Aspetti psicologici della tortura

Autore: Dr. Roberto VINCENZI
Psicologo
Studio: Via Cairoli 11
Genova - Tel. 010.2477034
vincenzi@ordinepsicologiliguria.it
www.roberto-vincenzi.com

Questo breve testo raccoglie la testimonianza del Dottor. Carlos Alberto Arestivo, uno psichiatra di origine italiana, che vive e lavora in Paraguay.
Tutte le citazioni tra parentesi sono tratte dal suo scritto: “Appunti sul lato oscuro nella relazione torturatore/torturato”, presentato al “Simposio interdisciplinare su cultura e situazione psicosociale in America Latina”, presso l’Università di Amburgo nel settembre
1991.
Il Paraguay ha subito la dominazione del dittatore Generale Stroessner per 35 anni: dal 1954 al 1989.Senza soffermarci a descrivere i sistemi coi quali Stroessner, presentatosi
come “democratico”, sia riuscito nel giro di pochi anni a trasformare il Paraguay in uno dei più crudeli esempi di dittatura, mettiamo in evidenza il fatto che l’uccisione e la tortura degli avversari politici, costituiva uno di questi metodi.
In questo contesto, l’uso sistematico della tortura, non ha tanto lo scopo di ottenere una confessione, circa reati personali, o una delazione che riveli i nomi dei complici, quanto piuttosto “quello di produrre una minuziosa e totale distruzione della personalità, che ha il doppio effetto di rendere inoffensivo il singolo avversario politico e di aumentare il controllo sulla popolazione, attraverso la strategia del terrore.” torturati, una volta rimessi in libertà, costituiscono dei terribili messaggi viventi e ribadiscono la onnipotenza del potere costituito, contribuendo ad incrementare nella popolazione la sensazione diffusa e generale di una costante minaccia, che incombe su chiunque osi opporsi.
Questo sistema evita la necessità di dover uccidere fisicamente tutti gli avversari, col rischio di trasformarli in eroi o martiri, poiché restituisce alla società uomini dalla personalità distrutta, resi ormai incapaci di qualunque azione politica.
Gli avversari politici, vengono arrestati di notte, in maniera brutale e violenta e sanno, fin dal primo momento, che la loro detenzione non verrà mai resa ufficiale. La prigionia può durare dei mesi o addirittura degli anni, durante i quali verranno sistematicamente torturati, oppure uccisi senza processo, e nessuno ne verrà a conoscenza.
Lo schema classico d’interrogatorio di un detenuto da parte della polizia prevede l’impiego di due tipi di poliziotti: il primo gioca il ruolo del “cattivo”, che picchia, mentre il secondo recita la parte del “buono”, che offre caffè, sigarette e comprensione all’interrogato, cercando di accattivarsene la confidenza.
Questo schema, che presenta l’alternanza di due comportamenti opposti da parte dei poliziotti, é stato studiato apposta per colpire il prigioniero in quei momenti di particolare debolezza ed apertura, che intervengono in ogni transizione da uno stato di coscienza ad un altro.
La novità rilevante che é stata introdotta in quegli anni in Paraguay, studiata da parte di qualche “esperto” in psicologia al servizio del dittatore, consiste in un interrogatorio in cui, il ruolo del “buono” e quello del “cattivo” vengono ricoperti dalla stessa persona.
Se il torturatore alterna nei confronti della vittima violenze impensabili a momenti di “comprensione, cordialità e affetto”, questi improvvisi cambiamenti di comportamento, da parte della stessa persona, hanno il duplice scopo, da un lato, di aumentare lo stress della vittima che, all’arrivo del torturatore, non sa se verrà di nuovo torturata o
no; dall’altro di “scompensare e destabilizzare la psiche del prigioniero e prepararlo ad un morboso transfert nei confronti del suo stesso aguzzino”. In queste condizioni, quando si appressa il momento della tortura, la vittima immobilizzata “può soltanto pensare in maniera frenetica e accelerata, ma il flusso dei suo pensieri simultanei si
ingolfa e lo confonde, entra in panico, non riesce più a formulare delle idee, lo stress é massimo”.
Il Dottor Carlos Alberto Arestivo, che è stato personalmente torturato per sei mesi, ha cercato di elaborare la propria esperienza, teorizzando tre livelli che possono intervenire in vari gradi nella psiche dei torturati:
Il primo livello é quello dell’ “ILLUSIONE“: il torturato, da un lato cerca di uccidersi, ma quasi mai gli riesce, perché i torturatori vegliano attentamente affinché questo non avvenga; dall’altro invoca tutto ciò in cui crede, da Dio alla mamma, perché intervengano per far cessare il suo dolore, ma anche questo non serve.
Questo livello sembra essere percorso da tutti i torturati. In seguito, le strade si fanno diverse.
Quelli che, nel corso della loro vita “non hanno saputo o potuto interiorizzare significative relazioni umane, ma hanno piuttosto privilegiato l’ideologia politica, non riescono a trovare in sé stessi la forza dei rapporti affettivi, sono incapaci di difendere i propri ideali, e si prestano al gioco del torturatore che raggiunge così il suo obiettivo”.
Il torturato “apre gli occhi e vede davanti a sé l’unico uomo che può salvarlo, e questi é il torturatore che lo sta ammazzando. Non ha altre alternative, deve aver fiducia in lui e si fida”.
Questa fiducia che avverte in quel momento, a causa della intensità drammatica della situazione che sta vivendo, resta impressa e marcata come un’impronta psicologica e associata ad una esperienza primaria di regressione profonda.
In questo secondo livello, che chiameremo la “FIDUCIA“, si realizza quando il torturato non ha, dentro se stesso, un solido mondo affettivo e “stabilisce allora col suo carnefice un’alleanza perversa distruggendo a poco a poco qualunque ideale politico avesse mai
costruito nella sua storia personale, e viene così sconfitto”.
Il soggetto, vinto dalla tortura, rifiuta assieme al proprio corpo gli ideali nei quali credeva, e accetta come salvezza il rapporto di fiducia col torturatore. In altre parole, il torturato cade in uno stato di profonda regressione, dal quale tenta di uscire attraverso unrapporto di profonda simbiosi con l’ambiente persecutorio e la figura del torturatore.
In queste condizioni estreme la vittima può rifugiarsi in uno stato di ambiguità indifferenziata, un vissuto psicologico di coesistenza di mondi opposti, un vissuto nel quale non esistono differenze tra termini opposti, tra il bene e il male, tra la libertà democratica e l’oppressione dittatoriale.
Testimonianze di prigionieri dei lager nazisti confermano, in certi casi, l’emergere di un sentimento di disprezzo per sé stessi. I prigionieri visti come sporchi, macilenti, brutti, malvestiti e contemporaneamente il formarsi di una paradossale ammirazione per il personale di guardia con stivali lucidi, divise in ordine, ben nutriti, autoritari ed efficienti.
Questo meccanismo può essere paragonato alla condizione psicologica del bambino di pochi mesi, per il quale la distinzione tra il sé e il fuori da sé non é ancora chiara.
Ma, il raggiungimento di tale stato in un adulto, é il frutto di una regressione indotta ed accettata come via di fuga da un presente insostenibile.
Analoghe dinamiche sono riscontrabili nella “Sindrome di Stoccolma”, che descrive un particolare morboso attaccamento degli ostaggi nei confronti dei rapitori.
Tale stato di ambiguità ed apparente complicità col torturatore permane, in assenza di cure adeguate, anche dopo la liberazione del torturato, ne rende più difficile, sia il reinserimento sociale che, soprattutto, la crescita interna e la possibilità di poter partecipare pienamente alla vita.
“Questo livello costituisce un fenomeno inquietante, non sempre compreso, né accettato e sempre negato da parte dei torturati che, tuttavia, nel raccontare le loro vicende, manifestano odio, rancore e rabbia, ma, nello stesso tempo, fanno emergere il lato oscuro dell’esperienza: una scoperta protezione del torturatore, un tentativo di giustificare l’ingiustificabile”.
Il terzo livello è quello del “RIFUGIO“.
Ad esso accede chi, nel corso della sua vita, ha potuto interiorizzare significative relazioni umane ed affettive. Queste persone, quando vengono torturate, pensano alla propria famiglia, ai propri affetti, rivolgono tutta l’attenzione verso l’interno di sé stesse, relazionandosi interiormente con i propri vissuti, che evocano validi rapporti umani,
fortemente sentiti e costituiscono la loro identità personale e sociale. Si innesca a questo punto un particolare fenomeno allucinatorio, che sconnette il torturato dalla situazione atroce che sta vivendo e l’anestetizza totalmente, fino alla morte. La sua muscolatura si rilascia ed il fisico non reagisce più a nessun tipo di stimolo. “La
vittima, pur restando lucida, riesce a prendere le distanze e dissociarsi dal suo corpo; riesce ad essere altrove con la mente. Resta apparentemente lucido, sente che lo stanno picchiando, sente le domande che gli vengono rivolte, ma le sente lontane, come se non fossero dirette a lui. Queste allucinazioni difensive lo fanno vivere in sogno,
circondato dalle presenze affettive del suo mondo interiore”.
A questo punto i torturatori considerano chiusa la sessione di tortura e lo affidano al medico della polizia, che gli somministra quel minimo di cure necessarie, affinché rimanga in vita fino alla prossima volta.
Questo fenomeno allucinatorio è descritto nei film: “Brazil” di Terry Gilliam, e “Il bacio della donna ragno” di Hector Babenco.
Il “rifugio” costituisce così forse l’unica via di salvezza di fronte alla tortura.
Dal punto di vista psicologico non dovrebbe essere diagnosticato come una psicosi traumatica, ma come quadro psicopatologico sui generis. “Nelle psicosi traumatiche infatti il trauma appare improvvisamente, non é di lunga durata, e non viene impedito allo
individuo, di fuggire o difendersi, non subisce isolamento, intenzionalità, umiliazioni o vessazioni”.
“La tortura é qualcosa di più: la vittima é sottoposta ad un processo scientifico di distruzione, durante il quale vengono sistematicamente attaccati tutti i fattori fisici e psichici che consentono la sopravvivenza di un essere umano: la sua struttura fisica per creare dolore, mutilarlo e umiliarlo; la sua struttura psicologica e sociale attraverso l’isolamento, il terrore, la colpa e la distruzione della sua autostima”. Bisogna ancora
aggiungere che queste fasi o livelli psicologici, non si mostrano nella maniera definita descritta, ma esistonotutta una serie di situazioni intermedie di mescolanza dei vari livelli e stati d’animo.
Concludo citando ancora il Dottor Arestivo: “Molti quadri psicopatologici che appaiono in questa situazione meriterebbero uno studio particolare, poiché esulano dai concetti della psicopatologia e della nosologia psichiatrica.
Anche se la sintomatologia può sembrare simile a quella di quadri clinici
già definiti dalla psichiatria, queste patologie sono senza dubbio ancora da comprendere e chiarire, prova ne sia il fatto che non sempre le vittime trovano beneficio nei trattamenti psicoterapeutici classici”.

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UNA MALATTIA RARA AL MESE
La Retinite Pigmentosa

Autore: Claudio PISOTTI
Presidente RP Liguria
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Per comprendere meglio la malattia (o per essere più precisi: “le malattie”) che andremo di seguito brevemente a descrivere, occorre fare una premessa sulla parte dell’occhio coinvolta:
LA RETINA
La retina è la più interna delle membrane (le altre sono la sclera e la
coroide) che costituiscono l’involucro del bulbo oculare. La sua principale funzione è quella di recepire i segnali luminosi provenienti dal mondo esterno e trasmetterli al cervello tramite il nervo ottico.
La retina è costituita da tessuto di tipo nervoso ed è suddivisa in numerosi strati; i più importanti, a partire dall’esterno sono:
* l’epitelio pigmentato;
* lo strato dei fotorecettori (coni e bastoncelli);
* lo strato delle cellule ganglionali.
* Al centro della superficie retinica si trova la macula, ovvero la zona più sensibile ai segnali luminosi grazie alla quale possiamo leggere e fissare gli oggetti più piccoli.
La retina è abbondantemente irrorata da molti vasi sanguigni che ne assicurano il nutrimento e la funzionalità delle complesse cellule che la compongono.
Nel punto di inserzione del nervo ottico (papilla) si ha il cosiddetto “punto cieco”, ossia una piccola zona nella quale la retina non è in grado di recepire alcuna immagine.
Di esso non ci accorgiamo perché le informazioni mancanti sono integrate dal cervello grazie anche ai segnali provenienti dall’altro occhio.
Poiché la retina è costituita da tessuto nervoso, ogni volta che le sue cellule vengono irrimediabilmente danneggiate, esse non sono più in grado di rigenerarsi con la conseguenza che il danno funzionale diverrà definitivo.
Le malattie che colpiscono la retina sono molte e assai diverse fra di loro ma, in generale, anche quando possono essere pienamente risolte come in molti casi di distacco, non
vanno trascurate, né va sottovalutata la loro portata.
Per questo motivo, ogni qual volta si sospetti una qualsiasi patologia che coinvolga questo organo è consigliabile non perdere tempo e ricorrere rapidamente a visita oculistica.
Facendo tesoro di questa buona regola parliamo ora della malattia.
Con il termine di Retinite Pigmentosa (RP) si definisce tutta una serie di degenerazioni retiniche principalmente ad origine genetica che hanno in comune tra di loro un processo degenerativo evolutivo dei fotorecettori: coni e bastoncelli.
La malattia di norma può manifestarsi ad ogni età, ma tende prevalentemente ad insorgere tra la pubertà e i quarant’anni. Le statistiche internazionali ne valutano l’incidenza di un malato su 3500-4000 abitanti.
I primi sintomi della retinite pigmentosa nelle forme più frequenti sono:
* cecità crepuscolare e notturna (emeralopia): il soggetto non vede di sera, alla notte e in ambienti scarsamente illuminati (questo fenomeno è dovuto alla degenerazione
dei bastoncelli che sono gli elementi sensibili deputati alla visione in condizioni di scarsa luminosità).
* restringimento del campo visivo (visione “Tubolare”): non si riescono a percepire ostacoli decentrati rispetto al “punto di fissazione” come gradini, oggetti posti lateralmente, strutture pendenti dall’alto, ecc. Nelle fasi più avanzate compaiono in
genere anche fenomeni come forte abbagliamento (fotofobia) e difficoltà a riconoscere alcuni colori.
L’ASPETTO CLINICO E GLI ESAMI STRUMENTALI
All’esame oftalmoscopico, come dice il nome stesso della patologia, la superficie retinica appare spesso caratterizzata da diffuse e tipiche macchie scure di pigmento. Esistono
comunque anche forme di retinite pigmentosa senza pigmento. Pertanto
l’ elettroretinogramma è l’esame chepiù precisamente consente di diagnosticare
l’esistenza della malattia, ma molto utili per una diagnosi completa sono la campimetria (campo visivo), la fluorangiografia, l’esame OCT (Tomografia a Coerenza Ottica). Infine
altri esami che possono aiutare nella diagnosi sono l’ adattometria e PEV (Potenziali Visivi Evocati).
L’indagine Genetica
Come tutte le malattie, quando sussiste l’ereditarietà, anche la Retinite Pigmentosa è causata da “errori” (mutazioni) nel “materiale genetico” (geni), costituito da DNA. L’indagine genetica si propone di ricercare il modello di trasmissione della malattia
e identificare il gene mutato responsabile della stessa, e poter così inoltre correlare le diverse forme cliniche con le diverse mutazioni identificate.
La conoscenza delle specifiche mutazioni, quali causa della malattia, sono il primo passo per eventuali future strategie terapeutiche farmacologiche o per l’applicazione di
un’eventuale terapia genica. Tali correlazioni inoltre possono portare ad una più precisa prognosi. L’indagine genetica si esplica attraverso la consulenza e la genetica molecolare.
La consulenza genetica
Permette con uno o più colloqui di poter ricercare e stabilire attraverso un’indagine familiare del soggetto malato il modello di trasmissione della sua malattia, inoltre di fornirgli spiegazioni sui rischi di trasmissione per la futura discendenza. Per la RP i
principali modelli di trasmissionesono quelli mendelliani: autosomica dominante, autosomica recessiva, o legata al sesso (X- Linked) (Le alterazioni cromosomiche, le malattie multifattoriali e mitocondriali, pur riguardando alcune malattie degli occhi, non hanno una rilevanza significativa per quanto riguarda la retinite pigmentosa).
La genetica molecolare
Attraverso un semplice prelievo di sangue, ma con successive complesse indagini di laboratorio che iniziano con l’estrazione del DNA, viene effettuata la ricerca per trovare il gene mutato che è causa della malattia nell’individuo affetto.
Attualmente diversi geni sono stati identificati come responsabili della malattia e in questo lavoro si stanno inserendo nuove tecnologie (diagnostiche) che abbreviano notevolmente il percorso diagnostico.
LE TERAPIE
Attualmente non è disponibile una terapia risolutiva della patologia, ma sono disponibili alcuni approcci terapeutici nel tentativo di rallentare la progressione della malattia. Studi
hanno dimostrato che la somministrazione di elevate dosi di vitamina A (15.000 U.I. giornaliere) per periodi prolungati può ritardare la progressione della malattia, ma è necessario considerare il rischio di danno epatico che ciò comporta. Anche l’acido
Docosaesanoico DHA ha dimostrato nelle forme principalmente X-Linked, un effetto benefico. Ma le speranze per queste patologie vengono dalla ricerca, che in questi ultimi anni ha dimostrato particolare interesse e vivacità nei confronti del problema.
Tra i principali filoni evidenziamo:
I Trapianti
L’intento è quello di mettere a punto una tecnica che renda possibile il trapianto del tessuto retinico, o per lo meno l’innesto di cellule sane su retine malate.
Fattori di crescita
Sono emersi vari studi su sostanze che intervengono sui fattori di crescita che interessano le cellule e la loro vitalità. E’ partita la sperimentazione di 1° fase sull’uomo per verificare la sicurezza e tollerabilità di un fattore neutrofico che ha dimostrato di essere privo di effetti collaterali e ha dato indicazioni di una certa efficacia.
Terapia genica
Si propone attraverso l’iniezione nello spazio sottoretinico di “vettori genici” di sostituire il gene ammalato con quello sano. Ottimi risultati con questo sistema si sono ottenuti dalla sperimentazione su tre pazienti affetti da Amaurosi congenita di Leber, una
malattia molto simile alla RP. Terapia farmacologica Vari sono gli studi in campo farmacologico finalizzati alla neuroprotezione. Promettente è una ricerca che ha
identificato ed isolato un fattore denominato “fattore di sopravivenza dei coni prodotto dai bastoncelli” che porterà nei prossimi mesi allo sviluppo di un farmaco e a Trials clinici nel 2009.
Cellule staminali
Sperimentazioni sono in atto utilizzando cellule staminali autologhe derivate dal midollo osseo. Si sta anche valutando come strada percorribile l’utilizzo delle cellule staminali quescienti presenti nell’occhio, come “indirizzare” ed utilizzare cellule staminali
derivate da animali.
Gli Impianti
Stimolato dai progressi degli ultimi anni ottenuti nella microelettronica, sono stati creati microchips da inserire nello spazio retinico per la stimolazione della retina. Attualmente vari gruppi lavorano per ottimizzare questo tipo di protesi per una “visione
artificiale”.
GLI ASPETTI SOCIALI
La particolarità dei sintomi e la lunghezza del decorso fanno sì che chi è affetto da Retinite Pigmentosa spessofatichi alquanto a far comprendere all’esterno le reali difficoltà che deve affrontare.
Nelle fasi iniziali, ad esempio, spesso precedenti alla stessa diagnosi, il paziente può apparire una persona dal comportamento strano e non facilmente comprensibile in quanto il soggetto legge il giornale o scritte molto piccole e poi non si avvede di
ostacoli macroscopici quali auto, buche, gradini; oppure di giorno la persona mantiene un comportamento assolutamente normale, mentre di sera improvvisamente diviene incerto e timoroso; giocando a pallone o praticando altri sport con la palla, il soggetto
non si avvede di passaggi o tiri provenienti dai lati mentre poi appare sicuro in altre circostanze; passando da ambienti con diversa luminosità come per esempio entrando a cinema o a teatro, il soggetto non è in grado di trovare la poltrona e si aggrappa istintivamente al braccio di chi lo accompagna.
Con il progredire della malattia i problemi di vista diverranno sempre più
evidenti ed aumenterà in genere parallelamente, anche l’ansia e la tensione psicologica a mano mano che il malato si rende conto di percorrere un itinerario progressivamente in
discesa che lo porterà forse alla perdita completa del residuo visivo. Importante in questo percorso che coinvolge non solo l’individuo ammalato ma anche la famiglia è il sostegno che l’individuo può ricevere dal mondo che lo circonda: i famigliari, gli
amici, ma in modo particolare il confronto, che lo stesso può avere con altre persone che condividono le stesse problematiche, possono aiutarlo a superare i momenti di difficoltà (gruppi auto-aiuto, associazioni).
La riabilitazione visiva
La riabilitazione visiva si propone di aiutare l’individuo ad attivare dei meccanismi
che permettano di mantenere il più possibile le capacità acquisite e di continuare nella crescita personale (studio, lavoro, attività sociali, ecc). Per assolvere a questo compito vi sono dei centri specializzati. La riabilitazione si avvale di varie strategie ed una gamma
di ausili specifici.
Per fare un brevissimo cenno a titolo di esempio è importante che nel quotidiano
il soggetto possa godere, in aula, in ufficio e a casa, di una postazione di lavoro bene illuminata ma, specialmente negli stadi più avanzati della patologia, non colpita da luce
diretta molto forte. Anche se il restringimento restringimento tubolare del campo visivo non consente la percezione immediata di oggetti molto grossi, l’uso del videoingranditore
può essere efficace allo scopo di aumentare il contrasto dei testi, così come la sintesi vocale permette l’utilizzo del senso dell’udito. In particolare il videoingranditore permette di poter leggere testi anche molto piccoli o compilare moduli ecc. Le sintesi
vocali sono dispositivi software applicabili a computer, telefonini o lettori audio che permettono di tradurre in voce i testi.


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