Cultura medico-umanistica
La vecchiaia

Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e Chirurgia
Dott. in Lingue e Letterature Straniere
Prof. in Materie Letterarie Genova
Tel. 010/54.51.677
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La vecchiaia non è una malattia anche se l’antico filosofo Seneca sosteneva il contrario. E’ il periodo della vita nel quale spicca in primo piano l’archetipo del “senex”che, nella filosofia junghiana è il portatore di saggezza. Non è, però, di questa virtù che voglio trattare oggi. Il vecchio è una persona. Ciò dovrebbe bastarci per dargli rispetto ma aggiungo che è una persona semplicemente venuta al mondo prima di noi. Spesso è ridicolizzato e, quel che è peggio, ancora più sovente, è ignorato.
Immaginiamo un ottantenne che si reca nello studio di un professionista, accompagnato da un congiunto giovane. Più spesso di quanto non si creda, il professionista, dopo aver sentito il discorso del vecchio, risponderà sull’argomento, al congiunto giovane. ll messaggio è chiaro: il vecchio non sarebbe all’altezza. L’indifferenza è, in linguaggio non verbale, la dichiarazione che colui che non si vuol vedere, non esiste. Quando ciò capitasse, verrebbe da pensare che l’immagine di decadimento fisico dalla quale distogliamo lo sguardo, potrebbe essere simile alla nostra in futuro.
Potremmo non voler pensarci. Ritorna, in parte, vagamente ma non troppo, un concetto junghiano, quello della OMBRA. L’iper- assistenza nei confronti degli anziani, il volerli assistere troppo anche quando non sarebbe indispensabile, può indurre questi a ritenersi diversi, inadeguati, incompetenti per cui, ad un certo punto, scoraggiati, si adegueranno allo stereotipo che li vuole tali. Viene indotta la perdita di autostima che li porta a eseguire in modo mediocre, dei compiti che, magari, potrebbero svolgere bene, specialmente se si desse loro, quando possibile, il tempo necessario.
Già, la fretta. Di questo nostro correre, l’organismo ci presenta il conto per mezzo dei sintomi che non sono nemici ma il segnale di una disfunzione psico-fisiologica.
Già Ippocrate raccomandava di identificarne l’origine e la causa, prima di precipitarci a eliminarli con metodi che, a suoi tempi, potevano essere ancora arretrati. Qualche anno fa si pubblicizzava l’iniziativa “nipotini che adottano un nonno”. Buona idea. Sarebbe però equo pubblicizzare anche il contrario: “nonni che adottano un nipotino”. L’anziano verrebbe rivalutato lo scrittore e psicologo Valerio Albisetti scrive che ognuno di noi ha una missione.
Passando gli anni verifico su me stessa e sui miei pazienti laverità di questa asserzione. Anche i vecchi, che non sono una categoria a parte, possono passarci delle idee. Purtroppo gli stereotipi negativi sul loro conto vengono, da loro stessi interiorizzati e influiscono sul desiderio frustrato di entrare in contatto con persone più giovani. Sorge la paura di non essere considerati. E’ per dimostrare loro il contrario che ogni volta in cui curo la malattia fisica di un vecchio lo invoglio a dirmi tutto ciò che vorrà, tutto ciò che sembra ma non è inutile: fatti del suo passato, del suo futurofosse pure soltanto quello di un giorno ancora.
E’ un modo per accorciare la distanza che c’è tra una sedia dietro alla scrivania e quella ad essa davanti, per accorciare la distanza tra medico e paziente.

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