Disinformazione
Utilizzo dei servizi di psicologia

Autore: Dott. Marcello BRUOGNOLO
Psicologo
Studio: Via Vallazze 33 - Milano
Tel: +39.02.26680761
Cell. 335.5863360
mabruogn@tiscali.it

Dallo Psicologo: perché? Cosa può fare per la persona?
C’è molta disinformazione nel campo dell’utilizzazione dei servizi di psicologia.psicologia
Prima fra tutti lo stereotipo di credere che se una persona va dallo psicologo vuol dire
che è matta o sta male nel senso dispregiativo.
Conseguentemente o si vergogna o per un iperorgoglio ha paura di essere considerato malato, quindi rinuncia a chiedere aiuto; però poi assistiamo a vari drammi sociali e personali.
Aver bisogno di un aiuto tecnico esterno non vuol dire essere malati o anormali. Se anche lo fossimo non bisogna considerarlo come una patologia, un’inferiorizzazione, ma come una sensibilità fuori dalla norma che crea un problema di adattamento personale.
Bisognerebbe discutere di cos’è la norma: se analizzassimo il normale vedremmo che
dipende da fattori altamente soggettivi per cui ognuno pensa alla sua normalità come
anormale o viceversa, e la norma è un fatto visibile che è stabilito da una maggioranza, ma non tiene presente le diversità soggettive.

Chi è normale? Nessuno e tutti. Chi è anormale? Il malato? Chi crede di esserlo
o chi ha esigenze personali diverse? O chi crede di essere sano?
Molto è stato scritto in proposito e molto ci sarebbe da dire, ma non è questa la sede.
Un disagio, un momento di ansia, uno stato di panico, un disadattamento, un conflitto è un campanello di allarme per tutti. Significa che non si ha sufficiente gestione dell’esistenza.
In questo momento la persona dovrebbe decidere di farsi aiutare, non oltre, quando
il sintomo diventa troppo forte e non più controllabile.
In fondo le cause sono sempre in una mancanza di conoscenza di sé, dei dati della realtà che sfuggono, non si conoscono le doti che fanno parte della sensibilità, quello che contraddistingue ognuno, che lo rende unico.
Anzi forse è facile ritenere che sia pericoloso essere sensibili, avere necessità in più,
ma nonostante l’ignoranza si agisce e si vive facendo degli errori contro sé, stessi
accettando la norma che ognuno crede di rispettare senza considerare parti importanti di sé, le quali non si possono tralasciare o dimenticare.
Così vengono attivati conflitti, incongruenze che evidenziano un disagio o mettono in moto ansia o peggio.
Si vive un disadattamento rispetto a un profondo di sé, e se si è realmente normali non ci si accorge di avere.
Se si sottovalutano questi sintomi, i quali in fondo sono espressioni dell’intelligenza di natura, si rischia di peggiorare col tempo, arrivando ad una vera e propria patologia.
Per questo si ha bisogno di un tecnico esterno capace (per mestiere) di analizzare per noi ciò che succede.
Da soli non è possibile riuscire perché nessuno può analizzare sé stesso oggettivamente, cosa tecnicamente troppo difficile anche per esperti nel campo.

Si ha bisogno di un esperto che momentaneamente faccia da “io” e dica come stanno le cose, la realtà, le connessioni tra le cause e gli effetti, e magari possa consigliare su come venir fuori dal malessere.
Perché, in fondo, una volta che le nostre esperienze passate sono state assimilate, esse costituiscono la base delle nostre opinioni e dei pensieri con cui valutiamo la realtà. Dei “costrutti” con cui percepiamo il reale, gli altri, se stessi.
L’altro tecnico, ci aiuta nel sapere come stanno le cose.
Dopo aver verificato quello che dice, aver accertato che le cose stanno come ha indicato, quando si ha l’evidenza della realtà che riguarda sé, allora è possibile decidere alcuni spostamenti di idee, di azioni, di mentalità, per migliorare la gestione della vita reale, secondo i propri fini.
Per fare ciò si deve avere molta umiltà verso sé stessi e verso la vita, seguitare ad imparare anche e soprattutto dopo l’adolescenza, evitando di credere che le cose siano come si è sempre pensato: immutabili e che oramai si sappia tutto sulla vita.
Se si è umili si può essere intelligenti per capire la necessità di un aiuto esterno che nessuno può dare tranne un professionista.
E’ proprio l’atto intelligente che permette di essere umili e decidere l’aiuto: se si è intelligenti e sensibili si comprende di aver bisogno di uno psicologo.
Andare dallo strizzacervelli è un’espressione simpatica, ma come diceva una collega argutamente “magari ci fosse un cervello da strizzare, si potrebbe provare a strizzarlo, cioè a farlo lavorare, ma se non c’è cosa strizziamo?”
Dallo psicologo quindi vanno le persone più sensibili e quindi più intelligenti, quelle che hanno un bisogno più acuto di capire e volere di più da sé stessi e dalla vita.

Forse quelli che non si rassegnano alla mediocrità. Ma questo è un peccato blasfemo?
Lo psicologo per queste persone può mettere a disposizione attraverso l’esperienza di vita, lo studio e l’esperienza professionale, una oggettività nel riflettere la realtà passata e presente della persona, i suoi obiettivi istintuali, i modi naturali della personalità e quelli rigidi appresi dal contesto.
Questa interazione/analisi è finalizzata per trovare l’adattamento migliore, la realtà delle relazioni e dei fatti che accadono come effetti di cause oggettive, i modi naturali che corrispondono alla sua personalità, affinché si possa procedere a dei miglioramenti se il “cliente” lo decide (bisogna sempre lasciare libero il cliente nel poter fare il cambiamento o restare com’è).
La psicologia o la psicoterapia di matrice psicologica non sono certo Lourdes, ma possono aiutare la coscienza a capire molto, e offrire un quadro obiettivo del cliente e suggerire soluzioni; ma è sempre e definitivamente il cliente che deve decidere se e come cambiare per migliorare. Questa è la sua responsabilità esistenziale. Come ci si rivolge ad un meccanico per mettere a punto il motore della proprio auto , così ci si può rivolgere allo psicologo. Oppure senza andare sempre dal carrozziere per far aggiustare la carrozzeria che si ammacca continuamente, è meglio andare da una scuola di guida,
perché evidentemente la propria tecnica è sbagliata, si urta sempre contro ostacoli
con l’effetto di ammaccare sempre l’auto.
Così si va dallo psicologo per verificare se il proprio comportamento mentale e sociale, le proprie idee , opinioni e mentalità sono efficienti rispetto all’obiettivo che si vuole raggiungere (se obiettivo concreto e raggiungibile). Lo psicologo verificato che l’obiettivo sia attuabile, verifica le cause di quegli effetti che sono lamentati come malesseri dal
cliente.
Molti cercano un consulente, non sono malati, ma sani e forse più capaci di altri e vogliono provare a vivere in modo più gratificante e realizzato. Hanno però bisogno di una tecnica, una “formazione” specializzata su sé stessi.
In questo caso non c’è un sintomo, una malattia, ma il desiderio di migliorare e autorealizzarsi; si tratta della psicoterapia di autenticazione: analisi o cura di sé, della mente come anima – psiche, al fine di realizzare il potenziale intelligente che spinge dentro ognuno, e in ognuno a suo modo. Allora si ha bisogno di percorrere un tratto di strada insieme ad un tecnico che aiuti a equilibrare nella storia questa necessità, in buoni modi, senza autodistruzioni o autocensura.
Per concludere, la psicologia può aiutare chi vuole uscire da un sintomo che provoca malessere più o meno grave ma può anche aiutare la realizzazione di ognuno secondo il proprio potenziale se questa è la necessità sentita dal cliente. Ma in tutti i casi bisogna essere intelligenti per richiedere questo servizio, quando ancora le cose o i sintomi sono nella norma.
Dopo è troppo tardi non si può più fare una psicologia preventiva ma solo cura forzata, tentativo di guarigione come nella medicina.
Aggiustare il danno senza fare analisi delle cause che hanno portato a quel male è inefficace.
Del resto per poter fare analisi il soggetto deve essere in forma, deve stare nella norma, il malessere deve essere ancora agli inizi, non radicato o troppo manifesto. In fondo la psicoterapia (o vogliamo chia- marla consulenza esistenziale?) nello studio dello psicologo è un’avventura bellissi ma con sé stessi, una scoperta continua, un mettersi in gioco per la propria riuscita. E non è poco.

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RAPPORTO GENITORI-FIGLI
PINE

Maria Vittoria BRIZZI TESSITORE
Dott. in Medicina e ChirurgiaFiori di Bach
Dott. in Lingue e Letterature
Straniere
Prof. in Materie Letterarie
Genova
Tel. 010/54.51.677
Cell. 348/32.25.941

Il primo tiepido sole di primavera invoglia ancor più le mamme a portare i bambini all’aria aperta.
Guardo con simpatia quell’insieme di giovani donne con i loro piccoli e ascolto, dentro di me, un pensiero.
Fra dieci o quindici anni circa, i bimbi di ora saranno adolescenti e alcuni di loro cominceranno ad avere opinioni proprie che cercheranno di esporre.
A questo punto potrebbe iniziare, in famiglia, la fase della contestazione filiale, fisiologico segnale di crescita che, però, può creare incomprensione e sofferenza. Fare i genitori è
molto difficile e da figli, questa difficoltà, è difficile capire.
Soltanto dopo la mia maternità ho compreso l’impegno che mio padre e mia madre hanno messo per rendermi felice o, almeno, per provarci, il loro dolore per i passi falsi che facevo, l’orgoglio per le mie battaglie vinte e soltanto ora capisco appieno quanto mi hanno amato.
Esistono varii tipi di famiglie: alcune perfette o quasi; altre, al contrario, decisamente malate, vittime di alcolismo, incesto, violenza, dipendenze.
Le più sono quelle nelle quali i genitori cercano di fare tutto ciò che è possibile, al meglio possibile.
Inevitabilmente, però, si possono commettere sbagli, senza saperlo, senza rendercene conto.

Nel mio lavoro mi capita di ascoltare genitori disperati perché vedono i loro figli che, crescendo in età, si distaccano da loro, li contestano, rifiutano il dialogo, si chiudono in se stessi.
A causa del dispiacere che provano, mamme e papà possono ammalarsi fisicamente.
In questi casi, se constato che all’origine delle loro malattie ci sono delle incomprensioni, o peggio, sento il dovere di ricordare che non esistono quasi mai colpe consapevoli o volute da parte di nessuno di noi esseri umani. E’ importante, però,
parlare, spiegarsi. Il fiore di Bach che corregge il senso di colpa che un tempo chiamavamo, approssimativamente rimorso, è Pine, utile nei quadri malinconici, nei caratteri ossessivi e negli stati transitori che possiamo attraversare quando pensiamo continuamente a un passato di errori.
Al passato si deve ritornare, col pensiero, soltanto il tempo minimamente indispensabile per capire che gli sbagli già fatti, non devono più essere ripetuti. Un’esperienza negativa induce una lezione positiva che ci fa crescere.
Ma una cosa è ricordare per non sbagliare ancora, altra è restare avvinghiati al passato con quel senso di colpa che è autodistruttivo, contro l’esistenza.
Qualche volta il senso di colpa viene usato da altri per sottometterci, per danneggiarci, per non farci maturare.
In questo caso è bene, con le persone che cercano di manipolarci, instaurare un dialogo; chiedere e dare loro una spiegazione parlando a vicenda e non imponendo, onestamente, soltanto le nostre opinioni.
Nei pazienti con problemi di incomprensione con gli altri si possono trovare sintomi e segni fisici quali, tra gli altri, nausea, cefalea, ulcera, vertigini, eccetera. La mente non dimentica e presenta il conto all’organismo.
A Pine, specifico per i sensi di colpa, unisco spesso uno o più farmaci, l’utilità dei quali apparirà dopo la visita medica. Il medicinale potrà essere, con il consenso del paziente, anche quello omeopatico perché l’Omeopatia è atto medico (FNOM- CEO. Anno 2002) e i prodotti omeopatici sono considerati farmaci dal decreto legge 185, anno 1995, dello
stato italiano.
La visita in materia sarà condotta dal sanitario che non soltanto conoscerà gli argomenti in tale settore ma sarà anche regolarmente iscritto al proprio “Ordine Provinciale dei medici Chirurghi e degli Odontoiatri”.

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Cefalea e postura: la parola al paziente...

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Posturologo, Chinesiterapista, Mézièrista
Docente Master in Posturologia c/o la 1°
Facoltà di Medicina e Chirurgia,
Dip. di Medicina Sperimentale e Patologia, Univ.
“La Sapienza” di Roma.
Docente c/o l’Università Cattolica Sacro Cuore
di Milano, Facoltà di Scienze della Formazione,
Scienze Motorie.

“ho un mal di testa da impazzire…”
Già dai primi anni in cui praticavo tecniche di posturologia del Metodo Mézières, mi ero reso conto che trattando problematiche del collo, quali cervicalgie, artrosi, problemi dell’articolazione temporo-mandibolare, dolori delle spalle, etc., anche problematiche di
cefalee tendevano a diminuire di intensità o di frequenza, ed in alcuni casi addirittura scomparivano.
Ovviamente venticinque anni fa la conoscenza di tecniche avanzate di cui oggi si avvale la moderna Posturologia non era presente e dunque non erano sempre chiare le connessioni fra dolori muscolo-articolari, postura e le cefalee.
I risultati che oggi possiamo ottenere sulle cefalee con la Posturologia sono sicuramente degni di nota.
Un contributo importante (e testimonianza) nella direzione della ricerca e cefaleadell’avanzamento delle tecniche che possono aiutare il cefalico, proviene dal “Centro Cefalee del Policlinico Umberto 1°di Roma”, diretto dal Dott. Di Sabato; collaboratrice la Dott.ssa Impieri, chinesiologa e posturologa che utilizza, nei casi di cefalee mio-tensive,
una tecnica di riequilibrio posturale ad approccio globale con Pancafit®.
La cefalea rappresenta uno dei disturbi più comuni nella popolazione, si calcola infatti che il 90% degli individui abbia almeno un attacco di cefalea nel corso di un anno. In alcuni casi la cefalea si presenta occasionalmente, ma spesso, è così frequente e severa da compromettere l’efficienza fisica, la capacità lavorativa, i rapporti familiari, sociali e
influenzare quindi la qualità della vita.
Le principali forme di cefalea primaria, spiega il dott. Di Sabato, sono: l’emicrania, la cefalea di tipo mio-tensivo e la cefalea a grappolo. Ognuna di esse è riconoscibile dallo specialista mediante un’anamnesi accurata che comprende la descrizione delle crisi con le caratteristiche di sede, tipo, sintomi associati, comportamento durante l’attacco, durata e periodicità degli attacchi. L’emicrania si riscontra in una consistente percentuale della popolazione, e pur non risparmiando l’età infantile, è più presente nell’età media della vita (18% nelle donne e 6% negli uomini).
L’emicrania si distingue in due forme: emicrania senza aura ed emicrania con aura. Nel primo caso il dolore è prevalentemente unilaterale, anche se può alternare lato o manifestarsi bilateralmente, d’intensità moderata o severa.
Ha carattere pulsante, peggiora con il movimento ed è associato a nausea e/o vomito, disturbo di luce, disturbo di rumore e, in alcuni casi è associato a disturbo di odori che normalmente non provocano l’emicrania. Il paziente in genere necessita di riposo a letto, in ambiente buio e silenzioso. La durata degli attacchi è compresa tra 4 e 72 ore. Nella forma con aura, la fase dolorosa, è preceduta da sintomi neurologici focali, a completa risoluzione che si manifestano gradualmente e continuano per 10-20 minuti fino ad un massimo di 60 minuti. L’aura è caratterizzata da disturbi visivi tipo visione di lampi (fotopsia), deformazione degli oggetti, emianopsia (indebolimento o perdita della vista in una o entrambe le metà del campo visivo). In alcuni casi si possono verificare disturbi sensitivi come l’addormentamento del braccio e della gamba riguardante la sede del dolore e fenomeni di afasia (alterazione o perdita della capacità di parlare o di capire il
linguaggio parlato o scritto), oppure casi in cui il paziente pensa di dire una parola ed in effetti ne pronuncia un’altra a volte incomprensibile. Segue poi una cefalea che può avere caratteristiche emicraniche e non emicraniche. Le crisi con aura sono molto meno frequenti rispetto a quelle senza aura ma, entrambi i tipi, possono manifestarsi nello stesso paziente. La diagnosi di emicrania con aura può essere fatta quando si siano verificati almeno due attacchi con le medesime caratteristiche. Disturbi con le caratteristiche dell’aura possono presentarsi non seguiti dalla fase dolorosa e, in questi casi, la diagnosi sarà di “aura emicranica senza emicrania”, dopo aver escluso la possibilità di un evento vascolare acuto cerebrale.

E’ molto importante indagare anche i possibili fattori favorenti e/o scatenanti l’attacco come ad esempio cibi particolari, variazioni delle abitudini di vita o dei ritmi di attività e di sonno/veglia, eventi stressanti, relazione con il periodo mestruale. E’ infatti noto come, circa il 60% delle donne affette da emicrania senza aura, manifesti la crisi prevalentemente in periodo premestruale ed il 10% abbia attacchi esclusivamente nei giorni immediatamente precedenti il ciclo o nei primi giorni dello stesso.
Altra forma di emicrania periodica e prevedibile è quella che si verifica nel fine settimana o cefalea del week-end.
Un fatto molto importante per il posturologo, è di sapere che ben il 90% circa delle cefalee ricade nella categoria di cefalea di tipomio-tensivo ed anche in questo caso il 75% dei soggetti è di sesso femminile. La forma si distingue in infrequente, (forme occasionali con meno di una crisi al mese), frequente (da una a meno di quindici crisi al mese) e cronica (più di quindici giorni al mese). La diagnosi viene posta con almeno dieci attacchi che abbiano le seguenti caratteristiche: dolore gravativo / costrittivo, bilaterale, di intensità lieve-media e comunque tale da non impedire le normali attività; i sintomi associati sono generalmente assenti oppure si può manifestare modesta fono-fotofobia (disturbo di luce e di rumore).
Il dolore non è aggravato dall’attività fisica. La durata delle crisi varia tra mezz’ora e sette giorni. Nelle forme più lievi, il disturbo è spesso legato a situazioni di stress; nelle forme più severe e croniche, il dolore comparirà al risveglio e proseguirà fino a sera.
La cefalea a grappolo invece, è una forma rara dal punto di vista epidemiologico con incidenza inferiore allo 0,5% nella popolazione maschile e 0,1% in quella femminile. E’ quindi tipicamente una patologia del sesso maschile, a differenza dell’emicrania, anche se negli ultimi anni, la frequenza nelle donne sembra essere aumentata di pari passo con l’acquisizione di attività lavorative e stili di vita, in passato tipici solo degli uomini. Gli attacchi sono dolorosissimi, tanto che la forma è stata soprannominata “cefalea del sui cidio”. La cefalea a grappolo è caratterizzata da accessi parossistici di dolore lancinante, di intensità severa, della durata variabile tra 15 e 180 minuti, ha sede orbitaria, sovrorbitaria e/o temporale, strettamente unilaterali. La cefalea si presenta con intensa lacrimazione, iniezione congiuntivale, ostruzione nasale, o viceversa rinorrea, sudora zione facciale, tutti rigorosamente dallo stesso lato del dolore. Le crisi, nella forma episodica, si presentano giornalmente, spesso ad orari fissi, una o più volte nelle 24 ore, per periodi della durata di 3-6 settimane con cadenza annuale o biennale. Il 10% circa dei
pazienti presenta una forma cronica, senza lunghe fasi di remissione.
L’intensità della cefalea è tale che il paziente presenta la necessità di muoversi in continuazione (running-walking) e di trovare una posizione soddisfacente, inoltre non sopporta la presenza di nessuno intorno a lui.
Nel Centro Cefalee del Policlinico Umberto I, proprio grazie al Dott. Di Sabato, si e’ potuta raggiungere l’attuazione, con notevoli risultati nei casi di cefalea mio-tensiva, dell’azione sinergica tra medico, psicologo e posturologo.
Si è potuto osservare che almeno il 95% dei pazienti con diagnosi di cefalea mio-tensiva presentano una postura errata.
Affermano il Dott. Di Sabato e la Dott.ssa Impieri: “tramite il riequilibrio della postura ”
del “Metodo Raggi® con “Pancafit® ”, il paziente acquista prima di tutto una corretta coscienza corporea con esercizi di respirazione, di rilassamento, di condizionamento generale della colonna e soprattutto del tratto cervicale. Il numero di sedute di ginnastica posturale possono variare di numero, in base alla gravità della cefalea. Al termine, per circa l’ 80% dei pazienti si verifica una netta diminuzione degli attacchi cefalgici, sia per durata che per intensità che per numero di ripetizioni; il 98% dei pazienti trattati acquista maggior consapevolezza corporea e capacità quindi di reagire all’attacco cafalgico qualora si presentasse; circa l’80% dopo almeno due cicli di sedute di Pancafit®, riesce completamente ad ovviare alle crisi di cefalea muscolo-tensiva. Il connubio che si sta cercando di attuare in maniera sempre più evidente sta portando grandissimi risultati, e per questo ringraziamo sentitamente il Prof. Raggi per il contributo
che ha dato con il suo Metodo e il "sistema Pancafit®”.


Il caso clinico
Vorrei ora esporre un caso di un paziente che ci permette di capire meglio la relazione fra cefalea mio-tensiva ed alterazione della postura.
Arriva in studio un paziente di 38 anni, il Sig. Marco C., operaio tessile. Si lamenta per un problema al collo, ma non trascura di dirmi che soffre di feroci mal di testa. Alla raccolta dati della scheda personale, si scopre che il mal di testa è il dolore più feroce e severo
che abbia mai provato; deve addirittura assentarsi dal lavoro quando ne è colpito, chiudersi in una stanza al buio, senza parlare e vedere nessuno. Questa cosa gli succede soprattutto se beve alcolici o mangia molto tardi la sera, dopo la discoteca, ma comunque almeno una volta ogni dieci giorni il problema compare. A confronto il suo mal di collo è banale.
Data la descrizione della sua cefalea, non preannuncio nessuna possibilità di risultato in merito, ma mi preoccupo principalmente del collo. Il paziente ha un fisico atletico, discretamente bilanciato e con una discreta postura. Unica nota stonata è il ginocchio destro che risulta un poco ruotato all’interno: nega ogni ricordo di traumi in tale zona. Inizia la prima seduta che si indirizza al collo ed alla respirazione, il tutto in assoluta e corretta postura, agendo principalmente sulla catena muscolare posteriore che collega tutto il corpo, dalla testa ai piedi.
Alla seconda seduta il paziente mi dice che il dolore al collo va meglio, ma che tale dolore si era un poco spostato al dorso. Continuo con la seduta successiva nella quale ripeto il protocollo precedente ed aggiungo maggior attenzione alla respirazione.Cefalea 2
Alla terza seduta il paziente riferisce che il collo va decisamente meglio (dolore ridotto del 50%); ha avuto un attacco di cefalea, ma l’intensità della stessa è stata decisamente inferiore rispetto al solito. In compenso gli è ricomparso un vecchio dolore alla zona
lombare che non aveva da circa 4 anni. Gli dico di non preoccuparsi, spiegandogli che siamo sulla buona strada, e che il dolore che è ricomparso per qualche giorno, in realtà era un vecchio dolore mai risolto definitivamente, ma solo nascosto dal corpo e “spostato” verso l’alto, fino al collo. Dopo questa seduta, dedicata al collo, alla respirazione ed alla zona lombare, il paziente ritorna e mi riporta una notizia molto interessante. Durante la settimana il dolore dalla zona lombare si era spostato al ginocchio (quello che non era in asse corretto); questo gli fece ricordare che, 5 anni prima, aveva avuto delle fitte a quel ginocchio per circa un paio di mesi, ma poi tale dolore passò da solo benché avesse continuato a giocare a calcio. Poi, due giorni dopo, la cosa più sorprendente fu che il dolore si spostò dal ginocchio destro alla caviglia destra. Fu proprio quel dolore alla caviglia che fece riaccendere nella mente del Sig. Marco il ricordo di un episodio dimenticato e sepolto nelle pieghe dei tessuti e della mente: 7 anni prima, giocando a calcio, ebbe una grave distorsione alla caviglia, che recuperò con difficoltà, se non zoppicando per molto tempo e poi trovando il modo di
tenere la gamba un poco ruotata per non sentire dolore…. Poi dimenticò il tutto. In questo modo, il dolore compensato dall’atteggiamento antalgico del corpo, salì lungo il ginocchio, l’anca, la schiena, il dorso, il collo, spostando le tensioni difensive fino ai muscoli nucali e cranici. Possiamo quindi concludere che quel trauma era la causa nascosta della cefalea; infatti, dopo aver trattato e sbloccato la caviglia, il paziente non ebbe più neppure un solo attacco di cefalea. Quel mal di testa altro non era che il prodotto di tensioni molto profonde ed intense che il corpo aveva prodotto per difendersi dal dolore del piede, del ginocchio e di tutta la catena muscolare che aveva
messo in gioco a scopo difensivo.
Possiamo così affermare che, tutto ciò che non viene risolto (anche se abilmente nascosto dal corpo), rimane irrisolto.

Per informazioni sul Metodo Raggi® – Pancafit®
rivolgersi a Studio Sport
2000, telefono 02.39257427,
info@studiosport.it, www.pancafit.net

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