Giornata nazionale della sindrome di down
Una giornata davvero speciale

 

Più sostegno, più rispetto, più opportunità.
Questo l’obiettivo – sostenuto anche dalla voce e dal volto di Raoul Bova, testimonial d’eccezione della campagna di quest’anno – della consueta Giornata Nazionale della Persona con sindrome di Down, promossa in tutta Italia, lo scorso 14 ottobre, dal
Coordinamento Down.
In oltre 200 piazze di circa 60 città, i volontari delle associazioni che fanno capo al Coordinamento (www.coordinanentodown. it, per sapere quali e dove) hanno offerto un messaggio davvero speciale, e non solo simbolico: una tavoletta di cioccolato del commercio equo e solidale nella forma, appunto, del messaggio.
Lo scopo?
Sostenere concretamente i progetti delle associazioni che operano sul territorio e allo stesso tempo informare correttamente sulla sindrome e sulle problematiche ad essa legata. I pregiudizie i luoghi comuni che accompagnano le oltre 38.000 persone con sindrome di Down che oggi vivono in Italia sono infatti, purtroppo, ancora molti.
La Giornata Nazionale voleva dunque, prima di tutto, sensibilizzare: le tantissime
persone che hanno raggiunto i punti d’incontro (grande successo in tutte le piazze dal Nord al Sud e “sold out” di tavolette), l’opinione pubblica, gli operatori dei mass media, le amministrazioni, le strutture mediche.
Perché, se è vero che il percorso verso un’integrazione a pieno titolo nella società – in particolar modo nel mondo del lavoro - è ancora lungo ed impegnativo, è anche vero che la situazione, rispetto a qualche anno fa, sta sensibilmente cambiando.
Le persone con sindrome di Down, anche grazie ai progressi in campo medico e riabilitativo, sono oggi in grado di raggiungere un buon livello di autonomia, di condurre una vita affettiva soddisfacente, di svolgere un percorso scolastico e poi lavorativo con impegno e gratificazioni.
Serve però fare di più, e serve che le istituzioni in primis garantiscono diritti, servizi e risposte “vere” ai bambini, adolescenti e adulti con sindrome di Down.

Scarica il pdf

Le ultime frontiere dell’odontoiatria

Autore: Dott. Bahri ADIS
Medico Odontoiatra
Specialista in Implantologia Parodontologia
Studio Medico Privato - Milano
Tel. 02.794224

Grazie alla più moderna e sofisticata implantologia è oggi possibile avere denti perfetti a tutte le età, con risultati estetici eccellenti e senza alcuna sofferenza.
L’odontoiatria è una branca medica in continua evoluzione, sia in termini di tecniche, sia in tema di approcci “dolci” e minimamente invasivi, finalizzati a fare sentire il paziente completamente a proprio agio, sconfiggendo la classica paura che si manifesta soprattutto in previsione di interventi chirurgici e/o implantologici.
Il timore principale riguarda, come è facilmente comprensibile, quello dell’eventuale sofferenza, prima, durante e dopo l’operazione, senza sottovalutare i dubbi concernenti il risultato estetico finale.sorriso
Una delle domande che i pazienti mi pongono più frequentemente è: «Io non ho tanto osso, come è possibile ricostruire l’osso in una situazione come la mia?» Personalmente rispondo che, prima di tutto, attualmente disponiamo di materiali ottimi per la ricostruzione ossea a livello crestale, ossia per aumentare l’altezza della cresta alveolare necessaria per poter inserire gli impianti e portarli a un livello naturale, identico a quello originario del paziente.
Inoltre, l’inserimento degli impianti viene ormai effettuato tranquillamente anche su un osso ridottissimo, con un intervento di ricostruzione ossea mininvasivo e indolore.
Naturalmente, però, oltre alle tecniche sofisticate, bravura, accortezza e “mano fermissima” del dentista sono fondamentali per la riuscita ottimale dell’operazione.
E’ ormai da parecchi anni che io eseguo, sia in Italia, sia in Germania, interventi di questo genere con risultati ottimi, ma nonostante ciò ritengo che il fattore umano e psicologico sia indispensabile per rassicurare e fidelizzare le persone. Per tale ragione, ogni volta che devo sottoporre una persona a un intervento chirurgico di ricostruzione e/o di implantologia, programmo un primo appuntamento durante il quale eseguo una diagnosi
estremamente accurata e, successivamente, propongo un colloquio per spiegare al paziente, nei minimi dettagli, tutto quello che dovrà affrontare, per fugare ogni suo dubbio e paura. In seguito, vengono decisi insieme i tempi e le modalità dell’operazione.
Per quanto attiene all’intervento chirurgico nello specifico, io eseguo la ricostruzione ossea contemporaneamente all’implantologia; in questo modo, di fatto, l’osso artificiale e
l’impianto si assestano e “guariscono” contemporaneamente.
Una volta riabilitato il cavo orale del paziente (sia nel caso in cui questi abbia pochi denti o sia completamente senza), si programma la seduta durante la quale vengono fissati i
denti sostitutivi ricoperti di ceramica individualizzata (questo significa che, prima dell’intervento, a ogni paziente, viene presa l’impronta del cavo orale e misurata la masticazione allo scopo di riprodurre una dentatura fisiologica praticamente identica a quella originaria) in modo fisso, direttamente nell’osso (contrariamente a quanto avveniva
un tempo, infatti, non si fissano più le protesi sui denti, né si appoggiano alle gengive).
Bisogna specificare che per la ricostruzione ossea la qualità dei materiali gioca un fattore fondamentale; in Italia, infatti, esistono oltre 130 tipi di impianti endossei, ma solamente 5
sono validi poiché prodotti dalle aziende numero uno nel settore dell’implantologia.
Non a caso, io utilizzo denti biologicamente compatibili che vengono ancorati all’impianto endosseo (ma anche ai denti precedentemente limati) in titanio costituiti da un materiale di ultimissima generazione: lo zirconio (chiamato anche ossido di zirconio oppure zirconia), grazie al quale si ottengono strutture di incredibile robustezza (basti pensare che questo materiale ha quasi la medesima durezza dei diamanti) ed eccellenza in termini di estetica. Lo zirconio, inoltre, è in assoluto il materiale più biocompatibile (quindi non provoca né allergie né fastidi) disponibile al momento in odontoiatria.
Ultimo ma non ultimo, ha un’estetica senza pari: basti pensare che è quello richiesto e adottato dalla maggior parte delle star di Hollywood che si sottopongono a interventi per ottenere denti perfetti. Le capsule in zirconio, inoltre, sono estremamente leggere: pesano un quarto di quelle “classiche” ma hanno una durezza di quattro volte
maggiore (essendo una pietra, lo zircone non è flessibile) e hanno una durata nel tempo doppia (anche più di 20 anni se il paziente segue scrupolosamente le indicazioni del medico sottoponendosi a controlli e pulizie dentali professionali ogni 6 mesi) rispetto a quella delle capsule realizzate in altri materiali.
Per eseguire un lavoro come quello descritto, quindi per realizzare l’implantologia endossea, la ricostruzione ossea e la riabilitazione dentale con capsule in zirconio e/o capsule legaceramica, nel mio studio (che esegue routinariamente interventi in dayhospital) sono sufficienti 4 o al massimo 5 sedute, assolutamente indolori.
Personalmente, avendo effettuato numerose operazioni di questo genere, sono molto soddisfatto di potere affermare che tutti i miei pazienti non hanno mai riscontrato gonfiori e/o ematomi e hanno potuto tranquillamente tornare a lavorare anche subito
dopo l’intervento mininvasivo (che non provoca molta emorragia), potendo finalmente sorridere senza alcun disagio.

Scarica il pdf

Cicatrici e dolori articolari

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Posturologo, Fisioterapista, Chinesiologo, Mézièrista.
Docente Master in Posturologia
c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia (Dip. di Medicina
Sperimentale e Patologie), Università “La Sapienza” di Roma e
c/o l’Università Cattolica di Milano,
Facoltà di Scienze Motorie. Direttore di Kinesistudio
(Studio di Posturologia) di Milano

La parola al paziente: “ho dolori alle anche e alla schiena!”
Quasi tutti noi, abbiamo almeno una cicatrice nel corpo alla quale non abbiamo mai dato nessuna importanza: una caduta in bicicletta, un intervento chirurgico (appendicectomia), un’abrasione, bruciature, tatuaggi, piercing, orecchini, etc.
In questo articolo analizzeremo l’importanza delle cicatrici e come queste compromettano molto spesso la stabilità e l’equilibrio biomeccanico ed energetico del corpo umano, determinando tensioni muscolari, modificazioni posturali, rigidità e, come conseguenza finale, possibili dolori articolari.
Definizione di cicatrice
La cicatrice è l’insieme dei processi biologici che contribuiscono alla chiusura di una ferita e riguarda tutte le strutture del corpo umano: si parla di cicatrici cutanee se la lesione interessa la cute, invece di aderenze qualora il danno riguardi tessuti sottostanti
(strappi muscolari, cicatrici cutanee profonde,..)
La pelle è organizzata in diversi strati: l’epidermide, più superficiale, si moltiplica continuamente dando luogo al ricambio cutaneo, mentre il derma è costituito da fibre elastiche e collagene, contenuti in una sostanza semifluida formata da vari tipi di cellule, tra le quali i fibroblasti, fondamentali per il processo di cicatrizzazione. Quando la pelle subisce una lesione, il nostro organismo si attiva per riparare il danno, producendo nuove cellule di collagene: se la lesione ha interessato lo strato superficiale della pelle, tale processo non lascerà segni rilevanti. Le cose cambiano invece se risultano essere coinvolti anche gli strati più profondi della cute: in questo caso la tendenza sarà quella di formare una cicatrice piuttosto visibile.
Quando e come le cicatrici possono essere fonte di disturbo meccanicoenergetico- posturale.
Le cicatrici determinano un’interruzione della superficie cutanea e dei tessuti sottostanti (muscolare e nervoso), fino ad incidere anche sul funzionamento fisiologico degli organi.
Hanno conseguenze meccaniche, energetiche e neurologiche, sia a livello locale che globale.
Una cicatrice arreca danni meccanici tanto maggiori quanto più sono marcate le aderenze cutanee e sottocutanee ed anche a seconda della sua localizzazione.
A livello energetico i disturbi che una cicatrice può arrecare sono causati dall’intersezione della ferita con un meridiano energetico (i meridiani sono come dei canali invisibili ed inconsistenti lungo i quali corre una vera e propria energia “sottile”).
Questi sono distribuiti per tutto il corpo e lo percorrono in varie direzioni.
Quando una cicatrice “taglia” anche uno solo di questi canali, si ha una vera e propria interruzione del flusso energetico, che si tradurrà in uno squilibrio energetico dell’organo coinvolto dal canale e poi dell’intero sistema funzionale.
Comunque sia, la presenza di una cicatrice, crea un ristagno energetico o una mancata affluenza energetica nell’area (che sta dopo la cicatrice, partendo come logica dal centro del corpo), rendendola in qualche modo amorfa.
Va considerato anche un altro aspetto della cicatrice: l’aspetto psicologico.
Alcune persone soffrono di “rigetto mentale” nei confronti di una loro cicatrice, al punto da non riuscire aguardarsi la vecchia ferita e da non avere addirittura il coraggio di toccarla o lavare l’area in cui c’è la cicatrice.
Alcuni, per esempio, hanno questo atteggiamento di vero e proprio disagio con il proprio ombelico: non dimentichiamo che quella è la prima cicatrice per tutti. Per qualcuno questo trauma può aver rappresentato oltre che una cicatrice di carattere fisico, anche una cicatrice di carattere affettivo-emozionale o emotivoabbandono.
A livello neurologico: questo ambito, è il più importante di tutti, dato che esiste un ancestrale rapporto fra la pelle e il sistema nervoso. Durante la vita embrionale, la pelle e il sistema nervoso hanno in comune la stessa matrice, l’ ectoderma; questo fa sì che, anche dopo la nascita dell’individuo,la pelle (con tutte le informazioni/insulti che riceve dal mondo esterno per tutta la vita) continui ad avere un rapporto diretto di reciproco
“scambio” di informazioni con il sistemanervoso. Quindi la sofferenza dell’uno può determinare reazioni o sofferenza dell’altro.
Ecco come un disturbo della pelle diviene un disturbo neuro-muscolare, fino ad alterazioni funzionali, posturali o dolori muscolo-articolari.
Cos’è la postura e qual è la relazione con le cicatrici
Come già abbiamo detto altre volte, definiamo postura il modo in cui un corpo si presenta al mondo esterno, come sta in piedi, come cammina, come respira, come gestisce la forza
di gravità, etc. Se tutte queste componenti vengono gestite nel modo più economico e redditizio per il corpo, si parla di postura funzionale. Studi dimostrano che una cicatrice può decisamente alterare la postura, sia a livello in cui si trova la cicatrice sia
sull’intero corpo: dunque può compromettere la verticalità, l’appoggio dei piedi a terra, il modo di camminare e perfino il corretto funzionamento di un muscolo (a causa di aderenze profonde), determinando configurazioni posturali scorrette. Inoltre, la presenza
di aderenze sottocutanee contribuisce a rendere “dura” e “anaelastica” la cicatrice stessa, diffondendo così attraverso la pelle una sorta di “trazione” in tutte le direzioni, che disturberà quindi l’intero sistema: con il passare del tempo questa continua
informazione di trazione modificherà la postura dell’individuo, portando ad esempio ad assimetrie (Fig. 1 e 2).
Questa trazione ha ragione d’essere, in quanto il tessuto connettivo, che lega e unisce gli altri tessuti, è il principale responsabile del trasferimento di ogni informazione meccanica.
Nel caso di un’interruzione del continuum tissutale, sia superficiale che profondo, il nostro corpo, rispondendo ad un meccanismo di conservazione e reagendo sempre in direzione del massimo confort e del mifig2nimo dolore, tenderà ad assumere posizioni scorrette.
Queste, a lungo andare, potrebbero causare anche serie patologie (dolori, ernie, artrosi e, nel caso della figura, scoliosi).
Tratto da un articolo di M. d’Ajello – C. Misso- F. d’ Ajello

Cosa si intende per cicatrice “reattiva”e come si testa
Le cicatrici, oltre a lasciare un segno morfologico indelebile, intaccano più o meno sensibilmente l’equilibrio energetico dell’organismo. A seconda dell’entità dell’interferenza arrecata dalla cicatrice, si definisce quest’ultima “reattiva” o “non reattiva”. Per testarne la reattività è possibile avvalersi di alcuni semplici test che immediatamente indicano la necessità di attuare trattamenti manipolativi posturali o non. Se il test è positivo, allora bisogna trattare la cicatrice.
Va detto che la cicatrice che si trovi su una qualsiasi parte del corpo, agirà comunque sia in qualsiasi altra parte del sistema attraverso le varie catene muscolari, fasciali o connettivali.
Esistono varie tecniche per trattare le cicatrici, a seconda della localizzazione, della loro fattezza, della loro anzianità e della loro aderenza ai tessuti circostanti o profondi.
Non è possibile qui entrare in merito alle modalità di trattamento perché servirebbero alcune pagine, ma i risultati che si ottengono a volte vengono definiti miracolosi. Una cosa importante e particolarmente nuova va aggiunta a quanto sto dicendo: nella quasi totalità dei casi, non basta trattare le cicatrici manualmente o attraverso l’iniezione di farmaci sottocutanei, ma bisogna fare il trattamento della cicatrice (che io consiglio,
quando possibile fare manualmente), utilizzando posture particolari, tali da mettere in tensione e riequilibrare le varie catene fasciali e muscolo connettivali.
La parola al Paziente
Vediamo ora il caso di un paziente, il Sig. M. A. di 40 anni, che si è recato presso il nostro studio per un serio e gravoso problema di coxartrosi bilaterale (artrosi alle anche) e lombalgie.
Indagando nella storia del Paziente, si scopre che la lombalgia inizia a manifestarsi dopo circa due anni dal problema alle anche. In studio abbiamo esaminato con uno strumento di valutazione, la deambulazione claudicante (zoppia) del paziente, rilevando un discreto squilibrio. Abbiamo anche scoperto che per colpa della rigidità e dei dolori alle anche, il paziente non potendo camminare correttamente, doveva aiutarsi (inconsapevolmente)
con un movimento scorretto del bacino e della colonna, sovraccaricando così il tratto lombo-sacrale; proprio dove il paziente ha iniziato poi ad avere dolori. Il lavoro di carattere posturale inizia già dalla prima seduta dedicando la massima attenzione alle
anche. Solo secondariamente ci saremmo indirizzati alla zona lombare, dato che questa area era solo la vittima dell’impossibilità delle anche di svolgere il proprio lavoro.
Già dalle prime sedute il paziente sente di avere un movimento delle anche più libero, si muovono meglio, meno rigide e un po’ meno dolori. Nonostante avessi chiesto al paziente
(sportivo da sempre) di aspettare ad usare la sua mountain-bike in modo continuativo ed intenso, non era servito a dissuaderlo; quella sensazione di maggiore libertà, di poter tornare a fare ancora tutto ciò che desiderava, lo aveva spinto ad esagerare nell’attività
fisica, rallentando così un po’ il risultato.
Giunti alla settima/ottava seduta, ci rendiamo conto che il miglioramento alle anche si arresta.
Questo arresto imprevisto, mi aveva spinto a cercare altre strategie di lavoro ed altri particolari che non avevo colto o mi erano sfuggiti.
Alla decima seduta, scopro l’importanza di una cicatrice al ginocchio destro, frutto di un vecchio incidente e conseguente intervento chirurgico per asportazione di un menisco; io avevo erroneamente sottovalutato questo particolare.
Il paziente mi dice che questo ginocchio non gli fa male e che funziona perfettamente.
Facciamo il test della cicatrice, e il risultato sorprende notevolmente entrambi. La cicatrice è altamente reattiva; il paziente è incredulo ed io sono contento e fiducioso di aver trovato ciò che stava costituendo un arresto al miglioramento delle terapie.
Non solo: questa cicatrice precede di circa un anno l’insorgere del problema alle anche; esiste dunque una relazione di causa-effetto fra i due elementi.
Ciò che in questi casi sorprende incredibilmente, è come sia mai possibile che una piccola cicatrice possa avere un forte potere di alterazione di una struttura articolare come l’anca.
Ciò viene spiegato da un importantissimo aforisma che in posturologia non deve mai essere trascurato: la legge della non linearità dice che non esiste proporzione fra l’entità della causa ed il relativo effetto. Ovvero una piccola causa può generare o indurre ad un grande danno e viceversa.
Dopo il primo trattamento posturale indirizzato alla cicatrice e al ginocchio, il paziente rimane positivamente impressionato per due ragioni: la prima è che quella cicatrice che non gli dava né fastidio né dolori da almeno 8 anni, per due sedute dà segnali di disagio, e la seconda ragione è che si sente molto più dritto e libero alle anche, come ancora non era successo in nessuna delle sedute precedenti, indirizzate proprio alle anche.
A tutt’oggi il miglioramento continua di seduta in seduta. Le sue anche possono muoversi molto meglio, la zona lombare non fa più male, il ginocchio, dopo due sedute è ritornato
a funzionare senza dolori e la postura in generale è più equilibrata.
A volte è veramente difficile credere come una piccola cicatrice possa essere in grado di modificare un’intera postura o di causare un processo artrosico alle anche, ma i fatti lo
dimostrano.

Per informazioni sul Metodo Raggi® – Pancafit® rivolgersi a Studio Sport 2000,
Tel.: 02.39257427, E-mail: info@studiosport.it Sito: www.pancafit.net

 

Scarica il pdf

MALATTIE INFIAMMATORIE CRONICHE INTESTINALI
Più sostegno ai pazienti e diagnosi tempestive

Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa Value Relations
tel. 02 20241357, fax 02 29528200
Francesca Alibrandi, f.alibrandi@vrelations.it
Daniela Superti, d.superti@vrelations.it

Malattie croniche intestinali: le Associazioni chiedono più sostegno ai pazienti, diagnosi tempestive e un approccio multidisciplinare alla patologia
Malattia di Crohn e colite ulcerosa colpiscono oggi quasi 200.000 italiani, oltre 6.700 solo in Sicilia; la celiachia 75.000, di cui 3.200 siciliani.
Nell’ambito del XIII Congresso FIMAD di Palermo, un convegno promosso dalle Associazioni pazienti AMICI e AIC ha riunito clinici e rappresentanti dei malati per discutere come migliorare la qualità dell’assistenza sociosanitaria.
Garantire una maggior tutela sociale al paziente, combattendo le discriminazioni ancora presenti in ambito lavorativo; istituire un tavolo tecnico Regioni-Ministero per la revisione del DM 329/99 sulle malattie croniche, in modo da ampliare le prestazioni sanitarie esenti da ticket; promuovere un approccio pubblico multispecialistico, per una migliore presa in carico del paziente cronico; creare un Registro Nazionale per le malattie infiammatorie croniche intestinali, oggi inesistente, e ridurre il problema della mancata o tardiva diagnosi, che ha serie ripercussioni sulla qualità di vita dei pazienti, oltre che sui costi
sanitari.
Sono queste le richieste avanzate dalle Associazioni pazienti AMICI (Associazione per le Malattie Infiammatorie Croniche dell’Intestino) e AIC (Associazione Italiana Celiachia), durante il convegno “I costi sociali della cronicità e della mancata o tardiva diagnosi. I compiti dell’associazionismo, delle Istituzioni, dei clinici”, tenutosi oggi nell’ambito del XIII Congresso FIMAD, tenutosi a Palermo. L’incontro, promosso da AMICI e AIC insieme ad AIGO, SIGE e SIED per creare un’occasione di confronto sul tema della cronicità in gastroenterologia, ha riunito clinici e rappresentanti dei malati nell’obiettivo comune di
migliorare l’assistenza ai pazienti e ridurre i disagi economici, fisici e psicologici che la
malattia spesso comporta.
Colite ulcerosa, malattia di Crohn e celiachia sono patologie croniche che colpiscono l’intestino, con notevoli costi per chi ne è affetto e per l’intera società, legati non solo al trattamento medico o chirurgico necessario, ma anche alla riduzione della capacità lavorativa, alle difficoltà nelle relazioni sociali e al generale peggioramento della qualità di vita.
Oggi, in Italia, si contano quasi 200.000 pazienti con malattia di Crohn e colite ulcerosa (le cosiddette “malattie infiammatorie croniche intestinali” o MICI), di cui oltre 6.700 in
Sicilia, e 75.000 con celiachia -benché le attese parlino di 550.000- tra i quali 3.200 siciliani. Si tratta solo di stime, poiché sono numerosi i casi di intolleranza al glutine non
ancora diagnosticati e per le MICI manca un Registro epidemiologico, regionale o nazionale.
“I dati in nostro possesso sono esigui, ma sappiamo che l’incidenza delle MICI negli ultimi anni è considerevolmente aumentata, anche tra i bambini”, ha spiegato Mario Cottone,
Ordinario di Medicina Interna, Università degli Studi di Palermo.
“Soltanto la creazione di un Registro Nazionale potrà consentire di conoscere la reale dimensione del problema e offrirà la possibilità di condurre studi epidemiologici, che permettano di identificare eventuali fattori di rischio”.
L’assenza di un Registro Nazionale non costituisce tuttavia l’unico problema.
La malattia cronica comporta costi diretti e indiretti costanti e duraturi, spesso in crescita dato il progredire, negli anni di decorso della malattia, delle complicanze intestinali ed extraintestinali. “Pur in un quadro generale di miglioramento costante
della qualità delle prestazioni del SSN – ha affermato Gianfranco Antoni, Presidente della Federazione Nazionale AMICI Italia - la tutela del paziente cronico deve compiere ancora
molta strada, per affermarsi in modo soddisfacente nei fatti e nella percezione diffusa tra i malati. E’ necessario, ad esempio, modificare il DM 329/99 ai fini di un suo aggiornamento
alle nuove metodiche e nella prospettiva di un ampliamento delle tipologie di esenzione per alcuni esami, endoscopici ed ematochimici, il cui costo oggi grava anche sul
paziente”. Una ricerca condotta da AMICI, su un campione di 417 malati di MICI, ha rivelato che la spesa media annuale affrontata, per farmaci ed esami senza esenzione, supera i 600 euro nel 18,8% dei casi e nel 26,7% si colloca tra 300-600 euro, influendo considerevolmente sul bilancio familiare, tanto che viene percepita come eccessiva dal 44,6% degli intervistati.
La sola prescrizione farmacologica, comunque, non risolve da sola il complesso tema della presa in carico del paziente cronico. “Dato il carattere sistemico sia delle MICI che della
celiachia - ha continuato Antoni - possono verificarsi complicanze extraintestinali, come anemia, disturbi cutanei e articolari; è necessaria quindi una stretta integrazione tra diverse specialità cliniche, per un migliore percorso diagnostico e terapeutico, passando
anche attraverso la crescita di competenza del medico di medicina generale”.
Nel caso della celiachia, malattia subdola e di difficile identificazione, il problema di fondo è soprattutto la mancata o tardiva diagnosi, causa di gran parte dei costi sociali e sanitari, che sfuggono al controllo; lo conferma la marcata differenza fra diagnosi
effettuate/ casi attesi, con un rapporto di circa 1:7.
Riconoscere in fase precoce il maggior numero di celiaci deve costituire un obiettivo etico, oltre che economico: instaurare subito una dieta priva di glutine, a seguito della diagnosi, porta infatti alla scomparsa completa dei sintomi in 6-12 mesi, senza necessità di altre terapie. “I celiaci che non sanno di esserlo assumono glutine inconsapevolmente, mettendo a serio rischio la propria salute”, ha spiegato Caterina Pilo, Direttore Generale di AIC. “Sono soggetti che ricorrono a frequenti, quanto inutili, indagini mediche non appropriate e a continue terapie, fino alla tardiva diagnosi. I costi che il Sistema
Sanitario e la comunità sopportano sono notevoli: secondo una stima fatta per noi dal prof. Luigi Greco, il costo sanitario dei casi di celiachia non ancora diagnosticati in Italia si aggirerebbe intorno ai 1.900 milioni di euro”.
Entrambe le Associazioni, inoltre, hanno chiesto una maggior tutela sul luogo di lavoro, volta a combattere le discriminazioni cui spesso i pazienti cronici sono soggetti. Dalla ricerca svolta da AMICI, infatti, è emerso che il 25,1% degli intervistati ha riscontrato
limitazioni nelle prospettive di carriera, il 10,9% è stato obbligato a cambiare posizione professionale e per il 27,8% la malattia ha comportato una penalizzazione del reddito.
Medici e Associazioni presenti al convegno hanno infine concluso, evidenziando quanto sia sempre più necessaria una stretta sinergia tra comunità medica, Istituzioni e rappresentanti dei pazienti, per delineare insieme le soluzioni normative e organizzative
più opportune, volte a migliorare l’offerta assistenziale e la presa in carico dei malati cronici.
Colite ulcerosa e Malattia di Crohn La colite ulcerosa e la malattia di Crohn sono due malattie a decorso cronico, caratterizzate da un’infiammazione dell’intestino, la cui causa è ancora sconosciuta. La prima è stata descritta fin dal 1859, mentre la seconda nel 1932 da Crohn, Ginzburg e Oppenheimer.
Poiché in alcuni casi le due malattie assumono un quadro clinico molto simile, vengono spesso classificate come un’unica entità e denominate “malattie infiammatorie croniche intestinali” (MICI), caratterizzate dall’alternarsi di fasi di benessere a periodi di riacutizzazione. La cronicità delle due condizioni, cioè la loro inguaribilità, non significa infatti che i pazienti non possano godere - e frequentemente ne godono - di prolungati periodi di relativo benessere. Significa, invece, che la fase acuta di infiammazione può ricomparire periodicamente e che un certo grado di infiammazione nei tessuti permane sempre, anche quando il paziente si sente soggettivamente bene.
Negli anni ’70 la loro frequenza era molto maggiore nel Nord Europa rispetto al Sud del nostro continente, con differenze di incidenza di 3, 4 volte. Un’indagine condotta alla fine degli anni ’90 ha invece evidenziato differenze del 40-50%. Sembra che nel Nord Europa, dopo un notevole aumento negli anni ’70 e ’80, i tassi di incidenza si siano stabilizzati, mentre oggi si riscontra un continuo incremento di queste patologie nel Sud
Europa.
Il numero di ammalati in Italia può essere stimato tra 150.000 e 200.000, con un’incidenza di circa 80 nuovi casi per milione di abitanti l’anno, ma nel nostro Paese non esistono
ad oggi studi su popolazione sufficientemente affidabili, per conoscerne l’esatta prevalenza.
La colite ulcerosa e la malattia di Crohn possono manifestarsi a qualsiasi età, tuttavia l’incidenza più elevata è tra i 20 e i 40 anni per la prima e tra i 15 e i 35 per la seconda;
uomini e donne ne sono egualmente colpiti. Si tratta dunque di condizioni che colpiscono soprattutto i giovani adulti, ma negli ultimi anni si è osservato uno spostamento dell’esordio anche in età pediatrica: si calcola addirittura che il 20% dei casi di MICI interessi i bambini e gli adolescenti.
Per spiegare la loro origine, l’ipotesi che prevale è quella di una reazione immunologica abnorme da parte dell’intestino nei confronti di antigeni (per esempio, batteri normalmente presenti a livello intestinale).
Questo squilibrio immunologico può instaurarsi per un’alterata interazione tra fattori genetici propri dell’individuo e fattori ambientali. Le MICI presentano una certa “familiarità”, ovvero la tendenza ad un maggior rischio nei parenti delle persone affette, ma non sono malattie ereditarie. Il quadro clinico può essere molto variabile nel
tipo e nella intensità dei sintomi. La diagnosi si basa su dati di laboratorio (esami del sangue: emocromo ed indici di infiammazione), ma soprattutto su indagini strumentali endoscopico-bioptiche, radiologiche, ecografiche.
La terapia medica ha lo scopo di indurre la remissione dei sintomi e di mantenerla nel tempo, oltre che prevenire e curare le possibili complicanze: nelle forme non complicate, si basa sull’uso di farmaci come mesalazina, cortisone, immunosoppressori,
alcuni antibiotici ad azione sui batteri del tratto digerente e sui farmaci biologici di nuova generazione, che rappresentano un vero salto di qualità nel trattamento delle MICI.
L’insorgenza di complicanze può porre l’indicazione all’intervento chirurgico (come nel caso di stenosi intestinali): il rischio che si verifichi questa necessità è minore nella
malattia di Crohn, anche se l’asportazione dell’intestino è generalmente più estesa in quei casi di colite ulcerosa che lo richiedano.
Il decorso cronico, tipico di queste affezioni, richiede adeguati e periodici controlli clinicostrumentali.
Ambedue le affezioni devono essere tenute sotto sorveglianza medica, con esami periodici ed adeguata terapia, per favorire il mantenimento della fase di remissione, per trattare in modo corretto le ricadute, per limitare il rischio di complicanze e per ridurre
la necessità di ricorso ad interventi chirurgici.
Da quanto detto, emerge come le malattie infiammatorie croniche intestinali siano patologie a decorso cronico talora invalidante, con notevoli costi per il paziente e per la società, in parte legati ai costi del trattamento medico e chirurgico che si rende necessario, ma soprattutto in terminidi riduzione della capacità sociale, lavorativa e della qualità della vita percepita dal paziente e dai suoi familiari. E’ quindi particolarmente
importante fornire un adeguato supporto a questi malati e far sì che la ricerca e la tecnologia possano avanzare, per consentire - da un lato - migliori conoscenze sui meccanismi alla base delle MICI, allo scopo di identificare nuovi bersagli terapeutici
e migliorare l’efficacia dei trattamenti attualmente disponibili, e – dall’altro - permettere di diffondere l’utilizzo di metodiche diagnostiche meno invasive ma ugualmente efficaci.
PIÙ IN DETTAGLIO
La colite ulcerosa interessa prevalentemente la mucosa del retto, talora con estensione parziale o totale al L’incidenza del cancro del colon risulta aumentata nei pazienti con
colite ulcerosa estesa da oltre 10 anni ma tende a diminuire nei pazienti che seguono un trattamento cronico con antinfiammatori.
La Malattia di Crohn, al contrario della colite ulcerosa, può manifestarsi teoricamente a livello di tutto il canale alimentare, dalla bocca fino al retto e all’ano, anche se si localizza più frequentemente nella parte finale dell’intestino tenue (in questo caso,
si parla di ileite), o in tratti variabili del colon (colite) o in entrambe le zone (ileo-colite). I principali sintomi con cui si evidenza sono solitamente diarrea, dolori addominali crampiformi, talvolta febbre. Può inoltre essere presente perdita di appetito, con conseguente dimagrimento. Nei segmenti intestinali colpiti si hanno ispessimento, infiammazione, edema, ulcere che interessano a tutto spessore la parete intestinale ed assumono un andamento lento ma costante.
Talvolta si sviluppano complicanze locali come ascessi, fistole addominali e perianali, stenosi, perforazioni ed emorragie intestinali. Inoltre, possono verificarsi complicazioni “sistemiche”, quali: malattie epatiche, lesioni oculari, calcoli nella cistifellea, nei reni e nel fegato, alterazioni delle strutture osteo-articolari con gravi artriti, osteoporosi, osteomalacia e spondilite anchilopoietica, con grave limitazione dei movimenti della colonna vertebrale. Nella fase di acuzie (dolore addominale e diarrea importante),
specie alla prima presentazione, colon, e non raggiunge mai altre zone dell’intestino. La mucosa si presenta infiammata ed ulcerata. Tale caratteristica è responsabile dei sintomi nel tempo, alternando periodi di relativo benessere a momenti in cui il disturbo si riacutizza. I sintomi più comuni sono diarrea con o senza sanguinamento rettale e, spesso, dolore addominale; più raramente, si verificano anche complicanze extraintestinali: a livello articolare, cutaneo, oculare, renale ed epatico.
L’estensione dell’infiammazione può variare da caso a caso. Può essere limitata al retto (proctite), coinvolgere una parte (colite sinistra) oppure tutto il colon (pancolite).
Generalmente, la colite ulcerosa ha un andamento benigno e permette una vita pressoché normale. In una piccola percentuale di casi, tuttavia, assume un andamento più grave e porta ad un decadimento delle condizioni generali e alla comparsa di complicanze particolarmente serie (colon tossico, anemia grave, perforazione), che richiedono spesso un ricovero in ospedale e una terapia intensiva.
Relativamente alle terapie, un trattamento medico in grado di ottenere una completa guarigione, purtroppo, non esiste ancora. Aiutano però a diminuire le riacutizzazioni i salicilati, i cortecosteroidi tradizionali sistemici, gli immunosoppressori, i probiotici
e i farmaci biologici di ultima generazione.
Vi sono casi, purtroppo, in cui la terapia medica non è efficace e, talvolta, diventa indispensabile ricorrere all’intervento chirurgico. Un intervento ben eseguito, però, può
eliminare totalmente la malattia, senza ricorrere all’ano artificiale che rappresenta un handicap notevole per il paziente, conservando l’evacuazione per via naturale.
L’incidenza del cancro del colon risulta aumentata nei pazienti con colite ulcerosa
estesa da oltre 10 anni ma tende a diminuire nei pazienti che seguono un trattamento
cronico con antinfiammatori.
La Malattia di Crohn, al contrario della colite ulcerosa, può manifestarsi teoricamente a livello di tutto il canale alimentare, dalla bocca fino al retto e all’ano, anche se si localizza più frequentemente nella parte finale dell’intestino tenue (in questo caso,
si parla di ileite), o in tratti variabili del colon (colite) o in entrambe le zone (ileo-colite). I principali sintomi con cui si evidenza sono solitamente diarrea, dolori addominali crampiformi, talvolta febbre. Può inoltre essere presente perdita di appetito, con conseguente dimagrimento. Nei segmenti intestinali colpiti si hanno ispessimento,
infiammazione, edema, ulcere che interessano a tutto spessore la parete intestinale ed assumono un andamento lento ma costante.
Talvolta si sviluppano complicanze locali come ascessi, fistole addominali e perianali, stenosi, perforazioni ed emorragie intestinali. Inoltre, possono verificarsi complicazioni “sistemiche”, quali: malattie epatiche, lesioni oculari, calcoli nella cistifellea,
nei reni e nel fegato, alterazioni delle strutture osteo-articolari con gravi artriti, osteoporosi, osteomalacia e spondilite anchilopoietica, con grave limitazione dei movimenti della colonna vertebrale. Nella fase di acuzie (dolore addominale e diarrea importante), specie alla prima presentazione, si fa spesso uso di cortisone a dosi piuttosto elevate e per periodi di diverse settimane. Qualora gli attacchi
si ripetano e vi sia la necessità di fare uso molto spesso di cortisone, si possono usare gli immunosoppressori. Il trattamento più innovativo, come si è detto, si avvale dei recenti
farmaci biologici, da qualche tempo disponibili anche in Italia.
Purtroppo, non esistono ancora cure definitive e anche dopo l’intervento chirurgico di resezione del tratto malato, necessario nei casi più gravi, nell’80% delle volte si ha una recidiva anatomica entro l’anno. La ricomparsa della sintomatologia è variabile da caso a caso, ma entro il terzo anno dall’intervento chirurgico si notano già segni sintomatici ben evidenti. In ogni caso, visto che si tratta prevalentemente di pazienti giovani e che
la malattia è quasi sempre recidivante, l’intervento chirurgico è preso in considerazione nei casi che non rispondono più alla terapia medica o che vanno incontro a complicanze
particolari.

Scarica il pdf