Prevenzione: fondamentale in alcune patologie

Autore: Dr.ssa Luciana CASTAGNOZZI
Medico Chirurgo
Milano

La prevenzione è molto importante con particolare riguardo ad alcune patogenesi.
In qualche caso la prevenzione coincide anche con la diagnosi precoce, permette quindi al paziente di sottoporsi ad una terapia tempestiva; possibilità che in alcuni casi salva la vita al paziente.
Nell’infanzia e nell’adolescenza la prevenzione viene attuata dal medico scolastico e/o dal pediatra.
Questi medici visitano periodicamente il bambino e l’adolescente, possono osservare l’accrescimento organico e lo sviluppo psicologico e constatare eventuali anomalie segnalandole alla famiglia la quale potrà tempestivamente consultare il medico di base e/o il pediatra o eventualmente lo specialista più idoneo per quella patologia.
E’ possibile così una diagnosi precoce con una terapia tempestiva.
Alcune patologie dell’infanzia e dell’adolescenzasono costituite da alterazioni dell’accrescimento fisico (secondo i “percentili” dell’età cronologica). Ci sono patologie riguardanti l’apparato visivo (es: strabismo, ipovisus) e l’apparato uditivo (diminuzione dell’udito).prevenzione
Altre patologie dell’età infantile e adolescenziale sono costituite da turbe neurologiche e comportamentali. Ci sono anche patologie inerenti l’apparato genitale maschile come il criptorchidismo (mancata discesa di uno o di entrambi i testicoli dalla cavità addominale
nella borsa scrotale), il varicocele (dilatazione e tortuosità delle vene spermatiche) patologia che compare nell’adolescenza, spesso clinicamente silente ma, se non è diagnosticata precocemente e curata, è una delle principali cause di infertilità nell’età adulta.
La prevenzione è anche molto utile nella lotta contro l’abuso di alcool, droghe e fumo.
In particolare per quanto riguarda il fumo, esistono programmi di disassuefazione basati sulla somministrazione di sostanze anti-fumo sotto forma di cerotti applicati sulla pelle sotto diretto controllo medico con un adeguato controllo psicologico.
Il fumo è una delle principali cause di cancro polmonare.
Nell’età adulta particolare importanzariveste la prevenzione del cancro del colon retto, del tumore della prostata, del tumore delle mammelle e del tumore del collo dell’utero.
Anche in questi casi la prevenzione coincide con la diagnosi precoce e quindi con la possibilità di salvare la vita del paziente o prolungargli la vita.
Per il tumore del colon retto la prevenzione consiste innanzitutto nell’attuare un idoneo stile di vita consistente nell’usare un’alimentazione equilibrata, ricca di frutta, verdure, fibre, povera di grassi, non ricca di carboidrati. Occorre fare moto, diminuire il peso corporeo.
L’obesità infatti è un fattore favorente alcuni tipi di tumori tra i quali il cancro del colon retto e dell’utero.
Per il tumore del colon retto è importante sottoporsi all’età di 40 – 45 anni ad una colonscopia e all’esame della ricerca del sangue occulto nelle feci “anche in assenza di disturbi clinici”, soprattutto se un componente della propria famiglia si è ammalato di questa patologia.
Per quanto riguarda il tumore alla prostata (tumore molto spesso silente e asintomatico per molto tempo) è utile sottoporsi all’età di 40-45 anni ad una visita urologia e ad un’ecografia prostatica transrettale.
Per quanto riguarda il cancro alla mammella è consigliabile, per le donne sopra i 30 anni, sottoporsi ad una mammografia regolarmente e periodicamente completata da un’ecografia ed eventualmente, in casi dubbi, da una risonanza magnetica.
Utile come strumento di prevenzione è l’autopalpazione effettuata dalla donna che permette di scoprire tempestivamente noduli o altre alterazioni che la stimoleranno a sottoporsi tempestivamente a visita senologica e quindi ad una diagnosi precoce.
Il cancro del collo dell’utero colpisce circa 3500 donne all’anno con una percentuale
di mortalità di circa il 50%
Nell’ambito dei tumori genitali femminili, questo tipo di tumore è al secondo posto dopo quello alla mammella.
Oltre alle consuete visite ginecologiche e/o esami di pap-test effettuati periodicamente
anche in assenza di sintomatologia clinica, attualmente è a disposizione un vaccino per il virus del papilloma.
Il cancro del collo dell’utero è causato dal papilloma virus (HPV).
L’infezione di questo virus avviene attraverso i rapporti sessuali; quindi la prevenzione primaria consiste nell’educazione sanitaria degli adolescenti: evitare rapporti sessuali promiscui, usare il preservativo.
E’ stato messo a punto un vaccino, disponibile in farmacia, attualmente a pagamento. Dal 2008 sarà somministrato gratuitamente a tutte le dodicenni.
E’ stata stabilita l’età di 12 anni “come età pre-adolescenziale” nella quale si presuppone che la ragazza non abbia ancora avuto rapporti sessuali e quindi non sia ancora venuta a contatto con il papilloma virus, responsabile del 75% dei casi di cancro del collo dell’utero

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La “remise en forme” con la liposcultura

Autore: Dott. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato - Milano Tel. 02.794224

Il termine “liposcultura” non è stato coniato per esigenze di mercato…
Questa moderna tecnica di lipoaspirazione superficiale sta letteralmente rivoluzionando il concetto di rimodellamento corporeo in ogni suo aspetto.
Si tratta in effetti di una vera e propria scultura tridimensionale del corpo che porta al raggiungimento di un’armonia di forme e di proporzioni difficilmente raggiungibili con le metodiche di lipoaspirazione finora proposte.
Questa tecnica supera il limite della liposuzione classica, rappresentato dalla capacità di retrazione della cute che privata dello stato di grasso più profondo tendeva a perdere di tono e ad afflosciarsi.
Inoltre le cannule aspiranti utilizzate allora, di diametro compreso tra i 5 e i 10 millimetri (con tutti gli svantaggi che simili calibri comportavano, a cominciare dalle irregolarità della superficie cutanea) sono state sostituite da quelle di oggi, di 2-3 mm di diametro, che consentono lipoaspirazioni assai più controllate, meno traumatiche, e in grado di sfruttare al massimo la capacità di retrazione della pelle; così l’intervento è possibile anche in pazienti oltre i 40-45 anni di età, con pelle relativamente flaccida.
Il nuovo concetto di lipoaspirazione non guarda alla semplice rimozione dei cuscinetti localizzati di grasso o cellulite presenti soprattutto ai lati delle cosce e dei fianchi, o a livello addominale, ma prende in esame l’equilibrio complessivo del corpo femminile (o
maschile) che è il vero “tesoro” da realizzare o recuperare; ci riferiamo al piacevole alternarsi di convessità e concavità che rendono sinuosa la linea ideale della donna.
Perché il concetto di liposcultura possa dirsi completo è stata anche introdotta la possibilità di reintrodurre (con speciali siringhe) il grasso in eccesso laddove sia insufficiente, classicamente nei glutei, per renderli più rotondi e meglio proiettati.
Fondamentale è poi il concetto di “vita” come si accennava prima; questa è spesso nascosta e “mimetizzata” da accumuli adiposi, anche nei maschi. La sua correzione offre il duplice vantaggio di accentuarne laconvessità e, letteralmente,di allungare e slanciare la schiena.liposcultura
Lo stesso principio viene applicato anche alle ginocchia o alle cosce, aree spesso sottovalutate dal chirurgo, ma assai importanti per la bellezza della gamba che può assumere un aspetto scattante e atletico.
Insomma, la tecnica si sta facendo sempre più sofisticata e puo’ essere effettuata solo da Specialisti in Chirurgia Plastica di grossa esperienza e manualità, appresa in centri di alta
qualificazione.
Ricordiamo che la liposcultura, ma in genere la lipoaspirazione, non sono tecniche o terapie dimagranti, ma rappresentano l’unica possibilità di modellamento corporeo in presenza di accumuli di grasso resistenti a ogni terapia fisica o regime dietetico.
In ogni caso, la Chirurgia Estetica deve essere affrontata con la stessa serietà prevista per qualunque altro intervento chirurgico.
La paziente dovrà quindi essere il più possibile vicino al suo peso ideale e in buone condizioni fisiche. Fondamentali poi gli esami preoperatori che comprendono un check up del sangue (emocromo, coagulazione, elettroliti, proteine, azotemia, glicemia, transaminasi, ecc.) e dell’urina, un elettrocardiogramma, un Rx del torace, e un esame doppler delle vene degli arti inferiori per escludere problemi circolatori alle gambe.
TECNICA
La liposcultura puo’ essere effettuata in anestesia locale, e quindi in regime di Day Hospital nelle forme più localizzate o in anestesia generale o epidurale, nei casi di rimodellamenti più estesi, e prevedere quindi una notte di ricovero in clinica.
L’intervento comincia con l’infiltrazione delle aree da trattare con soluzione fisiologica e adrenalina che permette di aspirare il grasso senza sanguinamento.
Dopo aver aspettato circa 10 minuti, tempo necessario alle sostanze per ottenere un effetto anestetizzante e vasocostrittore, si procede al prelievo atraumatico delle celle adipose che potranno poi essere utilizzate per il re-shaping dei glutei o per riempire
aree di rilasciamento cutaneo. Si passa quindi all’aspirazione delle aree che presentano i classici cuscinetti e a un vero e proprio rimodellamento manuale del grasso che rimane in
sede, come un vero scultore.
Al termine, il risultato viene stabilizzato dal chirurgo con un bendaggio elastocompressivo
che viene mantenuto per 4 giorni. La paziente può tornare alle sue normali attività lavorative già il giorno successivo all’operazione, avvertendo solo un modesto indolenzimento alle gambe e ai glutei. Rimossi i bendaggi, le verrà fatta indossare una
speciale guaina elastica a pantaloncino corto con speciali rinforzi a sollevare il gluteo verso l’alto e mantenere la forma esattamente come voluta dal chirurgo. La guaina andrà indossata solo durante il giorno, per un periodo di 20 giorni. Il ritorno in palestra e’
consigliabile non prima di 15 giorni dall’intervento, e l’esposizione al sole non prima di 30 giorni. Il risultato definitivo si potrà osservare circa un mese dopo, e le minuscole cicatrici che residueranno saranno praticamente invisibili.
I risultati di una Liposcultura sono definitivi, in quanto le cellule adipose non si duplicano, cioè non si riformano.
Se quindi la paziente dovesse in futuro aumentare di peso, lo farebbe senza ripresentare i difetti che lamentava prima dell’intervento.
CONCLUSIONI
I vantaggi sono quelli di una “remise en forme” generale, di uno snellimento e slanciamento della figura con la possibilità di creare un fisico armonioso e strutturato, enorme passo avanti rispetto alla semplice aspirazione localizzata di cuscinetti, tipica
della liposuzione convenzionale.

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Diaframma ed ernia jatale: la parola al paziente

Autore: Prof. Daniele RAGGI
Posturologo, Fisioterapista, Chinesiologo, Mézièrista.
Docente Master in Posturologia
c/o la 1a Facoltà di Medicina e Chirurgia
(Dip. di Medicina Sperimentale e Patologie),
Università “La Sapienza” di Roma e
c/o l’Università Cattolica di Milano,
Facoltà di Scienze Motorie.
Direttore di Kinesistudio (Studio di Posturologia) di Milano

“Ho sempre dolori e bruciore allo stomaco!”
Tutti sappiamo dell’importanza del diaframma, ma quasi nessuno dedica a questa parte del nostro corpo l’attenzione ed il tempo che meriterebbe.
Questo straordinario e potente mantello muscoloso che è il diaframma, si muove incessantemente in su ed in giù, proprio come fa una medusa quando si muove in acqua. Questi movimenti (involontari per gran parte della vita), ci permettono di far entrare aria “ossigenata” e far uscire quella viziata, già utilizzata dai nostri polmoni e dal sangue.
Sono ben 20.000 movimenti di media al giorno che servono per scambiare ossigeno ed anidride carbonica in ogni cellula del nostro corpo; oltre a questo compito primario, ne esiste un secondo.ernia iatale
Ad ogni contrazione lui scende appoggiandosi e “massaggiando” i visceri sottostanti (stomaco, fegato, intestino, cisterna linfatica, etc.), che ne traggono grande beneficio. Persino la funzione peristaltica dell’intestino trae vantaggio da questo “pompage”, garantendo così regolarità intestinali. Anche la cisterna del sistema linfatico viene compressa e poi decompressa, inducendo così svuotamento e riempimento di questa
vescichetta e dunque la circolazione di questo importantissimo sistema.
Quando questo mantello diaframmatico si rilassa, risale in modo passivo, sospinto dai visceri e dagli addominali e quindi l’aria viziata esce di conseguenza.
Si può facilmente intuire che un piccolo difetto di funzione del diaframma, protratto per miliardi di movimenti, negli anni, possa creare patologie nel sistema muscolare, articolare, respiratorio, digestivo, circolatorio, cardiaco, linfatico, urinario, etc. Ecco che, la corretta funzionalità del diaframma determina la qualità della nostra vita.
Il diaframma è situato tra torace e addome e la sua parte periferica si attacca alla base del torace, all’interno delle costole e, posteriormente, sulla colonna; ecco perché questa è influenzata da una ipotetica cattiva funzione del diaframma.
Inoltre questo grande mantello viene attraversato, “perforato” dall’esofago che diventa stomaco subito sotto la cupola; anche i grossi vasi arteriosi e venosi vi passano attraverso.
Questo muscolo, benché svolga funzioni meccaniche legate alla mera sopravvivenza, risulta essere molto sensibile ad ogni tipo di emozione, problema, dolore, apprensione, etc.
Se si è in ansia, preoccupati, arrabbiati, lui tende a rimanere in tensione; se questo stato di tensione permane troppo a lungo nel tempo, allora il diaframma, anziché rimanere semplicemente in tensione, tenderà a fissarsi in tale stato in modo permanente. Diverrà retratto, ovvero bloccato in posizione corta al solo scopo di evitare di fare troppa fatica
a rimanere in tensione.
Tale condizione di blocco diventa irreversibile esiste solo una possibilità per farlo sbloccare, attraverso manovre e tecniche particolari che vedremo di seguito.
Quando il diaframma diventa retratto, inevitabilmente perde anche parte della sua capacità di svolgere il suo compito di mantice: è ipo-funzionante.
Questa limitata funzionalità creerà problematiche non solo alla ventilazione polmonare, ma anche agli organi ed apparati a cui è collegato.
Vediamo insieme, quali parti potranno essere coinvolte ed in quale modo.
Quando il diaframma si irrigidisce e si trova troppo in basso, (ma la persona non è consapevole per mancanza di educazione a tali funzioni, giustificando ogni disagio che vive), l’apparato digestivo ne viene immediatamente coinvolto.
Lo stomaco viene “compresso” anziché “massaggiato”; da qui il famoso detto “ho un mattone sullo stomaco”.
Il fegato viene compresso e lo stesso fenomeno lo subiscono l’intestino, la vescica, gli organi genitali interni. Ci sono casi in cui l’incontinenza urinaria è causata da compressioni esercitate dal diaframma.
Questa compressione sui visceri, in alcuni casi può rendere difficoltosa la risalita del sangue venoso e della linfa dagli arti inferiori, causando stasi linfatiche e venose, soprattutto con il caldo.diagnosi
Inoltre, l’abbassamento cronico del diaframma, può causare tensioni cardiache non indifferenti. Bisogna sapere che il mantello del cuore, il pericardio, è intimamente connesso con il diaframma, fondendosi addirittura con lo stesso.
Quando il diaframma è teso, il cuore risente di una tensione fastidiosa, fino ad essere dolore che si può propagare da sotto il costato fino al collo. Quando il diaframma viene adeguatamente trattato e fatto risalire nella sua sede, tali disturbi si riducono e scompaiono.
Non si devono dimenticare le patologie della colonna che sono causate dalle tensioni che il diaframma esercita sulla zona lombare e sul tratto cervicale attraverso i muscoli respiratori accessori.
Ora vediamo nel dettaglio come si forma l’ernia jatale, e come questa possa diventare causa del reflusso gastro-esofageo.
Quando il diaframma scende verso il basso in maniera non adeguata, prima ancora di comprimere lo stomaco, traziona in basso l’esofago, ovvero la parte del sistema digerente che sta subito sopra allo stomaco. Se il diaframma, per ulteriori tensioni stressogene
aumenta la sua tensione e scende ancora più in basso, la trazione che esercita sull’esofago e sullo stomaco diventa eccessiva e a questo punto, una parte di stomaco che viene troppo “tirata”, scivola al di sopra dello jatus, ovvero il foro del diaframma in cui passa l’esofago: una parte di stomaco diventa così ernia jatale.
La valvola chiamata cardias, situata all’ingresso dello stomaco, ha il compito di impedire al cibo di risalire, soprattutto se uno si sdraia dopo mangiato.
Tale valvola perde in parte la sua funzione, dato che una parte di stomaco si è spostata al di sopra del diaframma e non ha più il potere di trattenere il cibo.
Ecco quindi che, oltre al disagio, alla tensione che si avverte, si innesca il disagio del reflusso gastro-esofageo.
Oggi è possibile, utilizzando una particolare tecnica posturale, ridare elasticità e libertà al diaframma tale da ridurre o eliminare tale disturbo; è il caso che ora vedremo insieme.
Il Sig. Paolo si rivolge al nostro studio per un problema di postura e rigidità muscolare.
Durante l’anamnesi dichiara: ”Oltre ai disturbi muscolari, collo e spalle, ho sempre problemi digestivi, dolori allo stomaco, reflusso. Sono già stato operato una volta per l’ernia jatale e vorrei evitare di tornare sotto ai ferri”.
Subito dopo l’intervento, i sintomi erano spariti, ma dopo quasi tre anni ricominciò a soffrire della stessa sintomatologia che aveva prima dell’intervento: bruciore di stomaco, reflusso gastro-esofageo, senso di gonfiore postprandiale, qualche dolore all’area cardiaca.
Il suo medico gli disse che, data l’alta percentuale di recidive nei soggetti operati di ernia jatale, un altro intervento non avrebbe potuto offrire garanzie di un risultato più duraturo rispetto al precedente.
Mi raccontò anche che per la sua attività professionale era soggetto a frequenti trasferte e ad elevati livelli di stress.
Dall’analisi posturale si evidenziavano i tratti di un corpo teso e rigido e dall’ascolto della mobilità del diaframma risultò un elevato grado di rigidità.
Con la metodica che utilizziamo nel nostro studio, ogni lavoro svolto viene rigorosamente fatto in postura decompensata per far si che le principali catene muscolari coinvolte vengano messe in tensione e possano così far “emergere” il vissuto della persona.
Iniziammo con esercizi di rieducazione respiratoria e subito dopo con una manovra specifica per lo sblocco del diaframma. (Vedi foto in basso)
Al termine della stessa seduta mi disse che sentiva il “torace più aperto”, il respiro più libero.
Così, nelle prime tre sedute, il lavoro fu concentrato sul diaframma, di volta in volta svolto più intensamente.
Alla quarta seduta il paziente mi disse che andava già molto meglio: maggior libertà nella respirazione sia da sdraiato che da in piedi, meno tensione sullo stomaco, meno acidità. Non ricordava di stare così bene da tanto tempo.
Forte del risultato, cominciammo poi a trattare anche il collo e tutte le altre parti rigide.
Arrivati alla decima seduta, il miglioramento era ormai generale: beneficio al collo, alle spalle, al dorso, ma soprattutto non avvertiva più il reflusso, i dolori allo stomaco e al torace. Aveva potuto riprendere anche un po’ di attività sportiva.
E’ doveroso dire che il Sig. Paolo, durante le sedute si è reso disponibile a collaborare in modo esemplare: ogni giorno a casa faceva un po’ di respirazioni ed un po’ di automassaggio al diaframma che gli avevo insegnato durante le sedute. Lo scopo di questo lavoro a casa, aveva l’obbiettivo di mantenere la condizione di beneficio raggiunta fronteggiando così, in modo egregio, tutto lo stress quotidiano del suo lavoro.

Per informazioni sul Metodo Raggi®
Pancafit® rivolgersi a Studio Sport 2000,
telefono 02.39257427, info@studiosport.it, www.pancafit.net

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ASIA E AFRICA
Asfissia neonatale progetto internazionale

Per ulteriori informazioni:
Value Relations S.r.l.
tel. 02 20241357, fax 02 29528200
Francesca Alibrandi,
cell. 335 8368826, f.alibrandi@vrelations.it
Daniela Superti,
cell. 334 6898426, d.superti@vrelations.it

L’asfissia neonatale è responsabile del 23% delle quattro milioni di morti alla nascita che avvengono ogni anno nel mondo: quasi un milione di neonati muore per questo motivo e circa lo stesso numero va incontro a danni cerebrali come epilessia, deficit della
vista o dell’udito e paralisi cerebrale.
Nei Paesi industrializzati, grazie agli elevati standard di assistenza assicurati alle future mamme durante la gravidanza, e al momento del parto, il problema é relativamente raro e si manifesta con complicanze neurologiche spesso transitorie, più che portare alla morte del neonato. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, il problema è reale e sicuramente sottostimato: nonostante l’elevato numero di decessi, la maggior parte di queste morti
non viene riconosciuta e registrata, nei Paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale: meno del 3% delle morti neonatali è infatti accompagnato da un documento ufficiale che certifichi il riconoscimento della causa del decesso. Il Rapporto Mondiale sulla Salute, stilato dall’OMS nel 2005 e dedicato alla salute materno- infantile, definisce le disabilità a lungo termine provocate dall’asfissia intra partum “un problema importante,
ma ancora silenzioso”.landscape
Per raggiungere il IV Obiettivo di Sviluppo del Millennio (MDG - Millennium Development Goal) fissato dalle Nazioni Unite, ossia per ridurre di due terzi entro il 2015 la mortalità
dei bambini di età inferiore ai cinque anni, è necessario ridurre la mortalità neonatale, dunque è prioritario e fondamentale combattere anche l’asfissia neonatale.
L’epidemiologia di questa condizione, soprattutto nei Paesi più poveri e più colpiti, è però scarsamente conosciuta, principalmente a causa della mancanza di criteri diagnostici ben definiti.
L’asfissia neonatale è una condizione caratterizzata dalla incapacità nel feto di stabilire il respiro spontaneo alla nascita. All’origine ci possono essere problemi legati al travaglio di parto, ma anche alla salute della mamma; malnutrizione, infezioni e anemia, per esempio, sono possibili cause di asfissia e, benché rare nei contesti più avanzati, sono ancora diffuse nei Paesi in via di sviluppo, specie in quelli più poveri, in Asia e in Africa. In questi
Paesi sono evenienze ancora relativamente comuni anche il parto prolungato e il trauma da parto, che causano complicazioni mediche potenzialmente fatali per la madre, ma anche per il neonato; un parto traumatico e/o prolungato può causare infatti un
danno neurologico permanente o addirittura la morte del bambino.
Il danno che si manifesta con i segni di asfissia neonatale, pertanto, può essersi già sviluppato nei nove mesi della gravidanza per cause legate alla salute materna, ma non sempre.
Quando la causa dipende dal travaglio, è possibile in molti casi prevenire il danno neurologico o la morte, con gli interventi di espletamento rapido del parto e/o rianimazione neonatale. Questi però devono essere eseguiti tempestivamente ed è
necessario riconoscere subito i segni di sofferenza fetale premonitori di asfissia per agire al più presto.children
Per stabilire un criterio diagnostico di asfissia affidabile, ed applicabile concretamente, sarebbe necessaria in realtà una definizione comune ed uniforme del fenomeno. La definizione clinica ha subìto un’evoluzione negli ultimi 40 anni, dal semplice riferimento al punteggio di Apgar (cioè il “numero” ottenuto considerando i semplici parametri vitali del
neonato, rilevabili immediatamente, come la frequenza del respiro o il colorito del bambino), a definizioni più complesse, che tengono conto dei segni di danno neurologico o di acidosi metabolica del sangue. A questo proposito, l’ American College of Obstetricians and Gynecologists attualmente sconsiglia di utilizzare il termine “asfissia neonatale” considerandolo impreciso, e propone piuttosto di riconoscere i casi di ipossia - cioè di riduzione dell’ossigeno nel sangue – che si riflettono in una complicanza neurologica. In altre parole, i criteri diagnostici a cui riferirsi dovrebbero essere in grado di identificare i casi di sofferenza fetale così gravi da provocare tali complicazioni.
Come “gold standard”, cioè come criterio diagnostico di riferimento, l’asfissia
neonatale nei bambini nati vivi risulterebbe quindi definita in base al contenuto di ossigeno e anidride carbonica nel sangue, all’equilibrio acido base, cui si aggiunge un punteggio di Apgar minore di 3 (a 5 minuti dalla nascita) e la diagnosi di encefalopatia
neonatale, secondo specifici criteri clinici. Il neonato richiederebbe poi un periodo di osservazione fino a sei giorni dopo la nascita.
Mentre nei Paesi più avanzati i tentativi di far luce sulle cause del disturbo sono volti principalmente a razionalizzare le problematiche medicolegali - inerenti possibili sospetti di malpractice - e sono giunti a riconoscere un peso sempre maggiore ai disordini metabolici del feto o alle malattie materne nei nove mesi, nei Paesi poveri il personale sanitario deve ancora far fronte alla grave mancanza di assistenza ostetrica e neonatale. Qui, infatti, l’andamento del travaglio di parto è considerato la causa principale di asfissia neonatale, per cui utilizzare gli stessi criteri diagnostici messi a punto per il mondo industrializzato porterebbe all’identificazione di un numero limitato di casi.women
Sono stati dunque proposti criteri meno restrittivi, adatti ai Paesi in via di sviluppo, cioè applicabili concretamente: ancora il punteggio di Apgar (i cui dati si raccolgono in pochi istanti, visitando il neonato, e senza che sia necessario essere medici), unito all’assenza di pianto e respiro spontaneo, che però sono caratterizzati da una scarsa specificità.
Per superare queste limitazioni e mettere a punto uno strumento diagnostico appropriato, in termini di affidabilità e di applicabilità, l’OMS ha riunito le esperienze dei ricercatori dei Paesi avanzati, che si sono concentrati sull’identificazione delle cause e delle basi fisiopatologiche dell’asfissia neonatale, con quelle dei ricercatori dei Paesi in via di sviluppo, i quali si confrontano ogni giorno con una realtà drammaticamente
diversa. Lo scopo di questo lavoro, che non ha precedenti, è innanzitutto quello di mettere a punto uno “strumento diagnostico”, tale da essere sensibile (cioè in grado di riconoscere il maggior numero di casi) e specifico (cioè capace di distinguere l’asfissia
da altri problemi) - in sintesi, attendibile – abbastanza da identificare in tempo utile i bambini da rianimare.
Tutti i neonati di almeno 2 kg. di peso, non affetti da evidenti patologie congenite che possano comportare danni neurologici, saranno dunque studiati sia con il “gold standard”, sia con i parametri del test diagnostico formulato specificamente per i
Paesi poveri, così da verificarne l’attendibilità. Saranno poi raccolti i dati relativi a tutti i bimbi, proprio per quantificare, anche nei Paesi in via di sviluppo, il peso delle cause non
legate al parto.
Il principale obiettivo dello studio promosso dall’OMS é quello di fornire criteri diagnostici che permettano di definire correttamente la patologia, anche in condizioni caratterizzate da scarse risorse mediche, come potrebbe accadere nelle comunità rurali dei Paesi in via di sviluppo.
Diagnosticare in maniera corretta la patologia diventa fondamentale per consentire di intervenire tempestivamente e nel modo più opportuno, al fine di prevenire efficacemente i danni neurologici.
In conclusione, le soluzioni per salvare questi neonati esistono e fanno perno sullo sviluppo di un’assistenza qualificata, in grado di seguire le gestanti, consentire loro di partorire in condizioni di sicurezza e praticare, quando necessario, la rianimazione
dei neonati. Oggi, per le donne che vivono nei Paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale, questo si verifica purtroppo solo parzialmente.
A causa di ciò, 530.000 future mamme muoiono per cause legate alla gravidanza o al parto. Ogni anno, circa 5 milioni di bambini avrebbero bisogno della rianimazione, ma solo meno del 5% è assistito da operatori capaci e dotati della strumentazione adeguata.

PROGETTO INTERNAZIONALE SULL’ASFISSIA NEONATALE A TUTELA DELLA SALUTE MATERNO-INFANTILE
Nei Paesi poveri l’asfissia neonatale stronca ogni anno quasi un milione di neonati e causa disabilità permanenti a un altro milione. Uno studio, senza precedenti, partirà in Pakistan
e poi nella Repubblica Sudafricana: lo scopo è creare uno strumento diagnostico specifico, che riconosca tempestivamente i casi di asfissia nelle aree rurali, dove l’assistenza medica è più carente.
Durerà circa 3 anni promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità in collaborazione con Fondazione Chiesi, cui si deve il supporto economico e organizzativo.
L’iniziativa punta alla tutela della salute materno-infantile nei Paesi in via di sviluppo ed è stata presentata alla stampa dall’OMS e da un gruppo di neonatologi di fama mondiale, riunitisi a Milano per definire gli ultimi dettagli tecnici del “WHO study on birth asphyxia at community level”.
La salute dei neonati é uno degli esempi più eclatanti di disparità socio-sanitarie nel mondo: delle 4 milioni di morti neonatali che si verificano ogni anno, il 98% avviene nei Paesi più poveri e il 23% di queste é dovuto ad asfissia neonatale.
Concretamente, il Progetto OMS - Fondazione Chiesi prenderà il via entro la fine del 2007 in Pakistan, dove si protrarrà per 2 anni, nel corso dei quali si studieranno almeno 2.000 neonati. E’ desiderio dell’OMS estendere poi lo studio osservazionale ad altri Paesi, cominciando dalla Repubblica Sudafricana – rappresentativa di una realtà potenzialmente
diversa da quella asiatica – dove i lavori potrebbero iniziare già nel 2008 e proseguire per altri 2 anni.
In una prima fase, lo strumento diagnostico verrà validato all’interno di strutture ospedaliere e, successivamente, sarà utilizzato per determinare l’incidenza dei casi di asfissia neonatale nelle comunità rurali.
“Questo sarà il primo studio completo sull’asfissia neonatale in Pakistan, dove dati preliminari indicano che il 35% dei decessi nella prima settimana di vita può essere associato proprio a una simile condizione, e fornirà informazioni sull’estensione e la
gravità del problema, sui possibili interventi e sul fatto che essi siano concretamente attuabili e accettabili”, precisa Zulfiqar Ahmed Bhutta, professore e responsabile Dipartimento di Pediatria, Università Aga Khan di Karachi, Pakistan.

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