Aumento del seno (mastoadditiva)

Autore: Dott. Ambrogio CASTELLI
Medico Chirurgo
Specialista in otorinolaringoiatria e chirurgia della testa e del collo
Via Cremona n. 11 21052 Busto Arsizio (Va)
Tel. 0331-683312
Via Pacini n. 28 – 21131 Milano
Tel. e Fax: 02-70602676 Cell.: 348-4460226

Le mammelle sono il simbolo primario della femminilità: Ogni anomalia o difeto delle medesime viene vissuto dalla donna in modo problematico, diventando causa scatenante di grossi complessi.
Molte donne, infelici per il loro seno infantile, ricorrono ad ar tifici quali , ad esempio, pushup o imbottiture che d’estate la fanno sudare. Altre, invece, affrontano i problema con maggiore rea lismo risolvendo definitivamente i loro problemi psicologici. Le mammelle, troppo piccole od infantili, possono acquistare un nuovo volume naturale nella
sua forma, con l’intervento chirurgico di mastoadditiva. Questa metodica chirurgica viene eseguita in anestesia generale con ricovero di 24 ore, previa lista di esami clinici che testimonino lo stato di buona salute. La paziente verrà dimessa dopo 2 ore, porterà un reggiseno e dovrà massaggiare le proprie mammelle quotidianamente per mantenerle così, morbide per almeno 20 anni!
La tecnica di mastoplastica additiva, il seno appare piccolo ma pieno, consiste nell’inserimento, tra il muscolo pettorale e la ghiandola mammaria, di protesi morbide di ultima generazione,di varie misure e secondo delle esigenze e delle dimensioni del torace.
Nel caso in cui, invece, la mammella apppare svuotata, la protesi deve essere inserita sotto il muscolo pettorale. Le protesi, in entrambi i casi, vengono inserite attraverso due principali tipi di incisione cutanea: una di 2 o 3 centimetri è periareolare (a semiluna attorno all’areola se questa non è piccola), l’altra è della stessa misura, sottomammaria
(nel solco sottomammario).
Io personalmente, non prediligo la prima incisione per i seguenti motivi:
* la cicatrice di questa incisione sarà sempre più visibile;
* non permette alla ghiandola mammaria di rimanere integra:
Preferisco, dunque, l’incisione a livello del solco sottomammario che, se ben fatta:
* diventerà quasi invisibile;
* permetterà di ricreare u nuovo solco proporzionale al volume della nuova mammella;
* è più anatomica, perché lascia completamente integra la ghiandola mammaria e le sue funzioni fisiologiche: allattamento e sensibilità, contrariamente all’incisione periareolare che può determinare iposensibilità al capezzolo, motivo questo di insoddisfazione.
In commercio, esistono diversi tipi di protesi. Di solito, vengono utilizzate protesi di ultima generazione che forniscono la massima sicurezza ed il minimo rischio di capsulizzazione (indurimento).
Riguardo all’effetto estetico dell’intervento, per evitare che questo dia motivo perché il seno appaia innaturale, occorre valutare bene le proporzioni fisiche della donna. Soltanto rispettando l’armonia del corpo di ogni paziente, si può ottenere un risultato molto soddisfacente e naturale, anche col trascorrere degli anni. Garantendo un seno naturale, la paziente avver tirà il nuovo seno come suo da sempre, non solo ai propri occhi, ma soprattutto a quelli degli altri, che potranno così ammirarla per l’aspetto iper femminile.

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Nuove tecniche di ringiovanimento del volto

Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato - Milano
Tel. 02.794224

E’ evenienza piuttosto frequente durante le visite specialistiche la paziente manifesti un generico senso di insoddisfazione o di scarsa considerazione per il proprio volto, anche in assenza di difetti anatomici eclatanti, anche in presenza di lineamenti complessivamente normali e gradevoli. Per lo più viene sottolineata la “piattezza” del viso, la sua “banalità” o l’eccessiva normalità senza che si possa però definire esattamente
“cosa”. Spesso in questo genere di pazienti il problema va affrontato non considerando ciascuna componente del viso isolatamente, come singola unità, ma nel rappor to tra loro.
Se lo specialista a cui ci si è affidati possiede una particolare esperienza professionale e anche un cer to gusto personale, non faticherà a comprendere la chiave di volta per risolvere il problema.
Per intenderci meglio, è sufficiente osservare con attenzione volti che noi consideriamo “belli” o piacevoli o semplicemente caratteristici.
In questi casi ciò che li rende così attraenti è un preciso gioco di forme, curve, angoli, ombre che conferiscono in qualche modo autorità e personalità.
Zigomo prominente, mandibola forte o mento quadrato sono per esempio alcune delle caratteristiche classicamente associate, nell’immaginazione generica, a volti maschi invidiati.
Il principio è applicabile per fettamente sui nostri volti: accentuare, millimetricamente, uno zigomo troppo “pianeggiante”, dare maggior proiezione a un mento che sfugge troppo, dare maggiore tensione al collo o alle guance, rivoluziona letteralmente, ma
in modo positivo, i vecchi rapporti tra le varie componenti del viso. E’ interessante notare come, indirettamente, aree anatomiche relativamente distanti, appaiano come illuminate, personalizzate, lo sguardo acquista simpatia, il volto intelligenza ecc.
Sottolineamo in modo categorico che il volto non deve essere stravolto o E’ fondamentale che lo specialista conosca per fettamente la fisiologia dell’invecchiamento: in particolare uno degli effetti più tipici del passare degli anni, negli uomini come nelle
donne, è la progressiva perdita di volume dei tessuti cosiddetti molli, la cute, il tessuto adiposo sottocutaneo, i muscoli, ecc.
Le foto scattate ad anni di distanza tra loro parlano chiaramente degli effetti dell’invecchiamento. Una volta compreso questo principio, la tecnica da applicare sarà conseguenza logica. Nei volti più magri, per esempio, è più evidente la necessità
di riempire una guancia troppo scavata piuttosto che accentuare uno zigomo già troppo evidente, e così via.
Avverrà così che le persone intorno a noi si accorgeranno di qualcosa di diverso, che qualcosa è cambiato pur senza essere in grado di indicarlo esattamente; si è semplicemente accentuata una o più caratteristiche, comunque preesistenti.
Questo genere di interventi è affidato alla cosiddetta chirurgia plastica dei profili, che si tratti del naso, delle guance, del mento, del collo ecc.
I materiali riempitivi estranei ed arti ficiali trovano sempre meno ragione di utilizzo, in favore del proprio tessuto adiposo, che presenta il vantaggio di essere presente in grande quantità, per fettamente compatibile, naturale e … a buon mercato.
La tecnica, messa a punto in questi ultimi anni, si chiama lipostruttura e sta rivoluzionando i concetti di chirurgia estetica minimizzando la necessità di interventi invasivi per il ringiovanimento del volto.
Il proprio grasso infatti, opportuna mente purificato e selezionato, può venire riniettato con piccole siringhe là dove necessario in anestesia locale.
Il vantaggio non è solo quello di rigenerare i volumi perduti o ridotti, ma anche, secondo studi più recenti ed ancora in corso, quello di migliorare la qualità stessa della cute; la stessa tecnica trova anche applicazione infatti nel campo delle ustioni.
Circa 70% del volume iniettato attecchisce definitivamente.
Scolpire il volto non significa necessariamente “aggiungere” sempre qualcosa: vi sono molti casi in cui al contrario i tratti più salienti e caratteristici dell’espressione appaiano
come nascosti da uno spessore eccessivo delle cuta sovrastante.
Può essere ad esempio che il mento sia di per sé ben rappresentato (non vi è quindi alcuna necessità di incrementarne la proiezione con un impianto) ma che sia mascherato da un collo eccessivamente grasso e spesso.
In questo caso, una micro-liposcultura potrà metterne di nuovo in evidenza il profilo e soprattutto, creare un buon angolo tra la mandibola e il collo, caratteristica dei volti giovani.
Durante la visita lo specialista valuterà tutti gli elementi di interesse del volto, cioè l’aspetto e le caratteristiche della cute, la presenza e l’attività specifica dei muscoli mimici, quindi delle rughe di espressione, la struttura ossea sottostante ecc.
Verranno ascoltate e comprese le motivazioni del paziente, i motivi di insoddisfazione e le sue aspettative.
La storia clinica dovrà essere ben conosciuta per riconoscere eventuali patologie o problemi come allergie a farmaci, infiammazioni o infezioni cutanee in atto ecc. che possano in qualche modo controindicare il trattamento.
La comparazione con fotografie scattate nella giovinezza, come si diceva, renderà più facile la comprensione della specifica curva di invecchiamento e più logico ed efficace l’approccio dello specialista per la risoluzione del problema.

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Sclerodermia: una semplice affezione della pelle?

Autore: Prof.ssa Raffaella SCORZA
Ordinario Medicina Interna dell’Università di Milano
Direttore Centro di Riferimento per le malattie autoimmuni sistemiche, Regione Lombardia,
IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico

La Sclerosi Sistemica è una malattia cronica, più comunemente nota come
Sclerodermia. Questo termine, che significa letteralmente “pelle dura”, dà un’idea abbastanza precisa di quella che è la caratteristica clinica più evidente: l’indurimento e l’ispessimento della cute in zone più o meno estese della super ficie corporea.
Caratterizzata da una iperattività del sistema immunitario, la Sclerodermia è in realtà una malattia sistemica che colpisce i piccoli vasi arteriosi e importanti organi interni quali il
cuore, il polmone, l’esofago, l’intestino, il rene. Sono queste localizzazioni che fanno della sclerodermia una malattia molto grave e potenzialmete mortale e che rendono importante la diagnosi precoce, prima che si siano instaurati danni irreversibili.
La Sclerodermia è una malattia poco frequente, ma non rara: per ogni milione di persone vi sono 10-15 nuovi casi ogni anno e questo numero tende progressivamente ad aumentare. In Italia il numero degli sclerodermici si avvicina probabilmente alle 50000 unità: 500-900 malati ogni milione di abitanti. La malattia può manifestarsi a tutte le età ma insorge generalmente in età adulta, con due picchi di incidenza intorno ai 25- 30 e
ai 50-55 anni e con una netta predilezione del sesso femminile: in Italia, le donne rappresentano infatti l’80-90% dei pazienti Pur troppo molti tra questi ammalati, non riescono ad usufruire appieno dei grandi progressi che, nell’ultimo decennio, si sono effettuati nella diagnosi, nel monitoraggio e nella terapia di questa malattia. Il motivo prin cipale è che la malattia, assolutamente poco conosciuta anche ai medici, non viene diagnosticata in tempo e il malato arriva al Centro Specialistico quando è spesso troppo
tardi.
In realtà arrivare a sospettare la malattia non è difficile. Mesi o anni prima che insorgano segni più visibili vi è un chiaro campanello di allarme: il fenomeno di Raynaud, dovuto allo
spasmo delle arteriole digitali indotto dall’esposizione al freddo o dallo stress e che si manifesta con un tipico pallore delle dita delle mani e dei piedi e può accompagnarsi a parestesie, dolore e, nei casi più gravi, ulcere e gangrena. Il fenomeno di Raynaud è molto diffuso nella popolazione generale, soprattutto nel sesso femminile; solo in un piccolissimo numero di pazienti però esso è sintomo precoce di sclerodermia o, più raramente, di altre patologie autoimmuni.
Nei casi dubbi, quando cioè il fenomeno di Raynaud si verifica anche in presenza di temperature piuttosto miti, è impor tante sottoporre il paziente a semplici accer tamenti che permettono una facile e tempestiva diagnosi: la capillaroscopia del letto ungueale e la determinazione degli anticorpi anti-nucleo (ANA ed ENA), che permettono di evidenziare la presenza degli anticorpi tipici della sclerodermia: gli anticorpi anticentromero, gli anti-topoisomerasi I o anti Scl70, gli anti-RNA polimerasi e gli anti-nucleolari. Questi esami possono essere prescritti su ricettario regionale e vanno eseguiti presso centri specializzati nella diagnosi e terapia delle malattie autoimmuni sistemiche. Per gli esami eseguiti a scopo diagnostico è prevista la par tecipazione del paziente alla spesa sanitaria (ticket); gli stessi esami eseguiti per il monitoraggio della malattia sono invece a totale carico del SSN.
Tra i servizi ospedalieri di Reumatologia o Immunologia Clinica che si occupano di malattie sistemiche, sono stati identificati in Lombardia 4 Centri di riferimento regionali: L’Immunologia Clinica dell’IRCCS Ospedale Policlinico (Milano), l’Ist. Reumatologia G. Pini
(Milano), l’IRCCS Ospedale san Raffaele (Milano, non esegue la capillaroscopia) e la Reumatologia degli Ospedali Civili di Brescia.
Presso la sede del GILS è presente nel pomeriggio di mercoledì, un medi-co specialista a disposizione dei pazienti e dei medici che desiderano informazioni sulla malattia (numero
verde 800.080.266).
IL FENOMENO DI RAYNAUD
Il fenomeno di Raynaud è un evento vasospastico periferico scatenato dal freddo e/o da stress emotivo.
L’espressione clinica più caratteristica del fenomeno di Raynaud è rappresentata dalla tipica sequenza cromatica: pallore cianosi rossore. Possono coesistere intorpidimento e parestesie. Le mani rappresentano la sede più frequentemente colpita, ma possono essere interessati i piedi, i padiglioni auricolari, il naso e la lingua.
Il fenomeno di Raynaud può essere distinto in una forma “primaria” e in una “secondaria”. La forma primaria insorge soprattutto in soggetti giovani, senza alcuna associazione con malattie o eventi esterni capaci di provocare un’alterazione della circolazione distrettuale periferica. La forma secondaria è, al contrario, associata
all’assunzione di farmaci (beta-bloccanti, contraccettivi orali), alla presenza di malattie ematologiche (policitemia, paraproteinemia), dismetaboliche (diabete mellito), neurologiche, occupazionali e di tipo immunologico (Sclerosi sistemica, Lupus eritemato-
so sistemico, dermatomiosite, Ar trite Reumatoide, Malattia mista del connettivo). E’ stato osservato come il 5% dei soggetti con fenomeno di Raynaud sia destinato a sviluppare una malattia del tessuto connettivo; in particolare nella sclerosi sistemica
il fenomeno di Raynaud costituisce, nella quasi totalità dei casi, il sintomo d’esordio.
Il fenomeno di Raynaud non va considerato, come spesso accade, un semplice sintomo di spiccata intolle ranza al freddo, che non richiede indagini mirate e che va più soppor ta-
to che curato. Esso, infatti, come precedentemente accennato, può costituire una precoce manifestazione di un’eterogenea gamma di condizioni cliniche che vanno quanto prima riconosciute e adeguatamente affrontate.
Per formulare un corretto inquadramento del fenomeno di Raynaud è impor tante valutare dati anamnestici e obiettivi:
* Anamnesi (attività lavorativa, traumi, fumo, farmaci)
* Sintomi (rash, ar tralgie, febbre, astenia)
* Esame obiettivo (polsi periferici, soffi, ulcere digitali, pitting ungueale, edema digitale, tumefazione articolare)
* Esami di laboratorio (emocromo, VES, glicemia, crioglobuline, elettroforesi sieroproteica, anticorpi anti-nucleo)
* Valutazioni strumentali: capillaroscopia, rx torace, rx rachide cervicale, EMG
Sicuramente, tra gli elementi diagnostici sopraccitati, la capillaroscopia e la ricerca degli anticorpi anti-nucleo devono essere obbligatoriamente richiesti in un soggetto che presenta il fenomeno di Raynaud.
La capillaroscopia periungueale costituisce la tecnica di elezione per lo studio in vivo del microcircolo.
I principali obiettivi dell’indagine capil-laroscopica sono: la valutazione delle caratteristiche architettoniche della rete capillare e l’individuazione di anomalie morfologiche e funzionali dei capillari.
Un quadro capillaroscopico rientrante nei range di normalità è un elemento caratterizzante il fenomeno di Raynaud primario; al contrario un completo sovvertimento architettonico, anse capillari giganti, aree avascolari e fenomeni di neoangiogenesi costituiscono lo “scleroderma pat tern”.
La strategia terapeutica, sia per il fenomeno di Raynaud primario sia per la forma secondaria, in primo luogo prevede l’adozione di misure generali atte a prevenire l’insorgenza dei sintomi: astensione dal fumo, indossare indumenti che tengano caldo tutto il corpo e non solamente le estremità, eliminazione di alcuni farmaci, la possibilità di vivere in un ambiente “termostatato” (ambiente a temperatura costante; spesso sono le varia zioni improvvise di temperatura dell’ambiente che scatenano l’attacco).
Generalmente le strategie di comportamento sopraccitate non sono sufficienti a controllare gli attacchi di Raynaud, soprattutto se si tratta della forma secondaria; è, quindi, indispensabile l’impiego di una terapia farmacologia. Tra i farmaci utilizzati, i cal-
cioantagonisti, e in par ticolare la nifedipina, sono di prima scelta. Un effetto adiuvante è dato dall’applicazione topica di nitroglicerina. L’impiego di prostanoidi è da riservarsi alle forme severe di Raynaud, determinanti fenomeni ulcerativi e necrotici a carico delle estremità.
(Monica Caronni)

SPIGOLATURE DAL MONDO DELLA RICERCA
Fibroblasti di origine diversa: Un’altra chiave di lettura per la Sclerodermia?

Se è vero che sono stati fatti enormi progressi sui meccanismi cellulari che causano la fibrosi è altrettanto vero che due aspetti della sclerosi sistemica, malattia fibrotica per
eccellenza, rimangono insoluti. Il primo “mistero” è l’enorme diversità da paziente a paziente della estensio- ne del coinvolgimento cutaneo e l’entità del coinvolgimento fibrotico viscerale. L’altro “mistero”, forse ancora più incomprensibile, è il fatto che le terapie fino ad oggi utilizzate per bloccare o far regredire la fibrosi hanno mostrato una notevole variabilità di efficacia nelle diverse persone, con risultati sorprendenti in alcuni soggetti e deludenti in altri.
Una possibile risposta potrebbe essere questa: non tutti i fibroblasti sono uguali e questa diversità è spiegata da una diversa origine che potrebbe renderli sensibili a segnali stimolatori o inibitori differenti ed essere quindi responsabile di una diversa risposta
ad una stessa terapia.
Il problema della diversità dei fibroblasti è stato affrontato in maniera organica in una rassegna a cura di Arnold E Postlethwaited e collaboratori, pubblicata nel novembre 2004 su una impor tante rivista reumatologica, Current Opinion in Rheumatology. In questa rassegna i ricercatori dell’Università di Menphis (Tennessee, USA) riassumono e commentano tutte le ricerche che, negli ultimi anni, hanno dimostrato che le cellule responsabili della fibrosi,cioè i fibroblasti, anche se presenti in uno stesso tessuto, ad esempio la pelle, non hanno una stessa origine.
Mentre la maggior par te dei fibroblasti origina da cellule mesenchimali (sono le cellule maggiormente rappresentate nel tessuto connettivo), altri fibroblasti originano
dai monoliti del sangue circolante, altri ancora da cellule epiteliali. Gli studi di questi ultimi anni hanno chiarito che sono proprio le cellule di origine monocitaria e epiteliale a svolgere un ruolo tutt’altro che secondario nella fibrosi di organi impor tanti, ad
esempio nella fibrosi epatica, renale e, forse anche in quella polmonare. Questi studi hanno anche dimostrato che la trasformazione delle cellule epiteliali in
fibroblasti viene sollecitata dalla produzione locale di fattori di crescita e citochine molto simili a quelli che stimolano la moltiplicazione e l’attività dei “fibroblasti professionali”. Sono anche stati individuati i segnali inibitori che prevengono la trasformazione fibrotica di queste cellule: una particolare proteina che regola normalmente la mor fogenesi dell’osso (conosciuta aglia addetti ai lavori come BMP7) blocca la trasformazione
delle cellule epiteliali in fibroblasti; un’altra proteina, l’amiloide sierica, blocca la trasformazionefibroblastica dei monoliti. Il dato interessante è che questa proteina ha livelli particoarmente bassi proprio nel siero dei pazienti sclerodermici. E’ ancora pre-
sto per poter trasferire in campo clinio queste osservazioni; è probabile però che proprio da questi studi nascano, in un futuro non lontanissimo, ricadute sorprendenti per la terapia dei pazienti sclerodermici.
Dott. Lorenzo Beretta
Immunologia Clinica Policlinico di Milano

Ogni anno per sostenere la lotta contro la
sclerodermia si tiene la giornata del ciclamino.
Per informazioni andare sul sito
www.sclerodermia.net

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Dolore cronico oncologico e non: una nuova svolta

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DAL PRELIEVO DI SANGUE ALLO STUDIO DELLA SALIVA: UNA SVOLTA CONTRO IL DOLORE
Una parola di speranza per oltre 15 milioni d’ italiani che oggi soffrono di dolore cronico può venire da un nuovo test di laboratorio, messo a punto a Pisa e presentato ufficial-
mente alla Stampa Estera a Roma, dagli scopritori, i prof. Paolo Poli, direttore dell’ Unità di Terapia Antalgica all’ Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana(Aoup) e presidente del Capitolo Italiano della società scientifica internazionale “Ins” e prof. Paolo Barale, Ordinario di Genetica all’ Ateneo Pisano. (Hanno collaborato alla ricerca la dott.ssa Angela Gioia dell’ U.O Terapia Antalgica Aoup ed il dott. Daniele Campa, del Centro Ricerca Tumori di Heidelberg - Germania).
“Il test- afferma Poli- è semplice quanto efficace: un normale esame di sangue consente d’ identificare la risposta genetica personalizzata alla terapia farmacologia. Un risultato che emerge dopo tre anni di studi e ricerche su 300 pazienti (40% oncologici, 60% NON oncologici ed afflitti da patologie comuni come il mal di schiena, dolori artrosii).
L’ indagine che riguarda in par ticolare l’ impiego della mor fina, permette di quantizzare la dose di tale sostanza che vienetraspor tata, tramite una proteina, al suo specifico recettore cellulare, per essere metabolizzata e trasportata nell’ organismo del paziente eliminando le frequenti fasi di aggiustamento delle dosi”.
“La scoper ta cade a proposito nel nostro Paese - spiega ancora Poli - perchè l’ Italia si mantiene pur troppo fanalino di coda nel consumo pro - capite di oppioidi, fra cui appunto la mor fina. Si tratta di un problema complesso, dove agiscono variabili culturali, d’ esperienze scientifiche e d’ indirizzi programmatici locali”.
“E’ un dato che non sorprende -sono parole di Poli- perchè sono la dimostrazione che le politiche sociali delle Regioni dove si registra il maggior consumo clinico hanno dato i risultati migliori. La loro conoscenza ha infatti por tato a sfatare falsi e pericolosi
miti, molti dei quali forse enfatizzati ad ar te per scoraggiarne l’ uso da par te dei tossicodipendenti. Gli oppiodi sono farmaci naturali e come tali vanno utilizzati. Lo scopo
prioritario è quello di combattere il dolore. Come ogni sostanza, sono in grado di provocare effetti collaterali che, grazie a questa ricerca, possono con maggiore precisione essere previsti, controllati ed evitati”
Lusinghiere ed incoraggianti devono inoltre considerarsi le prospettive future. Secondo il parere del prof. Barale “si potrà così ricorrere al semplice prelievo di saliva come
dimostrato per la ricerca del DNA, evitando il trauma del prelievo Ed ancora, sarà possibile la misurazione di altri oppioidi e ricorrere in alternati-va, nei soggetti “non responder”, alla terapia per bocca. Si potrà così, una volta documentati, optare per altre
vie come l’ inserimento di pompe e cateteri spinali.”
La scoper ta di oggi può quindi consi- derarsi una vera e propria svolta nella cura del dolore cronico, sopratutto per la qualità di vita del paziente, il numero di controlli medici e l’impiego del farmaco più giusto alle dosi ottimali.
Sul piano dell’editoria scientifica internazione, lo studio è avallato dalla più impor tante rivista del settore, “Clinical Pharmacology and Therapeutics”, che ha pubblicato il
testo nell’edizione del prossimo Novembre.
Il dolore cronico è invalidante per molte più persone rispetto al cancro od alla cardiopatia e costa alla società più dell’ammontare congiunto imputabile a queste due patologie.
In Italia il dolore cronico è uno dei problemi sanitari più sottovalutati, pur colpendo circa un quarto della popolazione adulta (15mil). Il dolore cronico al collo ed alla schiena è alta- mente soggettivo e difficile da trattare, specialmente nei casi che coinvolgono la failed back surgery o la neuropatia. In par ticolare il dolore cronico alla par te inferiore della schiena è la causa del 40% di tutte le giornate di lavoro perse per incidenti sul lavoro.
L’Italia è al terzo posto in Europa per la prevalenza del dolore cronico (26% su 75mil di europei) ed al primo posto per prevalenza del dolore cronico severo (1 su 4).
Metà (49%) delle donne di casa italiane hanno dolore cronico.
Prevalenza regionale
Nord Ovest 27.7%
Nord Est 20.9%
Nord/Centro 32.2%
Sud/Centro 24.1%
Sud 21.7%
Aspetti sociali
In media, i sofferenti sono vissuti con il dolore cronico per 7,7 anni. Quasi 1/5 è vissuto con il dolore per oltre 20 anni.
A causa di queste patologie il 17% ha perso il lavoro, il 28% è stato destina-to ad altra mansione, il 20% ha dovu- to cambiare lavoro, il 22% si è ammalato di depressione.
Il 19% della popolazione europea è affetta da un dolore cronico da almeno 6 mesi.
Il dolore cronico colpisce il 44% degli uomini ed il 56% delle donne L’età media in cui si soffre di dolore cronico è 48anni, con il 23% di età compresa tra 18 e 30.
Il 45% dei dolori cronici, sono causati da patologie osteoar ticolari, il 10% da lesioni traumatiche o da prece- denti interventi con dolore post operatorio non trattato.Il 7% da colpo di frusta ed emicrania/cefalea.
Il 10% ha dichiarato di voler morire per non dover soffrire più.
Spesa italiana oppioidi
Al 31 12 2006 per gli oppioidi in Italia si sono spesi euro 20.524.852 di cui 16.781.210 in
preparazione trasdermica.
Le Regioni all’avanguardia nell’impiego di queste terapie antalgiche sono Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna.
Analisi dello studio
Gli studi sul genoma umano mostrano che la variabilità genetica è assai più ampia di quanto i nostri fenotipi non facessero pensare.
Siamo molto più diversi “dentro” che “fuori”, intendendo per “dentro” i geni che controllano per es. il nostro metabolismo, rispetto a quelli che controllano il numero degli occhi, braccia o dita o il colore degli occhi o della pelle.
Tutti i farmaci che assumiamo sono sottoposti alle condizioni strutturali e metaboliche del nostro organismo che sono sotto ampio controllo genetico.
Per tanto data l’estrema variabilità genetica ci dobbiamo aspettare un’ampia variabilità individuale nella risposta ai farmaci.
Questa non è una novità perché il concetto era stato dimostrato dal medico inglese Archibald Edward Garrod, fondatore della genetica umana, con il suo lavoro, “Errori con-
geniti del metabolismo” pubblicato nel 1908. Ma solo dopo alcuni decenni le idee di Garrod cominciarono ad esercitare un qualche influsso sulla medicina. Il genetista umano
Friedrich Vogel introdusse per primo il temine di FARMACOGENETICA nel 1959 per indicare quella disciplina che studia come le varianti genetiche posso determinare differenze individuali nella risposta ai farmaci in termini di effetto terapeutico e di effetti collaterali.
Praticamente tutti i farmaci possono mostrare effetti diversi in ogni paziente, perché non esistono pazienti geneticamente uguali, tranne, ovviamente, i gemelli monozigoti.
Nel nostro caso abbiamo dimostrato come la variabilità genetica di almeno due geni, ma un terzo sta emergendo, possa spiegare un buon 40% della variabilità riscontrata nella
risposta agli effetti antidolorifici della morfina.
Ampliando gli studi, coinvolgendo più geni (ne stiamo monitorando 7) e più varianti di ogni gene, sarà probabil- mente possibile sviluppare un test prognostico assai affidabile che permetterà di stabilire “a priori” se il paziente risponderà molto, mediamente o poco o nulla alla mor fina.
Questa metodologia di studio è appli cabile a qualsiasi farmaco per qualsiasi patologia onde personalizzare la terapia farmacologia con grandi vantaggi sia per il paziente in termini di efficacia terapeutica, riduzione degli effetti collaterali, sia per il sistema sanitario, perché è prevista una significativa riduzione dei costi dei farmaci e delle degenze.
Concluderei con una provocazione: “quando andiamo ad acquistare un paio di scarpe o un vestito possiamo scegliere sia il genere, il tipo stagio-nale, la taglia, il colore ed il tipo di tessuto.
Per i farmaci non è così. “O una o due pasticche al giorno” così dice il medico, invece la terapia andrebbe personalizzata come i vestiti: non per nulla in inglese si chiama: “tailored therapy”.
(Prof. Rober to Barale Ordinario di Genetica, Università di Pisa)

Numerose ricerche hanno messo in luce che il dolore è uno dei problemi sanitari più importanti in Europa. In par ticolare il dolore cronico rimane uno dei problemi meno conosciuti e meno affrontati del ventesimo secolo.
Le statistiche dimostrano il terribile impatto negativo del dolore cronico, evidenziando le dimensioni del problema, compresi i relativi costi economi- ci per la società, ed identificano la grave riduzione della qualità di vita dei milioni di persone che ne sono
affette.
Considerati i costi associati al dolore cronico e il diritto di chi ne soffre di godere di una migliore qualità di vita è imperativo che la por tata del problema venga riconosciuta ed affrontata a livello politico, per trovare una soluzione che possa nel tempo limitare il problema.
L’incidenza del dolore non interessa solo il paziente, ma spesso l’intera famiglia. Il dolore cronico rappresenta quindi un’inestricabile ramificazione di eventi e di persone.
Recentemente è stata condotta un’inchiesta in Europa su 46.000 persone, la più impor tante e completa nel suo genere, al fine di evidenziare le dimensioni del problema, l’impatto sulla popolazione e di produrre linee programmatiche per il trattamento del
dolore cronico in milioni di persone. I risultati sono veramente dirompenti.
Un problema diffuso. Circa il 20% della popolazione adulta in Europa ripor ta dolore cronico (19%), con una prevalenza più elevata in Norvegia, Polonia ed Italia. La prevalenza più bassa è ripor tata in Spagna, dove comunque l’11% della popolazione soffre di dolore cronico. Un terzo della famiglie europee presentano un paziente sofferente.
Dolore reale. Un terzo dei pazienti sofferenti provano dolore di intensità elevata. La sede dolorosa più frequente è quella lombare (24%) e le cause più frequenti sono ar triti/osteoar triti (35%).
Problema di lunga durata. La popolazione ripor ta dolore della durata media di 7 anni, un terzo ne soffre per l’intera giornata. Un terzo dei pazienti ritiene di non tollerare il loro
dolore.
Impatto sulla qualità di vita. Il 20% dei pazienti sofferenti di patologie dolorose croniche ha perso il proprio lavoro. Ogni anno i pazienti in media perdono 15 giorni di lavoro. Il 20%
dei pazienti presenta depressione, par ticolarmente in Spagna e Norvegia (28-29%). Circa il 40% dei pazienti presenta un’attività limitata nelle funzioni giornaliere (alzare pesi, svolgere esercizi, riposo notturno). Quasi un sesto dei pazienti ritengono il loro
dolore così forte da desiderare di morire.
(Prof. Paolo POLI Direttore U.O. Terapia Antalgica Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, Presidente Capitolo Italiano INS (International Neuromodulation Society))
STUDIO
La farmacodinamica e la farmacocinetica degli oppioidi sono sotto controllo di molti geni polimorfici che possono in par te spiegare la variabilità inter-individuale che si osserva
nella risposta alla mor fina, nel trattamento del dolore cronico.
In questo lavoro di tesi sono stati presi in esame 145 pazienti, di origine italiana, con diagnosi di dolore nocicettivo cronico associato a patologie tumorali, e per questo sottoposti al trattamento con morfina e monitorati attraverso visite periodiche allo scopo di valutare la risposta alla cura e la relativa variazione della percezione dolorifica. I pazienti sono stati raccolti dalla Sezione Autonoma di Terapia Antalgica dell’Ospedale
Santa Chiara di Pisa.
Partendo da campioni di sangue, tramite l’estrazione di DNA, è stato possibile attraverso le tecniche di indagine di biologia molecolare quali, analizzare i polimor fismi a singolo
nucleotide (SNPs) in geni chiave coinvolti nella farmacogenetica della mor fina. Quali: il gene opioid receptor (OPRM1) che codifica per il principale recettore degli oppioidi, il
gene ATP-Binding Cassette/multiple drug resistance 1 (ABCB1/MDR1), che codifica per un trasportatore con una vasta molteplicità di substrato, ed altri.
I soggetti sono stati genotipizzati per lo SNP A118G di OPRM1 e lo SNP C3435T di ABCB1.
Lo scopo di questo lavoro è stato quello di valutare, tramite analisi statistica multifattoriale, l’associazione che esiste tra il genotipo dei pazienti presi in esame e la diminuizione del dolore.
Molti farmaci ed i loro metaboliti entrano nelle cellule attraverso la diffusione passiva, ma sono poi rimossi attivamente per mezzo di proteine di membrana che agiscono come
una pompa di efflusso. Una di queste è il traspor tatore di membrana P- glicoproteina.
Tale proteina è codificata dal gene ATP-Binding Cassette/multiple drug resistance 1 (ABCB1/MDR1) che appar tiene alla famiglia ATP-binding cassette (ABC) (Bouer et al., 1999;
Stormer et al., 2001).
La P-glicoproteina è il maggior determinante nella biodisponibilità di molti oppioidi come la morfina e fisiologicamente ha un’espressione strategica sulle super fici luminali di
organi deputati all’assorbimento, distribuzione ed eliminazione dei farmaci, quali la membrana canalicolare degli epatociti, le membrane ad orletto a spazzola degli enterociti
dell’intestino tenue e delle cellule dei tubuli renali prossimali, le cellule endoteliali e gli astrociti della barriera ematoencefalica, la barriera ematotesticolare, il lato materno della placenta e le ghiandole surrenali.
Esempi dell’impor tanza di questa pompa di efflusso sono la sua capacità di limitare l’entrata di molti oppiacei nel cervello (ref.THOMPSON) e di pompare attivamente una
varietà di droghe al di fuori del sistema nervoso centrale.
La funzione principale di questa glicoproteina è quindi quella di espellere le sostanze esogene all’esterno delle cellule, riducendo gli effettivi livelli di farmaco nel sito bersaglio; inoltre regola il riassorbimento ematico di queste sostanze e ne rallenta
il metabolismo epatico. Questa caratteristica di MDR1 è stata analizzata attraverso studi, in topi knockout, che hanno dimostrato che ha un impatto sull’effetto analgesico
dovuto agli oppioidi (Xie et al., 1999; King et al., 2001).
Inoltre studi in vitro hanno messo in evidenza che l’inibizione della pompa di membrana aumenta l’efficacia di diversi tipi di oppioidi tra i quali la mor fina (King et al., 2001).
È noto che gli analgesici giocano un impor tante ruolo nel controllo clinico del dolore. Infatti gli oppiacei procurano analgesia legandosi a specifici recettori, localizzati nel cervello ed in regioni del midollo spinale, coinvolti nella trasmissione e nella modulazio-
ne del dolore.
Sono stati clonati tre maggiori tipi di recettori oppioidi (µ, κ, δ) appartenenti alla famiglia di recettori accoppiati alle proteine G (Kieffer,1995). Sulla base di osservazioni farmacologiche e cliniche, il recettore oppioide di tipo µ è stato considerato il maggiore sito di interazione degli analgesici clinicamente più usati, soprattutto della morfina (Wood and Iyengar, 1988), ma anche dei peptidi degli oppioidi endogeni come la β-endorfina e la Met-encefalina.
Studi clinici hanno dimostrato che gli individui hanno una diversa sensibilità agli oppioidi, suggerendo una potenziale variabilità nella proteina del recettore e nel gene. Questa
variabilità è data da polimor fismi, alcuni dei quali possono produrre profondi effetti sulla funzione delle proteine corrispondenti. Bisogna ricordare che il recettore oppioide di
tipo µ è un membro della famiglia di recettori accoppiati alle proteine G, quindi mutazioni a questo livello possono generare proteine mal funzionanti e vari disordini nell’uomo. In
par ticolare gli SNPs nel gene opioid µ receptor (OPRM1) possono influire sull’attività del recettore, cambiando la sua sensibilità verso agonisti endogeni come la β-endorfina.
Questo lavoro rappresenta lo studio preliminare di un progetto finalizzato a valutare la farmacocinetica e la farmacodinamica degli oppioidi al fine di pervenire ad un trattamento individuale, sia identificando il miglior analgesico, che la posologia
più appropriata per ciascun paziente.
Sono stati presi in esame 145 pazienti, di origine italiana, con diagnosi di dolore nocicettivo cronico associato a patologie tumorali, e per questo sottoposti al trattamento con mor fina e monitorati attraverso visite periodiche allo scopo di valutare la risposta alla cura e la relativa variazione della percezione dolorifica. I pazienti sono stati raccolti dalla Sezione Autonoma di Terapia Antalgica dell’Ospedale Santa Chiara
di Pisa.
Partendo da campioni di sangue, tramite l’estrazione di DNA, è stato possibile attraverso le tecniche di indagine di biologia molecolare analizzare i polimor fismi a singolo
nucleotide (SNPs) dei geni chiave coinvolti nella farmacogenetica della mor fina al fine di valutare se ed in che modo l’esito del trattamento è influenzato da fattori genetici.
Campione
I campioni analizzati sono stati forniti dalla Sezione Autonoma di Terapia Antalgica dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa. Questi campioni sono stati scelti tra pazienti d’età compresa tra 18 e i 85 anni, in grado di esprimere autonomamente il consenso a partecipare a questo progetto sottoponen- dosi a prelievo di sangue.
I 147 pazienti italiani di origine caucasica sono affetti da dolore nocicettivo cronico (viscerale o somatico) associato sia a patologie tumorali, sia a varie forme d’osteoporosi. Per questo sono sottoposti a trattamento con oppioidi; la mor fina è il primo oppioide analgesico somministrato ai soggetti coinvolti in questo studio.
In questo lavoro di tesi, all’indagine genetica è stata associata l’esplorazione del dolore nelle sue componenti psicofisiche, cliniche, psicologiche.
Tali indagini rientrano nella valutazioe clinica a cui normalmente deve sottoporsi il soggetto con dolore cronico.
Valutazione
Il paziente è stato sottoposto a stimoli termici per poter analizzare le variazioni nella percezione della soglia del dolore e della sua tolleranza. La mano dei soggetti è stata
immersa in un bagno di acqua mantenuta alla temperatura corporea (37°C) per due minuti per normalizzarne la temperatura.
Poi è stato chiesto al paziente di immergere la mano in un bagno di acqua alla temperatura di 0.5-1°C e di toglierla non appena iniziavano ad avvertire dolore insoppor tabile; dopo due minuti, ai soggetti che non avevano ancora rimosso la mano, è stato permesso di farlo.
Il valore della soglia del dolore deriva dal tempo intercorso tra l’immersione della mano ed il momento in cui il soggetto iniziava a sentire una sensazione dolorosa, mentre la tolleranza è stata stabilita misurando il tempo intercorso tra l’immersione della mano in acqua gelata e la ritrazione.
La valutazione clinica inizia con la raccolta della storia clinica dei soggetti affetti da dolore cronico, attra verso un questionario scritto e un esame visivo e verbale, che può
chiarire i fattori che influenzano lo stato attuale del paziente.
Ad ogni soggetto sono stati chiesti:
- i propri dati anagrafici;
- la propria situazione sociale che comprende età, stato civile, scolarità ed estrazione sociale;
- la storia clinica: presenza di sindromi dolorose al momento attuale o in passato, quantità media di analgesici assunti, patologie ormonali, cardiache, epatiche o renali, menopausa, interventi chirurgici effettuati, precedenti psichiatrici, trattamento analgesico in atto, patologie associate;
- la valutazione del sonno, alimentazione, effetti collaterali dei farmaci, attività quotidiana.
Questo tipo di test viene chiamato Questionario Italiano del Dolore (QUID; De Benedittis et al., 1987).
E’ stata inoltre chiesta la valutazione del livello del dolore valutabile tramite la scala analogica visiva VAS, la scala verbale PPI e la scala numerica NRS.
La Visual Analogue Scales (VAS) è una scala lineare che rappresenta visivamente l’ampiezza del dolore che un paziente crede di avvertire.
Questa scala può assumere diverse forme, sia come scala del dolore che di sollievo del dolore (Pain Relief).
L’ampiezza è rappresentata da una linea, solitamente lunga 10 cm, con o senza tacche in corrispondenza di ciascun centimetro. Un’estemità indica l’assenza di dolore, mentre l’altra rappresenta il peggiore dolore immaginabile. Il soggetto contrassegna un
punto della linea che corrisponde all’intensità del dolore che sente in quel momento. La distanza misurata in millimetri, par tendo dall’estremità che indica l’assenza di dolore rap-
presenta una “misura” dell’intensità sensoriale del dolore Visual Analogue Scales (VAS)
La scala verbale, detta Present Pain Intensitivy (PPI) include l’Italian Pain Questionnaire (IPQ) che consiste in aggettivi che quantificano l’intensità del dolore (nessuno, molto lieve, lieve, moderato, for te, molto for te)e delle aste di 10 cm per ognuno di
essi. Il paziente sceglie quindi l’aggettivo che meglio esprime il dolore provato e tracciando un segno sulla scala associata ne valuta anche l’intensità.
La Numerical Rating Scale (NRS) richiede che i pazienti valutino il loro dolore da 0 a 10 (su una scala di 11 punti), con la consapevolezza che 0 rappresenta l’assenza di dolore e 10
l’altro estremo dell’intensità del dolore (il peggior dolore immaginabile).
Il numero che il paziente seleziona, rappresenta il proprio punteggio dell’intensità del dolore.
Le interviste e i dati sono raccolti alla prima esaminazione del paziente (T0), dopo una settimana (T7), dopo due, quattro, otto settimane (T14, T28, T56).
Risultati
Da questo lavoro è emerso che esiste una significativa associazione (p<0.0001) tra la variabilità genetica nei geni ABCB1 e OPRM1 e la risposta al dolore.
In par ticolare, è risultato che i pazienti che hanno una pompa di efflusso funzionante (omozigoti wilde-type C/C per ABCB1) e un recettore per la mor fina difettoso
(omozigoti G/G per OPRM1) risultano essere i peggiori rispondenti al trattamento analgesico.
Invece i pazienti con una pompa di efflusso inefficiente (omozigoti T/T per ABCB1) e un recettore funzionante (omozigoti wild-type A/A per OPRM1) sembrano essere i migliori
rispondenti al trattamento.

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