Un progetto per le persone con la Sindrome di Down

 

La Sindrome di Down (SD), già nota nel XVI° secolo, deve il suo inquadramento clinico a J.L.Down il medicoinglese che nel 1866 ne ha descritto le caratteristiche fisionomiche col termine” mongolismo”, mentre J.M.Lejeune e coll. nel 1959 hanno dimostrato che la sindrome è dovuta alla presenza in triplice copia del cromosoma 21 o di una sua frazione,
nel cariotipo di queste persone, da cui la definizione di trisomia 21.
I dati epidemiologici sulla SD sono sostanzialmente sovrapponibili in tutto il mondo, con una prevalenza nei nati vivi di 1/700-1000, e di 1/2000 nella popolazione generale.
quattro registri italiani (Campania, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana), che raccolgono e inviano i loro dati al Centro Internazionale dei Difetti Congeniti (CIDC), confermano quanto emerge dalla letteratura internazionale.down1
La vita media delle persone con SD fino a un decennio fa era di 45-46 anni, con una sopravvivenza del 13% nella fascia di età fra i 45 e i 65 anni, oggi la vita media di queste persone, per le cure più attente che vengono loro prodigate, si aggira sui 60 anni. Si calcola che in Italia vi siano 48.000 individui con SD, di cui circa 10.500 nella fascia di età 0-14 anni, 32.000 fra i 15-44 e 5000 oltre i 44 anni.
In generale si definisce sindrome un insieme di segni e sintomi che permettono di riunire in una categoria specifica un determinato gruppo di individui. La SD, come abbiamo già detto, è caratterizzata dalla trisomia dell’intero cromosoma 21 o di una sua frazione, da un aspetto fisionomico caratteristico di tipo orientale, da un deficit cognitivo più o meno marcato, non quantificabile alla nascita e modificabile nel tempo con una costante azione educativa.
Quest’ultima caratteristica della sindrome è la più evidente e nota, non tanto nel neonato, ma già nel bambino fin dai primi anni di vita e sempre più nell’adolescente e nell’adulto, per cui tutti i genitori sono preoccupati di fronte all’eventualità di concepire un bambino con la SD. Infatti il prolungamento della vita media, anche dei trisomici 21, ha reso più evidente la loro presenza nella società e di conseguenza, nel contesto sociale, le problematiche di questa sindrome sono diventate oggetto di particolare attenzione. Nell’ultimo decennio, molta dell’assistenza ostetrica si è concentrata sullo screening e sulla diagnostica prenatale delle anomalie cromosomiche, con indagini di previsione non invasive e diagnostiche invasive, di rapida e diffusa esecuzione, offerte alle gestanti, specie se avanti nell’età, che intendono legittimamente
procreare figli privi di difetti congeniti, cromosomici, genetici o meno. Sta di fatto che la SD è oggi assunta a paradigma della diagnostica prenatale, tanto da farla considerare,
con un alto impatto emotivo e pratico, quasi l’unico possibile esito negativo di una gravidanza, il che contribuisce a tutti gli effetti a far considerare, ancora oggi, le persone con SD, una minoranza discriminata.
Nella percezione collettiva, una volta che la diagnosi prenatale rassicura che il feto non sia affetto da SD, non vengono presi in considerazione altri rischi significativi, dimenticando che è in realtà molto più frequente la prevalenza di condizioni assai più gravi dal punto di vista assistenziale, quali ad esempio la paralisi cerebrale infantile.
Per molti, il bambino con questa sindrome è un bambino “malato”, rappresenta la frustrazione delle aspettativedi una gravidanza finita in un incubo e si ritiene il paradigma dell’handicap tout court.down2
Il cromosoma 21 in triplice copia è sicuramente il responsabile degli aspetti fisionomici e del deficit cognitivo che caratterizzano la SD, ma anche il restante patrimonio genetico
contribuisce alla peculiare struttura psico-fisica di ogni singolo individuo.
È certamente vero che alcuni individui con questa sindrome, rispetto alla popolazione generale, possono presentare con maggior frequenza alcune patologie, ma ciò non giustifica che i trisomici 21debbano essere considerati una potenziale categoria di malati. Inoltre queste patologie non sono specifiche della SD e con controlli mirati, possono essere prevenute e curate come in tutte le altre persone.
Quando nasce un bambino con la SD, i genitori subiscono un trauma sulle proprie relazioni, aspirazioni, sogni, risorse e, in tempi brevi, devono affrontare una realtà di vita imprevista e sconosciuta. Essi hanno la necessità di essere sostenuti fin dalla nascita del bambino e poi in tutto il loro percorso di vita, oltre che dalle loro famiglie e dagli amici,
anche dalle istituzioni. Quando questo evento si verifica, gradualmente prendono coscienza di essere stati catapultati e immersi in un’avventura coinvolgente e travolgente in cui il protagonista è il bambino che, con la sua sola presenza, mobiliterà energie a loro stessi nascoste, pur obbligandoli a ripensare la propria vita in modo diverso da quello sognato.
Fino a quando non ne siamo interessati personalmente, difficilmente riflettiamo sul fatto che l’handicap è una condizione esistenziale che possiamo considerare “democratica”, in
quanto, in modo più o meno grave, si può presentare indiscriminatamente e in qualunque momento nella vita di ciascuno di noi, giovane o vecchio, ricco o povero, affermato o no. Tutti dovremmo quindi ritenerci potenziali portatori di handicap. In pratica però consideriamo e affrontiamo l’handicap non come un evento che accomuna tutti gli esseri umani, ma come un accidente individuale che, fino a quando non incide nella nostra vita,
pensiamo che riguardi solo gli altri.
Da problema di tutti viene declassato a problema individuale, condizionato per risolverlo o attenuarlo, dalle risorse economiche e morali che l’individuo e/o la sua famiglia riescono a mettere in campo. Da questa osservazione dobbiamo trarre la convinzione che se vogliamo vivere in una società solidale, sia i singoli che gli organismi istituzionali devono preventivamente farsi carico, dell’handicap in generale, con provvedimenti legislativi e assistenziali, affinché anche i trattamenti, e non solo l’evento handicap, diventino “democratici”. La società tutta deve diventare più sensibile ai problemi dei più deboli in genere, perché ogni comunità deve essere consapevole che non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma che questi ultimi non possono essere veramente uomini senza i primi.down3
Per tornare allo specifico, superato un periodo più o meno lungo di disorientamento, i genitori devono necessariamente mettere in campo strategie adatte ad affrontare il dato di realtà, nel miglior modo possibile. Per realizzare un nuovo progetto di vita, oltre alla ricerca di tanti perché, domina l’esigenza di un aiuto che non sia anonimo e teorico, ma compartecipe all’evento, al fine di identificare un percorso possibile, che permetta di valorizzare al meglio tutte le potenzialità del bambino che si conosce diverso e più debole, ma che, con determinazione, si vuole aiutare perché , malgrado i suoi limiti, si realizzi compiutamente.
Infatti, possiamo constatare spesso in ciascuno di noi che, accanto a sentimenti di accettazione di chi è meno dotato, i nostri atteggiamenti sono spesso ciclici ed ambivalenti.
Passiamo da una tolleranza passiva, ancora oggi presente nella nostra società, perché nell’immaginario collettivo la situazione del diverso si ritiene immodificabile, alla enfatizzazione dei successi di alcuni, come se tali risultati fossero possibili a tutti.
Di fronte a problemi così complessi, in cui le decisioni non sono facili, è opportuno fare chiarezza e riflettere sulle conseguenze dei vari modi di pensare e di agire poiché, a determinati stati di conoscenza, di coinvolgimento e di sensibilità, conseguono atteggiamenti di vario tipo, che si possono sinteticamente riassumere, come segue.
Ci si può chiudere in un isolamento pessimistico, negativo. “Non vale la pena di fare nulla, lasciamo che la vita di questo individuo segua il suo corso, perché ogni intervento per migliorare la sua performance psicofisica è inutile. Esiste un danno che va realisticamente accettato. Non è ragionevole impegnare risorse ed energie. In questo caso, siamo di
fronte ad un comportamento passivo o, nel migliore dei casi paternalistico, che ha come conseguenza inevitabile l’esclusione dal contesto sociale di chi ha la SD, e col tempo la negazione della sua personalità. Questo atteggiamento destinerà l’individuo a essere relegato in strutture sempre più marginalizzanti che gli negheranno una vita da considerare dignitosa.
Opposta è la reazione ottimistica che può avere diverse sfumature. Come estremo si ha, da parte dei famigliari, la negazione della diversità, quindi si ritiene che il bambino possa raggiungere qualsiasi obiettivo in quanto, di fatto, non si vogliono vedere o si rifiutano
i suoi limiti. E’ questa una visione utopistica, che porterà, in tempi più o meno lunghi, alla constatazione di insuccessi clamorosi e a frustrazioni distruttive dell’ambiente famigliare.
In altri casi vi è la consapevolezza che vi sono dei limiti, ma si sposa il dogma che, applicando con determinazione e qualche volta con rigidità, determinati schemi o metodi, si possono raggiungere risultati analoghi a quelli che ottengono le persone che
non hanno la SD. Questi sono comportamenti che, in quanto imposti dall’esterno, non tengono conto del bilancio esistenziale della persona che si vuole aiutare.
Fra questi atteggiamenti estremi si pone una modalità comportamentale costruttiva, più realisticamente attuabile.
La famiglia e gli educatori capiscono, ed in questo vanno sostenuti, che la persona con SD, pur con limiti specifici, diversi da individuo a individuo, possiede potenzialità nascoste che si possono scoprire vivendo con lui, giorno per giorno, in uno scambio reciproco di esperienze. Dal primo momento della sua esistenza l’impegno di chi gli sta accanto, e soprattutto dei genitori, è quello di mediare con continuità, fra la realtà e la sua capacità di comprenderla, cercando sempre la sua collaborazione.
L’obiettivo è quello di mobilitare il più possibile tutte le sue energie, per aiutarlo a realizzare un programma di vita, adeguato alle sue capacità, utilizzando con pazienza e prudenza tutti i mezzi che servono a valorizzarne la coscienza di sé. Il fine è quello di renderlo il più possibile autonomo, senza ferirne la personalità, evitando di proiettare su di lui i nostri desideri e le nostre aspirazioni, per costruire con lui e per lui una vita il più possibile serena.down4
Per fortuna oggi da una valutazione sostanzialmente sanitaria della disabilità che poneva l’accento sul danno biologico e sulle carenze, si è passati, anche se con fatica, ad una comprensione che tiene conto oltre che della dimensione medica della SD, anche di far convergere le attenzioni sulla persona, e sulla sua realizzazione nella società.
Un fondamentale aiuto alle famiglie può essere dato dalle Associazioni se perseguono programmi di integrazione sociale, scolastica e lavorativa, e quando si impegnano per il raggiungimento dei più alti livelli possibili di autonomia con un ruolo attivo grazie ad una mediazione adeguata, senza schemi rigidi, presenti quando gli “altri” mancano, pronte a denunciare quando prevale la tutela di interessi corporativi a discapito della persona.
Per questo è auspicabile che le Associazioni abbiano sede in strutture autonome, fuori dagli ospedali, per non focalizzare l’attenzione sugli aspetti medici della SD, e devono occuparsi delle relazioni sociali e del conseguimento dell’autonomia degli associati. Le cure mediche, come per tutte le altre persone, è bene che siano erogate dai pediatri e dai medici di base del territorio, il cui dovere è quello di essere informati sui protocolli
diagnostici che consentono una corretta osservazione delle persone con SD loro affidate e di una rete di collaboratori di riferimento in grado di soddisfare le esigenze di volta in
volta emergenti. Qualunque portatore di handicap deve vivere una vita il più possibile normale, pertanto gli deve essere garantito un buon stato di salute. Il medico è una figura molto importante che deve essere consapevole che, con altri professionisti, può
diventare l’artefice della crescita psicofisica dell’individuo.
Le Associazioni fin dal primo incontro devono affiancare le famiglie nel percorso di crescita dei loro figli puntando l’attenzione sulle potenzialità e capacità dei singoli, così da consentir loro l’accesso ad una vita di soddisfazioni, di acquisire la capacità di affrontare le frustrazioni che spesso questo cammino comporta, di raggiungere traguardi in ambiti diversi….
in sintesi, di vivere una vita degna di essere chiamata tale. Interagendo con le strutture del territorio, facendo formazione dove questo si renda necessario e monitorando i processi evolutivi dei programmi concordati con riferimento attento e costante alle normative vigenti.
Questo cercano i genitori e questo deve essere il motivo ispiratore delle Associazioni che si occupano delle persone con la SD. Se spesso la motivazione iniziale dell’associarsi è stata quella di un mutuo soccorso fra le famiglie con lo stesso problema, nel tempo vi è stata questa evoluzione straordinaria e la presa di coscienza che, anche gli individui con SD, come tutte le altre persone, hanno il diritto di vivere una vita dignitosa nel contesto sociale, nonostante la loro diversità. Si è passati quindi dall’aiuto reciproco all’affermazione del diritto di usufruire dei presidi atti a mantenersi in buona salute, di essere istruiti pariteticamente nella scuola, di essere preparati al lavoro per essere inseriti con pieno diritto e dignità nella propria comunità.
Le Associazioni sono state nel nostro Paese il motore di legislazioni all’avanguardia nella scuola e nell’inserimento lavorativo, per es. con la legge 68/99 detta del “collocamento mirato”. Purtroppo molte volte queste leggi così importanti di giustizia e civiltà, che dovrebbero trovare piena applicazione, sono ancora disattese in molte realtà, a distanza di anni dall’entrata in vigore. Ecco perchè le Associazioni devono rappresentare per le famiglie un punto di riferimento essenziale per la crescita dei loro figli, e non devono essere dei circoli chiusi e ghettizzanti.
Ma tutti abbiamo il dovere di concorrere a dare dignità a queste persone per il loro intrinseco e specifico valore e non in base agli stereotipi correnti.
Prima di tutto con il non chiamarli più “mongoloidi”, termine che ha una connotazione
negativa, in quanto usato in senso dispregiativo per loro o per altri, o col termine “down”isolato, poiché down significa, in senso lato, inferiore.
Il modo corretto di definirli è portatori di sindrome di Down o di trisomia 21 o trisomici 21. Bisogna evitare di enfatizzare le performance eccezionali di alcuni, trasformandoli in fenomeni mediatici, mentre è necessario valorizzare le peculiari doti della maggior parte delle persone con SD. Infatti fra tutte le possibili disabilità la SD consente, a chi ne è affetto, di vivere una vita di relazione, che deve essere certamente capita e accettata, ma che ha doti e capacità che devono essere utilizzate non tanto avendo come fine la produttività o il profitto, ma la crescita umana e civile sia dell’individuo con la sindrome che della comunità che lo accoglie. Queste persone hanno una straordinaria sensibilità che generalmente manifestano con una grande affettività, specie nei riguardi dei bambini
e delle persone anziane, e una incondizionata fiducia in chi mostra di volerli capire e amare. Non hanno mai secondi fini, sono leali, aperti, incapaci di avere sentimenti di odio, e pertanto ci permettono di riscoprire valori che andiamo perdendo. Se ben istruiti possono svolgere occupazioni anche di una qualche complessità, non sanno cos’è l’assenteismo sul lavoro, a cui sidedicano con impegno, anche a costo di notevoli sacrifici. In un gruppo di persone che noi definiamo normali possono essere di stimolo e di esempio. Per tutti questi motivi e per altri ancora, invece di essere un peso, devono
essere considerati una opportunità per tutti, al fine di favorire lo sviluppo di una società solidale.
“Un tuffo nella vita” è il titolo di questa breve riflessione sulle persone con la SD, ma il tuffo non basta se, famigliari, amici, professionisti, associazioni, istituzioni e ciascuno di noi in prima persona non ci facciamo carico di insegnar loro a nuotare.down5
Tappe fondamentali per la Sindrome di Down
XVI secoloIo Identificazione della sindrome
1866 J.L.H. Down descrive ufficialmente la sindrome
1959 J. Lejeune e coll. dimostrano che la sindrome è legata alla presenza nel cariotipo del cromosoma 21 in triplice.
Anni ottanta Grazie alle Associazioni dei genitori si comincia a parlare dei diritti delle persone con Sindrome di Down e si ottengono importanti risultati nel campo dell’educazione scolastica e, sia pure con maggiore difficoltà, nel campo del lavoro
Anni novanta Sotto l’impulso di Renato Dulbecco la ricerca genetica decodifica il genoma umano, e dopo 15 anni si passa alla fase postgenomica, caratterizzata dallo studio della
genomica funzionale. In particolare vengono studiate le sequenze del cromosoma 21.
1999 I problemi delle persone con Sindrome di Down diventano di attualità, in positivo e in negativo, in ambienti culturali, sportivi e sui mass media di tutto il mondo.
Inizio del terzomillennio Le persone con Sindrome di Down affermano il loro diritto a far parte della società in cui vivono in piena autonomia e ad essere valorizzate nel contesto sociale per le loro specifiche qualità, con pari dignità e con il pieno rispetto delle loro
peculiarità, nella convinzione che una società che vuole essere profondamente umana e civile deve considerare il diverso una risorsa, non un peso, in modo da favorire la crescita solidale di tutta la comunità.

Umberto Formica ha scritto il libro: “Aspetti medici della Sindrome di Down dal concepimento all’età adulta. Una guida per pediatri e medici e per quanti vogliono conoscere meglio la Trisomia 21”, di cui si allega la presentazione del Prof. Roberto Burgio, Cattedratico Emerito di Pediatria dell’Università di Pavia.
Nella quotidiana esperienza professionale i pediatri e i medici di famiglia devono spesso prestare assistenza a persone con la Sindrome di Down (SD) e confrontarsi con i loro famigliari in relazione ai problemi psicofisici che esse presentano. Il prolungamento della vita media, anche di chi ha la Trisomia 21, ha reso la presenza di queste persone più evidente nella società, e ha messo il medico di fronte a situazioni cliniche nuove, per cui
gli sono richieste conoscenze specifiche che, generalmente, non sono prese in considerazione nei convegni medici e nei corsi di aggiornamento anche più qualificati. Inoltre, il ricorso sempre più frequente alla diagnostica prenatale, con indagini di previsione e diagnostiche, invasive e non, di rapida e diffusa esecuzione, da parte delle
gestanti, specie se avanti nell’età, nell’intento legittimo di procreare figli il più possibile privi di difetti congeniti, genetici o meno, crea un certo disorientamento nei professionisti non specificamente addetti a questa branca della medicina, per questo vi è la tendenza a demandare tutto ad uno specialista o a una struttura che se ne occupi.
Il fatto poi che la SD è assunta a paradigma della diagnostica prenatale, tanto da farla considerare, con un alto impatto emotivo e pratico, quasi l’unico possibile esito negativo di una gravidanza, contribuisce a tutti gli effetti a far considerare, ancora oggi, le persone con SD, una minoranza discriminata, fino a rappresentare nell’immaginario collettivo il paradigma dell’handicap tout court. Per tutti questi motivi, quando nasce un bambino con la SD, i genitori subiscono un trauma sulle proprie relazioni, aspirazioni, sogni, risorse, con effetto devastante e poiché, in tempi brevi, devono affrontare una realtà di vita imprevista e sconosciuta, hanno la necessità di essere sostenuti oltre che dalle loro famiglie e dagli amici, dalle istituzioni, prima fra tutte, quella sanitaria, che devono dimostrare tutta la loro efficienza per essere credibili e rappresentare un
presidio professionale e umano preparato a soddisfarne i bisogni.
Per rispondere a queste fondamentaliesigenze bene ha fatto l’Associazione Genitori e Persone con sindrome di Down (AGPD-ONLUS) di Milano, incoraggiata e sostenuta dalla Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia, a pubblicare questo libro,
scritto proprio per i pediatri e i medici di base, dal Dr. Umberto Formica, Primario Pediatra Emerito dell’Ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi” degli ICP di Milano che, collaborando con l’AGPD, nel corso di ormai dieci anni, come consulente medico,
ha maturato una specifica e approfondita conoscenza sui problemi di salute che con maggior frequenza le persone con SD possono presentare.
Il libro inizia con una estesa revisione di tutti gli aspetti, clinici ed etici, della diagnostica prenatale e rappresenta un punto di vista equilibrato nell’affrontare la grande massa di informazioni, e qualche volta di disinformazioni, esistente. La trattazione prosegue
con l’esposizione dettagliata dei problemi di salute che possono emergere nel corso della vita delle persone con SD e, anche se non specifiche della sindrome, vengono qui enfatizzate le situazioni patologiche che, pur presenti anche nella popolazione generale, nella SD si manifestano con una certa peculiarità.
Nel libro sono anche citati i fondamentali contributi dati alla identificazione della sindrome da John Langdon Haidon Down e da Jérome Marie Lejeune, nonché gli aspetti pratici di supporto e assistenza oggi assicurati in Italia, dalla legislazione, dai centri di
ricerca genetici e dalle associazioni diffuse in tutto il territorio nazionale.
L’autore non trascura poi il dato di realtà rappresentato dalla sempre maggior presenza nella comunità di persone adulte con la SD, padrone della loro vita, gelose e orgogliose
della loro autonomia, il che ha fatto crescere nelle istituzioni la consapevolezza
che le persone con SD devono essere accolte nel corpo sociale con pieno diritto e valorizzate secondo le loro potenzialità.
L’obiettivo di questo lavoro, non è quindi solo strettamente medico ma è quello di favorire un dialogo fra realtà abitualmente distanti fra loro, e sottolinea quanto sia fondamentale convincere tutti coloro che si occupano professionalmente della SD, ma anche le famiglie, che il controllo medico mirato, nei tempi dovuti, è indispensabile.
Infatti, il migliore stato di salute raggiungibile rende più agevole alla persona con SD il compito di realizzare col massimo profitto i programmi specifici per raggiungere
consapevolezza, iniziativa personale, adattamento, autonomia, e partecipare così responsabilmente alla gestione della propria vita.
Promuovendo questa pubblicazione l’AGPD-ONLUS di Milano mette a disposizione dei medici e degli operatori del settore e per quanti si occupano della SD, una guida indispensabile per la cura di queste persone, ma propone anche all’attenzione di tutti
la preoccupazione dell’autore che la professionalità deve sempre essere accompagnata da una profonda passione umana, nei loro confronti, affinché siano accolte nella società
con pieno diritto e dignità.
Sono questi i motivi che hanno convinto l’AGPD-ONLUS, con un impegno economico rilevante, ad inviare in omaggio la pubblicazione a tutti i pediatri e ai medici di famiglia della Lombardia.
Ci piace pensare che dalla lettura di questo libro tutti possano trarre oltre che insegnamenti scientifici e pratici, anche stimoli culturali e umani.
Prof. Roberto Burgio Professore Emerito di Pediatria nell’Università di Pavia

P.S. Coloro che desiderano il libro, poiché lo stesso non è in distribuzione nelle librerie, a fronte di un contributo libero, possono richiederlo direttamente all’AGPD-ONLUS - V.le Piceno, 60 - 20129 Milano – Tel. 02.7610527
02.70107002/ FAX 02.70004635 – E- mail: agpd@sindromedidown.it

Umberto Formica si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Milano nel 1956 e in questa Università si è specializzato in Pediatria, in Dietetica e Scienza dell’alimentazione. Ha sempre svolto la sua attività come medico ospedaliero. Dal 1961 al 1969 Aiuto pediatra presso l’Ospedale di Vimercate, dal 1970 al 1979 Aiuto e dal 1980 al 1997 Primario Pediatra presso l’Ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi” degli I.C.P. di Milano. Attualmente è Primario Emerito di Pediatria di questo ospedale e da dieci anni è referente per gli aspetti medico-pediatrici dell’Associazione Genitori e Persone con Sindrome di Down (AGPD-ONLUS) di Milano.
Nell’anno 2000, con CIS Editore, ha pubblicato il libro su “I controlli di salute dei bambini con Sindrome di Down” di cui il testo presente rappresenta il completamento.

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Come avere un viso sempre giovane e fresco

Autore: Dr.ssa Clara RIGO
Specialista in Dermatologia e Venereologia
Studio a Verona Tel. 045.8300334
Studio a Milano Cell. 320.1106247
www.chirurgiadermatologiaestetica.it

NUOVA TECNOLOGIA “CRM” E POTENZIAMENTO DELLE POSSIBILITA’ DI RIMODELLARE GLOBALMENTE L’INVECCHIAMENTO DEL VISO CON IMPIANTI BIO-RIASSORBIBILI
Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole sviluppo delle tecnologie a supporto della realizzazione di nuovi e più sicuri impianti acquosi gelificati utilizzati per il ripristino della matrice extracellulare dermica (ECM).
La matrice extracellulare è un liquido acquoso visco-amorfo, costituito da GAG, glucosaminoglicani e proteoglicani, in cui sono immerse le proteine strutturali come il collagene, la fibronectina, l’elastina e altre, in grado di conferire rigidità strutturale, resistenza meccanica e proprietà elastiche al tessuto.
L’ECM invece ha funzione di sostegno del tessuto connettivo ed è importante per gli scambi metabolici, abbiamo visto che è costituita da GAG, tra queste molecole il più rappresentato è l’acido jaluronico ( HA).
Bisogna ricordare che la molecola di HA nella sua forma nativa, cioè un polisaccaride a lunga catena lineare costituito - non migrazione in zone limitrofe - stabilità del prodotto nella sede di iniezione , mancanza di reazioni non prevedibili - plasticità, capacità di modellarsi sulle strutture anatomiche sottostanti
Per questo la scienza si evolve cercando continuamente di migliorare anche prodotti già esistenti.
Così questa linea, che già aveva notevoli caratteristiche di sicurezza e di livello qualitativo, si è ulteriormente perfezionata adottando l’innovativa tecnologia denominata CRM- T, che vale per COVALENT RETICULATED MATRIX- TECNOLOGY.
Stiamo parlando di una gamma di prodotti già esistenti a base di acido jaluronico, le cui caratteristiche rivedute e corrette si possono di seguito riassumere.
L’acido jaluronico è l’ unico GAG che non contiene nella propria molecola gruppi solforati e non presenta ramificazioni nella struttura, ha una catena lineare, è costituito da unità ripetitive di disaccaridi di Acido Glucoronico e NAcetilglucosamina.
Questo polisaccaride di origine biosintetica, derivato cioè dalla fermentazione batterica, viene sottoposto dapprima ad una purificazione per eliminare potenziali fattori di rischio
quali i residui proteici e le endotossine. A questo punto, però, la molecola di HA
da unità ripetitive, è in grado di legare un grande quantitativo di acqua pari a 1000 volte il suo peso secco……quindi un’enormità.
Infatti lo possiamo considerare una smisurata spugna naturale, che richiama acqua ai tessuti, elemento di cui sono carenti nell’invecchiare, ma altamente vitalizzante per gli stessi. Tornando ai nostri bio-materiali, sappiamo che si utilizzano sostanze che, iniettate
sotto la cute, ci permettono di correggere le deformità del viso come pieghe, rughe o la semplice disidratazione, o di rimodellare strutture come labbra e zigomi e che correttamente sono chiamati “DERMAL FILLER”.
Da quando negli anni 80 il collagene ha fatto per primo la sua comparsa, la ricerca si è impegnata per trovare il filler ideale, cioè quello che dovrebbe soddisfare i requisiti richiesti a queste sostanze. Soffermandoci un attimo su questi, dobbiamo richiedere:
- biocompatilibilità con i tessuti vivi - istocompatibilità, proprietà fisiche e chimiche assimilabili a quelle del tessuto circostante, per una completa integrazione in esso
- totale biodegradabilità , completa riassorbibilità in un tempo determinato - mancanza di tossicità - non allergenicità e quindi non capacità di creare reazioni immunogene
- sterilità che risulta molto ben tollerata e biocompatibile, sfortunatamente è anche
altamente solubile e quindi facilmente aggredibile dalle jaluronidasi e dai radicali liberi che si formano nei tessuti vivi, aggressione che avviene sulla superficie del gel.
La CRM Tecnology limita l’area di superficie utile per l’ attacco degli enzimi litici, cioè per prevenire la rapida degradazione del prodotto, in pratica le molecole vengono legate, avviluppate mediante un processo denominato “cross-linkaggio” in modo da fare assumere
alla molecola una forma raggomitolata Per questo processo chimico si utilizza un agente alchilante denominato BDDE ( Butanediol Diglico DilEtere), che ha la caratteristica, rispetto ad altri prodotti, di aver ridotto drasticamente la sua tossicità.
Tutto questo comporta la produzione di una sostanza molto purificata, per cui si escludono totalmente possibili reazioni immuni o avverse, inoltre l’impianto ora ha una migliore iniettabilità e maneggevolezza.
Questa facilità d’uso da parte dell’operatore si traduce in una maggior capacità
del gel di compenetrare il tessuto dove viene collocato e qui trattenuto più a lungo nel tempo Quindi bio-materiali costituiti da acido jaluronico libero e acido jaluronico con
diverso grado di cross-linkaggio per aumentarne la sua permanenza nel derma e creare un prodotto longlasting, ma anche in grado di contrastare l’usura del tessuto invecchiato
legata al degrado delle fibre collagene ed elastiche.
Infatti in alcune varianti della serie dei gel sono associate sostanze in grado di interagire con la componente cellulare del tessuto connettivo, ciò si ottiene mediante l’aggiunta di microsferule, molecole polisaccaridiche derivate da uno zucchero “il destrano”.
Altamente dermo–compatibili queste particelle hanno la capacità di interagire
con i recettori dei fibroblasti inducendo la sintesi di nuove fibre collagene.
Le particelle contenute nei nostri filler sono destranomeri, cioè sferule perfettamente
rotonde,a superficie liscia,del diametro di 80-120 millimicron, con carica positiva , che costituiscono il “SISTEMA ATTIVO” del prodotto, sono cioè in grado di stimolare il fibroblasto a produrre nuovo collagene.
A differenza di altri è un prodotto che in qualche modo lascia traccia di sé, non come materiale presente nei tessuti, in quanto dopo un certo tempo viene totalmente degradato, ma bensì stimolando la produzione di tessuto collagene proprio di quell’organismo dove viene impiantato.
Dal nome della tecnologia brevettata” CRM “adottata per la linea acido jaluronico
e destranomeri a carica positiva, nasce la CRM- family che consta oggi di cinque prodotti soft, dur,gel, dex e dx.
In tutti la base è l’acido jaluronico a concentrazioni diverse a seconda del tipo, dalla più bassa alla più alta, gli ultimi due inoltre hanno caratteristiche e indicazioni peculiari, in quanto i prodotti contengono le microparticelle riassorbibili in grado di rigenerare il collagene.
Ogni variante indicata cioè soft o dur o dx o altre ha precise indicazioni cliniche.
Così i vari prodotti possono coprire tutte le necessità e in particolare in alcuni casi si può ottenere la rivitalizzazione della cute di viso, collo, decoltè e mani, la reidratazione profonda e l’aumento dell’ elasticità.
In altri casi il rimpiazzo della perdita di acido jaluronico e il riempimento di rughe sottili e superficiali, linee periorali e periorbitali, l’aumento di volume delle labbra, nonché l’attenuazione fino alla scomparsa delle rughe e pieghe profonde nasolabiali con o senza la stimolazione di nuove fibre collagenee quindi la conseguente rigenerazione del derma.
L’estrema variabilità della gamma ci dàcon l’uso del CRM-DX la possibilità di trattare la regione zigomatica per un ripristino dei volumi degli zigomi , e anche per pieghe nasali molto marcate come spesso succede nei soggetti maschi, oppure l’eventuale trattamento
di minus cicatriziali o traumatici di tessuto nelle aree del viso o del corpo.
MATERIALI E METODICA:
I trattamenti vengono effettuati tutti con l’applicazione del prodotto confezionato
in siringhe pre-riempite cui è abbinato un calibro di ago diverso, che viene consigliato a seconda del tipo di prodotto scelto per la seduta.
Le aree trattate possibili sono tutte le zone del viso, collo e decoltè. In particolare zona nasogeniena, periorale, aumento di volume delle labbra e zigomi e altre piccole correzioni alle guance e glabella a seconda delle esigenze del paziente.
Sono state eseguite una o due sedute, a distanza di due settimane l’una dall’altra circa .
CONCLUSIONE:
In questa famiglia l’acido jaluronico da una parte idrata il tessuto e lo biostimola, dall’altra l’Hylan gel–CRM tecnology ne attiva una lunga durata nel punto dove viene collocato e un eccellente riempimento e aumento di volume, le varianti con i destranomeri inoltre ne danno un’indicazione clinica più precisa.
L’ulteriore rimaneggiamento ha permesso anche di elevarne l’indice di sicurezza.

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“Limiti”: decodificarli e superarli

Autore: Dott. Roberto VINCENZI
Psicologo
Studio: Via Cairoli 11, Genova
Tel: +39.010.2477034
vincenzi@ordinepsicologiliguria.it
www.roberto-vincenzi.com

* Non ho mai preso la patente.
* Non guido fuori città.
* Non guido in autostrada.
* Non prendo l’ascensore.
* Non viaggio in aereo.
* Non viaggio in nave.
* Non vado in vacanza nelle isole.
* Non viaggio all’estero.
* Non vado mai troppo lontano da casa.
* Se vado al mare, poi mi sento male.
* In montagna soffro di vertigini e mi manca l’aria.
* Non prendo mai funivie, seggiovie e mezzi sospesi in genere.
* Non posso uscire di casa, senza aver messo tutto accuratamente in ordine.
* Le pulizie di casa per me, sono molto importanti.
* Faccio 3 o 4 docce al giorno.
* Senza occhiali da sole mi sento a disagio.
* Mi lavo le mani 20 volte al giorno.
* Appena arrivato a casa, devo subito mettere via le cose in un certo ordine.
* Controllo sempre, più volte, che la porta di casa sia chiusa.
* Prima di dormire, chiudo sempre l’interruttore del gas, e poi torno a controllare
di avere chiuso.
* Camminando, evito di posare i piedi sulle fessure del marciapiede.
* Se un locale, un cinema, un teatro sono troppo affollati, non entro.
* Se un locale, un cinema, un teatro sono troppo vuoti, mi sento a disagio.
* Quando guido, controllo continuamente di aver tolto il freno a mano.
* Quando c’è anche il minimo sole, bisogna mettersi un cappello.
* Non bevo mai nei bar, perché i bicchieri potrebbero essere sporchi.
* Mi porto sempre dietro la mia acqua in bottiglia, perché quella è sicura.
* Se tutte le porte e le finestre di casa non sono chiuse, non riesco a dormire.
* Se sono solo in casa, mi sembra di sentire strani rumori e dormo a disagio.
* Se, uscendo di casa, incontro una donna, sarà una giornata fortunata; se incontro un uomo, la giornata sarà sfortunata.
* Mi affido a scommesse di questo tipo, affidate a fatti casuali, come un oggetto che cade dritto o storto, se piove o c’è il sole, per prendere decisioni o prevedere l’esito di una giornata o di una azione; non lo faccio per scherzo.
* Faccio spesso calcoli ripetitivi e inutili, basati su cose che vedo o sento.
E non resisto a non calcolare o ripetere un certo numero di volte.
E così via …………

Quante, fra le persone che conosciamo, rispondono ad almeno uno di questi comportamenti?
Ognuno di noi potrebbe senza dubbio indicare qualcuno, tra gli amici, i parenti, i colleghi, che adotta uno di questi modi di fare.
Per la maggior parte dei casi, queste persone sono consce che il loro modo di agire o di pensare, è diverso da quello della maggioranza della gente. Molti di loro, hanno cercato, con la sola forza della volontà, di correggere il proprio comportamento, ma non ci
sono riusciti.
Quasi tutti, alla fine, accettano il proprio modo di fare e di pensare, e lo integrano nel loro stile di vita.
C’è chi non ne parla, fa finta di niente, mette in atto strategie per non essere notato. Altri, invece, ne parlano a tutti, magari prendendosi un po’ in giro da soli, per ottenere accettazione da parte degli altri (“Sai, io sono un tipo un po’ all’antica, non prendo mai l’aereo” e ride, per far ridere gli altri).
C’è anche chi ne parla dicendo che è un problema, ma poi non fa niente per risolverlo.
Il problema è un altro, ed è quello di capire che cosa significano questi comportamenti. Non possiamo liquidarli come stranezze, bizzarrie, particolarità, scherzi, cose buffe, tratti del carattere un po’ eccessivi, magari.
Sono limiti personali al comportamento umano, che, in molti casi, condizionano pesantemente la vita.
Comportamenti, come quelli descritti, non sono frutto della volontà conscia della persona. Chi vive queste situazioni, quasi sempre non può decidere se fare o non fare una certa cosa.
Deve farla, e basta. Se non la fa, prova sensazioni simili a quelle del drogato in astinenza.
La fa, perché si sente in obbligo di farla, sa bene che, se non compie una certa azione, la sua mente verrà invasa da ansia e angoscia.
Spesso compare la “paura della paura” che, in questi casi, si potrebbe descrivere come, la paura che, se non farò una certa cosa, allora starò male e proverò paura. Ho paura cioè di provare paura.
Questi comportamenti sono in realtà sintomi di sofferenza nevrotica, sono sintomi di nevrosi.
La parte inconscia della nostra mente, se vive un problema non risolto, se si trova sempre in conflitto e non sa cosa decidere, se, in fase infantile, ha subito sofferenze, mancanze di amore e di rispetto, fa assumere alla parte conscia, dei modi di pensare e di agire diretti a difendersi dalla sofferenza.
In certi casi viene creato un “falso sé”, cioè un’identità non conforme alla vera natura della persona; una maschera, un personaggio, che permette di presentarsi in pubblico,
senza troppe sofferenze. Tutto questo a scapito del vero io, che comincia ad ammalarsi.
Tutti i comportamenti descritti all’inizio di questo articolo, sono sintomi nevrotici, prodotti da quelli che Sigmund Freud chiamava “fenomeni di spostamento di energie psichiche”.
Faccio un esempio: mi sento a disagio perché, nonostante abbia trent’anni, mi rendo conto, di essere ancora psicologicamente dipendente dai miei genitori.
Provo per loro ancora un amore da bambino, li vedo molto più potenti, di quello che sono, e, nonostante io abbia da anni un lavoro, una fidanzata, amici, o sia addirittura sposato, mi riferisco nella mia mente costantemente alla mia famiglia di origine.
Non riesco cioè, a vivere l’amore del figlio adulto verso il genitore. Vivo ancora un affetto dipendente e, in molti casi, anche infantile. Ho paura del distacco che dovrei assumere nei loro confronti.
Se devo prendere delle decisioni, chiedo sempre consiglio a mio padre.
Telefono a mia mamma tutti i giorni, le racconto tutto quello che mi succede durante il giorno, i miei stati d’animo, i miei pensieri, le chiedo consigli.
Chiedo ancora ai miei, l’affetto che non mi hanno dato da piccolo.grata
Affrontare problemi come questi, è penosissimo per chi li vive; molto spesso appare impossibile.
La mente inconscia allora, per non soffrire, sposta le energie psichiche, che potrebbero affrontare il vero problema (il mio rapporto coi genitori) e le trasferisce in un altro campo, dove è molto più facile ottenere successo.
Ad esempio, controllando che le cose siano sempre in ordine, non prendendo mai l’ascensore, l’aereo e così via…………
Se non prendo l’ascensore e mi faccio le scale a piedi, provo sollievo, ma non risolvo il problema con mia mamma.
In molti casi, quando le ferite infantili, o quelle della vita, sono state troppo crudeli, le sofferenze nevrotiche diventano uno stile di vita inconsapevole ma sofferto, che si evidenzia solo attraverso sintomi, apparentemente estranei. Sintomi che sembrano assurdi, solo perché si riferiscono, in modo crittato o simbolico, a un altro livello delle psiche della persona.
Per cercare di capire, la natura di questa sofferenza, si può anche tener presente che, il comportamento assunto, molto spesso, come insegnava Carl Gustav Jung, è spesso simbolo di qualcosa di molto importante, a livelli della mente molto profondi per la persona, e, se riusciamo a decodificare questo simbolo, e viverlo, siamo vicini all’inizio di un cambiamento, siamo più vicini a noi stessi.

“NOTA
Ogni terapia viene individualizzata e
monitorata per ciascun paziente dallo
psicologo, secondo la sua competenza
ed esperienza.
Questo articolo costituisce soltanto
una scheda informativa, e non può, in
alcun modo, sostituirsi al rapporto
diretto, psicologo-paziente, che si realizza
nel corso della psicoterapia.”

 

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Contraccezione

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