i suoi forum e le sue chat. Ragusa aha definito Internet novello oracolo cui si da più fiducia che al medico, pretendendo poi che il medico esegua quanto ordinato dall’esperto virtuale o dall’amica conosciuta in chat che ci è riuscita.
Brunetti di rimando ha sottolineato la grande utilità per i pazienti della libera informazione possibile solo in internet, in cui i pazienti si scambiano esperienze e opinioni, non sempre positive, su centri, medici, protocolli di cura e, soprattutto l’ineguagliabile empatia, mutua comprensione e consolazione che le infertili,
finalmente non più sole in mezzo ad un mondo ostile popolato di irraggiungibili pancioni esibiti e passeggini di tutti i modelli, si offrono l’un l’altra.
Naturalmente, un tale Convegno, non ha potuto non contenere una riflessione sull’atteggiamento delle Istituzioni verso questi temi e un’attenta spiegazione della Legge 40 stessa. Claudia Livi, Centro Demetra di Firenze ha mostrato come, prima
della Legge 40, la tematica, grazie alle Normative Regionali, al Codice di Autoregolamentazione Cecos e al Codice Deontologico FNOMcEO fosse in realtà ben normata e ben lontana dal “Far West” di cui calunniosamente si parlava.
Secondo Livi, è proprio dopo la Legge stessa che si è creata una situazione confusa, in cui i criteri organizzativi sono stati demandati alle Regioni che avrebbero dovuto emanarli entro 3 mesi, “ma chi ha controllato?”, - si chiede la Dottoressa-; in cui alcune Regioni hanno fornito limiti di età e di numero di cicli, per la pma fatta a carico del SSN e altre no, dando così vita ad un fenomeno di migrazione interregionale; in cui non è chiaro se i
farmaci induttori dell’ovulazione siano prescirivibili a carico del SSN anche per chi va all’estero (e perché no, poi? In fondo, la Nota 74 che ne regola la prescrizione richiede come condizione la diagnosi d’infertilità, non definisce il luogo di cura) e nemmeno
se i centri italiani siano autorizzati ad eseguire il monitoraggio dell’ovulazione a pazienti che effettueranno la pma in un centro estero, più o meno dichiaratamente.
E il fulcro di tutto questo, di queste migrazioni, di questi figli in meno, di questa confusione, la Legge 40 con tutti i ricorsi che ha generato, con la recente Sentenza del Tar del Lazio che ha annullato le Linee Guida, vere responsabili del divieto di Diagnosi
Preimpianto, sono state oggetto della chiara riflessione di Maria Paola Costantini, Avvocato, Cittadinanzattiva Toscana.
Costantini, soddisfatta per la suddetta Sentenza del Tar, che ha il grande merito di rimandare la Legge con l’Art. 14, che limita il numero di ovociti da fecondare e impone il numero di embrioni da trasferire, alla Corte Costituzionale, ne sottolinea un passaggio
fondamentale quello in cui “La sentenza affronta un punto che ha un suo interesse specifico: il contrasto esistente tra l’intento di favorire le gravidanze e la predisposizione di così tanti divieti e obblighi da far risultare inefficace la tecnica e soprattutto da produrre sulle donne e i nascituri rischi e danni rilevanti. Ciò in contrasto con l’art. 32 della Costituzione italiana che tutela la salute e con l’art. 3 sempre della Costituzione relativo al principio di uguaglianza. Nella legge, infatti, non si prendono in esame le differenti condizioni (età e situazione sanitaria) della donna che accede alle tecniche di fecondazione assistita imponendo al medico un comportamento uniforme che risulta anche in contraddizione con le regole deontologiche oltre che giuridiche.

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Tuteliamo la SALUTE dei MINORI

 

IPERATTIVITA’, DEPRESSIONE ED ALTRE MODERNE MALATTIE: LA SALUTE DEI MINORI ED IL
MARKETING DEL FARMACO. L’ESPERIENZA DI “GIU’ LE MANI DAI BAMBINI”®

Cos’è «Giù le Mani dai Bambini», sotto il profilo dei contenuti? Tante cose. Innanzitutto, è una scommessa azzardata e vinta. Quella di riunire intorno a un tavolo virtuale molte
realtà del mondo associativo e cooperativo, le quali presentavano caratteristiche di così elevata incompatibilità da far pensare impossibile anche solo qualunque tipo di comunicazione che non fosse squisitamente formale. Cosa può avere in comune un sindacato studentesco con una università riservata alla terza età? Un ospedale o una ASL con una associazione che fa della «non terapia farmacologia » la propria bandiera? Una
associazione di psichiatri con un gruppo che promuove l’uso delle medicine alternative? Un movimento cattolico conservatore con un movimento laico di estrema sinistra? Un
grande sindacato nazionale con un club di imprenditori e commercialisti?
«Giù le Mani dai Bambini» è tutto questo e molto altro ancora: un vero e proprio «comitato», «associazione di associazioni», composto da realtà molto differenti l’una dall’altra, e con scopi a volte divergenti, che si riuniscono permanentemente intorno a un tavolo e accettano di dedicare parte del proprio tempo, della propria
attenzione e delle proprie risorse a una missione percepita come comune. E se pensiamo che ad oggi «Giù le Mani dai Bambini» consorzia centoquaranta tra associazioni, grandi centrali associative, cooperative e altre realtà del terzo settore – un numero che continua senza sosta a crescere – ecco perché possiamo parlare di scommessa vinta. Ma la forma non può essere disgiunta dalla sostanza; e ciò è tanto più vero nel nostro caso
perché proprio su un tema così «sensibile » e concreto questi enti hanno trovato un punto d’incontro: la difesa del diritto alla salute dei minori, e dei bambini in particolare. I bambini e gli adolescenti come soggetti deboli ed esposti ad abusi, ma anche come
soggetti «forti» nella loro potenzialità, perché, se tutelati adeguatamente – con attenzione discreta ma puntuale, senza interferenze e senza la pretesa di imporre «modelli» – sono in grado, con il tempo, di dare il meglio di se stessi e di ripagarci di ogni
sforzo, foss’anche solo per il valore aggiunto in termini di energia e creatività che ognuno di loro ha la possibilità di conferire a questa nostra società adulta, un po’ spenta e,
spesso, a corto di idee.
Sappiamo, tuttavia, che «occuparsi d’infanzia» significa dire tutto e nello stesso tempo non dire nulla. Di qui, l’esigenza di lavorare per priorità: una cosa alla volta, possibilmente
ben fatta. Questo ci riporta immediatamente alla nostra Campagna (la «C» maiuscola è un nostro vezzo!), che ha visto la luce nell’ormai «lontano » ottobre 2003. I giornalisti nelle
varie conferenze stampa spesso domandano curiosi: «come è nata questa iniziativa?». La risposta vera, lasciando da parte l’agiografia, è una sola: a tavola. Sì, proprio così: durante un pranzo di tutto rispetto, chiacchierando con alcuni amici medici.
Uno di loro, rientrato da un tour per impegni professionali in USA, ci mise in guardia sulla situazione in America, dove oltre undici milioni di minori sono in cura con farmaci psicoattivi nel tentativo – spesso vano – di risolvere così i loro malesseri interiori.
Una cultura dell’ipermedicalizzazione tutta americana, quella che riduce ogni disagio a un problema di origine organica: il famigerato DSM ( Diagnostic and Statistic Manual, la
bibbia di una certa psichiatria), che pure ha avuto il merito di codificare dai deserti africani alle cime dell’Himalaya un linguaggio clinico comune, confeziona una sindrome
per ogni occasione. Tutto è suscettibile di diventare malattia psichiatrica: dall’insonnia, che invece può avere precise cause organiche nell’apparato respiratorio – e che così vengono trascurate –, al timore di perdere la metropolitana (sindrome da ansia del
metrò!), passando attraverso la timidezza, una volta considerata un lato del carattere e oggi ridotta dai moderni stregoni a patologia, da curare – guarda caso – anche con
terapia farmacologica, mentre addirittura alcune università sperperano soldi pubblici per cercare – invano, ovviamente – di tracciare il «gene della timidezza », così da poter intervenire manipolandolo. Fosse uno scherzo, ma così non è…
Ci chiedemmo allora: è un problema tutto americano? Stavamo pacificamente rassicurandoci con considerazioni del tipo «da noi non può accadere, in Europa c’è un modello culturale diverso », quando neppure un mese dopo venne pubblicata una ricerca
francese, promossa su un ampio campione di 609 scuole, i cui risultati ci lasciarono
senza parole: in quella nazione, il 12% della popolazione infantile entra nelle scuole
elementari avendo assunto almeno una pastiglia di psicofarmaco. Fu il campanello d’allarme, la sveglia, l’urlo che ci svegliò dal torpore e che ci fece scattare sull’attenti: se succede nella vicina Francia, culturalmente a noi così simile, perché non potrebbe succedere anche in Italia? Ricordo benissimo ciò che pensai in quei momenti, meditando su quel malcostume: «in Italia non possiamo prenderci carico dei mali del pianeta,
ma questo è il nostro paese, voglio un muro intorno alla nazione, e non lo scavalcherete mai…».
Le scelte a quel punto erano due: aspettare gli sviluppi degli eventi, oppure affrontare da subito il problema. Decidemmo di giocare d’anticipo, perché se avevamo una tenue
speranza, essa era quella di maturare un adeguato vantaggio in termini di consolidamento del consenso tra il pubblico. Sappiamo che le multinazionali del farmaco contano su fondi
ingenti e su una robusta «capacità di fuoco» in termini di marketing, pubblicità e manipolazione della pubblica opinione. Noi potevamo, e possiamo, usare solo due armi: l’onestà intellettuale di buona parte della comunità scientifica nazionale, meno sensibile
alle lusinghe del denaro rispetto ai colleghi d’oltreoceano, e la schiettezza della gente della penisola, che più che in altri paesi sembra avere sinceramente a cuore il futuro delle nuove generazioni. Forti di questi due presupposti, e con qualche risorsa
umana e finanziaria, abbiamo iniziato ad attivare la nostra rete di relazioni e a predisporre un piano d’azione.
Iniziammo – indimenticabili, quelle prime fasi – a «testare» l’interesse dei nostri concittadini, a Torino, preparando degli enormi e buffi volantini, fotocopiati su cartoncino all’Ospedale Molinette (terzo poloospedaliero d’Italia, diventerà di lì a
poco co-promotore della Campagna) e distribuendoli in scuole, studi medici, e in occasione di eventi culturali coinvolgenti insegnanti e famiglie. Partecipammo a qualche convegno e rilasciammo alcune interviste. Insomma, muovevamo i primi passi.
La sensazione era che si trattava di un problema attualissimo: era, infatti, in pieno svolgimento il famigerato «Progetto Prisma», un’indagine multicentrica finanziata con fondi del Ministero della Salute, ma gestita da poli di ricerca privati, che sappiamo
essere anche tra i più attivi recettori dei finanziamenti alla ricerca erogati in Italia da « big pharma». Questa indagine mise in luce un risultato tanto clamoroso quanto prevedibile, considerate le modalità di svolgimento della ricerca, e la tipologia degli
enti che la coordinavano: quasi il 10% dei bambini italiani, praticamente 1 su 10, a loro dire soffrirebbe di turbe mentali, disagi della psiche, sindromi varie. Curabili in molti casi –
ma che strano! – con le più opportune terapie farmacologiche. Eravamo, quindi, sulla strada giusta: dovevamo attivarci su larga scala nel paese per prevenire questo genere di
abusi. L’idea non era quella di contrastare gli interessi dell’industria del farmaco o continuare a sviluppare una, a nostro avviso, inutile cultura proibizionistica sul tema psicofarmaci, bensì di riaffermare dei precisi limiti di carattere etico: sì, ai farmaci
psicoattivi, ma solo quale ultima risorsa terapeutica e non come risposta di prima linea; no comunque, agli psicofarmaci sui minori e sui bambini soprattutto se il disagio è trattabile con un intervento non farmacologico. No, in senso assoluto, a quegli psicofarmaci con un rapporto rischio/beneficio negativo, perché l’idea che alcune molecole «basta usarle bene», quando sono in realtà pericolose negli effetti iatrogeni a mediolungo termine, è solo un mito. No, alla cultura del farmaco inteso come «facile risposta» e come scorciatoia gradualmente de-responsabilizzante; sì, invece, a una informazione sufficientemente corretta, completa e obiettiva, tale da garantire ai genitori la possibilità di sviluppare un eventuale consenso alla terapia realmente
informato; sì, soprattutto, alla riaffermazione del pieno diritto alla scelta terapeutica, perché è falso sostenere che l’unica, o la migliore, alternativa sia il farmaco, mito che si
accompagna a quello in voga nel XX secolo in occidente – per fortuna anch’esso sul viale del tramonto – dell’origine strettamente biologica di ogni disagio della psiche e del comportamento.
Forti di questo «manifesto», che ritenevamo, e riteniamo tutt’ora, tanto netto e senza equivoci quanto equilibrato, abbiamo deciso nell’aprile del 2004, dopo ormai 6 mesi di «test», di attivare il nostro sito internet, diventato in breve tempo il portale di informazione più navigato in Italia su questa materia. Scelta vincente, in un mondo dove l’informazione si muove sempre più su canali virtuali e, dove, senza alcuna presenza sulla
rete, si rischia di non esistere.
Di lì, il boom: da zero a venti milioni di contatti sul portale in trenta mesi di presenza on line; da 4 a 240.000 tra medici, specialisti, pedagogisti e altri addetti ai lavori che hanno sottoscritto le nostre tesi scientifiche, in Italia e all’estero, individualmente o tramite le rispettive associazioni di categoria; grandi nomi del mondo spettacolo che hanno prestato il loro volto per veicolare il nostro messaggio; collaborazioni con primari enti
pubblici e privati, dal Ministero Attività Culturali al Teatro Alla Scala di Milano, e molti altri; una presenza media puntuale e costante, con centinaia di minuti di interviste e «speciali » ogni anno su TV radio e giornali; 30 filmati prodotti per noi da una casa di produzione indipendente, cosa che fa di «Giù le Mani dai Bambini» la ONLUS con la più ricca bacheca audio-video d’Italia; oltre 250.000 pubblicazioni informative distribuite gratuitamente su richiesta della cittadinanza in occasione dei vari convegni e seminari.
La Campagna ha inevitabilmente esteso la propria sfera di influenza anche all’estero: ad esempio in Spagna, Francia e Svizzera, dove si è chiesto a gran voce un intervento per
replicare l’iniziativa sul posto; in Canada, dove una compagnia teatrale ha proiettato videoclip «Giù le Mani dai Bambini» nei principali teatri prima dell’apertura del sipario dei
propri spettacoli; in Australia, dove il Parlamento di Camberra durante una sessione dedicata al problema della disinvolta medicalizzazione dei disagi infantili ha citato a verbale « …the Italian Campaign “Giù le Mani dai Bambini”…» come un’esperienza di
riferimento; e ancora in altre nazioni, dalle quali diversi affermati specialisti ci hanno contattato manifestando il proprio appoggio e sottoscrivendo le nostre tesi scientifiche (Argentina, Australia, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Israele, ex-Yugoslavia, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Stati Uniti e Svezia).
Infine, con nostro grande piacere, viene pubblicato anche un libro, che ha come titolo il nome stesso della Campagna (“Giù le Mani dai Bambini: Iperattività, Depressione ed altre
moderne malattie – La salute dei minori ed il marketing del farmaco”), per il quale la casa editrice ha accettato di devolvere buona parte degli utili alla Campagna stessa, per la
stampa di materiale da distribuire alla cittadinanza, al fine di aumentare ancor più la soglia di attenzione sul problema e migliorare il profilo di prevenzione.
Ecco quindi cosa vuol essere «Giù le Mani dai Bambini»: una campagna informativa che ha come scopo la sensibilizzazione del grande pubblico e la formazione di insegnanti e genitori sul problema del sempre più frequente abuso nella somministrazione di psicofarmaci a bambini e adolescenti.
Come abbiamo ricordato, i massmedia negli ultimi anni, hanno sempre più frequentemente riportato il parere di numerosi addetti ai lavori, critici nei confronti delle strategie dell’industria del farmaco, che sostengono la tesi secondo la quale alcune case farmaceutiche starebbero procedendo all’individuazione di nuovi segmenti di mercato per promuovere le vendite di diversi tipi di prodotti farmaceutici: secondo queste fonti,
la fascia d’età dell’infanzia è stata identificata dalle multinazionali del farmaco come un segmento ancora vergine e suscettibile quindi di un forte sviluppo.
La Campagna non è una «crociata populista» contro l’una o l’altra multinazionale o contro specifici prodotti farmacologici, né disconosce a priori l’esistenza di patologie proprie dell’infanzia e dell’adolescenza. L’unico scopo del progetto è quello di sensibilizzare la cittadinanza sui rischi di abuso, evidenziando con obiettività i vantaggi e gli svantaggi della soluzione farmacologica, e fornendo quindi gli strumenti per porre il bambino e la sua famiglia al centro dell’attenzione tutelando i loro diritti. Diverse
ricerche scientifiche indipendenti hanno dimostrato, infatti, oltre ogni ragionevole dubbio, che esistono terapie pedagogiche, psicoterapie e altre, scientificamente testate, degne di essere prese in considerazione per la soluzione dei disagi dell’infanzia e
dell’adolescenza.
Prudentemente, numerosi esperti sostengono la tesi secondo cui, prima di procedere alla massiccia somministrazione di uno psicofarmaco volto a «curare nascondendo i sintomi » – senza risolvere il vero problema alla fonte del disagio – sia indispensabile
valutare con grande attenzione la situazione clinica e psicologica del bambino nel suo complesso, e per questo le figure professionali del pediatra, dello psicologo, del pedago gista e del nutrizionista devono tornare protagoniste. Al contrario, lo psicofarmaco,
diventato quasi «una moda», è oggi troppo spesso la «soluzione» più facile: la pastiglia cui
delegare con superficialità la soluzione di ogni problema, inclusi quelli di carattere squisitamente sociale e ambientale.
Nonostante queste molecole fossero già all’epoca da tempo sul mercato, e quindi non mancassero le evidenze sperimentali circa il loro rapporto rischio/beneficio, nel 1993 il
Dipartimento dell’Educazione degli USA incaricò James M. Swanson, direttore del centro studi sull’ADHD all’Università della California, Irvine (UCI), noto sostenitore della tesi biologica dell’ADHD e favorevole all’uso degli psicofarmaci sui minori, di condurre
una ricerca che facesse il punto della situazione in merito all’efficacia del Ritalin. Furono consultate 300 riviste (9000 articoli), spaziando su 55 anni di letteratura. Questi i
risultati, oltremodo deludenti:
1. i benefici a lungo termine non sono stati verificati sperimentalmente;
2. i benefici sul breve termine degli stimolanti non devono essere considerati
una soluzione permanente sui sintomi cronici dell’ADHD;
3. gli stimolanti possono migliorare l’apprendimento in alcuni casi ma danneggiarlo in altri;
4. nella prassi le dosi prescritte possono essere troppo alte per l’effetto ottimale sull’apprendimento, e la durata dell’effetto troppo breve per agire sul risultatoscolastico;
5. non ci sono grandi effetti sulle abilità e processi mentali superiori, genitori e insegnanti non devono aspettarsi significativi miglioramenti nello studio o in abilità atletiche, abilità sociali, apprendimento di nuovi concetti;
6. nessun miglioramento negli aggiustamenti a lungo termine, insegnanti e genitori non devono aspettarsi miglioramenti sotto questo profilo.
La cura è un procedimento terapeutico che, rimuovendo le cause che hanno generato la patologia, porta alla guarigione. Il sollievo e la remissione dei sintomi, per quanto siano
eventi importanti, non qualificano un intervento terapeutico come cura. Sia la cura che il trattamento sintomatico devono comunque garantire il rispetto della dignità umana e l’integrità psicofisica, condizione che la maggior parte degli psicofarmaci attualmente
in commercio non sono in grado di rispettare.
Non ci sono dubbi che tali prodotti farmaceutici hanno effetti collaterali anche gravi, inclusa la morte del paziente. I loro effetti si manifestano con la soppressione dei sintomi in presenza di assunzione regolare del farmaco, in quanto l’interruzione del trattamento farmacologico fa riemergere la situazione antecedente al periodo di regolare assunzione.
Questo è il motivo per cui si rende necessaria la somministrazione a lungo termine, anche quando essa è sconsigliata dagli stessi specialisti ed a volte dalle stesse industrie produttrici.
In un documento datato Dicembre 1999 «Long-Term Effects of Stimulant Medications on the Brain» il NIMH (National Institute of Mental Health) dichiara « Gli stimolanti sopprimono i sintomi dell’ADHD ma non curano i disordini, e come risultato i bambini etichettati ADHD sono spesso trattati con stimolanti per molti anni…» .
La terapia con questi prodotti farmaceutici di per sé non migliora il rendimento scolastico dei bambini, in quanto i procedimenti legati all’apprendimento sono qualcosa di molto più complesso del semplice “prestare attenzione”. Si può pertanto concludere
che gli psicofarmaci di per sé non migliorano l’apprendimento scolastico, che non curano la presunta patologia ADHD, piuttosto agiscono sui sintomi permettendo una migliore
accettazione sociale dei bambini da parte degli adulti. Poca attenzione è stata dedicata a studiare le ripercussioni psicopatologiche che i trattamenti farmacologici hanno sui bambini, ed anche nuove molecole commercializzate come “novità”, apparentemente
prive degli effetti collaterali lamentati per gli stimolanti, sono in realtà banali “rivisitazioni” di psicofarmaci tristemente conosciuti in passato per i potenziali effetti collaterali dannosi nel medio-lungo periodo.
I casi meritevoli di attenzione sotto il profilo clinico – sono una esigua minoranza - dovrebbero essere prioritariamente trattati con strumenti di carattere pedagogico (pedagogia tradizionale e clinica), strumenti per i quali è in corso anche in Italia una
vera e propria codificazione sotto forma di protocolli standard di intervento specificatamente mirati. La stessa tesi della “malattia” restauna mera ipotesi, e l’utilizzo di termini quali «malattia» e «malattia mentale » sono quindi a tutt’oggi illegittimi
sul piano scientifico. Il lavoro di “Giù le Mani dai Bambini” ha evidenziato come l’ADHD sia, nella migliore delle ipotesi, un semplice elenco di comportamenti disfunzionali, troppo poco per identificare una malattia.
L’insufficiente definizione di questi comportamenti-sintomo dal punto di vista operazionale, rende persino impossibile configurare nettamente l’ADHD come una psicopatologia.
Sulla base delle risultanze scientifiche attualmente disponibili, la diagnosi di ADHD rischia di essere sostenuta da motivazioni di carattere principalmente economico e non indirizzata al reale beneficio del bambino/paziente. Se si analizzano con attenzione i commenti ai test sperimentali che gli specialisti utilizzano per determinare le soglie di attenzione ed iperattività, emergono dati che ci inducono a riconsiderare le nostre
convinzioni. Emerge che i bambini sono in grado di prestare attenzione ai compiti loro graditi, mentre non lo sono per quelli rilevanti per l’apprendimento, se nella loro percezione sono «meno graditi”. Si parla pertanto di “carenza di attenzione in un
contesto di scarsa motivazione” o di «ansia da apprendimento», nonché di
«comportamenti iperattivi» in un contesto famigliare in cui emergono gravi psicopatologie. Pare almeno discutibile che tutto questo possa toutcourt essere trasformato in una malattia di carattere biologico, mentre appare evidente come siano implicate dinamiche personali e sociali di varia natura che sono state a tutt’oggi in larga parte trascurate dall’indagine scientifica. A fronte di disturbi dell’attenzione e di iperattività, sarebbe necessario effettuare un serio screening medico standardizzato ed
un’approfondita analisi delle relazioni sociali dei piccoli pazienti, del loro reale grado di apprendimento scolastico e dei molti altri fattori che possono essere alla causa dei comportamenti anormali del bambino. Si deve pertanto concludere che la diagnostica
non ha ancora una legittimazione scientifica tale da permettere una diagnosi certa al di là di ogni ragionevole dubbio.
Allora, è il metodo di approccio etico che deve cambiare radicalmente, dal momento che abbiamo dimostrato inequivocabilmente che le certezze incrollabili di oggi possono tramutarsi rapidamente nei dubbi e nelle incertezze di domani. Gli esami di laboratorio
sui topi non possono continuare ad essere l’unica valida guida, soprattutto quando sono in gioco la salute e la vita dei nostri bambini, ovvero il nostro futuro. L’arroganza di
certi «sacerdoti della morale scientifica » deve lasciare il posto a un approccio decisamente più umile e prudente. Negli ultimi anni sono comparse sempre più numerose ricerche che individuano correlazioni di varia natura con l’ADHD. Si tratta di patologie
fisiche, reazioni a terapie mediche, condizioni ambientali di vario tipo e di gravidanza sfavorevoli, psicopatologie, in grado di mimare la sintomatologia dell’ADHD raggiungendo
i medesimi criteri diagnostici. La nosografia ADHD ha di fatto l’effetto di depistare i medici che omettono di indagare queste cause, con un danno potenzialmente rilevante per la salute del minore. Non possiamo dimenticare che studiare e stare fermi ed
attenti a scuola sono condizioni che richiedono a tutti i bambini un sacrificio che viene diversamente assolto in armonia con la curva di Gauss, e che le variabili che possono spiegare tali variazioni sono talmente numerose che per ora non siamo in grado di
valutarle ed esprimere giudizi clinici.
Tutte queste correlazioni che sono emerse possono essere reinterpretate come cause? Possiamo ipotizzare che la sintomatologia ADHD sia in realtà una costellazione aspecifica di sintomi, indicatori di un disagio della persone, che rimandano alle più svariate
cause? Possiamo abolire la nosografia ADHD con il suo fardello ideologico così come anni fa si fece con l’omosessualità (originariamente, come a tutti noto, classificata come
malattia mentale al pari dell’ ADHD)? Questa è la vera sfida che abbiamo di fronte, una ipotesi che merita tutta l’attenzione scientifica di cui siamo capaci, un diverso modo di fare sperimentazione, ed un approccio eticamente diverso all’utilizzo degli psicofarmaci
su bambini ed adolescenti, che dovrebbe essere ispirato alla massima cautela e come ultima risorsa in casi estremi, al fine di prevenire e contenere i possibili rischi di
abuso su larga scala, in più occasioni documentati sia in letteratura scientifica che da autorevoli fonti di informazione.
Nell’attesa di fare chiarezza tra la giungla di dati scientifici spesso contrastanti tra loro, la regola può essere una sola: quella che invita alla massima prudenza. «Giù le Mani dai
Bambini» è, su questi temi, la voce «contro» più autorevole che sia possibile rintracciare in Italia: il libro recentemente pubblicato vuole anche essere la testimonianza dello sforzo di fare chiarezza su questo problema ad opera della parte più onesta dei
cittadini del nostro paese.
Concludiamo con una carrellata di citazioni sull’argomento, sollecitando l’attenzione dei lettori su di un aspetto in particolare: la “buona prassi” costituita dal riuscire ad ottenere e coagulare il consenso di molti leader d’opinione italiani intorno ad un tema
che mai prima d’ora era stato trattato in maniera così sistematica ed organica. Alcuni specialisti - che già prima dell’attivazione della Campagna avevano avviato una riflessione
critica su quanto abbiamo esposto - hanno trovato in “Giù le Mani dai Bambini” un funzionale “megafono” per amplificare il proprio pensiero. Altri, che mai si erano soffermati a riflettere approfonditamente su questi argomenti, l’hanno fatto, utilizzando la Campagna stessa come un’ “incubatore di idee” ed un utile strumento di approfondimento anche scientifico. Insomma, leggendo le seguenti dichiarazioni, pronunciate da personalità del mondo accademico, sociale e politico, dovrebbe essere
chiaro cosa intendiamo quando parliamo di “un’iniziativa in grado di fare opinione”…

“L’istituzione di questo Registro per schedare i bimbi sospettati di ADHD, senza le garanzie adeguate che meriterebbe, è una trappola: si rischia di trattare con Ritalin bimbi che non dovrebbero a monte neppure entrare in terapia. Il grande problema che
sta venendo ignorato è quello del protocollo terapeutico, carente e fortemente orientato sulla soluzione farmacologica, con il risultato che le diagnosi rischiano di venir fatte a ‘maglie troppo larghe’ e le alternative al farmaco non valutate adeguatamente
come meriterebbero” (Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva)

“I questionari che vengono utilizzati per diagnosticare questi disagi dell’infanzia
sono altamente soggettivied impressionistici. Le differenze d’esperienza, tolleranza e di stato emotivo dell’intervistatore e del bambino intervistato non vengono tenute
in alcun conto, e nonostante questa vaghezza, e nonostante il fatto che le scale di valutazione utilizzate non soddisfino i criteri psicometrici di base, i sostenitori di questo approccio pretendono che questi questionari forniscano una diagnosi accurata,
ma così non è, e non sarà la sola istituzione di un Registro che risolverà la questione”.
(prof. William Carey, primario e professore di Pediatria Clinica dell’Università della Pensylvania, primario del reparto di Pediatria Comportamentale dell’Ospedale di Philadelphia, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze USA)

“Parlando di disturbi del comportamento, ed in particolare di sindromi quali ad esempio il deficit di attenzione e iperattività (ADHD), siamo più che altro di fronte ad una “moda” ed a diagnosi inconsistenti e vaghe.
Queste diagnosi, così come vengono oggi semplicisticamente perfezionate, non si possono e non si devono fare, ed il Registro di per sé servirà a poco, se non si rivedrannocompletamente tutti i protocolli: cambierà qualcosa se andremo ad iscrivere in
un Registro bambini che a monte non sarebbero dovuti essere sottoposti a terapia a base di Ritalin?” (Emilia Costa, titolare della 1° Cattedra di Psichiatria dell’Università di Roma La Sapienza)


“I medici sono chiamati ad una piena responsabilizzazione ed a tutelare davvero il diritto alla salute dei pazienti, specie se minorenni.
Non si può pensare di risolvere tutto con l’apertura di un registro, e si può continuare a prescrivere psicofarmaci contestati ed a rischio di abuso: questo atteggiamento ormai, come dimostrano anche le cronache giornalistiche, è definitivamente sul banco
degli imputati una settimana si ed una no” (prof. Claudio Ajmone, psicoterapeuta, membro dell’Associazione Europea di Psicoanalisi)


“Il Ministero per la Salute vuole creare una ‘rete di controllo’ sui bambini, che verranno inquadrati e schedati per questi presunti problemi comportamentali, e poi verranno sottoposti a terapie a base di psicofarmaci stimolanti. Poi compileremo la lista dei
morti come negli Stati Uniti. Lo voglio dire chiaramente: il Ministero non sa quello che fa ed a cosa andrà incontro”. (prof. Giorgio Antonucci, psicoanalista, già collaboratore di
Franco Basaglia)


“Guardate la realtà nella quale facciamo vivere i nostri figli: troppo spesso ci sono aspettative soffocanti e motivi di disagio che si riversano sui più deboli, e che noi adulti diamo per scontato. Perché nelle famiglie questi problemi non vengono affrontati?
Non stupiamoci allora se poi per bambini sorgono problemi, anche gravi”
(prof. Franco Blezza, Ordinario di Pedagogia Generale dell’Università di Chieti)


“ Ho la netta sensazione che non ci si renda pienamente conto di cosa implica somministrare psicofarmaci stimolanti ad un bambino di 5 o 10 anni, del tipo di impatto sul suo metabolismo, sul sistema ormonale, sul suo sistema nervoso in via di sviluppo”
(Luigi Cancrini, psichiatra, Commissione Parlamentare sull’Infanzia)


“ Esaminiamo la realtà dei fatti: cito a caso uno dei ‘big five’ nel settore del giornalismo scientifico, il ‘New England Journal’, è finanziato per il 74% dall’industria farmaceutica. Ecco allora il vero problema: l’etica nelle ricerche. Perché non iniziamo a pubblicare anche le ricerche che hanno dato esito negativo, che sono la stragrande maggioranza?”
(dott. Paolo Roberti, primario di Psichiatria, Coordinatore del Comitato Medicine Non Convenzionali)


“Prescrivere psicofarmaci a bambini ed adolescenti pretendendo di curare i loro disagi con una pastiglia è pura illusione, un’idea grave e colpevole, una semplificazione ingiustificabile.
Se c’è l’idea ad esempio che basti un antidepressivo per riacquistare il buon umore siamo finiti fuori strada: un elemento chimico di per sé può attenuare un problema, ma non risolve proprio nulla”. (Cardinale Ersilio Tonini)


“Purtroppo, il farmaco soffre ad essere considerato una merce come tutte le altre: ormai viene venduto utilizzando raffinate tecniche di marketing, al pari di un telefonino od
un automobile. Queste diagnosi vengono perfezionate indipendentemente dall’ambiente, quindi si attribuisce al bambino una sofferenza ‘sradicata’ dalle sue radici sociali, e questo è un grave errore. Inoltre la diagnosi è decisamente pericolosa, perché la
terapia a base di psicofarmaci genera preoccupanti effetti collaterali, senza considerare le implicazioni del dire con tale leggerezza ad un piccolo bambino di 7/8 anni ‘tu sei un
malato di mente’” (prof. Agostino Pirella, Ordinario di Storia della Psichiatria dell’Università di Torino)


“Sugli effetti degli psicofarmaci ai minori purtroppo non ci sono grandi studi né esistono protocolli diagnostici che consentano una logica seria nella prescrizione. Ritengo indispensabile un’attenzione scrupolosa nel momento in cui questi farmaci vegono prescritti per bambini e adolescenti” (Sen. Anna Maria Serafini, Presidente Commissione Bicamerale per l’Infanzia)

“Non posso tacere che la “medicalizzazione del disagio” è la soluzione estrema del problema. Trovo “Giù le Mani dai Bambini” un’iniziativa di estremo interesse nel momento attuale, in cui il problemaè emerso, anche alla luce diegli ultimi dati statistici - in tutta la sua rilevanza. Sono favorevole ad iniziative come questa, mirate ad individuare il perimetro del fenomeno”.
(On. Dorina Bianchi, VicePresidente Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati)

“Questo tipo di interventi farmacologici sull’infanzia, a base di psicofarmaci, vanno ridotti al minimo e, ogni volta che è possibile, accuratamente evitati”. (Sen. Paola Binetti, Commissione Affari Sociali del Senato)


“Si fa presto a dire ADHD. E ancora, è proprio vero che tutti i bambini sono interessati dalla sindrome ADHD? E, aggiungo: esiste la sindrome da ADHD così come viene descritta? E come vengono eseguite queste diagnosi, con quali criteri, con quali percorsi? Fino a quando non si troverà un punto di incontro nella risposta a questi interrogativi ai
bambini verranno somministrati sempre più psicofarmaci nascondendosi dietro l’alibi di una diagnosi. Un bambino trattato con psicofarmaci, sarà probabilmente un adulto medicalizzato, disturbato, stravolto. Io sono anche un padre, e non vorrei mai che alle mie figlie potesse accadere tutto questo”. (Prof. Massimo Di Giannantonio, Ordinario di Psichiatria all’Università di Chieti)

“Sicuramente per questo problema dell’abuso nella somministrazione di psicofarmaci ai bambini ci sono pressioni fortissime delle lobby del farmaco, ho proprio pochi dubbi a questo proposito In Italia forse la situazioneè ancora un po’ diversa, ma io temo che ci siano anche a casa nostra questi interessi, che comunque parlano e riescono a sussurrare alle orecchie delle nostre strutture preposte” (On. Luana Zanella, Commissione Parlamentare per l’Infanzia)


“Nessuno psicofarmaco è sicuro: l’industria avrebbe bisogno di anni ed anni per la sperimentazione su di ogni molecola, per acquisire delle certezze, e nessuno può permetterselo. Noi poi al giorno d’oggi siamo innamorati delle ‘griffe’: posso personalmente testimoniare che sono stati eliminati dal mercato tutta una serie di farmaci utili, solo per far spazio a nuovi prodotti ‘di moda’, più rischiosi e molto meno sperimentati” (Loris Iacopo Bononi, già elemento di punta della ricerca internazionale
della multinazionale farmaceutica Pfizer)


“Così si trasforma una generazione in piccoli ‘zombie’. In mancanza di patologie riscontrate scientificamente, i bambini vanno aiutati ed accompagnati nella loro crescita. Imbottirli di psicofarmaci li fa sentire solo dei malati quando non lo sono. In Parlamento alzeremo la voce e faremo ciò che è necessario per impedire questa follia”. (Laura Bianconi, parlamentare, Commissione Parlamentare sull’Infanzia)


“ Siamo molto preoccupati, e siamo contrari a questa medicalizzazione del disagio: come ha chiesto ‘Giù le Mani dai Bambini, è necessario aprire un dibattito immediatamente. Non ripetiamo gli errori degli Stati Uniti, che sono caduti vittima delle sconsiderate
pressioni delle case farmaceutiche, le quali anche in Italia evidentemente sanno ‘sussurrare’ alle orecchie giuste. Il farmaco non può e non deve rappresentare una scorciatoia: è indubbio che nell’immediato alcuni psicofarmaci possano ottenere
effetti positivi, ma a quale prezzo? Si agisce solo sui sintomi, ignorando completamente le cause profonde di questi disagi” (Luana Zanella, parlamentare, Commissione Parlamentare
sull’Infanzia)

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La terapia laser per la ricrescita dei capelli

Autore: Dott.ssa Cadigia HASSAN

La terapia laser rappresenta uno trai più versatili ed efficaci strumenti utilizzati in cosmetica.
Il suo raggio indolore viene impiegato nel trattamento delle teleangectasie, delle cicatrici da acne, dei peli superflui e di molti altri problemi estetici di natura congenita o
acquisita.
Oggi la Low-Level Laser Therapy (LLLT) viene applicata con successo nel trattamento della calvizie sia femminile che maschile, rallentando la perdita dei capelli ed aumentando
la densità e la qualità della chioma.
A vederla, l’ultima tecnologia messa a punto dalla Sunetics International, assomiglia ad un futuristico casco per capelli, catapultato dal set cinematografico di Star Trek.
In realtà è qualcosa di molto più sofisticato: una terapia laser a basso livello (Low-Level Laser Therapy, LLLT) in grado non solo di contrastare la caduta dei capelli, ma anche di
migliorarne la struttura e favorirne la crescita. Un trattamento non invasivo, ora disponibile anche in Italia, da considerarsi – come descrive entusiasticamente il Dott. Vincenzo Gambino, responsabile della divisione Chirurgia della Calvizie all’Istituto
Medico Quadronno di Milano – “un importante strumento per un approccio multiterapeutico volto al ripristino della calvizie”.
COME FUNZIONA
Il Low-Level Laser è un laser a luce fredda, che non comporta alcun danno tissutale. Il dispositivo creato dalla Sunetics viene posizionato sulla testa del paziente, proprio come il casco del parrucchiere e attivato per circa 30 minuti. La sua luce, di colore
rosso, viene generata da un laser a diodi con un livello di energia bassissimo rispetto a quello dei laser utilizzati per tagliare o vaporizzare i tessuti. Il raggio laser penetra nel
cuoio capelluto con una specifica lunghezza d’onda e raggiunge i follicoli dei capelli, che assorbono la sua luce e la trasformano in energia. Questo processo riattiva i follicoli
indeboliti, stimola la circolazione locale, riduce l’infiammazione e aumenta il metabolismo nell’epidermide. Tutti fattori che contribuiscono ad arrestare la caduta dei capelli nonché a favorire la loro crescita, luminosità e resistenza. “La terapia laser è consigliata a uomini e donne alle prese con problemi di caduta o diradamento dei capelli, come alternativa o complemento all’autotrapianto dei capelli o ai medicamenti topici come
il Rogaine, a seconda degli specifici casi di calvizie”, riferisce il Dott. Vincenzo Gambino. Ma è indicata anche a coloro, in particolare le donne, che presentano capelli indeboliti
e sfibrati da trattamenti troppo aggressivi come tinture o permanenti. Le donne tra l’altro sono le migliori candidate a questo tipo di terapia in quanto generalmente possiedono più follicoli vitali rispetto agli uomini e sono interessate più da un assottigliamento che da vera e propria calvizie.
Le sedute, a cadenza bisettimanale, sortiscono risultati apprezzabili già dopo un paio di settimane, anche se si consiglia di protrarle per un periodo complessivo di 6-12 mesi.
Sono a disposizione dei pazienti diversi pacchetti terapeutici, a partire dai 500 euro (6-8 sedute).
I RISULTATI
Studi recenti condotti dalla Food and Drug Administration sugli effetti della Low-Level Laser Therapy su un considerevole campione di uomini e donne con problemi di diradamento dei capelli hanno sortito i seguenti risultati:
* 100% degli uomini ha stabilizzato la perdita dei capelli nella regione frontale e nel vertice
* 84,6% degli uomini ha avuto una ricrescita dei capelli nella regione frontale (11% o più rispetto alla situazione iniziale)
* 82,8% degli uomini ha avuto una ricrescita dei capelli nella regione del vertice (11% o più rispetto alla situazione iniziale)
* 87,5% delle donne ha stabilizzato la perdita dei capelli nella regione frontale
* 100% delle donne ha stabilizzato la perdita dei capelli nella regione del vertice
* 75% delle donne ha avuto una ricrescita dei capelli nella regione frontale (11% o più rispetto alla situazione iniziale)
* 87,5% delle donne ha stabilizzato la perdita dei capelli nella regione del vertice (11% o più rispetto alla situazione iniziale)
IL TRATTAMENTO IN PALMO DI MANO
La terapia Low-Level Laser messa a punto dall’americana Sunetics può essere effettuata anche a casa utilizzando l’innovativo Sunetics Laser Hair Brush: una speciale spazzola portatile, senza fili e ricaricabile da utilizzarsi tre volte alla settimana in sedute di
10-15 minuti. Il dispositivo, assolutamente non invasivo e con le stesse

 

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Perdite vitaminiche negli alimenti

 

Insieme alle nuovi abitudini alimentari, le tecniche di conservazione e preparazione
degli alimenti rendono ancor più difficile rispettare gli obbiettivi vitaminici ideali per un stato di completo benessere.
Innanzitutto va precisato che molte vitamine sono presenti negli alimenti in forma non facilmente utilizzabile per l’uomo. A ciò bisogna aggiungere tutte le perdite cui l’alimento fresco è sottoposto a seguito della conservazione (sia domestica che industriale)
e della cottura.
CONSERVAZIONE DOMESTICA
La frutta e la verdura che vengono conservate a lungo prima di essere consumate subiscono ingenti perdite vitaminiche causate da decomposizione enzimatica.
La vitamina C è la più sensibile (nelle mele conservate per due mesi il contenuto di vitamina C si riduce dei 2/3 rispetto al valore iniziale), mentre quelle del gruppo B sono più resistenti.
CONSERVAZIONE INDUSTRIALE
La perdita vitaminica dovuta a trattamenti industriali è un problema che interessa ugualmente carni, pesci, ortaggi e frutta.
* sbiancamento: è il trattamento a cui vengono sottoposti i vegetali prima di essere inscatolati o congelati e consiste in una breve esposizione ad acqua bollente o vapore
che inattiva gli enzimi e blocca il processo di degradazione dell’alimento.
Si calcola che le perdite dovute a questa tecnica variano tra il 13% e il 60% per la vitamina C; tra il 2% e il 30% per la vitamina B1 e tra il 5% e il 40% per la vitamina B2.Le grandi variazioni sono da mettersi in relazione alla modalità di trattamento degli alimenti: ad
esempio un’esposizione breve ad una temperatura elevata è meno dannosa di un riscaldamento prolungato a temperatura più bassa.
* sterilizzazione mediante calore: poichè questo trattamento avvienein assenza di ossigeno causa perdite vitaminiche lievi (ricordiamo che molte vitamine sono sensibili all’ossidazione).
Le perdite subite dalla frutta e dalla carne in scatola durante la sterilizzazione sono inferiori a quelle della verdura perchè quest’ ultima viene sottoposta anche a sbiancamento. Nella pastorizzazione del latte si calcolano lievi perdite di vitamina B2, B6,
acido pantotenico e acido nicotilico, mentre più gravi sono le perdite di vitamina C e B1 (10-15%).
* congelamento: è la tecnica che permette di ridurre al minimo le perdite vitaminiche. Nel caso della verdura, tuttavia, la decomposizione enzimatica, completamente bloccata durante il congelamento, si può rapidamente instaurare durante lo scongelamento (ciò vale soprattutto per la vitaminica C di cui si calcola una perdita del 25% rispetto al valore iniziale).
* disidratazione: la disidratazione in aria calda si traduce in una perdita vitaminica molto elevata: nelle condizioni più favorevoli si perde circa il 10-15% di vitamica C. Le perdite
vitaminiche del latte disidratato sono circa uguali a quelle del latte pastorizzato.
* abburrattamento della farina: consiste nell’eliminazione dei rivestimenti esterni del chicco di grano per ottenere una farina più bianca.
Con questa tecnica si perdono i 2/3 delle vitamine del gruppo B, gran parte della vitamina E e degli oligoelementi.
COTTURA DEGLI ALIMENTI
Rischi di perdite vitaminiche sono connessi anche ai metodi di cottura e preparazione degli alimenti. La preparazione delle verdure (lavaggio, pelatura) provocano una costante
perdita di vitamine idrosolubili (C e grupo B).
La cottura del pane fa scendere del 25% il contenuto di vitamina B1.
La cottura lenta del cibo, così come il suo lento raffreddamento, provocano ulteriori perdite che vanno a sommarsi a quelle accumulate nelle fasi di conservazione.
Considerati tutti questi fattori, gli obiettivi vitaminici non sembrano così facili da raggiugere anche nelle società più avanzate come la nostra dove la varietà degli approvigionamenti dovrebbe garantire da qualunque rischio di carenza vitaminica.
I margini di “sicurezza vitamiinica” sembrano ridursi sempre più e le carenze latenti diventano una realtà che, in modo più o meno manifesto, cominciano ad interessare gruppi sempre più ampi di individui.

PRINCIPALI CAUSE DI CARENZA VITAMINICA
Quando si divide la quantità di alimenti consumati per il numero totale di individui che forma una popolazione, si ottiene il valore di un regime alimentare “medio” che però non tiene conto del variare delle abitudini alimentari da gruppo a gruppo. Se poi si sposta l’indagine sul piano individuale ci si rende conto che alcuni soggetti hanno un regime aliemntare e uno stato nutrizionale vitaminico di molot inferiore a quello medio. Anche se si misura la quantità di cibo che entra in cucina non si riesce ad avere un’idea esatta del consumo di vitamine effettivo perchè non si tiene conto della perdita vitaminica durante la preparazione del cibo e di quanto cibo viene sciupato.
CARENZE DI APPORTO
Si legano ad una insufficienza della razione alimentare causata da condizioni di povertà, da errore nella scelta dei cibi, da mancanza di gusto a cucinare (tipica di celibi e degli anziani che vivono soli), da mancanza di appetito (tipica dei bambini, degli anziani, ma anche di quanti seguono diete dimagranti). La carenza di apporto si lega anche a disturbi della digestione e dell’assorbimento che condizionano sia l’assunzione dei principi nutritivi energetici che quelli delle vitamine.
CARENZE RELATIVI A STATI PATOLOGICI
Si legano a situazioni patologiche particolari e all’assunzione di alcuni farmaci quali: - antibiotici ed agenti anti-infettivi che possono provocare un elevato consumo di vitamine del gruppo B e, distruggendo la flora batterica, impediscono la sintesi di acido folico e vitamina K - antifolici che impediscono la trasformazione dell’acido folico nella sua forma attiva - anitinfiammatori la cui prolungata amministrazione (per es. l’aspirina) può ridurre la concentrazione della vitamina C - antitubercolari che possono provocare la carenza di vitamina B6 -- antidiabetici che, se usati per lungo tempo, riducono il tasso di vitamina B12 CARENZE RELATIVE A AUMENTATO FABBISOGNO
Si legano a stati fisici particolari che per loro natura richiedono all’organismo un più consiste apporto vitaminico. Questo maggior bisogno di vitamine è spesso sottovalutato ed è proprio in questi momenti della vita (infanzia, vecchiaia, gravidanza etc.) che si corre maggiormente il rischio di carenze marginali
CARENZE RELATIVE AD AUMENTO DI ELIMINAZIONE
Ultima causa di carenza è l’aumento di eliminazione che può essere dovuto all’allattamento ma anche ad un aumento della sudorazione o della diuresi.

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