Disinformazione
Utilizzo dei servizi di psicologia
Autore: Dott. Marcello BRUOGNOLO
Psicologo
Studio: Via Vallazze 33 - Milano
Tel: +39.02.26680761
Cell. 335.5863360
mabruogn@tiscali.it
Dallo Psicologo: perché?
Cosa può fare per la persona?
C’è molta disinformazione nel campo dell’utilizzazione dei servizi di psicologia.
Prima fra tutti lo stereotipo di credere che
se una persona va dallo psicologo vuol dire
che è matta o sta male nel senso dispregiativo.
Conseguentemente o si vergogna o per un
iperorgoglio ha paura di essere considerato malato, quindi rinuncia a chiedere aiuto;
però poi assistiamo a vari drammi sociali e
personali.
Aver bisogno di un aiuto tecnico esterno
non vuol dire essere malati o anormali. Se
anche lo fossimo non bisogna considerarlo
come una patologia, un’inferiorizzazione,
ma come una sensibilità fuori dalla norma
che crea un problema di adattamento personale.
Bisognerebbe discutere di cos’è la norma:
se analizzassimo il normale vedremmo che
dipende da fattori altamente soggettivi per
cui ognuno pensa alla sua normalità come
anormale o viceversa, e la norma è un
fatto visibile che è stabilito da una maggioranza, ma non tiene presente le diversità
soggettive.
Chi è normale? Nessuno e tutti. Chi è
anormale? Il malato? Chi crede di esserlo
o chi ha esigenze personali diverse? O chi
crede di essere sano?
Molto è stato scritto in proposito e molto
ci sarebbe da dire, ma non è questa la
sede.
Un disagio, un momento di ansia, uno
stato di panico, un disadattamento, un
conflitto è un campanello di allarme per
tutti. Significa che non si ha sufficiente
gestione dell’esistenza.
In questo momento la persona dovrebbe decidere di farsi aiutare, non oltre, quando
il sintomo diventa troppo forte e non più
controllabile.
In fondo le cause sono sempre in una
mancanza di conoscenza di sé, dei dati
della realtà che sfuggono, non si conoscono le doti che fanno parte della sensibilità,
quello che contraddistingue ognuno, che lo
rende unico.
Anzi forse è facile ritenere che sia pericoloso essere sensibili, avere necessità in più,
ma nonostante l’ignoranza si agisce e si
vive facendo degli errori contro sé, stessi
accettando la norma che ognuno crede di
rispettare senza considerare parti importanti di sé, le quali non si possono tralasciare o dimenticare.
Così vengono attivati conflitti, incongruenze
che evidenziano un disagio o mettono in
moto ansia o peggio.
Si vive un disadattamento rispetto a un
profondo di sé, e se si è realmente normali non ci si accorge di avere.
Se si sottovalutano questi sintomi, i quali
in fondo sono espressioni dell’intelligenza
di natura, si rischia di peggiorare col
tempo, arrivando ad una vera e propria
patologia.
Per questo si ha bisogno di un tecnico
esterno capace (per mestiere) di analizzare
per noi ciò che succede.
Da soli non è possibile riuscire perché nessuno può analizzare sé stesso oggettivamente, cosa tecnicamente troppo difficile
anche per esperti nel campo.
Si ha bisogno di un esperto che momentaneamente faccia da “io” e dica come
stanno le cose, la realtà, le connessioni
tra le cause e gli effetti, e magari possa
consigliare su come venir fuori dal malessere.
Perché, in fondo, una volta che le nostre
esperienze passate sono state assimilate, esse costituiscono la base delle
nostre opinioni e dei pensieri con cui valutiamo la realtà. Dei “costrutti” con cui
percepiamo il reale, gli altri, se stessi.
L’altro tecnico, ci aiuta nel sapere come
stanno le cose.
Dopo aver verificato quello che dice, aver
accertato che le cose stanno come ha indicato, quando si ha l’evidenza della realtà
che riguarda sé, allora è possibile decidere
alcuni spostamenti di idee, di azioni, di
mentalità, per migliorare la gestione della
vita reale, secondo i propri fini.
Per fare ciò si deve avere molta umiltà
verso sé stessi e verso la vita, seguitare
ad imparare anche e soprattutto dopo l’adolescenza, evitando di credere che le
cose siano come si è sempre pensato:
immutabili e che oramai si sappia tutto
sulla vita.
Se si è umili si può essere intelligenti per
capire la necessità di un aiuto esterno
che nessuno può dare tranne un professionista.
E’ proprio l’atto intelligente che permette
di essere umili e decidere l’aiuto: se si è
intelligenti e sensibili si comprende di
aver bisogno di uno psicologo.
Andare dallo strizzacervelli è un’espressione simpatica, ma come diceva una collega argutamente “magari ci fosse un cervello da strizzare, si potrebbe provare a
strizzarlo, cioè a farlo lavorare, ma se non
c’è cosa strizziamo?”
Dallo psicologo quindi vanno le persone
più sensibili e quindi più intelligenti, quelle che hanno un bisogno più acuto di
capire e volere di più da sé stessi e dalla
vita.
Forse quelli che non si rassegnano alla
mediocrità. Ma questo è un peccato blasfemo?
Lo psicologo per queste persone può mettere a disposizione attraverso l’esperienza di vita, lo studio e l’esperienza professionale, una oggettività nel riflettere la
realtà passata e presente della persona, i
suoi obiettivi istintuali, i modi naturali
della personalità e quelli rigidi appresi dal
contesto.
Questa interazione/analisi è finalizzata
per trovare l’adattamento migliore, la
realtà delle relazioni e dei fatti che accadono come effetti di cause oggettive, i
modi naturali che corrispondono alla sua
personalità, affinché si possa procedere
a dei miglioramenti se il “cliente” lo decide (bisogna sempre lasciare libero il
cliente nel poter fare il cambiamento o
restare com’è).
La psicologia o la psicoterapia di matrice
psicologica non sono certo Lourdes, ma
possono aiutare la coscienza a capire
molto, e offrire un quadro obiettivo del
cliente e suggerire soluzioni; ma è sempre e definitivamente il cliente che deve
decidere se e come cambiare per migliorare. Questa è la sua responsabilità esistenziale. Come ci si rivolge ad un meccanico per mettere a punto il motore della
proprio auto , così ci si può rivolgere allo
psicologo. Oppure senza andare sempre
dal carrozziere per far aggiustare la carrozzeria che si ammacca continuamente, è meglio andare da una scuola di guida,
perché evidentemente la propria tecnica è
sbagliata, si urta sempre contro ostacoli
con l’effetto di ammaccare sempre l’auto.
Così si va dallo psicologo per verificare se
il proprio comportamento mentale e
sociale, le proprie idee , opinioni e mentalità sono efficienti rispetto all’obiettivo
che si vuole raggiungere (se obiettivo concreto e raggiungibile).
Lo psicologo verificato che l’obiettivo sia
attuabile, verifica le cause di quegli effetti che sono lamentati come malesseri dal
cliente.
Molti cercano un consulente, non sono
malati, ma sani e forse più capaci di altri
e vogliono provare a vivere in modo più
gratificante e realizzato. Hanno però bisogno di una tecnica, una “formazione” specializzata su sé stessi.
In questo caso non c’è un sintomo, una
malattia, ma il desiderio di migliorare e
autorealizzarsi; si tratta della psicoterapia
di autenticazione: analisi o cura di sé,
della mente come anima – psiche, al fine
di realizzare il potenziale intelligente che
spinge dentro ognuno, e in ognuno a suo
modo. Allora si ha bisogno di percorrere
un tratto di strada insieme ad un tecnico
che aiuti a equilibrare nella storia questa
necessità, in buoni modi, senza autodistruzioni o autocensura.
Per concludere, la psicologia può aiutare
chi vuole uscire da un sintomo che provoca malessere più o meno grave ma può
anche aiutare la realizzazione di ognuno
secondo il proprio potenziale se questa è
la necessità sentita dal cliente.
Ma in tutti i casi bisogna essere intelligenti per richiedere questo servizio, quando ancora le cose o i sintomi sono nella
norma.
Dopo è troppo tardi non si può più fare
una psicologia preventiva ma solo cura
forzata, tentativo di guarigione come nella
medicina.
Aggiustare il danno senza fare analisi
delle cause che hanno portato a quel
male è inefficace.
Del resto per poter fare analisi il soggetto
deve essere in forma, deve stare nella
norma, il malessere deve essere ancora
agli inizi, non radicato o troppo manifesto.
In fondo la psicoterapia (o vogliamo chia-
marla consulenza esistenziale?) nello studio dello psicologo è un’avventura bellissi
ma con sé stessi, una scoperta continua,
un mettersi in gioco per la propria riuscita. E non è poco.
RAPPORTO GENITORI-FIGLI
PINE
Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e Chirurgia
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941
Il primo tiepido sole di primavera invoglia ancor più le mamme a
portare i bambini all’aria aperta.
Guardo con simpatia quell’insieme di
giovani donne con i loro piccoli e
ascolto, dentro di me, un pensiero.
Fra dieci o quindici anni circa, i bimbi
di ora saranno adolescenti e alcuni
di loro cominceranno ad avere opinioni proprie che cercheranno di esporre.
A questo punto potrebbe iniziare, in
famiglia, la fase della contestazione
filiale, fisiologico segnale di crescita
che, però, può creare incomprensione e sofferenza. Fare i genitori è
molto difficile e da figli, questa difficoltà, è difficile capire.
Soltanto dopo la mia maternità ho
compreso l’impegno che mio padre e
mia madre hanno messo per rendermi felice o, almeno, per provarci, il
loro dolore per i passi falsi che facevo, l’orgoglio per le mie battaglie
vinte e soltanto ora capisco appieno
quanto mi hanno amato.
Esistono varii tipi di famiglie: alcune
perfette o quasi; altre, al contrario,
decisamente malate, vittime di alcolismo, incesto, violenza, dipendenze.
Le più sono quelle nelle quali i genitori cercano di fare tutto ciò che è
possibile, al meglio possibile.
Inevitabilmente, però, si possono
commettere sbagli, senza saperlo,
senza rendercene conto.
Nel mio lavoro mi capita
di ascoltare genitori disperati perché
vedono i loro figli che, crescendo in
età, si distaccano da loro, li contestano, rifiutano il dialogo, si chiudono in se stessi.
A causa del dispiacere che provano,
mamme e papà possono ammalarsi
fisicamente.
In questi casi, se constato che all’origine delle loro malattie ci sono
delle incomprensioni, o peggio, sento
il dovere di ricordare che non esistono quasi mai colpe consapevoli o
volute da parte di nessuno di noi
esseri umani. E’ importante, però,
parlare, spiegarsi.
Il fiore di Bach che corregge il senso
di colpa che un tempo chiamavamo,
approssimativamente rimorso, è
Pine, utile nei quadri malinconici, nei
caratteri ossessivi e negli stati transitori che possiamo attraversare
quando pensiamo continuamente a
un passato di errori.
Al passato si deve ritornare, col pensiero, soltanto il tempo minimamente indispensabile per capire che gli
sbagli già fatti, non devono più essere ripetuti. Un’esperienza negativa
induce una lezione positiva che ci fa
crescere.
Ma una cosa è ricordare per non
sbagliare ancora, altra è restare
avvinghiati al passato con quel
senso di colpa che è autodistruttivo,
contro l’esistenza.
Qualche volta il senso di colpa viene
usato da altri per sottometterci, per
danneggiarci, per non farci maturare.
In questo caso è bene, con le persone che cercano di manipolarci,
instaurare un dialogo; chiedere e
dare loro una spiegazione parlando a
vicenda e non imponendo, onestamente, soltanto le nostre opinioni.
Nei pazienti con problemi di incomprensione con gli altri si possono trovare sintomi e segni fisici quali, tra
gli altri, nausea, cefalea, ulcera, vertigini, eccetera. La mente non dimentica e presenta il conto all’organismo.
A Pine, specifico per i sensi di colpa,
unisco spesso uno o più farmaci, l’utilità dei quali apparirà dopo la visita
medica. Il medicinale potrà essere,
con il consenso del paziente, anche
quello omeopatico perché
l’Omeopatia è atto medico (FNOM-
CEO. Anno 2002) e i prodotti omeopatici sono considerati farmaci dal
decreto legge 185, anno 1995, dello
stato italiano.
La visita in materia sarà condotta dal
sanitario che non soltanto conoscerà
gli argomenti in tale settore ma sarà
anche regolarmente iscritto al proprio “Ordine Provinciale dei medici
Chirurghi e degli Odontoiatri”.
Cefalea e postura: la parola al paziente...
Autore: Prof. Daniele RAGGI
Posturologo, Chinesiterapista, Mézièrista
Docente Master in Posturologia c/o la 1°
Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Dip. di Medicina Sperimentale e Patologia, Univ.
“La Sapienza” di Roma.
Docente c/o l’Università Cattolica Sacro Cuore
di Milano, Facoltà di Scienze della Formazione,
Scienze Motorie.
“ho un mal di testa da impazzire…”
Già dai primi anni in cui praticavo tecniche di posturologia del Metodo
Mézières, mi ero reso conto che trattando problematiche del collo, quali cervicalgie, artrosi, problemi dell’articolazione temporo-mandibolare, dolori delle spalle, etc., anche problematiche di
cefalee tendevano a diminuire di intensità o di frequenza, ed in alcuni casi
addirittura scomparivano.
Ovviamente venticinque anni fa la conoscenza di tecniche avanzate di cui oggi
si avvale la moderna Posturologia non
era presente e dunque non erano sempre chiare le connessioni fra dolori
muscolo-articolari, postura e le cefalee.
I risultati che oggi possiamo ottenere
sulle cefalee con la Posturologia sono
sicuramente degni di nota.
Un contributo importante (e testimonianza) nella direzione della ricerca e
dell’avanzamento delle tecniche che
possono aiutare il cefalico, proviene dal “Centro Cefalee del Policlinico Umberto 1°di Roma”, diretto dal Dott.
Di Sabato; collaboratrice la Dott.ssa
Impieri, chinesiologa e posturologa che
utilizza, nei casi di cefalee mio-tensive,
una tecnica di riequilibrio posturale ad
approccio globale con Pancafit®.
La cefalea rappresenta uno dei disturbi
più comuni nella popolazione, si calcola
infatti che il 90% degli individui abbia
almeno un attacco di cefalea nel corso
di un anno. In alcuni casi la cefalea si
presenta occasionalmente, ma spesso, è così frequente e severa da compromettere l’efficienza fisica, la capacità
lavorativa, i rapporti familiari, sociali e
influenzare quindi la qualità della vita.
Le principali forme di cefalea primaria,
spiega il dott. Di Sabato, sono: l’emicrania, la cefalea di tipo mio-tensivo e
la cefalea a grappolo. Ognuna di esse è riconoscibile dallo specialista mediante un’anamnesi accurata che comprende la descrizione delle crisi con le
caratteristiche di sede, tipo, sintomi
associati, comportamento durante l’attacco, durata e periodicità degli attacchi. L’emicrania si riscontra in una consistente percentuale della popolazione,
e pur non risparmiando l’età infantile, è
più presente nell’età media della vita
(18% nelle donne e 6% negli uomini).
L’emicrania si distingue in due forme:
emicrania senza aura ed emicrania con
aura. Nel primo caso il dolore è prevalentemente unilaterale, anche se può alternare lato o manifestarsi bilateralmente, d’intensità moderata o severa.
Ha carattere pulsante, peggiora con il
movimento ed è associato a nausea
e/o vomito, disturbo di luce, disturbo di
rumore e, in alcuni casi è associato a
disturbo di odori che normalmente non
provocano l’emicrania. Il paziente in
genere necessita di riposo a letto, in
ambiente buio e silenzioso. La durata
degli attacchi è compresa tra 4 e 72
ore. Nella forma con aura, la fase dolorosa, è preceduta da sintomi neurologici focali, a completa risoluzione che si
manifestano gradualmente e continuano per 10-20 minuti fino ad un massimo di 60 minuti. L’aura è caratterizzata
da disturbi visivi tipo visione di lampi
(fotopsia), deformazione degli oggetti,
emianopsia (indebolimento o perdita
della vista in una o entrambe le metà
del campo visivo). In alcuni casi si possono verificare disturbi sensitivi come
l’addormentamento del braccio e della
gamba riguardante la sede del dolore e
fenomeni di afasia (alterazione o perdita della capacità di parlare o di capire il
linguaggio parlato o scritto), oppure
casi in cui il paziente pensa di dire una
parola ed in effetti ne pronuncia un’altra a volte incomprensibile. Segue poi
una cefalea che può avere caratteristiche emicraniche e non emicraniche. Le
crisi con aura sono molto meno frequenti rispetto a quelle senza aura ma,
entrambi i tipi, possono manifestarsi
nello stesso paziente. La diagnosi di
emicrania con aura può essere fatta
quando si siano verificati almeno due
attacchi con le medesime caratteristiche. Disturbi con le caratteristiche dell’aura possono presentarsi non seguiti
dalla fase dolorosa e, in questi casi, la
diagnosi sarà di “aura emicranica
senza emicrania”, dopo aver escluso la
possibilità di un evento vascolare acuto
cerebrale.
E’ molto importante indagare anche i
possibili fattori favorenti e/o scatenanti
l’attacco come ad esempio cibi particolari, variazioni delle abitudini di vita o
dei ritmi di attività e di sonno/veglia,
eventi stressanti, relazione con il periodo mestruale. E’ infatti noto come, circa
il 60% delle donne affette da emicrania
senza aura, manifesti la crisi prevalentemente in periodo premestruale ed il
10% abbia attacchi esclusivamente nei
giorni immediatamente precedenti il
ciclo o nei primi giorni dello stesso.
Altra forma di emicrania periodica e prevedibile è quella che si verifica nel fine
settimana o cefalea del week-end.
Un fatto molto importante per il posturologo, è di sapere che ben il 90%
circa delle cefalee ricade nella categoria di cefalea di tipomio-tensivo ed
anche in questo caso il 75% dei soggetti è di sesso femminile. La forma si
distingue in infrequente, (forme occasionali con meno di una crisi al mese),
frequente (da una a meno di quindici
crisi al mese) e cronica (più di quindici giorni al mese). La diagnosi viene posta
con almeno dieci attacchi che abbiano
le seguenti caratteristiche: dolore gravativo / costrittivo, bilaterale, di intensità
lieve-media e comunque tale da non
impedire le normali attività; i sintomi
associati sono generalmente assenti
oppure si può manifestare modesta
fono-fotofobia (disturbo di luce e di
rumore).
Il dolore non è aggravato dall’attività
fisica. La durata delle crisi varia tra
mezz’ora e sette giorni. Nelle forme più
lievi, il disturbo è spesso legato a situazioni di stress; nelle forme più severe e
croniche, il dolore comparirà al risveglio
e proseguirà fino a sera.
La cefalea a grappolo invece, è una
forma rara dal punto di vista epidemiologico con incidenza inferiore allo 0,5%
nella popolazione maschile e 0,1% in
quella femminile. E’ quindi tipicamente
una patologia del sesso maschile, a differenza dell’emicrania, anche se negli
ultimi anni, la frequenza nelle donne
sembra essere aumentata di pari passo con l’acquisizione di attività lavorative e stili di vita, in passato tipici
solo degli uomini. Gli attacchi sono
dolorosissimi, tanto che la forma è
stata soprannominata “cefalea del sui
cidio”. La cefalea a grappolo è caratterizzata da accessi parossistici di dolore
lancinante, di intensità severa, della
durata variabile tra 15 e 180 minuti, ha
sede orbitaria, sovrorbitaria e/o temporale, strettamente unilaterali. La
cefalea si presenta con intensa lacrimazione, iniezione congiuntivale, ostruzione nasale, o viceversa rinorrea, sudora
zione facciale, tutti rigorosamente dallo
stesso lato del dolore. Le crisi, nella
forma episodica, si presentano giornalmente, spesso ad orari fissi, una o più
volte nelle 24 ore, per periodi della
durata di 3-6 settimane con cadenza
annuale o biennale. Il 10% circa dei
pazienti presenta una forma cronica,
senza lunghe fasi di remissione.
L’intensità della cefalea è tale che il
paziente presenta la necessità di muoversi in continuazione (running-walking)
e di trovare una posizione soddisfacente, inoltre non sopporta la presenza di
nessuno intorno a lui.
Nel Centro Cefalee del Policlinico
Umberto I, proprio grazie al Dott. Di
Sabato, si e’ potuta raggiungere l’attuazione, con notevoli risultati nei casi di
cefalea mio-tensiva, dell’azione sinergica tra medico, psicologo e posturologo.
Si è potuto osservare che almeno il
95% dei pazienti con diagnosi di cefalea mio-tensiva presentano una postura
errata.
Affermano il Dott. Di Sabato e la
Dott.ssa Impieri: “tramite il riequilibrio della postura ”
del “Metodo Raggi® con “Pancafit® ”, il paziente acquista prima
di tutto una corretta coscienza corporea
con esercizi di respirazione, di rilassamento, di condizionamento generale della colonna e soprattutto del tratto
cervicale. Il numero di sedute di ginnastica posturale possono variare di
numero, in base alla gravità della cefalea. Al termine, per circa l’ 80% dei
pazienti si verifica una netta diminuzione degli attacchi cefalgici, sia per durata che per intensità che per numero di
ripetizioni; il 98% dei pazienti trattati
acquista maggior consapevolezza corporea e capacità quindi di reagire all’attacco cafalgico qualora si presentasse;
circa l’80% dopo almeno due cicli di
sedute di Pancafit®, riesce completamente ad ovviare alle crisi di cefalea
muscolo-tensiva. Il connubio che si sta
cercando di attuare in maniera sempre
più evidente sta portando grandissimi
risultati, e per questo ringraziamo sentitamente il Prof. Raggi per il contributo
che ha dato con il suo Metodo e il "sistema Pancafit®”.
Il caso clinico
Vorrei ora esporre un caso di un paziente che ci permette di capire meglio la
relazione fra cefalea mio-tensiva ed
alterazione della postura.
Arriva in studio un paziente di 38 anni,
il Sig. Marco C., operaio tessile. Si
lamenta per un problema al collo, ma
non trascura di dirmi che soffre di feroci mal di testa. Alla raccolta dati della
scheda personale, si scopre che il mal
di testa è il dolore più feroce e severo
che abbia mai provato; deve addirittura assentarsi dal lavoro quando ne è colpito, chiudersi in una stanza al buio,
senza parlare e vedere nessuno. Questa
cosa gli succede soprattutto se beve
alcolici o mangia molto tardi la sera,
dopo la discoteca, ma comunque almeno una volta ogni dieci giorni il problema
compare. A confronto il suo mal di collo è banale.
Data la descrizione della sua cefalea,
non preannuncio nessuna possibilità di
risultato in merito, ma mi preoccupo
principalmente del collo. Il paziente ha
un fisico atletico, discretamente bilanciato e con una discreta postura. Unica
nota stonata è il ginocchio destro che
risulta un poco ruotato all’interno: nega
ogni ricordo di traumi in tale zona. Inizia
la prima seduta che si indirizza al collo
ed alla respirazione, il tutto in assoluta
e corretta postura, agendo principalmente sulla catena muscolare posteriore che collega tutto il corpo, dalla testa
ai piedi.
Alla seconda seduta il paziente mi dice
che il dolore al collo va meglio, ma che
tale dolore si era un poco spostato al
dorso.
Continuo con la seduta successiva
nella quale ripeto il protocollo precedente ed aggiungo maggior attenzione
alla respirazione.
Alla terza seduta il paziente riferisce
che il collo va decisamente meglio
(dolore ridotto del 50%); ha avuto un
attacco di cefalea, ma l’intensità della
stessa è stata decisamente inferiore
rispetto al solito. In compenso gli è
ricomparso un vecchio dolore alla zona
lombare che non aveva da circa 4 anni.
Gli dico di non preoccuparsi, spiegandogli che siamo sulla buona strada, e che
il dolore che è ricomparso per qualche
giorno, in realtà era un vecchio dolore
mai risolto definitivamente, ma solo
nascosto dal corpo e “spostato” verso
l’alto, fino al collo. Dopo questa seduta, dedicata al collo, alla respirazione
ed alla zona lombare, il paziente ritorna
e mi riporta una notizia molto interessante. Durante la settimana il dolore
dalla zona lombare si era spostato al
ginocchio (quello che non era in asse
corretto); questo gli fece ricordare che,
5 anni prima, aveva avuto delle fitte a
quel ginocchio per circa un paio di
mesi, ma poi tale dolore passò da solo
benché avesse continuato a giocare a
calcio. Poi, due giorni dopo, la cosa più
sorprendente fu che il dolore si spostò
dal ginocchio destro alla caviglia
destra. Fu proprio quel dolore alla caviglia che fece riaccendere nella mente
del Sig. Marco il ricordo di un episodio dimenticato e sepolto nelle pieghe dei
tessuti e della mente: 7 anni prima,
giocando a calcio, ebbe una grave
distorsione alla caviglia, che recuperò
con difficoltà, se non zoppicando per
molto tempo e poi trovando il modo di
tenere la gamba un poco ruotata per
non sentire dolore…. Poi dimenticò il
tutto. In questo modo, il dolore compensato dall’atteggiamento antalgico
del corpo, salì lungo il ginocchio, l’anca, la schiena, il dorso, il collo, spostando le tensioni difensive fino ai
muscoli nucali e cranici. Possiamo quindi concludere che quel trauma era la
causa nascosta della cefalea; infatti,
dopo aver trattato e sbloccato la caviglia, il paziente non ebbe più neppure
un solo attacco di cefalea. Quel mal di
testa altro non era che il prodotto di
tensioni molto profonde ed intense che
il corpo aveva prodotto per difendersi
dal dolore del piede, del ginocchio e di
tutta la catena muscolare che aveva
messo in gioco a scopo difensivo.
Possiamo così affermare che, tutto ciò
che non viene risolto (anche se abilmente nascosto dal corpo), rimane irrisolto.
Per informazioni sul Metodo Raggi® – Pancafit®
rivolgersi a Studio Sport
2000, telefono 02.39257427,
info@studiosport.it, www.pancafit.net