Ipersensibilità dentinale non più un problema

Autore: Dott. Bahri ADIS
Implantologia e Parodontologia
V. le Beatrice D’Este, 17 – Milano
Tel. 02.58303737
www.dentesthetic.com

La sensibilità dentale è una reazione dolorosa del dente, di carattere acuto e improvviso, determinata dall’esposizione a stimoli fisici (caldo e freddo), chimici, meccanici o osmotici ( dolce e salato).
Sebbene non sia considerata unavera e propria patologia, l’ipersensibilità dentinale condiziona fortementel’esistenza del paziente il quale, per paura di ricevere una spiacevole“scossa elettrica”, si astiene dall’assumere cibi troppo caldi o troppo
freddi.
E’ il tartaro - una concrezione calcificataformata da placca, batteri orali e minerali – a demineralizzare lo smalto, generando il fenomeno assai fastidioso della sensibilità.
La perdita di protezione dello smalto lascia senza difese la dentina, il tessuto dentale immediatamente sottostante la superficie dello smalto a livello della corona, percorso da canali radiali che conducono alla polpa dentale.
I tubuli microscopici della dentina, priva della sua copertura protettiva, permettono alle sostanze calde e fredde o alle sostanze osmotiche (cibi acidi o salati) di stimolare le terminazioni nervose della polpa, causando ipersensibilità.
Il processo di demineralizzazione, causato dall’azione dei batteri aerobici ed anaerobici, può protrarsi fino alla formazione della carie che è un’alterazione progressiva, a carattere distruttivo, del tessuto duro del dente.
La carie, giungendo al nervo, provoca dolore e il dente deve essere prima devitalizzato e poi incapsulato.
Per scongiurare tali rischi è necessario effettuare, ogni sei mesi, una visita visita
professionale ed una pulizia dentale che prevenga la formazione delle piccole carie. In tale occasione, gli eventuali depositi di tartaro vengono rimossi tramite detartrasi, ovvero con ablazione meccanica per mezzo di uno strumento odontoiatrico che
raschia tale formazione dai denti. Si impedisce così che il tartaro possa “aggredire” nuovamente lo smalto.
L’impiego, da parte di un professionista, di un materiale applicato sui denti e successivamente attivato da una lampada specifica remineralizza lo smalto e diminuisce la suscettibilità alla carie.
Per rafforzare il tessut che ricopre la corona dei denti, è possibile agire anche fuori dallo studio dentistico. Al paziente è chiesto, due volte alla settimana, di applicare, dopo aver effettuato la pulizia serale dei denti, un gel a base di fluoro, la cui azione rimineralizzante si protrae per tutta la notte.
La guarigione dall’ipersensibilità nonè immediata. A distanza di qualche giorno dall’ablazione del tartaro, il dente è “irritato” dall’azione del trapano e dall’aspiratore.
Solo il tempo ripristina pienamente la funzione dentale: la vita dell’individuo torna ad essere scandita da ritmi normali, potendo gustare qualunque cibo senza provare alcuna sensibilità.

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La risposta del tessuto osseo agli agenti patogeni

Autore: Prof. Salvatore ARDITO
Specialista Ortopedico
Prof. Associato di Ortopedia e Traumatologia
Università degli Studi di Catania
Tel. 095.373166

Il tessuto osseo non è una struttura inerte, ma possiede un proprio metabolismo (“turnover osseo”) realizzato con mirabile equilibrio tra attività osteoblastica ed osteoclastica, sotto il controllo neuro ormonale, meccanico etc..
Pertanto il tessuto osseo, durante il periodo evolutivo di accrescimento e nell’arco della vita, subisce una serie di stimoli, secondari ad affezioni traumatiche, flogistiche, dismetaboliche, degenerative, displastiche e neoplastiche, che ne modificano la struttura
e/o la morfologia.
Da sottolineare che il tessuto osseo è provvisto di una rete vascolare di estensione variabile e di una ricca innervazione.
Durante il periodo dell’infanzia si verificano,con una certa frequenza, fratture sottoperiostee e fratture delle ossa lunghe, talora con dislocazione interframmentaria.
E’ sorprendente la constatazione che in quest’ultima evenienza la vivace
attività osteoblastica è tale da provocare, gradatamente, un rimodellamento trabecolare che riesce, dopo qualche anno, a ripristinare sia la struttura che la morfologia dell’osso fratturato.
Ovviamente a condizione che non siano stati interessati i nuclei di accrescimento od in presenza di fratture articolari.
Talora si possono verificare “distacchi epifisari” di diverso grado, con esito
frequente in deviazioni assiali e/o torsionali, che in parte saranno mascherati
da atteggiamenti compensatori delle articolazioni viciniori Il periostio di alcune ossa lunghe, come la tibia, subisce un insulto meccanico, con secondaria periostite,
particolarmente dolorosa.
Radiograficamente si manifesta sotto forma di un ispessimento della corticale. Nelle affezioni flogistiche e degenerative, il tessuto osseo reagisce dimostrando di possedere una buona capacità osteogenetica (periostosi, osteosclerosi).
Nella osteomielite acuta ematogena si rilevano, radiograficamente immagini miste, osteolitiche ed osteosclerotiche, circoscritte o diffuse, sia in sede epifiso metafisaria che in sede diafisaria.
Nella osteomielite cronica è, in genere, prevalente l’osteosclerosi (ascesso di Brodie).
Nella tubercolosi ossea prevalgono le lesioni osteolitiche, con marcata
osteoporosi circoscritta perifocale, erosione ossea e riduzione della rima articolare (quest’ultimo segno è costante e patognomonico).
Nell’artrite reumatoide (mani e piedi) si rilevano manifestazioni cliniche eclatanti, come deformità secondarie al danno provocato dal panno sinoviale che coinvolge, ab inizio, le strutture capsulo ligamentose e tendinee e successivamente il tessuto osseo.
Radiograficamente si apprezza una spiccata rarefazione ossea, con erosioni articolari.
Nell’osteoartrosi (affezione degenerativa flogistica) con elettiva lesione della cartilagine di rivestimento, il tessuto osseo reagisce con irregolarità dei capi articolari, presenza di
osteofiti marginali, di sclerosi subcondrale e cavità geodiche. Tali lesioni, frequenti a livello del rachide e degli arti inferiori, rappresentano la risposta osteogenetica alle sollecitazioni meccaniche iterative. In linea di massima non viene compromessa la
resistenza scheletrica, a meno che vi sia concomitante osteoporosi.
Addirittura in casi di “coxa subluxans” primitiva o secondaria) il tessuto scheletrico reagisce con la presenza di una osteofitosi marginale, superoesterna, da interpretare come espressione di compenso, allo scopo di conferire un miglior appoggio alla testa
femorale.
Nelle affezioni displastiche il tessuto osseo reagisce in maniera differente o sotto forma di una riduzione della resistenza meccanica, come in alcune forme di displasia fibrosa e nell’osteogenesi imperfetta o viceversa con la presenza di tessuto osteoclastico
come nel Morbo di Paget.
Tipica e singolare è l’evoluzione del granuloma eosinofilo a localizzazione nel corpo vertebrale: inizialmente il soma appare, radiograficamente, schiacciato e sclerotico, mentre progressivamente si assiste, nell’età infantile, ad un ripristino pressoché completo sia della struttura che della morfologia del corpo vertebrale. Un
esempio sovrapponibile è offerto dalle osteocondrosi (malattie scheletriche dell’accrescimento) a varia localizzazione. Il tessuto osseo, in tali affezioni, radiograficamente si manifesta con una successione di lesioni apprezzabili gradualmente: opacizzazione dei nuclei epifisari, frammentazione e ricostruzione strutturale
(morbo di Perthes, morbo di Sever-Blaukem etc).
Lesioni scheletriche di tipo osteolitico si rilevano nella cisti ossea solitaria, nella cisti aneurismatica, nel tumore gigantocellulare, nell’osteosarcoma, nonché nelle metastesi ossee da carcinoma della mammella, della tiroide, del rene etc.
Viceversa immagini osteosclerotiche si apprezzano nel fibroma istiocitario, nel carcinoma della prostata etc. Immagini miste si possono rilevare nell’osteoma osteoide, nel condrosarcoma etc.
In base a quanto espostosi deduce come la struttura scheletrica, espressione di “tessuto vivente”, colpita dalle varie affezioni, si comporta in maniera differenziata in riferimento
alla diversa aggressività dell’agente patogeno, alla tempestività dei presidi terapeutici, alla precocità della diagnosi, all’età del paziente, nonché alla condizione immunitaria, costituzionale e eredo-familiare.

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