Figli in provetta: come e perchè
Rossella BARTOLUCCI
Presidente Sos Infertilità Onlus
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Il 16 febbraio, allo Spazio Guicciardini
di Milano, si è svolto il Convegno "Cosa non si fa per i figli: i viaggi per
la provetta. Quanti, dove e perchè."
Tra i relatori Nicoletta Vigorelli,
Responsabile delle Politiche di
Genere della Provincia di Milano,
Rossella Bartolucci, Presidente Sos
Infertilità Onlus, Conrad Engler, segretario
della Fertility Europe,
Organizzazione europea di pazienti
infertili.
Moderatrici: Chiara Valentini,
L’Espresso (autrice di “La fecondazione proibita”) e Lisa
Corva, scrittrice (“Confessioni di
un’aspirante madre” e “Glam
Cheap”) e giornalista, entrambe
esperte della tematica.
Affrontando il tema delle migrazioni “procreative” da una irrinunciabile
prospettiva Europea, Engler ha detto: “noi vogliamo mostrare come l’estrema
disparità delle Legislazioni in
materia di procreazione assistita nei
vari Paesi Europei, da Leggi liberali
come quella spagnola e inglese a
leggi fortemente restrittive come quella
italiana, seguita a ruota dalla svizzera
e dalla tedesca, dia origine all’incremento
del cosiddetto “turismo procreativo”
attraverso l’Europa, con un
forte impatto negativo sulle coppie
infertili coinvolte e su donatori/donatrici di gameti dei paesi più poveri,
meta essi stessi, sempre più gettonata
per i prezzi bassi, della “migrazione”,
termine saggiamente suggerito
da Emanuele Levi Setti, di aspiranti
genitori.”
Elisabetta Chelo del Centro Medico
Cerva di Milano, ha sottolineato, con
giusta e amara ironia, che nessuno
parlerebbe di “turismo cardiologico” o “turismo ortopedico” per chi va all’estero
a farsi operare al cuore o al
ginocchio mentre si accetta supinamente
questa triste definizione di “turismo procreativo” per chi, obbligato
da una Legge, va a curarsi l’infertilità.
La Chelo ha raccontato delle 470
coppie passate dal suo centro e dal
Centro Demetra di Firenze poi “migrate”
oltrefrontiera: 193 per accedere
alla donazione di ovociti, per infertilità
femminile, 101 per donazione di
seme, in casi gravissimi di infertilità
maschile, 164 per fecondazione assistita
omologa con la speranza di
aumentare le percentuali di successo
grazie alla possibilità di fecondare
tutti gli ovociti e congelare gli embrioni
(in realtà, solo l’8,2% di queste
coppie hanno avuto i loro embrioni
crioconservati) e 12 per necessità di
diagnosi preimpianto (nessuna di
queste coppie ha avuto una gravidanza
a termine).
Continuando l’affresco dei “viaggi perun figlio”, Andrea Borini,
Tecnobios Bologna e Presidente
dell’Osservatorio per il Turismo
Procreativo, ha analizzato il fenomeno
partendo proprio dai Centri esteri che
accolgono le coppie italiane, 21 quelli
più significativi usati per la
ricerca, che, se prima della Legge 40
vedevano 1315 aspiranti genitori del
nostro paese in un anno, l’anno
seguente all’applicazione della Legge
ne hanno visti 3610, il 200% in più.
Borini ha sottolineato la necessità
da parte delle Associazioni di pazienti,
di fare della corretta informazione
sull’opportunità o meno di migrare e
anche su, eventualmente, dove, aiutando
chi soffre di infertilità a non
cadere in situazioni all’apparenza
attraenti per prezzi bassi, liste d’attesa
minime, comodità, scegliendo un
centro, italiano o straniero, in base
alle informazioni importanti: efficacia
delle cure, percentuali reali di gravidanza.
Anche Sos Infertilità Onlus, nella relazione
di Stefania Aulicino e Stefania
Grandi, ha offerto la possibilità di
riflettere su chi, come e perché va
all’estero, presentando i dati preliminari
di uno studio destinato
all’ESHRE di Barcellona 2008, condotto
tra pazienti, soci e utenti delle
associazioni, attraverso la diffusione
di un questionario fatta anche attraverso
la linea verde-infertilità
(800097999): l’83% di chi si reca
all’estero, lo fa per le tecniche proibite
dalla legge (teniche eterologhe e
diagnosi preimpianto), mentre solo il
17% lo fa per migliorare i risultati
delle tecniche omologhe. E, come da
copione, l’81,8% di chi espatria non
ha problemi economici contro un
18,2% che invece fa grossi sacrifici
per realizzare fuori Italia quel sacrosanto
sogno di un figlio, come a dire
che si è creata una grande disparità
di trattamento tra ceti alti e ceti
bassi. Da una lettura globale dei dati,
si nota una confusione, una mancanza
di corretta informazione sui reali
vantaggi della pma fatta all’estero,
soprattutto da parte di quelli che
hanno iniziato il percorso di fecondazione
assistita dopo la Legge 40 e
che quindi non ne comprendono compiutamente
i limiti: si impone l’incremento
di campagne informative come
quella che Sos Infertilità e
Osservatorio Donna della Provincia di
Milano lanceranno in primavera, in
occasione del secondo compleanno
della loro collaborazione.
Ma, chi va in Svizzera, Spagna,
Grecia, Turchia a concepire un figlio,
oltre ad indubbi danni economici,
quali danni subisce? “Indubbiamente quelli psicologici”, ci
rispondono Cristiana Dorsi, psicologa
psicoterapeuta e Simona Capurso,
psicologa, affermando che “in nome
di una regolamentazione necessaria,
sembra essere messa in secondo
piano la degnità di una donna e di un
uomo di essere semplicemente genitori”,
sottolineando poi il senso di
clandestinità indotto da una legge
troppo restrittiva nelle coppie che si
trovano già in una condizione di imbarazzo
e di sofferenza e che devono
oltretutto affrontare l’ingiusto peso di
essere dei fuorilegge.
Questo Convegno ha voluto anche
sfatare falsi miti, come quello del “con il progredire delle tecniche, l’infertilità
maschile si cura sempre e
non c’è più bisogno di donazione di
seme”.
Giovanni Beretta, andrologo, Centro
Medico Cerva di Milano, ha affermato che c’è ancora spazio per la fecondazione
con donatore, in quei casi di
assenza totale di spermatozoi, anche
dal testicolo (azoospermia non ostruttiva)
in cui a volte si tentano fecondazioni
in vitro con gli spermatidi (cellule
del testicolo che si trasformeranno
in spermatozoo) rotondi o allungati
(ROSI o ELSI): Beretta consiglia prudenza,
perché, oltre alle bassissime
percentuali di gravidanza che tali tecniche
danno, ci sono studi che
mostrano come gli embrioni che ne
derivano siano per il 70% affetti da
aneuploidie. Quindi, conclude il dottore, “riserviamo la sperimentazione ai
primati” e, in questi casi, pensiamo
piuttosto alla donazione di seme per
le coppie.
Direttamente dai paesi più gettonati
dalle coppie Italiane, Marinella
Rosselli, Centro Endomed, Bellinzona
(CH) e Braulio Peramo, Clinica
Tambre, Madrid (ES), hanno raccontato
cosa succede da loro.
Rosselli ha esposto i dettagli della
Legge Svizzera, tanto restrittiva da
esigere il certificato di matrimonio
dalle coppie che vogliono accedere
alla procreazione assistita e da non
ammettere ovodonazione e diagnosi
preimpianto: e tuttavia, si può crioconservare
lo zigote e accedere al
seme di donatore, e tanto è sufficiente
per fare della Svizzera una meta di
migrazione procreativa delle coppie
del Nord Italia. Da dati statistici svizzeri,
sono il 17% delle coppie trattate
a provenire da paesi diversi dalla
Svizzera.
Peramo ha spiegato invece quando
c’è bisogno di ricorrere all’ovodonazione:
in casi oncologici, in cui si
siano dovute asportare le ovaie, in
casi di endometriosi grave, in casi in
cui l’aspirante madre abbia un’età in
cui i suoi ovociti non sono più così
fertili; ci racconta poi del rispetto che
portano alle donatrici che, in quanto
non malate esse stesse di infertilità,
vengono trattate con stimolazioni
ormonali blande, che non arrechino
loro danno, in modo da far loro produrre
un massimo di 8-10 ovociti.
Un punto di vista originale sull’argomento è stato portato da Paolo
Emanuele Levi Setti, Istituto Clinico
Humanitas, Rozzano (MI) che, corroborato
dai corposi dati del Centro di
Medicina della Riproduzione da lui
diretto, da una risposta al quesito “I
pazienti che abbandonano la pma, lo
fanno per andare all’estero?”. La sua
risposta è non necessariamente, perché
il fenomeno dell’abbandono, il
cosiddetto drop out, esisteva anche
prima della Legge 40, e per recarsi in
un altro centro, italiano o straniero, e
per la fatica di accettare la frustrazione
di ripetuti fallimenti, un fenomeno
che riguarda il 29,9% delle coppie
dopo il primo ciclo e il 43,8% dopo il
terzo. Il messaggio che Levi Setti lancia
ai pazienti, secondo lui non informati
a dovere, è di essere coscienti
che non riuscire ai primi tentativi non
significa non riuscire mai: dati ancora
non pubblicati dell’Humanitas,
mostrano che il tasso cumulativo di
gravidanza reale dopo 6 cicli di fecondazione
assistita è del 45%, tasso
che sarebbe salito al 58% se tutte le
coppie avessero completato i 6 cicli
invece di abbandonare.
E non ha abbandonato, ma è forzatamente “migrato” assieme alla moglie
Sandra, Davide Sgroi, associazione
Hera, coppia fertile ma ad alto rischio
(1 su 4) di concepire un figlio affetto
da Talassemia Major: e il viaggio,ahinoi,
in Turchia (che l’Islam sia in questo
meno fondamentalista di noi?),
per fare la diagnosi preimpianto, ha
dato vita alla felicità più grande, la
gravidanza, di cui Davide ci racconta
con voce rotta dall’emozione.
In uno scoppiettante duetto,
Guglielmo Ragusa, Ospedale San
Paolo, Milano e Enza Brunetti, paziente, Sos Infertilità Onlus hanno attaccato
e difeso Internet come fonte di
informazioni ai pazienti, con i suoi
forum e le sue chat. Ragusa aha definito
Internet novello oracolo cui si da
più fiducia che al medico, pretendendo
poi che il medico esegua quanto
ordinato dall’esperto virtuale o dall’amica
conosciuta in chat che ci è riuscita.
Brunetti di rimando ha sottolineato
la grande utilità per i pazienti
della libera informazione possibile
solo in internet, in cui i pazienti si
scambiano esperienze e opinioni, non
sempre positive, su centri, medici,
protocolli di cura e, soprattutto l’ineguagliabile
empatia, mutua comprensione
e consolazione che le infertili,
finalmente non più sole in mezzo ad
un mondo ostile popolato di irraggiungibili
pancioni esibiti e passeggini di
tutti i modelli, si offrono l’un l’altra.
Naturalmente, un tale Convegno, non
ha potuto non contenere una riflessione
sull’atteggiamento delle Istituzioni
verso questi temi e un’attenta spiegazione
della Legge 40 stessa.
Claudia Livi, Centro Demetra di
Firenze ha mostrato come, prima
della Legge 40, la tematica, grazie
alle Normative Regionali, al Codice di
Autoregolamentazione Cecos e al
Codice Deontologico FNOMcEO fosse
in realtà ben normata e ben lontana
dal “Far West” di cui calunniosamente
si parlava.
Secondo Livi, è proprio dopo la Legge
stessa che si è creata una situazione
confusa, in cui i criteri organizzativi
sono stati demandati alle Regioni che
avrebbero dovuto emanarli entro 3
mesi, “ma chi ha controllato?”, - si
chiede la Dottoressa-; in cui alcune
Regioni hanno fornito limiti di età e di
numero di cicli, per la pma fatta a
carico del SSN e altre no, dando così
vita ad un fenomeno di migrazione
interregionale; in cui non è chiaro se i
farmaci induttori dell’ovulazione siano
prescirivibili a carico del SSN anche
per chi va all’estero (e perché no,
poi? In fondo, la Nota 74 che ne
regola la prescrizione richiede come
condizione la diagnosi d’infertilità,
non definisce il luogo di cura) e nemmeno
se i centri italiani siano autorizzati
ad eseguire il monitoraggio dell’ovulazione
a pazienti che effettueranno
la pma in un centro estero, più o
meno dichiaratamente.
E il fulcro di tutto questo, di queste
migrazioni, di questi figli in meno, di
questa confusione, la Legge 40 con
tutti i ricorsi che ha generato, con la
recente Sentenza del Tar del Lazio
che ha annullato le Linee Guida, vere
responsabili del divieto di Diagnosi
Preimpianto, sono state oggetto della
chiara riflessione di Maria Paola
Costantini, Avvocato, Cittadinanzattiva
Toscana.
Costantini, soddisfatta per la suddetta
Sentenza del Tar, che ha il grande
merito di rimandare la Legge con
l’Art. 14, che limita il numero di ovociti
da fecondare e impone il numero
di embrioni da trasferire, alla Corte
Costituzionale, ne sottolinea un passaggio
fondamentale quello in cui “La
sentenza affronta un punto che ha
un suo interesse specifico: il contrasto
esistente tra l’intento di favorire
le gravidanze e la predisposizione di
così tanti divieti e obblighi da far
risultare inefficace la tecnica e
soprattutto da produrre sulle donne e
i nascituri rischi e danni rilevanti. Ciò
in contrasto con l’art. 32 della
Costituzione italiana che tutela la
salute e con l’art. 3 sempre della
Costituzione relativo al principio di
uguaglianza. Nella legge, infatti, non
si prendono in esame le differenti
condizioni (età e situazione sanitaria)
della donna che accede alle tecniche
di fecondazione assistita imponendo
al medico un comportamento uniforme
che risulta anche in contraddizione
con le regole deontologiche oltre
che giuridiche.
Tuteliamo la SALUTE dei MINORI
IPERATTIVITA’, DEPRESSIONE ED
ALTRE MODERNE MALATTIE:
LA SALUTE DEI MINORI ED IL
MARKETING DEL FARMACO.
L’ESPERIENZA DI “GIU’ LE MANI DAI BAMBINI”®
Cos’è «Giù le Mani dai Bambini»,
sotto il profilo dei contenuti? Tante
cose. Innanzitutto, è una scommessa
azzardata e vinta. Quella di riunire
intorno a un tavolo virtuale molte
realtà del mondo associativo e cooperativo,
le quali presentavano caratteristiche
di così elevata incompatibilità
da far pensare impossibile anche
solo qualunque tipo di comunicazione
che non fosse squisitamente formale.
Cosa può avere in comune un sindacato
studentesco con una università
riservata alla terza età? Un
ospedale o una ASL con una associazione
che fa della «non terapia farmacologia » la propria bandiera? Una
associazione di psichiatri con un
gruppo che promuove l’uso delle
medicine alternative? Un movimento
cattolico conservatore con un movimento
laico di estrema sinistra? Un
grande sindacato nazionale con un
club di imprenditori e commercialisti?
«Giù le Mani dai Bambini» è tutto
questo e molto altro ancora: un vero
e proprio «comitato», «associazione di
associazioni», composto da realtà
molto differenti l’una dall’altra, e con
scopi a volte divergenti, che si riuniscono
permanentemente intorno a un
tavolo e accettano di dedicare parte
del proprio tempo, della propria
attenzione e delle proprie risorse a
una missione percepita come comune.
E se pensiamo che ad oggi «Giù
le Mani dai Bambini» consorzia centoquaranta
tra associazioni, grandi centrali
associative, cooperative e altre
realtà del terzo settore – un numero
che continua senza sosta a crescere – ecco perché possiamo parlare di
scommessa vinta. Ma la forma non
può essere disgiunta dalla sostanza;
e ciò è tanto più vero nel nostro caso
perché proprio su un tema così «sensibile » e concreto questi enti hanno
trovato un punto d’incontro: la difesa
del diritto alla salute dei minori, e dei
bambini in particolare. I bambini e gli
adolescenti come soggetti deboli ed
esposti ad abusi, ma anche come
soggetti «forti» nella loro potenzialità,
perché, se tutelati adeguatamente –
con attenzione discreta ma puntuale,
senza interferenze e senza la pretesa
di imporre «modelli» – sono in
grado, con il tempo, di dare il meglio
di se stessi e di ripagarci di ogni
sforzo, foss’anche solo per il valore
aggiunto in termini di energia e creatività
che ognuno di loro ha la possibilità
di conferire a questa nostra
società adulta, un po’ spenta e,
spesso, a corto di idee.
Sappiamo, tuttavia, che «occuparsi
d’infanzia» significa dire tutto e nello
stesso tempo non dire nulla. Di qui,
l’esigenza di lavorare per priorità:
una cosa alla volta, possibilmente
ben fatta. Questo ci riporta immediatamente
alla nostra Campagna (la «C» maiuscola è un nostro vezzo!),
che ha visto la luce nell’ormai «lontano » ottobre 2003. I giornalisti nelle
varie conferenze stampa spesso
domandano curiosi: «come è nata
questa iniziativa?». La risposta vera,
lasciando da parte l’agiografia, è una
sola: a tavola. Sì, proprio così: durante
un pranzo di tutto rispetto, chiacchierando
con alcuni amici medici.
Uno di loro, rientrato da un tour per
impegni professionali in USA, ci mise
in guardia sulla situazione in
America, dove oltre undici milioni di
minori sono in cura con farmaci psicoattivi
nel tentativo – spesso vano –
di risolvere così i loro malesseri interiori.
Una cultura dell’ipermedicalizzazione
tutta americana, quella che
riduce ogni disagio a un problema di
origine organica: il famigerato DSM
( Diagnostic and Statistic Manual, la
bibbia di una certa psichiatria), che
pure ha avuto il merito di codificare
dai deserti africani alle cime
dell’Himalaya un linguaggio clinico
comune, confeziona una sindrome
per ogni occasione. Tutto è suscettibile
di diventare malattia psichiatrica:
dall’insonnia, che invece può avere
precise cause organiche nell’apparato
respiratorio – e che così vengono
trascurate –, al timore di perdere la
metropolitana (sindrome da ansia del
metrò!), passando attraverso la timidezza,
una volta considerata un lato
del carattere e oggi ridotta dai
moderni stregoni a patologia, da
curare – guarda caso – anche con
terapia farmacologica, mentre addirittura
alcune università sperperano
soldi pubblici per cercare – invano,
ovviamente – di tracciare il «gene
della timidezza », così da poter intervenire
manipolandolo. Fosse uno
scherzo, ma così non è…
Ci chiedemmo allora: è un problema
tutto americano? Stavamo pacificamente
rassicurandoci con considerazioni
del tipo «da noi non può accadere,
in Europa c’è un modello culturale
diverso », quando neppure un mese
dopo venne pubblicata una ricerca
francese, promossa
su un ampio
campione di 609
scuole, i cui risultati
ci lasciarono
senza parole: in
quella nazione, il
12% della popolazione
infantile
entra nelle scuole
elementari avendo
assunto almeno
una pastiglia di
psicofarmaco. Fu il
campanello d’allarme,
la sveglia, l’urlo
che ci svegliò
dal torpore e che
ci fece scattare
sull’attenti: se succede
nella vicina
Francia, culturalmente
a noi così simile, perché non
potrebbe succedere anche in Italia?
Ricordo benissimo ciò che pensai in
quei momenti, meditando su quel
malcostume: «in Italia non possiamo
prenderci carico dei mali del pianeta,
ma questo è il nostro paese, voglio
un muro intorno alla nazione, e non
lo scavalcherete mai…».
Le scelte a quel punto erano due:
aspettare gli sviluppi degli eventi,
oppure affrontare da subito il problema.
Decidemmo di giocare d’anticipo,
perché se avevamo una tenue
speranza, essa era quella di maturare
un adeguato vantaggio in termini
di consolidamento del consenso tra il
pubblico. Sappiamo che le multinazionali
del farmaco contano su fondi
ingenti e su una robusta «capacità di
fuoco» in termini di marketing, pubblicità
e manipolazione della pubblica
opinione. Noi potevamo, e possiamo,
usare solo due armi: l’onestà intellettuale
di buona parte della comunità
scientifica nazionale, meno sensibile
alle lusinghe del denaro rispetto ai
colleghi d’oltreoceano, e la schiettezza
della gente della penisola, che più
che in altri paesi sembra avere sinceramente
a cuore il futuro delle nuove
generazioni. Forti di questi due presupposti,
e con qualche risorsa
umana e finanziaria, abbiamo iniziato
ad attivare la nostra rete di relazioni
e a predisporre un piano d’azione.
Iniziammo – indimenticabili, quelle
prime fasi – a «testare» l’interesse
dei nostri concittadini, a Torino, preparando
degli enormi e buffi volantini,
fotocopiati su cartoncino
all’Ospedale Molinette (terzo poloospedaliero d’Italia, diventerà di lì a
poco co-promotore della Campagna)
e distribuendoli in scuole, studi medici,
e in occasione di eventi culturali
coinvolgenti insegnanti e famiglie.
Partecipammo a qualche convegno e
rilasciammo alcune interviste.
Insomma, muovevamo i primi passi.
La sensazione era che si trattava di
un problema attualissimo: era, infatti,
in pieno svolgimento il famigerato «Progetto Prisma», un’indagine multicentrica
finanziata con fondi del
Ministero della Salute, ma gestita da
poli di ricerca privati, che sappiamo
essere anche tra i più attivi recettori
dei finanziamenti alla ricerca erogati
in Italia da « big pharma». Questa
indagine mise in luce un risultato
tanto clamoroso quanto prevedibile,
considerate le modalità di svolgimento
della ricerca, e la tipologia degli
enti che la coordinavano: quasi il
10% dei bambini italiani, praticamente
1 su 10, a loro dire soffrirebbe di
turbe mentali, disagi della psiche,
sindromi varie. Curabili in molti casi –
ma che strano! – con le più opportune
terapie farmacologiche.
Eravamo, quindi, sulla strada giusta:
dovevamo attivarci su larga scala nel
paese per prevenire questo genere di
abusi. L’idea non era quella di contrastare
gli interessi dell’industria del
farmaco o continuare a sviluppare
una, a nostro avviso, inutile cultura
proibizionistica sul tema psicofarmaci,
bensì di riaffermare dei precisi
limiti di carattere etico: sì, ai farmaci
psicoattivi, ma solo quale ultima
risorsa terapeutica e non come risposta
di prima linea; no comunque, agli
psicofarmaci sui minori e sui bambini
soprattutto se il disagio è trattabile
con un intervento non farmacologico.
No, in senso assoluto, a quegli psicofarmaci
con un rapporto
rischio/beneficio negativo, perché l’idea
che alcune molecole «basta usarle
bene», quando sono in realtà pericolose
negli effetti iatrogeni a mediolungo
termine, è solo un mito. No,
alla cultura del farmaco inteso come «facile risposta» e come scorciatoia
gradualmente de-responsabilizzante;
sì, invece, a una informazione sufficientemente
corretta, completa e
obiettiva, tale da garantire ai genitori
la possibilità di sviluppare un eventuale
consenso alla terapia realmente
informato; sì, soprattutto, alla riaffermazione
del pieno diritto alla scelta
terapeutica, perché è falso sostenere
che l’unica, o la migliore, alternativa
sia il farmaco, mito che si
accompagna a quello in voga nel XX
secolo in occidente – per fortuna
anch’esso sul viale del tramonto –
dell’origine strettamente biologica di
ogni disagio della psiche e del comportamento.
Forti di questo «manifesto», che ritenevamo,
e riteniamo tutt’ora, tanto
netto e senza equivoci quanto equilibrato,
abbiamo deciso nell’aprile del
2004, dopo ormai 6 mesi di «test»,
di attivare il nostro sito internet,
diventato in breve tempo il portale di
informazione più navigato in Italia su
questa materia. Scelta vincente, in
un mondo dove l’informazione si
muove sempre più su canali virtuali
e, dove, senza alcuna presenza sulla
rete, si rischia di non esistere.
Di lì, il boom: da zero a venti milioni
di contatti sul portale in trenta mesi
di presenza on line; da 4 a 240.000
tra medici, specialisti, pedagogisti e
altri addetti ai lavori che hanno sottoscritto
le nostre tesi scientifiche, in
Italia e all’estero, individualmente o
tramite le rispettive associazioni di
categoria; grandi nomi del mondo
spettacolo che hanno prestato il loro
volto per veicolare il nostro messaggio;
collaborazioni con primari enti
pubblici e privati, dal Ministero
Attività Culturali al Teatro Alla Scala
di Milano, e molti altri; una presenza
media puntuale e costante, con centinaia
di minuti di interviste e «speciali » ogni anno su TV radio e giornali;
30 filmati prodotti per noi da una
casa di produzione indipendente,
cosa che fa di «Giù le Mani dai
Bambini» la ONLUS con la più ricca
bacheca audio-video d’Italia; oltre
250.000 pubblicazioni informative
distribuite gratuitamente su richiesta
della cittadinanza in occasione dei
vari convegni e seminari.
La Campagna ha inevitabilmente
esteso la propria sfera di influenza
anche all’estero: ad esempio in
Spagna, Francia e Svizzera, dove si è
chiesto a gran voce un intervento per
replicare l’iniziativa sul posto; in Canada, dove una compagnia teatrale
ha proiettato videoclip «Giù le Mani
dai Bambini» nei principali teatri
prima dell’apertura del sipario dei
propri spettacoli; in Australia, dove il
Parlamento di Camberra durante una
sessione dedicata al problema della
disinvolta medicalizzazione dei disagi
infantili ha citato a verbale « …the
Italian Campaign “Giù le Mani dai
Bambini”…» come un’esperienza di
riferimento; e ancora in altre nazioni,
dalle quali diversi affermati specialisti
ci hanno contattato manifestando
il proprio appoggio e sottoscrivendo
le nostre tesi scientifiche (Argentina,
Australia, Belgio, Francia, Germania,
Gran Bretagna, Irlanda, Israele, ex-Yugoslavia, Messico, Nuova Zelanda,
Norvegia, Stati Uniti e Svezia).
Infine, con nostro grande piacere,
viene pubblicato anche un libro, che
ha come titolo il nome stesso della
Campagna (“Giù le Mani dai Bambini:
Iperattività, Depressione ed altre
moderne malattie – La salute dei
minori ed il marketing del farmaco”),
per il quale la casa editrice ha accettato
di devolvere buona parte degli
utili alla Campagna stessa, per la
stampa di materiale da distribuire
alla cittadinanza, al fine di aumentare
ancor più la soglia di attenzione
sul problema e migliorare il profilo di
prevenzione.
Ecco quindi cosa vuol essere «Giù le
Mani dai Bambini»: una campagna
informativa che ha come scopo la
sensibilizzazione del grande pubblico
e la formazione di insegnanti e genitori
sul problema del sempre più frequente
abuso nella somministrazione
di psicofarmaci a bambini e adolescenti.
Come abbiamo ricordato, i massmedia
negli ultimi anni, hanno sempre
più frequentemente riportato il parere
di numerosi addetti ai lavori,
critici nei confronti delle strategie dell’industria
del farmaco, che sostengono
la tesi secondo la quale alcune
case farmaceutiche starebbero procedendo
all’individuazione di nuovi
segmenti di mercato per promuovere
le vendite di diversi tipi di prodotti
farmaceutici: secondo queste fonti,
la fascia d’età dell’infanzia è stata
identificata dalle multinazionali del
farmaco come un segmento ancora
vergine e suscettibile quindi di un
forte sviluppo.
La Campagna non è una «crociata
populista» contro l’una o l’altra multinazionale
o contro specifici prodotti
farmacologici, né disconosce a priori
l’esistenza di patologie proprie dell’infanzia
e dell’adolescenza. L’unico
scopo del progetto è quello di sensibilizzare
la cittadinanza sui rischi di
abuso, evidenziando con obiettività i
vantaggi e gli svantaggi della soluzione farmacologica, e fornendo quindi
gli strumenti per porre il bambino e
la sua famiglia al centro dell’attenzione
tutelando i loro diritti. Diverse
ricerche scientifiche indipendenti
hanno dimostrato, infatti, oltre ogni
ragionevole dubbio, che esistono
terapie pedagogiche, psicoterapie e
altre, scientificamente testate, degne
di essere prese in considerazione per
la soluzione dei disagi dell’infanzia e
dell’adolescenza.
Prudentemente, numerosi esperti
sostengono la tesi secondo cui,
prima di procedere alla massiccia
somministrazione di uno psicofarmaco
volto a «curare nascondendo i sintomi » – senza risolvere il vero problema
alla fonte del disagio – sia indispensabile
valutare con grande attenzione
la situazione clinica e psicologica
del bambino nel suo complesso, e
per questo le figure professionali del
pediatra, dello psicologo, del pedago gista e del nutrizionista devono tornare
protagoniste. Al contrario, lo psicofarmaco,
diventato quasi «una
moda», è oggi troppo spesso la «soluzione» più facile: la pastiglia cui
delegare con superficialità la soluzione
di ogni problema, inclusi quelli di
carattere squisitamente sociale e
ambientale.
Nonostante queste molecole fossero
già all’epoca da tempo sul mercato,
e quindi non mancassero le evidenze
sperimentali circa il loro rapporto
rischio/beneficio, nel 1993 il
Dipartimento dell’Educazione degli
USA incaricò James M. Swanson,
direttore del centro studi sull’ADHD
all’Università della California, Irvine
(UCI), noto sostenitore della tesi biologica
dell’ADHD e favorevole all’uso degli psicofarmaci sui minori, di condurre
una ricerca che facesse il
punto della situazione in merito all’efficacia
del Ritalin. Furono consultate
300 riviste (9000 articoli), spaziando
su 55 anni di letteratura. Questi i
risultati, oltremodo deludenti:
1. i benefici a lungo termine non
sono stati verificati sperimentalmente;
2. i benefici sul breve termine degli
stimolanti non devono essere considerati
una soluzione permanente
sui sintomi cronici dell’ADHD;
3. gli stimolanti possono migliorare
l’apprendimento in alcuni casi ma
danneggiarlo in altri;
4. nella prassi le dosi prescritte possono
essere troppo alte per l’effetto
ottimale sull’apprendimento, e la durata dell’effetto troppo breve
per agire sul risultatoscolastico;
5. non ci sono grandi effetti sulle abilità
e processi mentali superiori,
genitori e insegnanti non devono
aspettarsi significativi miglioramenti
nello studio o in abilità atletiche,
abilità sociali, apprendimento di
nuovi concetti;
6. nessun miglioramento negli aggiustamenti
a lungo termine, insegnanti
e genitori non devono
aspettarsi miglioramenti sotto questo
profilo.
La cura è un procedimento terapeutico
che, rimuovendo le cause che
hanno generato la patologia, porta
alla guarigione. Il sollievo e la remissione
dei sintomi, per quanto siano
eventi importanti, non qualificano un
intervento terapeutico come cura. Sia
la cura che il trattamento sintomatico
devono comunque garantire il rispetto
della dignità umana e l’integrità
psicofisica, condizione che la maggior
parte degli psicofarmaci attualmente
in commercio non sono in
grado di rispettare.
Non ci sono dubbi che tali prodotti
farmaceutici hanno effetti collaterali
anche gravi, inclusa la morte del
paziente. I loro effetti si manifestano
con la soppressione dei sintomi in
presenza di assunzione regolare del
farmaco, in quanto l’interruzione del
trattamento farmacologico fa riemergere
la situazione antecedente al
periodo di regolare assunzione.
Questo è il motivo per cui si rende
necessaria la somministrazione a
lungo termine, anche quando essa è
sconsigliata dagli stessi specialisti
ed a volte dalle stesse industrie produttrici.
In un documento datato Dicembre
1999 «Long-Term Effects of
Stimulant Medications on the Brain» il NIMH (National Institute of Mental
Health) dichiara « Gli stimolanti sopprimono
i sintomi dell’ADHD ma non
curano i disordini, e come risultato i
bambini etichettati ADHD sono spesso
trattati con stimolanti per molti
anni…» .
La terapia con questi prodotti farmaceutici
di per sé non migliora il rendimento
scolastico dei bambini, in
quanto i procedimenti legati all’apprendimento
sono qualcosa di molto
più complesso del semplice “prestare
attenzione”. Si può pertanto concludere
che gli psicofarmaci di per sé
non migliorano l’apprendimento scolastico,
che non curano la presunta
patologia ADHD, piuttosto agiscono
sui sintomi permettendo una migliore
accettazione sociale dei bambini da
parte degli adulti. Poca attenzione è
stata dedicata a studiare le ripercussioni
psicopatologiche che i trattamenti
farmacologici hanno sui bambini,
ed anche nuove molecole commercializzate
come “novità”, apparentemente
prive degli effetti collaterali
lamentati per gli stimolanti, sono
in realtà banali “rivisitazioni” di psicofarmaci
tristemente conosciuti in
passato per i potenziali effetti collaterali
dannosi nel medio-lungo periodo.
I casi meritevoli di attenzione
sotto il profilo clinico – sono una esigua
minoranza - dovrebbero essere
prioritariamente trattati con strumenti
di carattere pedagogico (pedagogia
tradizionale e clinica), strumenti per i
quali è in corso anche in Italia una
vera e propria codificazione sotto
forma di protocolli standard di intervento
specificatamente mirati. La
stessa tesi della “malattia” restauna mera ipotesi, e l’utilizzo di termini
quali «malattia» e «malattia mentale » sono quindi a tutt’oggi illegittimi
sul piano scientifico. Il lavoro di “Giù
le Mani dai Bambini” ha evidenziato
come l’ADHD sia, nella migliore delle
ipotesi, un semplice elenco di comportamenti
disfunzionali, troppo poco
per identificare una malattia.
L’insufficiente definizione di questi
comportamenti-sintomo dal punto di
vista operazionale, rende persino
impossibile configurare nettamente
l’ADHD come una psicopatologia.
Sulla base delle risultanze scientifiche
attualmente disponibili, la diagnosi
di ADHD rischia di essere
sostenuta da motivazioni di carattere
principalmente economico e non indirizzata
al reale beneficio del bambino/paziente. Se si analizzano con
attenzione i commenti ai test sperimentali
che gli specialisti utilizzano
per determinare le soglie di attenzione
ed iperattività, emergono dati che
ci inducono a riconsiderare le nostre
convinzioni. Emerge che i bambini
sono in grado di prestare attenzione
ai compiti loro graditi, mentre non lo
sono per quelli rilevanti per l’apprendimento,
se nella loro percezione
sono «meno graditi”. Si parla pertanto
di “carenza di attenzione in un
contesto di scarsa motivazione” o di «ansia da apprendimento», nonché di
«comportamenti iperattivi» in un contesto
famigliare in cui emergono gravi
psicopatologie. Pare almeno discutibile
che tutto questo possa toutcourt
essere trasformato in una
malattia di carattere biologico, mentre
appare evidente come siano implicate
dinamiche personali e sociali di
varia natura che sono state a tutt’oggi
in larga parte trascurate dall’indagine
scientifica. A fronte di disturbi
dell’attenzione e di iperattività, sarebbe
necessario effettuare un serio
screening medico standardizzato ed
un’approfondita analisi delle relazioni
sociali dei piccoli pazienti, del loro
reale grado di apprendimento scolastico
e dei molti altri fattori che possono
essere alla causa dei comportamenti
anormali del bambino. Si
deve pertanto concludere che la diagnostica
non ha ancora una legittimazione
scientifica tale da permettere
una diagnosi certa al di là di ogni
ragionevole dubbio.
Allora, è il metodo di approccio etico
che deve cambiare radicalmente, dal
momento che abbiamo dimostrato
inequivocabilmente che le certezze
incrollabili di oggi possono tramutarsi
rapidamente nei dubbi e nelle incertezze
di domani. Gli esami di laboratorio
sui topi non possono continuare
ad essere l’unica valida guida,
soprattutto quando sono in gioco la
salute e la vita dei nostri bambini,
ovvero il nostro futuro. L’arroganza di
certi «sacerdoti della morale scientifica » deve lasciare il posto a un
approccio decisamente più umile e
prudente. Negli ultimi anni sono comparse
sempre più numerose ricerche
che individuano correlazioni di varia
natura con l’ADHD. Si tratta di patologie
fisiche, reazioni a terapie mediche,
condizioni ambientali di vario
tipo e di gravidanza sfavorevoli, psicopatologie,
in grado di mimare la
sintomatologia dell’ADHD raggiungendo
i medesimi criteri diagnostici. La
nosografia ADHD ha di fatto l’effetto
di depistare i medici che omettono di
indagare queste cause, con un danno
potenzialmente rilevante per la salute
del minore. Non possiamo dimenticare
che studiare e stare fermi ed
attenti a scuola sono condizioni che
richiedono a tutti i bambini un sacrificio
che viene diversamente assolto in
armonia con la curva di Gauss, e che
le variabili che possono spiegare tali
variazioni sono talmente numerose
che per ora non siamo in grado di
valutarle ed esprimere giudizi clinici.
Tutte queste correlazioni che sono
emerse possono essere reinterpretate
come cause? Possiamo ipotizzare
che la sintomatologia ADHD sia in
realtà una costellazione aspecifica di
sintomi, indicatori di un disagio della
persone, che rimandano alle più svariate
cause? Possiamo abolire la
nosografia ADHD con il suo fardello
ideologico così come anni fa si fece
con l’omosessualità (originariamente,
come a tutti noto, classificata come
malattia mentale al pari dell’ ADHD)?
Questa è la vera sfida che abbiamo
di fronte, una ipotesi che merita tutta
l’attenzione scientifica di cui siamo
capaci, un diverso modo di fare sperimentazione,
ed un approccio eticamente
diverso all’utilizzo degli psicofarmaci
su bambini ed adolescenti,
che dovrebbe essere ispirato alla
massima cautela e come ultima risorsa
in casi estremi, al fine di prevenire
e contenere i possibili rischi di
abuso su larga scala, in più occasioni
documentati sia in letteratura
scientifica che da autorevoli fonti di
informazione.
Nell’attesa di fare chiarezza tra la
giungla di dati scientifici spesso contrastanti
tra loro, la regola può essere
una sola: quella che invita alla
massima prudenza. «Giù le Mani dai
Bambini» è, su questi temi, la voce «contro» più autorevole che sia possibile
rintracciare in Italia: il libro
recentemente pubblicato vuole anche
essere la testimonianza dello sforzo
di fare chiarezza su questo problema
ad opera della parte più onesta dei
cittadini del nostro paese.
Concludiamo con una carrellata di
citazioni sull’argomento, sollecitando
l’attenzione dei lettori su di un aspetto
in particolare: la “buona prassi”
costituita dal riuscire ad ottenere e
coagulare il consenso di molti leader
d’opinione italiani intorno ad un tema
che mai prima d’ora era stato trattato
in maniera così sistematica ed
organica. Alcuni specialisti - che già
prima dell’attivazione della
Campagna avevano avviato una riflessione
critica su quanto abbiamo
esposto - hanno trovato in “Giù le
Mani dai Bambini” un funzionale “megafono” per amplificare il proprio
pensiero. Altri, che mai si erano soffermati
a riflettere approfonditamente
su questi argomenti, l’hanno fatto,
utilizzando la Campagna stessa come
un’ “incubatore di idee” ed un utile
strumento di approfondimento anche
scientifico. Insomma, leggendo le
seguenti dichiarazioni, pronunciate
da personalità del mondo accademico, sociale e politico, dovrebbe essere
chiaro cosa intendiamo quando
parliamo di “un’iniziativa in grado di
fare opinione”…
“L’istituzione di questo Registro per
schedare i bimbi sospettati di ADHD,
senza le garanzie adeguate che meriterebbe, è una trappola: si rischia di
trattare con Ritalin bimbi che non
dovrebbero a monte neppure entrare
in terapia. Il grande problema che
sta venendo ignorato è quello del
protocollo terapeutico, carente e fortemente
orientato sulla soluzione farmacologica,
con il risultato che le
diagnosi rischiano di venir fatte a ‘maglie troppo larghe’ e le alternative
al farmaco non valutate adeguatamente
come meriterebbero”
(Federico Bianchi di Castelbianco,
psicoterapeuta dell’età evolutiva)
“I questionari che vengono utilizzati
per diagnosticare questi disagi dell’infanzia
sono altamente soggettivied impressionistici. Le differenze
d’esperienza, tolleranza e di stato
emotivo dell’intervistatore e del bambino
intervistato non vengono tenute
in alcun conto, e nonostante questa
vaghezza, e nonostante il fatto che le
scale di valutazione utilizzate non
soddisfino i criteri psicometrici di
base, i sostenitori di questo approccio
pretendono che questi questionari
forniscano una diagnosi accurata,
ma così non è, e non sarà la sola
istituzione di un Registro che risolverà
la questione”.
(prof. William Carey, primario e
professore di Pediatria Clinica
dell’Università della Pensylvania,
primario del reparto di Pediatria
Comportamentale dell’Ospedale di
Philadelphia, membro dell’Accademia
Nazionale delle Scienze USA)
“Parlando di disturbi del comportamento,
ed in particolare di sindromi
quali ad esempio il deficit di attenzione
e iperattività (ADHD), siamo più
che altro di fronte ad una “moda” ed
a diagnosi inconsistenti e vaghe.
Queste diagnosi, così come vengono
oggi semplicisticamente perfezionate,
non si possono e non si devono fare,
ed il Registro di per sé servirà a
poco, se non si rivedrannocompletamente
tutti i protocolli: cambierà
qualcosa se andremo ad iscrivere in
un Registro bambini che a monte non
sarebbero dovuti essere sottoposti a
terapia a base di Ritalin?”
(Emilia Costa, titolare
della 1° Cattedra di Psichiatria
dell’Università di Roma La Sapienza)
“I medici sono chiamati ad una piena
responsabilizzazione ed a tutelare
davvero il diritto alla salute dei
pazienti, specie se minorenni.
Non si può pensare di risolvere tutto
con l’apertura di un registro, e si può
continuare a prescrivere psicofarmaci
contestati ed a rischio di abuso: questo
atteggiamento ormai, come dimostrano
anche le cronache giornalistiche, è definitivamente sul banco
degli imputati una settimana si ed
una no”
(prof. Claudio Ajmone,
psicoterapeuta, membro
dell’Associazione Europea di
Psicoanalisi)
“Il Ministero per la Salute vuole creare
una ‘rete di controllo’ sui bambini,
che verranno inquadrati e schedati
per questi presunti problemi comportamentali,
e poi verranno sottoposti
a terapie a base di psicofarmaci stimolanti.
Poi compileremo la lista dei
morti come negli Stati Uniti. Lo
voglio dire chiaramente: il Ministero
non sa quello che fa ed a cosa andrà
incontro”.
(prof. Giorgio Antonucci,
psicoanalista, già collaboratore di
Franco Basaglia)
“Guardate la realtà nella quale facciamo
vivere i nostri figli: troppo
spesso ci sono aspettative soffocanti
e motivi di disagio che si riversano
sui più deboli, e che noi adulti diamo
per scontato. Perché nelle famiglie
questi problemi non vengono affrontati?
Non stupiamoci allora se poi
per bambini sorgono problemi, anche
gravi”
(prof. Franco Blezza,
Ordinario di Pedagogia Generale
dell’Università di Chieti)
“ Ho la netta sensazione che non ci
si renda pienamente conto di cosa
implica somministrare psicofarmaci
stimolanti ad un bambino di 5 o 10
anni, del tipo di impatto sul suo
metabolismo, sul sistema ormonale,
sul suo sistema nervoso in via di sviluppo”
(Luigi Cancrini, psichiatra,
Commissione Parlamentare
sull’Infanzia)
“ Esaminiamo la realtà dei fatti: cito a
caso uno dei ‘big five’ nel settore del
giornalismo scientifico, il ‘New
England Journal’, è finanziato per il
74% dall’industria farmaceutica. Ecco
allora il vero problema: l’etica nelle
ricerche. Perché non iniziamo a pubblicare
anche le ricerche che hanno
dato esito negativo, che sono la stragrande
maggioranza?”
(dott. Paolo Roberti, primario di
Psichiatria, Coordinatore del Comitato
Medicine Non Convenzionali)
“Prescrivere psicofarmaci a bambini
ed adolescenti pretendendo di curare
i loro disagi con una pastiglia è pura
illusione, un’idea grave e colpevole,
una semplificazione ingiustificabile.
Se c’è l’idea ad esempio che basti
un antidepressivo per riacquistare il
buon umore siamo finiti fuori strada:
un elemento chimico di per sé può
attenuare un problema, ma non risolve
proprio nulla”.
(Cardinale Ersilio Tonini)
“Purtroppo, il farmaco soffre ad
essere considerato una merce come
tutte le altre: ormai viene venduto
utilizzando raffinate tecniche di
marketing, al pari di un telefonino od
un automobile. Queste diagnosi vengono
perfezionate indipendentemente
dall’ambiente, quindi si attribuisce
al bambino una sofferenza ‘sradicata’
dalle sue radici sociali, e questo è un grave errore. Inoltre la diagnosi è decisamente pericolosa, perché la
terapia a base di psicofarmaci genera
preoccupanti effetti collaterali,
senza considerare le implicazioni del
dire con tale leggerezza ad un piccolo
bambino di 7/8 anni ‘tu sei un
malato di mente’”
(prof. Agostino Pirella,
Ordinario di Storia della Psichiatria
dell’Università di Torino)
“Sugli effetti degli psicofarmaci ai
minori purtroppo non ci sono grandi
studi né esistono protocolli diagnostici
che consentano una logica seria
nella prescrizione. Ritengo indispensabile
un’attenzione scrupolosa nel
momento in cui questi farmaci vegono
prescritti per bambini e adolescenti”
(Sen. Anna Maria Serafini, Presidente
Commissione Bicamerale per
l’Infanzia)
“Non posso tacere che la “medicalizzazione
del disagio” è la soluzione
estrema del problema.
Trovo “Giù le Mani dai Bambini” un’iniziativa
di estremo interesse nel
momento attuale, in cui il problemaè emerso, anche alla luce diegli ultimi
dati statistici - in tutta la sua rilevanza.
Sono favorevole ad iniziative
come questa, mirate ad individuare il
perimetro del fenomeno”.
(On. Dorina Bianchi, VicePresidente
Commissione Affari Sociali della
Camera dei Deputati)
“Questo tipo di interventi farmacologici sull’infanzia, a base di psicofarmaci, vanno ridotti al minimo e, ogni volta che è possibile, accuratamente evitati”. (Sen. Paola Binetti, Commissione Affari Sociali del Senato)
“Si fa presto a dire ADHD. E ancora, è proprio vero che tutti i bambini
sono interessati dalla sindrome
ADHD? E, aggiungo: esiste la sindrome
da ADHD così come viene
descritta? E come vengono eseguite
queste diagnosi, con quali criteri,
con quali percorsi? Fino a quando
non si troverà un punto di incontro
nella risposta a questi interrogativi ai
bambini verranno somministrati sempre
più psicofarmaci nascondendosi
dietro l’alibi di una diagnosi. Un bambino
trattato con psicofarmaci, sarà
probabilmente un adulto medicalizzato,
disturbato, stravolto. Io sono
anche un padre, e non vorrei mai
che alle mie figlie potesse accadere
tutto questo”.
(Prof. Massimo Di Giannantonio,
Ordinario di Psichiatria all’Università
di Chieti)
“Sicuramente per questo problema dell’abuso nella somministrazione di psicofarmaci ai bambini ci sono pressioni fortissime delle lobby del farmaco, ho proprio pochi dubbi a questo proposito In Italia forse la situazioneè ancora un po’ diversa, ma io temo che ci siano anche a casa nostra questi interessi, che comunque parlano e riescono a sussurrare alle orecchie delle nostre strutture preposte” (On. Luana Zanella, Commissione Parlamentare per l’Infanzia)
“Nessuno psicofarmaco è sicuro:
l’industria avrebbe bisogno di anni
ed anni per la sperimentazione su di
ogni molecola, per acquisire delle
certezze, e nessuno può permetterselo.
Noi poi al giorno d’oggi siamo
innamorati delle ‘griffe’: posso personalmente
testimoniare che sono
stati eliminati dal mercato tutta una
serie di farmaci utili, solo per far
spazio a nuovi prodotti ‘di moda’, più
rischiosi e molto meno sperimentati”
(Loris Iacopo Bononi, già elemento di
punta della ricerca internazionale
della multinazionale farmaceutica
Pfizer)
“Così si trasforma una generazione
in piccoli ‘zombie’. In mancanza di
patologie riscontrate scientificamente,
i bambini vanno aiutati ed accompagnati
nella loro crescita. Imbottirli
di psicofarmaci li fa sentire solo dei
malati quando non lo sono. In
Parlamento alzeremo la voce e faremo
ciò che è necessario per impedire
questa follia”.
(Laura Bianconi, parlamentare,
Commissione Parlamentare
sull’Infanzia)
“ Siamo molto preoccupati, e siamo
contrari a questa medicalizzazione
del disagio: come ha chiesto ‘Giù le
Mani dai Bambini, è necessario aprire
un dibattito immediatamente. Non
ripetiamo gli errori degli Stati Uniti,
che sono caduti vittima delle sconsiderate
pressioni delle case farmaceutiche,
le quali anche in Italia evidentemente
sanno ‘sussurrare’ alle
orecchie giuste. Il farmaco non può e
non deve rappresentare una scorciatoia: è indubbio che nell’immediato
alcuni psicofarmaci possano ottenere
effetti positivi, ma a quale prezzo?
Si agisce solo sui sintomi, ignorando
completamente le cause profonde di
questi disagi”
(Luana Zanella, parlamentare,
Commissione Parlamentare
sull’Infanzia)
La terapia laser per la ricrescita dei capelli
Autore: Dott.ssa Cadigia HASSAN
La terapia laser rappresenta uno trai più versatili ed efficaci strumenti
utilizzati in cosmetica.
Il suo raggio indolore viene impiegato
nel trattamento delle teleangectasie,
delle cicatrici da acne, dei
peli superflui e di molti altri problemi
estetici di natura congenita o
acquisita.
Oggi la Low-Level Laser Therapy
(LLLT) viene applicata con successo
nel trattamento della calvizie sia
femminile che maschile, rallentando
la perdita dei capelli ed aumentando
la densità e la qualità della chioma.
A vederla, l’ultima tecnologia messa
a punto dalla Sunetics International,
assomiglia ad un futuristico casco
per capelli, catapultato dal set cinematografico
di Star Trek.
In realtà è qualcosa di molto più sofisticato:
una terapia laser a basso
livello (Low-Level Laser Therapy, LLLT)
in grado non solo di contrastare la
caduta dei capelli, ma anche di
migliorarne la struttura e favorirne la
crescita. Un trattamento non invasivo,
ora disponibile anche in Italia, da
considerarsi – come descrive entusiasticamente
il Dott. Vincenzo
Gambino, responsabile della divisione
Chirurgia della Calvizie all’Istituto
Medico Quadronno di Milano – “un
importante strumento per un approccio
multiterapeutico volto al ripristino
della calvizie”.
COME FUNZIONA
Il Low-Level Laser è un laser a luce
fredda, che non comporta alcun
danno tissutale. Il dispositivo creato
dalla Sunetics viene posizionato sulla
testa del paziente, proprio come il
casco del parrucchiere e attivato per
circa 30 minuti. La sua luce, di colore
rosso, viene generata da un laser
a diodi con un livello di energia bassissimo
rispetto a quello dei laser
utilizzati per tagliare o vaporizzare i
tessuti. Il raggio laser penetra nel
cuoio capelluto con una specifica lunghezza
d’onda e raggiunge i follicoli
dei capelli, che assorbono la sua
luce e la trasformano in energia.
Questo processo riattiva i follicoli
indeboliti, stimola la circolazione
locale, riduce l’infiammazione e
aumenta il metabolismo nell’epidermide.
Tutti fattori che contribuiscono
ad arrestare la caduta dei capelli nonché
a favorire la loro crescita, luminosità
e resistenza. “La terapia laser è
consigliata a uomini e donne alle
prese con problemi di caduta o diradamento
dei capelli, come alternativa
o complemento all’autotrapianto dei
capelli o ai medicamenti topici come
il Rogaine, a seconda degli specifici
casi di calvizie”, riferisce il Dott.
Vincenzo Gambino. Ma è indicata
anche a coloro, in particolare le
donne, che presentano capelli indeboliti
e sfibrati da trattamenti troppo
aggressivi come tinture o permanenti.
Le donne tra l’altro sono le migliori
candidate a questo tipo di terapia in
quanto generalmente possiedono più
follicoli vitali rispetto agli uomini e
sono interessate più da un assottigliamento
che da vera e propria calvizie.
Le sedute, a cadenza bisettimanale,
sortiscono risultati apprezzabili
già dopo un paio di settimane, anche
se si consiglia di protrarle per un
periodo complessivo di 6-12 mesi.
Sono a disposizione dei pazienti
diversi pacchetti terapeutici, a partire
dai 500 euro (6-8 sedute).
I RISULTATI
Studi recenti condotti dalla Food and
Drug Administration sugli effetti della
Low-Level Laser Therapy su un considerevole
campione di uomini e donne
con problemi di diradamento dei
capelli hanno sortito i seguenti risultati:
* 100% degli uomini ha stabilizzato la
perdita dei capelli nella regione
frontale e nel vertice
* 84,6% degli uomini ha avuto una
ricrescita dei capelli nella regione
frontale (11% o più rispetto alla
situazione iniziale)
* 82,8% degli uomini ha avuto una
ricrescita dei capelli nella regione
del vertice (11% o più rispetto alla
situazione iniziale)
* 87,5% delle donne ha stabilizzato
la perdita dei capelli nella regione
frontale
* 100% delle donne ha stabilizzato la
perdita dei capelli nella regione del
vertice
* 75% delle donne ha avuto una ricrescita
dei capelli nella regione frontale
(11% o più rispetto alla situazione
iniziale)
* 87,5% delle donne ha stabilizzato
la perdita dei capelli nella regione
del vertice (11% o più rispetto alla
situazione iniziale)
IL TRATTAMENTO
IN PALMO DI MANO
La terapia Low-Level Laser messa a
punto dall’americana Sunetics può
essere effettuata anche a casa utilizzando
l’innovativo Sunetics Laser Hair
Brush: una speciale spazzola portatile,
senza fili e ricaricabile da utilizzarsi
tre volte alla settimana in sedute di
10-15 minuti. Il dispositivo, assolutamente
non invasivo e con le stesse
Perdite vitaminiche negli alimenti
Insieme alle nuovi abitudini alimentari,
le tecniche di conservazione e preparazione
degli alimenti rendono
ancor più difficile rispettare gli obbiettivi
vitaminici ideali per un stato di
completo benessere.
Innanzitutto va precisato che molte
vitamine sono presenti negli alimenti
in forma non facilmente utilizzabile
per l’uomo. A ciò bisogna aggiungere
tutte le perdite cui l’alimento fresco è
sottoposto a seguito della conservazione
(sia domestica che industriale)
e della cottura.
CONSERVAZIONE DOMESTICA
La frutta e la verdura che vengono
conservate a lungo prima di essere
consumate subiscono ingenti perdite
vitaminiche causate da decomposizione
enzimatica.
La vitamina C è la più sensibile (nelle
mele conservate per due mesi il contenuto
di vitamina C si riduce dei 2/3
rispetto al valore iniziale), mentre
quelle del gruppo B sono più resistenti.
CONSERVAZIONE INDUSTRIALE
La perdita vitaminica dovuta a trattamenti
industriali è un problema che
interessa ugualmente carni, pesci,
ortaggi e frutta.
* sbiancamento: è il trattamento a
cui vengono sottoposti i vegetali
prima di essere inscatolati o congelati
e consiste in una breve esposizione
ad acqua bollente o vapore
che inattiva gli enzimi e blocca il
processo di degradazione dell’alimento.
Si calcola che le perdite
dovute a questa tecnica variano tra
il 13% e il 60% per la vitamina C;
tra il 2% e il 30% per la vitamina B1
e tra il 5% e il 40% per la vitamina
B2.Le grandi variazioni sono da mettersi
in relazione alla modalità di
trattamento degli alimenti: ad
esempio un’esposizione breve ad
una temperatura elevata è meno
dannosa di un riscaldamento prolungato
a temperatura più bassa.
* sterilizzazione mediante calore:
poichè questo trattamento avvienein assenza di ossigeno causa perdite
vitaminiche lievi (ricordiamo che
molte vitamine sono sensibili all’ossidazione).
Le perdite subite dalla
frutta e dalla carne in scatola
durante la sterilizzazione sono inferiori a quelle della verdura perchè
quest’ ultima viene sottoposta
anche a sbiancamento. Nella
pastorizzazione del latte si calcolano
lievi perdite di vitamina B2, B6,
acido pantotenico e acido nicotilico,
mentre più gravi sono le perdite
di vitamina C e B1 (10-15%).
* congelamento: è la tecnica che
permette di ridurre al minimo le
perdite vitaminiche. Nel caso della
verdura, tuttavia, la decomposizione
enzimatica, completamente
bloccata durante il congelamento,
si può rapidamente instaurare
durante lo scongelamento (ciò vale
soprattutto per la vitaminica C di
cui si calcola una perdita del 25%
rispetto al valore iniziale).
* disidratazione: la disidratazione in
aria calda si traduce in una perdita
vitaminica molto elevata: nelle condizioni
più favorevoli si perde circa
il 10-15% di vitamica C. Le perdite
vitaminiche del latte disidratato
sono circa uguali a quelle del latte
pastorizzato.
* abburrattamento della farina: consiste
nell’eliminazione dei rivestimenti
esterni del chicco di grano
per ottenere una farina più bianca.
Con questa tecnica si perdono i
2/3 delle vitamine del gruppo B,
gran parte della vitamina E e degli
oligoelementi.
COTTURA DEGLI ALIMENTI
Rischi di perdite vitaminiche sono
connessi anche ai metodi di cottura
e preparazione degli alimenti.
La preparazione delle verdure (lavaggio,
pelatura) provocano una costante
perdita di vitamine idrosolubili (C e
grupo B).
La cottura del pane fa scendere del
25% il contenuto di vitamina B1.
La cottura lenta del cibo, così come
il suo lento raffreddamento, provocano
ulteriori perdite che vanno a sommarsi
a quelle accumulate nelle fasi
di conservazione.
Considerati tutti questi fattori, gli
obiettivi vitaminici non sembrano così
facili da raggiugere anche nelle
società più avanzate come la nostra
dove la varietà degli approvigionamenti
dovrebbe garantire da qualunque
rischio di carenza vitaminica.
I margini di “sicurezza vitamiinica”
sembrano ridursi sempre più e le
carenze latenti diventano una realtà
che, in modo più o meno manifesto,
cominciano ad interessare gruppi
sempre più ampi di individui.
PRINCIPALI CAUSE DI CARENZA VITAMINICA
Quando si divide la quantità di alimenti consumati per il numero totale di individui che forma una popolazione, si ottiene il valore di un regime alimentare “medio” che però non tiene conto del variare delle abitudini alimentari da gruppo a gruppo. Se poi si sposta l’indagine sul piano individuale ci si rende conto che alcuni soggetti hanno un regime aliemntare e uno stato nutrizionale vitaminico di molot inferiore a quello medio. Anche se si misura la quantità di cibo che entra in cucina non si riesce ad avere un’idea esatta del consumo di vitamine effettivo perchè non si tiene conto della perdita vitaminica durante la preparazione del cibo e di quanto cibo viene sciupato.
CARENZE DI APPORTO
Si legano ad una insufficienza della razione alimentare causata da condizioni di povertà, da errore nella scelta dei cibi, da mancanza di gusto a cucinare (tipica di celibi e degli anziani che vivono soli), da mancanza di appetito (tipica dei bambini, degli anziani, ma anche di quanti seguono diete dimagranti). La carenza di apporto si lega anche a disturbi della digestione e dell’assorbimento che condizionano sia l’assunzione dei principi nutritivi energetici che quelli delle vitamine.
CARENZE RELATIVI A STATI PATOLOGICI
Si legano a situazioni patologiche particolari e all’assunzione di alcuni farmaci quali: - antibiotici ed agenti anti-infettivi che possono provocare un elevato consumo di vitamine del gruppo B e, distruggendo la flora batterica, impediscono la sintesi di acido folico e vitamina K - antifolici che impediscono la trasformazione dell’acido folico nella sua forma attiva - anitinfiammatori la cui prolungata amministrazione (per es. l’aspirina) può ridurre la concentrazione della vitamina C - antitubercolari che possono provocare la carenza di vitamina B6 -- antidiabetici che, se usati per lungo tempo, riducono il tasso di vitamina B12 CARENZE RELATIVE A AUMENTATO FABBISOGNO
Si legano a stati fisici particolari che per loro natura richiedono all’organismo un più consiste apporto vitaminico. Questo maggior bisogno di vitamine è spesso sottovalutato ed è proprio in questi momenti della vita (infanzia, vecchiaia, gravidanza etc.) che si corre maggiormente il rischio di carenze marginali
CARENZE RELATIVE AD AUMENTO DI ELIMINAZIONE
Ultima causa di carenza è l’aumento di eliminazione che può essere dovuto all’allattamento ma anche ad un aumento della sudorazione o della diuresi.