La “remise en forme” con la liposcultura

Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva
Studio medico privato Milano Tel. 02.794224

Il termine “liposcultura” non è stato coniato per esigenze di mercato… Questa moderna tecnica di lipoaspira­zione superficiale sta letteralmente rivoluzionando il concetto di rimodella­mento corporeo in ogni suo aspetto. Si tratta in effetti di una vera e pro­pria scultura tridimensionale del corpo che porta al raggiungimento di un’armonia di forme e di proporzioni difficil­mente raggiungibili con le metodiche di lipoaspirazione finora proposte.
Questa tecnica supera il limite della liposuzione classica, rappresentato dalla capacità di retrazione della cute che privata dello stato di grasso più profondo tendeva a perdere di tono e ad afflosciarsi. Inoltre le cannule aspiranti utilizzate allora, di diametro compreso tra i 5 e i 10 millimetri (con tutti gli svantaggi che simili cali­bri comportavano, a cominciare dalle irregolarita’ della superficie cutanea) sono state sostituite da quelle di oggi, di 2-3 mm di diametro, che con­sentono lipoaspirazioni assai piu’ controllate, meno traumatiche, e in grado di sfruttare al massimo la capacità di retrazione della pelle; così l’intervento è possibile anche in pazienti oltre i 40-45 anni di età,  con pelle relativamente flaccida.
Il nuovo concetto di lipoaspirazione non guarda alla semplice rimozione dei cuscinetti localizzati di grasso o cellulite presenti soprattutto ai lati delle cosce e dei fianchi, o a livello addominale, ma prende in esame l’equilibrio complessivo del corpo femminile (o maschile) che è il vero “tesoro” da realizzare  o recuperare;  ci riferiamo al piacevole
alternarsi di convessità e concavità che rendono sinuosa la linea ideale della donna.
Perché il concetto di liposcultura possa dirsi completo è stata anche introdotta la possibilità di reintrodurre (con speciali siringhe) il grasso in eccesso laddove sia insufficiente, classicamente nei glutei, per renderli piu’ rotondi e meglio proiettati. Fondamentale è poi il concetto di “vita” come si accennava prima; que­sta è spesso nascosta e “mimetizzata” da accumuli adiposi, anche nei maschi.
La sua correzione offre il duplice van­taggio di accentuarne la convessità e, letteralmente, di allungare e slanciare la schiena. Lo stesso principio viene applicato anche alle ginocchia o alle cosce, aree spesso sottovalutate dal chirur­go, ma assai importanti per la bellez­za della gamba che può assumere un aspetto scattante e atletico. Insomma, la tecnica si sta facendo sempre più sofisticata e può essere effettuata solo da Specialisti in Chirurgia Plastica di grossa esperienza e manualità, appresa in centri di alta qualificazione.
Ricordiamo che la liposcultura, ma in genere la lipoaspirazione, non sono tecniche o terapie dimagranti, ma rap­presentano l’unica possibilità di modellamento corporeo in presenza di accumuli di grasso resistenti a ogni terapia fisica o regime dietetico. In ogni caso, la Chirurgia Estetica deve essere affrontata con la stessa serietà prevista per qualunque altro intervento chirurgico. La paziente dovrà quindi essere il più possibile vicino al suo peso ideale e in buone condizioni fisiche. Fondamentali poi gli esami preoperatori che comprendono un check up del sangue (emocromo, coagulazione, elettroliti, proteine, azotemia, glicemia, transaminasi, ecc.) e dell’urina, un elettrocardiogramma, un Rx del torace, e un esame doppler delle vene degli arti inferiori per escludere problemi circolatori alle gambe.
TECNICA
La liposcultura puà essere effettuata in anestesia locale, e quindi in regime di Day Hospital nelle forme più localizzate o in anestesia generale o epidurale, nei casi di rimodellamenti piu’ estesi, e prevedere quindi una notte di ricovero in clinica. L’intervento comincia con l’infiltrazione delle aree da trattare con soluzione fisiologica e adrenalina che permette di aspirare il grasso senza sanguinamento. Dopo aver aspettato circa 10 minuti, tempo necessario alle sostanze per ottenere un effetto anestetizzante e vasocostrittore, si procede al prelievo atraumatico delle celle adipose che potranno poi essere utilizzate per il re-shaping dei glutei o per riempire aree di rilasciamento cutaneo. Si passa quindi all’aspirazione delle aree che presentano i classici cuscinetti e a un vero e proprio rimodellamento manuale del grasso che rimane in sede, come un vero scultore. Al termine, il risultato viene stabilizzato dal chirurgo con un bendaggio elasto-comporessivo che viene mantenuto per 4 giorni.
La paziente può tornare alle sue normali attività lavorative già il giorno successivo all’operazione, avvertendo solo un modesto indolenzimento alle gambe e ai glutei. Rimossi i bendaggi, le verrà fatta indossare una speciale guaina elastica a pantaloncino corto con speciali rinforzi a sollevare il gluteo verso l’alto e mantenere la forma esattamente come voluta dal chirurgo. La guaina andrà indossata solo durante il giorno, per un periodo di 20 giorni. Il ritorno in palestra è consigliabile non prima di 15 giorni dall’intervento, e l’esposizione al sole non prima di 30 giorni. Il risultato definitivo si potrà osservare circa un mese dopo, e le minuscole cicatrici che residueranno saranno praticamente invisibili.
I risultati di una Liposcultura sono definitivi, in quanto le cellule adipose non si duplicano, cioè non si riformano. Se quindi la paziente dovesse in futuro aumentare di peso, lo farebbe senza ripresentare i difetti che lamentava prima dell’intervento.
CONCLUSIONI
I vantaggi sono quelli di una “remise en forme” generale, di uno snellimento e slanciamento della figura con la possibilita’ di creare un fisico armonioso e strutturato, enorme passo avanti rispetto alla semplice aspirazione localizzata di cuscinetti, tipica della liposuzione convenzionale.

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Periartrite e squilibri posturali

Autore: Prof. Daniele RAGGI Dott. in Scienze Motorie e in Fisioterapia, Posturologo, Mézièrista. Docente Master in Posturologia c/o la 1aFacoltà di Medicina e Chirurgia (Dipartimento di Medicina Sperimentale e Patologie), Università “La Sapienza” di Roma e c/o l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Motorie. Direttore di Kinesistudio (Studio di Posturologia) di Milano

Un doloretto che si presenta ogni tanto alla spalla, qualche fitta in alcuni movi­menti, a volte nemmeno nello stesso punto, e neppure con la stessa inten­sità: spesso sono questi i primi sinto­mi della peri-artrite scapolo-omerale. L’espressione “periartrite scapolo-ome-rale” indica infatti, un processo infiam­matorio (-ite) dei tessuti (borse sierose, tendini e tessuti connettivi) che circon­dano (peri-) l’articolazione della spalla. Vediamo di comprendere meglio com’è fatta e come funziona quest’articolazione della quale ci ricordiamo solamente quando diventa dolente o quando ci impedisce di svolgere alcuni dei nume­rosissimi movimenti per il nostro lavoro o la nostra vita quotidiana.
E’ la più mobile del nostro corpo,  per­mette movimenti in tutte le direzioni e piani dello spazio ed è costituita da tre ossa: scapola, clavicola e omero. I primi due funzionano come i bracci delle sospensioni delle automobili di formula uno (permettendo piccoli spo­stamenti rispetto al torace) e l’omero, l’osso del braccio, si muove attraverso la sua testa di forma quasi sferica nella cavità glenoidea.
Questa particolare conformazione permette ampie possibilità di movimento a scapito della sua stabilità e integrità. Questa artico­lazione, non strettamente vincolata da rapporti ossei, risulta essere in rappor­to con diverse parti del corpo (collo, dorso, zona lombare, braccio, avam­braccio, mano) attraverso numerosi muscoli. Nell’evoluzione della specie umana, passando dalla quadrupedia alla bipe­dia, la spalla è diventata più specializ­zata per “prendere” cose ed avvicinarle a sé, come la raccolta di oggetti e soprattutto cibo; si è specializzata nel prendere e sorreggere carichi anziché avere su di sé il carico del corpo stes­so come nei quadrupedi. Per questo, il rapporto anatomico dell’articolazione fra scapola e omero (testa omerale e glenoide), è minore rispetto a quella dell’anca che è fatta sullo stesso principio (ma deve sorreg­gere tutto il peso del corpo). La stabi­lità della spalla risulta invece essere a carico della capsula articolare, dei legamenti che connettono la testa omerale alla scapola e dei tendini dei muscoli che la scavalcano e ne per­mettono il movimento.
Tutta la muscolatura che si inserisce su scapola, clavicola e omero, gioca un ruolo fondamentale non solo nel confe­rire stabilità e/o movimento, ma anche nell’insorgenza di patologie di carattere infiammatorio e compressivo. Alla spal­la arrivano muscoli dal collo, dal brac­cio, dal tronco e dalla zona lombare come in una rotatoria con numerose vie d’accesso. Tutti concorrono a determinare, mediante l’attivazione in precisi momenti, il “ritmo” dei movimenti, ma se uno di essi risulta deficitario per eccessive tensioni (mal posizionamen­to per colpa di una postura alterata, un fattore neurologico, etc.), il ritmo viene alterato e, per riprendere il paragone con la rotatoria, si può andare incontro a congestione del traffico e incidenti (ovvero blocchi e dolori). L’articolazione della spalla quindi è libera di muoversi su tutti i piani dello spazio: per mantenersi libera in realtà si lega con tutti e può farsi carico, per via delle sue connessioni muscolari, dei problemi di tutti.
Infatti bisogna considerare che i muscoli del nostro corpo sono organiz­zati in catene, cioè collegati tra loro, dunque si comportano come fossero uno solo. Se un muscolo, che possia­mo paragonare all’anello di una cate­na, subisce un trauma o un sovraccari­co funzionale, tende inevitabilmente ad irrigidirsi, a difendersi, per un meccani­smo fisiologico innato di difesa portan­do come risultato ad una tensione eccessiva e all’alterazione del tono di tutta la catena muscolare. Altro fattore che bisogna considerare è la cosiddetta “legge dei compensi antalgici”: di fronte alla presenza del dolore dovuto ad un trauma, a partico­lare stress, a problemi di funzione visi­va, deglutitoria, occlusale, respiratoria, viscerale, etc, il corpo cerca in primis di limitare o evitare il movimento dolo­roso a scapito dell’assetto posturale, spostando il movimento perduto nelle zone articolari del corpo ancora disponibili a “sostituire” la zona dolorante. A loro volta però, queste aree, sovraccari­cate dal superlavoro richiesto, manife­steranno nel tempo fastidi, disagi, infiammazioni, dolori.
Ecco perché, anche una spalla che non abbia subito traumi, può cominciare a soffrire senza apparente motivo. Per rendere maggiormente reale quan­to affermato possiamo fare un esem­pio: immaginiamo un operaio che usi come attrezzo un cacciavite per parec­chie ore al giorno. In breve tempo la muscolatura del suo avambraccio risul­terà sovraccaricata di lavoro e potrà portare problemi al polso. Se questo operaio non ha la possibilità di fermar­si dal lavoro e curarsi, sarà costretto ad utilizzare di più l’articolazione del gomito per poter continuare a lavorare con meno disagi: questo a sua volta potrà andare incontro a patologie quali epicondilite (il famigerato gomito del tennista che viene spesso anche a chi non ha mai preso una racchetta in mano) o epitrocleite. A questo punto per poter continuare a usare il cacciavi­te, sarà costretto ad alleggerire polso e gomito ed avvalersi, seppur con mag­gior disagio o fatica, del movimento della spalla. Se questo sistema vicariante-antalgico dovesse perdurare trop­po nel tempo, allora anche la spalla ed il collo potranno manifestare infiamma­zioni o dolori. Questo esempio rispecchia precisa­mente un importante aforisma della terapista francese F. Mézières che reci­ta: “laddove si manifesta il dolore, non vi è la causa, ma solo l’effetto”.
Dunque se intendiamo il dolore come un segnale, un campanello di allarme di qualcosa che ha creato un disequili­brio, è quantomeno inopportuno inizia­re a trattare o inibire il dolore alla spal­la stessa: esso è come una spia nel cruscotto della nostra auto che ci dice che qualcosa non va bene e che si deve intervenire. Ovviamente sulla nostra auto non interverremo sulla spia stessa, ma nell’area che la spia ci sta ad indicare. Nel caso del dolore alla spalla, il lavoro del Posturologo sarà dunque di indagare e ricostruire il percorso che il dolore ha fatto prima di manifestarsi alla spalla attraverso una tecnica particolare che condurrà a sco­prire dove sta il vero problema. Ricostruire la storia del dolore del paziente permette di scoprire se la causa è un trauma di vecchia data o se dipende da gesti atletici scorretti o ripetuti a lungo (ad esempio sport come i lanci, la pallavolo, il tennis, ecc…); se dipende da posizioni lavora­tive scorrette (lavori di ufficio con il mouse del computer in posizione che costringe ad una scarsa ergonomia dell’arto superiore per molte ore), oppure a problematiche che arrivano alla spal­la da altre zone che furono vittime di traumi. Il dolore alla spalla, per quanto strano a dirsi, può essere dovuto ad una problematica respiratoria.
A tal proposito sempre F. Mézières, sostene­va che “non può esserci libertà della spalla se non c’è libertà del diafram­ma”. Nell’indagine non devono essere esclusi neppure test della funzione visi­va, test di carattere occlusale, degluti­torio, della funzione dell’articolazione Temporo-Mandibolare, test per valutare la tensione viscerale, etc, al fine di scoprire se la causa del dolore alla spalla possa essere legato o meno a uno di questi distretti. Per questo è importante ricostruire la cronologia dei traumi, dei dolori e delle eventuali patologie anche apparentemente non collegate, per poter agire in primis sulle spine irritativeche si riflet­tono poi sulla spalla. In questi casi trattare direttamente la spalla, rende vano il lavoro e di scarso effetto e durata il trattamento stesso.
La parola al Paziente: “Quando porto le borse della spesa ho male alla spal­la: questa periartrite mi sta facendo impazzire”.
La sig.ra Daniela, 53 anni, lavora come impiegata in ufficio contabile: si  pre­senta presso il nostro centro di Posturologia per un dolore persistente alla spalla destra accompagnato da una limitazione dei movimenti. Il proble­ma era già presente da alcuni anni, ma ultimamente si è accentuato, tanto che afferma di avere serie difficoltà nel por­tare borse della spesa anche se leggere. Sul lavoro, l’utilizzo del mouse fa peggiorare il dolore. Le radiografie e la risonanza magnetica eseguite non evi­denziano nulla che possa spiegare tale situazione e la diagnosi risulta essere “periartrite scapolo omerale”. Le cure farmacologiche a cui si era sottoposta (infiltrazioni prima e antinfiammatori dopo), hanno sortito solo effetti tempo­ranei così come i massaggi fatti alla spalla, schiena, braccia. Con l’obiettivo di capire la logica del suo dolore, cerchiamo di ricostruire la sua storia, i traumi, i vizi posturali e facciamo test relativi al sistema visivo, masticatorio, etc. La sig.ra Daniela racconta che circa 20 anni prima, per qualche tempo, aveva sofferto di cervicalgia e che qualche anno prima aveva subito un violento trauma alla zona sacrococcigea scivo­lando sul ghiaccio: ancora oggi il fondo schiena è dolente quando cambia il tempo. Per la legge dei compensi antalgici, gli adattamenti posturali conseguenti al trauma, potrebbero essere stati tali da disturbare persino il tratto cervicale e quest’ultimo, essendo collegato alla spalla, disturbare la normale funziona­lità di tutto l’arto superiore. La successiva valutazione posturale evidenzia una muscolatura della zona lombare e sacrale molto contratta, come se stesse ancora difendendosi dalla caduta e la posizione della testa risulta non allineata. Anche i test fun­zionali eseguiti rivelano una mobilità ridotta sia del tratto lombare che di quello cervicale, mentre la spalla rie­sce a compiere solo piccoli movimenti senza avvertire dolore. Altri test escludono coinvolgimenti del sistema visivo, masticatorio, digestivo. Non ha cicatrici che devono essere prese in considerazione.
Cominciamo la seduta con esercizi di riequilibrio delle tensioni muscolari della muscolatura paracoccigea e sacrale: come da abitudine, ad ogni manovra o tecnica posturale, faccia­mo eseguire i test di verifica del dolore o della mobilità dell’arto in questio­ne tra prima e subito dopo la manovra
o tecnica eseguita. La sig.ra Daniela nota, non senza stupore, che la mobi­lità del suo braccio è leggermente migliorata senza che si scatenino i dolori abituali pur non avendo toccato il suo braccio o spalla. Alla seduta successiva la paziente rac­conta che quel piccolo miglioramento ottenuto è perdurato tutta la settima­na; pertanto alla seconda seduta ripro­poniamo lo stesso percorso terapeuti­co aggiungendo anche un trattamento per il tratto cervicale in postura di “allungamento muscolare globale decompensato”con il fine di allentare le forti tensioni che dal collo arrivano fino alla spalla. Dopo alcune sedute la mobilità della spalla è migliorata come pure i dolori: negli incontri successivi pertanto, oltre a insistere sul protocollo precedente, inseriamo anche una serie di esercizi di decontrazione e allungamento muscolare eseguiti sempre in postura decompensata per il braccio che ribi­lanciano lo stress dovuto all’utilizzo prolungato del mouse.
Dopo 12 sedute la sig.ra Daniela riferi­sce di non avere più nessun dolore e deficit funzionale, sia al lavoro con il mouse sia a portare pesi o borse della spesa.

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La celiachia un problema alimentare

Autori: Dr.ssa Silvia BORNIA*
Dr. Gianluigi PESCE**
*Biologa Nutrizionista
** Spec. Chirurgia dell’apparato digerente
Presso Centro Linea nutrizione
Corso Colombo 34/4 Rapallo (GE tel 0185 233503
Piazza Dunant 4 (stadio piscine di Albaro 30)
tel 010.3626841

Il supporto di gastroentrologo, nutrizionista, psicologo facilita il conviverci.
La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente in frumento, farro, kamut, orzo, segale, avena
La malattia celiaca ha una forte impronta genetica, è sicuramente una delle più frequenti malattie su base genetica che conosciamo. L’incidenza di questa intolleranza in Italia è sti­mata in un soggetto ogni 100/150 persone. I celiaci potenzialmente sarebbero quindi 400 mila, ma ne sono stati diagnosticati intorno ai 75 mila. Ogni anno vengono effettuate cinque mila nuove diagnosi ed ogni anno nascono 2.800 nuovi celiaci, con un incremento annuo di circa il 10%.
La celiachia nel bambino
Nella maggior parte dei casi, l’intolleranza si evidenzia a distanza di circa qualche mese dall’introduzione del glutine nella dieta, con un quadro cli­nico caratterizzato da diarrea, vomito, anoressia, irritabilità, arresto della crescita o calo ponderale. Nelle forme che esordiscono tardivamente, dopo il 2°-3° anno di vita, la sintoma­tologia gastroenterica è per lo più sfu­mata e in genere prevalgono altri sin­tomi, quali deficit dell’accrescimento della statura e/o del peso, ritardo dello sviluppo puberale, dolori addo­minali ricorrenti e anemia, che non risponde alla somministrazione di ferro per via orale.
La celiachia nell’adulto
La celiachia, che può colpire qualsia­si fascia d’età, è considerata tipica dell’età pediatrica e spesso nell’età adulta non viene presa in considera­zione neppure negli ambienti speciali­stici. L’intolleranza può comparire più o meno acutamente in un periodo qual­siasi della vita, spesso dopo un evento stressante quale una gravidanza o un intervento chirurgico o una infezio­ne intestinale.
Le manifestazioni cliniche sono assai varie: alcuni soggetti presentano un quadro classico di malassorbimento con diarrea, perdita di peso e carenze nutritive multiple, altri, invece, rife­riscono uno o più sintomi cronici spesso estranei all’apparato digerente. Sono comuni disturbi quali crampi, debolezza muscolare, formicolii, emorragie, gonfiore alle caviglie, dolori ossei, facilità alle fratture, alterazio­ni cutanee, afte, disturbi psichici; molto frequente è l’anemia da caren­za di ferro. Infine esistono soggetti che non lamentano sintomi o nei quali i distur­bi sono talmente modesti da non richiedere l’intervento del medico; vengono diagnosticati solo perché nell’ambito familiare c’è un altro membro affetto da celiachia.
La malattia celiaca sempre meno frequentemente si accompagna ad una sindrome da malassorbimento: accanto alla forma classica (diarrea, steatorrea, calo ponderale) si osser­va sempre più:
una forma subclinica: con sintomi esclusivamente extraintestinali (ane­mia sideropenica, osteoporosi precoce, aborti ricorrenti)
una forma silente: in assenza di sin­tomi ma associata a patologie o grup­pi a rischio per malattia celiaca (parenti di 1º grado, diabete mellito insulino-dipendente, tireopatie autoimmuni)
una forma latente: con lesioni del tessuto dei villi intestinali ma in assenza completa di alcuna sintoma­tologia (come si verifica in alcuni pazienti diagnosticati durante le cam­pagne di screening di massa) una forma potenziale: in assenza di sintomatologia e di lesioni del tessu­to ma che caratterizza i pazienti che appartengono a categorie a rischio per malattia celiaca (parenti di 1º grado, ecc.)
Per curare la celiachia, attualmente, occorre escludere dalla dieta alcuni degli alimenti più comuni, quali pane, pasta, biscotti e pizza, ma anche eli­minare le più piccole tracce di farina da ogni piatto. Questo implica un forte impegno di educazione alimentare. Infatti l’assunzione di glutine, anche in piccole dosi, può causare danni.
LA DIAGNOSI DI CELIACHIA
Nel soggetto geneticamente predispo­sto l’introduzione di alimenti contenenti glutine, quali pasta, pane, biscotti o anche tracce di farina rica­vata da cereali vietati, determina una risposta immunitaria abnorme a livel­lo dell’intestino, cui consegue una infiammazione cronica con scompar­sa dei villi intestinali. Importanti e qualche volta irreversibili le malattie determinate da una dia­gnosi tardiva: osteoporosi, infertilità, aborti ripetuti, bassa statura nei ragazzi, diabete mellito, tiroidite autoimmune, alopecia, epilessia con calcificazioni cerebrali e il temutissi­mo linfoma intestinale. La diagnosi di celiachia si effettua mediante dosaggi sierologici: gli AGA (anticorpi antigliadina di classe IgA e IgG), gli EMA (anticorpi antiendomisio di classe IgA). Recentemente è stato messo a punto un nuovo test per il dosaggio di anticorpi di classe IgA, gli Anti-transglutaminasi. Per la diagnosi definitiva di celiachia è però indispensabile una biopsia dell’intestino tenue con il prelievo di un frammento di tessuto, dall’esame istologico del quale è possibile deter­minare l’atrofia dei villi intestinali.
PATOLOGIE ASSOCIATE
Molte malattie ben conosciute risultano essere associate alla celiachia. Tra queste in età pediatrica segnaliamo: il diabete mellito insulino-dipendente (2,7%) e la sindrome di Down (10%). Tra le altre patologie più fre­quentemente associate alla MC vanno inoltre ricordate: tiroiditi autoimmuni, morbo di Addison, nefro­patia da IgA, porpora trombocitopenica autoimmune, anemia emolitica autoimmune, artrite reumatoide gio­vanile, sindrome di Turner, sindrome di Williams, epilessia (con o senza calcificazioni endocraniche), psoriasi, dermatite erpetiforme.
CONCLUSIONI
La dieta senza glutine nei celiaci determina un significativo migliora­mento dei parametri nutrizionali, misurati dall’antropometria (Smecuol, 1997).
Seguire correttamente e per sempre la dieta senza glutine non è facile e richiede un impegno sia da parte del paziente che da parte del medico, specialmente nei soggetti asintomatici. A livello sociale ci sono stati numerosi passi in avanti: le guide della Associazione Italiana per la Celiachia, l’elenco dei locali che servono pietan­ze preparate con prodotti privi di gluti­ne, l’esenzione dal servizio militare dei giovani affetti dal morbo celiaco. Al fine di limitare il problema econo­mico lo Stato Italiano con un decreto ministeriale del 1 Luglio 1982, pubbli­cato sulla Gazzetta Ufficiale nº 217, ammette l’erogazione gratuita dei pro­dotti senza glutine. Tali prodotti sono venduti nelle farma­cie, ai soggetti celiaci purché la dia­gnosi con biopsia intestinale sia stata effettuata presso un centro ospedaliero o universitario.

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