UN MUSEO AL MESE
Il Museo dei Cavatappi in Barolo

 

Stappare una bottiglia di vino è un rituale che ha sempre qualcosa di
magico: gli occhi dei presenti sono concentrati su chi svolge l’operazione.
Viene rimosso il sigillo di stagnola e posizionata la punta del cavatappi al centro del turacciolo. La vite affonda nel sughero fino a perforarlo ed infine con lo sforzo di
trazione necessario il tappo fuoriesce dal collo della bottiglia con un leggero schiocco.
Il turacciolo viene estratto e annusato per verificare se presenta odore.
Il nettare degli Dei ora è pronto da servire e degustare.
Noi tutti siamo abituati ad utilizzare questo oggetto per stappare una bottiglia, è un gesto consueto ed automatico che ci permette di accedere ad uno dei piaceri della vita.
Da questa ricerca è nata la passione di collezionare cavatappi antichi da parte di Paolo Annoni, un farmacista nato a Torino e trasferitosi nelle Langhe vent’anni orsono.
Scelta una bellissima e felice collocazione, una ex cantina dai soffitti con
volte a botte in mattone, si è avvalso della collaborazione ispirata degli architetti albesi Danilo Manassero e Luigi Ferrando e dell’ebanista restauratore di Benevagienna Massimo
Ravera.
Il Museo dei Cavatappi presenta 500 esemplari dalla seconda metà del XVII secolo ai giorni nostri, di varie epoche, nazioni e tipologie.
L’allestimento proposto permette di comprendere quella che è stata la nascita e l’evoluzione nei secoli di questo utensile di uso quotidiano. Partendo dai ‘cavatappi sospesi’ e dalla nomenclatura, il percorso ci porta ad ammirare esemplari semplici
a ‘T’ in legno, ferro, alluminio, ottone, osso, corno, ebano, madreperla,
bronzo, avorio, argento, tartaruga... ma conosceremo anche l’era delle invenzioni con leve, viti e meccanismi complessi come quello delle due viti, una destrogira ed una levogira, inserite una nell’altra.
Nelle 19 sezioni abbiamo la possibilità di vedere cavatappi decorativi e figurativi, ma anche tascabili, pubblicitari, i sistemi multiuso, quelli a tema animale e a tema erotico, e
non mancano quelli in miniatura per profumi e medicinali ed i cavatappi preziosi.
Gli aristocratici e i religiosi facevano apporre lo stemma del casato o le iniziali del loro nome su questi oggetti realizzati dai migliori artigiani ed orafi con materiali pregiati.
Nulla è stato lasciato al caso: l’intento didattico e la divulgazione colta che emerge dai pannelli trilingue (italiano, inglese e tedesco), sono abbinati alla spettacolarità dell’allestimento in teche che evidenzia la bellezza dei cavatappi esposti; immagini
curiose si alternano a pannelli ‘leonardiani’, colpi di luce e curiosità.
Paolo Annoni riesce a catturare l’attenzione del visitatore e a favorire quel passaparola, in Italia e all’estero, che rende una visita al Museo dei Cavatappi un must per chiunque
abbia a transitare a Barolo o in terra di Langa.
Una sezione a parte è dedicata alle cartoline d’epoca con il cavatappi come soggetto.
L’offerta globale del Museo è completata da una prima parte a libero accesso che presenta una magnifica e grande immagine di un vigneto di Barolo, opera del famoso fotografo albese Bruno Murialdo, da un’ampia vetrina di bottiglie di tutti i produttori
di Barolo di Barolo, da bottiglie di Barolo storiche e da un bookshop con vendita di libri, pubblicazioni, cavatappi antichi e moderni, prodotti di enologia, souvenirs, cartoline,
poster, gadgets, prodotti alimentari tipici di langa..
In questa parte di servizio al turista del vino in visita a Barolo sono anche disponibili un Internet point a pagamento ed un Tourist information gratuito collegato con il sito web
dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, per informazioni riguardanti cantine di produttori, ristoranti, alberghi, agriturismi, castelli, enoteche, manifestazioni.
Un motivo in più per non perdere la visita a questo originalissimo e divertente Museo.
STORIA DEL CAVATAPPI QUANDO, COME E DOVE NASCE IL CAVATAPPI?
Non è facile rispondere a queste domande, ma possiamo fare delle ipotesi attendibili.
Partiamo da due certezze: il cavatappi nasce per estrarre un tappo di sughero da un recipiente di vetro anche se non necessariamente da una bottiglia contenente vino; il
primo brevetto di un cavatappi risale al 1795, ed è dell’inglese Samuel Henshall.
All’inizio del XVIII secolo il contenitore di vetro a bottiglia era un oggetto raro, costoso, fragile e dalla capacità non sempre uguale. In Italia sino al 1728 il commercio del vino in contenitori di vetro era vietato e uno dei motivi principali era dato dall’esigenza di opporsi alle frodi visto che la produzione allora artigianale, non consentiva di produrre bottiglie tra loro identiche e con la stessa capacità. Fu infatti il regio decreto del 25
maggio 1728 ad autorizzarne la vendita e questo è legato alla comparsa di bottiglie più solide, provenienti dall’Inghilterra, del tipo detto “a vetro nero” che garantivano una
omogeneità di capienza. Sino ad allora il commercio del vino avveniva in fusti e botti, la bottiglia e il boccale erano utilizzati solo per portare il vino dalle cantine alla tavola e queste stesse bottiglie erano tappate con pezzi di legno cui si avvolgeva attorno della canapa o della stoppa allo scopo di renderle sufficientemente ermetiche. In seguito si utilizzarono tappi di sughero che però oltrepassavano il collo della bottiglia ed erano di conseguenza facili da rimuovere. In sostanza l’imbottigliamento era considerato
una operazione destinata a durare poche ore o pochi giorni. Gli inglesi, paese di abili commercianti e navigatori, erano anche amanti del buon vino che importavano
da Italia, Francia e Portogallo, nazioni produttrici anche di sughero. Quindi vetro, vino e tappi di sughero. Abbiamo quindi tutte le premesse per l’invenzione del cavatappi, ma a cosa ci si è ispirati per realizzarlo? La teoria più attendibile ci dice che esisteva allora un oggetto metallico dalla punta attorcigliata, semplice o doppia, che serviva da cavapallottole, attrezzo in uso già a partire dalla metà del XVII secolo.
Contemporanea sembra essere anche l’invenzione dei cavatappi in miniatura, spesso in materiali preziosi, che avevano la funzione di permettere l’apertura di flaconcini e
ampolle contenenti profumi, unguenti di bellezza e preparazioni farmaceutiche.

Museo dei Cavatappi Piazza Castello, 4 12060 BAROLO (CN) ITALY

Tel. +39 0173 560539

Fax: +39 0173 560539

E-mail: info@museodeicavatappi.it

Sito internet: www.museodeicavatappi.it

Data Apertura: 13 maggio 2006

Proprietà: Dott. Paolo Annoni Orario di apertura: 10:00-13:00/14:00-18:30 tutti i giorni, festivi compresi

Giorno di chiusura: giovedì (aperto nel mese di ottobre)

Periodo di ferie: gennaio e febbraio

 

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Flaccidità dell’addome: diagnosi e cura

Autore: Dr. Riccardo LUCCHESI
Specialista in Chirurgia Palstica e Ricostruttiva,
Studio Medico Privato Milano
Tel. 02.794224

Nel mondo gli obesi sono oltre un miliardo e nel nostro paese sono 4 milioni, cioè una persona su tre è soprappeso.
In tutti i casi le complicazioni legate a questa patologia sono una forte predisposizione al diabete, alle malattie cardiovascolari, ipertensione, disturbi respiratori, osteo-artrite, un aumento considerevole della “morte improvvisa”.
Dopo il fumo è la seconda causa di morte che è possibile curare e prevenire. La perdita di peso del 20-30% resta l’unico obiettivo per ottenere concreti miglioramenti per la salute. Da qualche anno è cominciata una campagna di sensibilizzazione dei medici, a cominciare da quelli di base, che hanno l’importante compito di riconoscere ogni patologia per poterla inviare all’osservazione dello specialista.
L’iniziativa appoggiata e voluta dal Ministero della Salute è volta al contenimento e alla riduzione delle enormi cifre necessarie alla cura dell’obesità.
Il problema evidentemente non è solo estetico, come veniva considerato fino a dieci anni fa, ma è divenuto sociale.
Nella cura dell’obesità la pulsione all’iperalimentazione è ordinariamente presente come autogratificazione attraverso il cibo e sarà quindi consigliabile anche un supporto psicologico; i farmaci specifici dimagranti, sia che agiscano sul sistema nervoso
centrale che perifericamente, non dovrebbero essere assunti su “prescrizione dell’amica”: gli effetti collaterali possono essere pericolosi, quindi dovrebbe essere sempre consultato un medico specialista che valuterà l’opportunità di un loro utilizzo.
Fondamentale, infine, affidarsi ad un dietologo esperto per la realizzazione di una dieta personalizzata associata ad una attività fisica opportuna.
Se sono tante le persone obese bisogna riconoscere che aumentano sempre di più le “ex-obese”, proprio a dimostrazione dell’efficacia della potente campagna informativa in atto.
Anche se i benefici connessi al recupero del proprio peso forma sono preziosi e irrinunciabili è anche vero che purtroppo ogni forte dimagrimento reca inevitabilmente stigmate caratteristiche e ben riconoscibili: la cute, anche se organo dotato di straordinaria adattabilità e resistenza, è stata infatti così profondamente danneggiata
(meccanicamente e metabolicamente) da apparire irrimediabilmente flaccida e cadente, incapace di adattarsi alle nuove forme e in alcuni casi così abbondante da complicare i
comuni gesti quotidiani, dall’igiene personale, al vestirsi, ai rapporti interpersonali.
Inutile dire che giunti a questi livelli ogni ulteriore sforzo correttivo dietetico o intensa attività fisica è illusorio e destinato a rimanere senza risultato; il rischio maggiore è l’accentuazione del disagio verso il proprio corpo e un’insoddisfazione tale da vanificare
tutti gli sforzi compiuti per ridurre il proprio peso.
L’addome ne risente particolarmente e gli effetti sono tali da conferire all’intera figura un aspetto fiacco e vecchieggiante, nonostante la giovane età. In questi casi ogni ipotesi di correzione non può prescindere dal trattamento chirurgico.
Nell’addome è frequentemente necessario intervenire non solo sulla semplice lassità dei tegumenti, ma anche sui piani più profondi, fasciali e muscolari, per garantire una solidità e un sostegno che sono, in genere, variabilmente compromessi (ed è facile capire perché, se si pensa allo straordinario volume in eccesso presente nella persona obesa).
Possiamo paragonare la cosa alla necessità di porre delle solide fondamenta prima di costruire un edificio;
questo concetto deve essere ben applicato se si desidera modificare radicalmente, “verticalizzare” il profilo addominale. L’intervento dura circa un’ora e mezza e deve essere affrontato in anestesia generale, previa esecuzione di tutti i previsti esami preoperatori (ematochimici, urine, elettrocardiogramma, visita del medico anestesista
ed altri se specificamente richiesti). La paziente può fare ritorno a casa il giorno successivo indossando una guaina elastica che dovrà essere mantenuta per un mese circa.
Precauzione fondamentale è l’astensione dal fumo due settimane prima e due dopo l’intervento per evitare rischi di sofferenze cutanee o cicatriziali (provocate dalla nicotina e dalla riduzione di ossigeno nel sangue) che dilaterebbero enormemente i tempi di guarigione. La normale attività lavorativa sedentaria può essere ripresa pochi
giorni dopo; è raccomandabile evitare sforzi fisici intensi per tutto il mese successivo. L’intervento non è doloroso e viene tutt’al più riferito, a volte, solo un lieve indolenzimento. Liposculture finalizzate al perfezionamento della figura potranno essere
eventualmente associate all’addominoplastica o dilazionate nel tempo, secondo il parere del chirurgo e del medico anestesista.
L’ultimo ovvio consiglio è quello di affidarsi esclusivamente a specialisti in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica perché l’intervento sia eseguito in strutture sanitarie moderne e perfettamente attrezzate allo scopo.

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UN OSPEDALE AL MESE
Le Molinette di Torino

Autore: Dr.ssa Giulia BOMPADRE
D.V.M, Ph.D., Dipl. Master Universitario in Medicina comportamentale degli animali d’affezione
Centro Universitario di Referenza per le Attività e Terapie Assistite con Animali
Facoltà di Medicina Veterinaria - Università di Bologna
giulia.bompadre@unibo.it

L’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista – Molinette di Torino è la struttura ospedaliera più grande del Piemonte. Sede di tutte le discipline mediche specialistiche, ad eccezione di: ostetricia e ginecologia, pediatria, oculistica e malattie infettive ospitate in altri ospedali torinesi. Essa si estende su un territorio di 142.000 metri quadrati sulla sponda sinistra del Po.
Così come è strutturata oggi l’Azienda comprende: l’ospedale Molinette, l’ospedale dermatologico San Lazzaro, il presidio San Vito situato sulla collina torinese, il
poliambulatorio di via Chiabrera, le strutture formative esterne di via Rosmini 6, l’ospedale San Giovanni Antica Sede e collabora con l’Istituto di Riposo per la vecchiaia IRV e la
Casa di Riposo per gli anziani Carlo Alberto. Sulle origini dell’ospedale non esistono documenti che ne attestino la nascita. Sicuramente è sorto come spontanea opera di solidarietà verso i malati meno abbienti che trovavano rifugio presso piccoli ricoveri
annessi alle chiese. La tradizione fa risalire alla pietà di un canonico del Duomo di Torino il primo inizio di quest’opera di misericordia. Pare che il sacerdote abbia raccolto per strada un moribondo e lo abbia sistemato in una stanzetta del campanile della Chiesa di San Giovanni. Da qui il nome. E’ sicuro che l’attività dell’Ospedale Maggiore è iniziata già
nel XIII secolo. Il 21 luglio 1928 venne firmata una convenzione con cui si stabilì la sede del futuro ospedale, chiamato la Città Ospedaliera, lungo la sponda sinistra del Po nella
zona dei vecchi mulini. La denominazione le “Molinette” nacque dalla zona per la presenza di un piccolo mulino detto la Mulinetta. Il nome si pluralizzò probabilmente per la vicinanza di altri mulini. Il 9 novembre 1935 l’Ospedale venne inaugurato in
presenza delle autorità cittadine e del re Vittorio Emanuele III.
L’Azienda San Giovanni Battista è diventata ormai un modello di riferimento di azienda integrata ospedale ed università. Insomma un ospedale di eccellenza e di insegnamento.
Infatti nella struttura convivono in modo distinto ma complementare le componenti ospedaliere con funzione assistenziale e l’attività didattica e di ricerca, grazie alla presenza della Facoltà di Medicina e Chirurgia e delle sue varie specializzazioni.
Dai dati forniti dal Ministero della Salute le Molinette è il primo ospedale in Italia per indice di case-mix, ovvero per qualità e per complessità di interventi effettuati.
E’ centro di riferimento regionale ed, in taluni casi, nazionale di numerose specialità ma i fiori all’occhiello sono i trapianti e l’oncologia. Nei trapianti di fegato è il primo ospedale in Europa sia per numero di interventi effettuati sia per la sopravvivenza, così come è il primo in Italia per quanto riguarda i trapianti di rene. Di altissimo livello è anche l’attività
oncologica sia medica che chirurgica. Fotografia ne è il COES (Centro Oncologico Ematologico Subalpino), che rappresenta il più grande day hospital oncologico d’Europa, dove convivono l’aspetto assistenziale di diagnosi e cura e la fase della ricerca
nei laboratori del CeRMS (Centro di Ricerca in Medicina Sperimentale). Un modello all’americana con una collaborazione ed un interscambio continuo di conoscenze e competenze.
Tutte le attività e tutti i malati sono seguiti in un’unica struttura con ricovero al mattino, controlli e cure durante il giorno e ritorno a casa la sera. Il COES è il primo del genere in
Italia ed è ospitato in una palazzina a tre piani nell’ala sud dell’ospedale. Ha 30 camere a due letti con bagno, 18 ambulatori e la prima farmacia automatizzata italiana. C’è anche un centro di ricerca avanzato, dotato di ben sette laboratori diretti da ricercatori
universitari. Il criterio organizzativo su cui si fonda è quello dei GIC, i Gruppi interdisciplinari di cura formati da un chirurgo, da un patologo, da un oncologo e da un radioterapista, che lavoranno in équipe. Al COES c’è un medico specializzato per ogni ramo della chirurgia e lavorano nella stessa struttura i ricercatori del centro di
prevenzione oncologica ed i medici dell’Unità operativa di Epidemiologia dei tumori.
Insomma un ospedale di eccellenza e di cosiddetto secondo livello, dove si andrà sempre più verso l’alta specializzazione in vista della futura costruzione di Molinette 2.
Altre e numerose sono le eccellenze dell’Azienda a cominciare dalla chirurgia ad elevata complessità, il Pronto soccorso, la cardiochirurgia, la dermatologia, la radioterapia, l’allergologia, il centro del sonno con il primo night hospital italiano, il centro di retinopatia diabetica, il primo servizio italiano di radiologia a domicilio, il centro per la diagnosi e la cura dell’osteoporosi, il centro per il trattamento del transessualismo,un gruppo di lavoro interdisciplinare dedicato al trattamento palliativo ed alla terapia
antalgica, cui fa capo lo “sportello dolore”, l’ospedalizzazione a domicilio di geriatria, il progetto ospedale – territorio in collaborazione con i medici di famiglia. Sono stati aperti un servizio bar e un emporio interni alla struttura.
AZIENDA OSPEDALIERO UNIVERSITARIA SAN GIOVANNI BATTISTA MOLINETTE DI TORINO
Corso Bramante 88/90
10126 TORINO
Telefono centralino: 011/6331633
Telefono direzione generale: 011/6335200
Telefono URP: 011/633.53.14
Commissario: Giuseppe Galanzino.
Direttore Sanitario: Ottavio Davini.
Direttore Amministrativo: Paolo Giunta.
Altre sedi, presidi e strutture afferenti:
Ospedale Molinette (corso Bramante 88/90), Ospedale Dermatologico San Lazzaro (via Cherasco 23), Presidio San Vito (strada Comunale San Vito – Revigliasco, 34), Poliambulatorio di via Chiabrera (via Chiabrera 34), le Strutture Formative Esterne di via
Rosmini 6, Istituto di Riposo per lavecchiaia IRV e la Casa di Riposo per gli anziani Carlo Alberto, l’Ospedale San Giovanni Antica Sede (via Cavour 31) e la Sede centrale dell’Università di Torino della facoltà di Medicina e Chirurgia.
Ospedale di eccellenza e di insegnamento (parte ospedaliera + Università di
medicina e chirurgia).
5.411 dipendenti (compresi gli universitari), di cui 4415 del comparto e 996 della dirigenza.
102 reparti sanitari.
12 dipartimenti sanitari.
17 strutture amministrative.
3 dipartimenti amministrativi.
1.185 posti letto.
+ 185 day hospital.
un passaggio in media di 22.000 persone al giorno tra pazienti e parenti. 86.000 circa passaggi all’anno al Pronto Soccorso.

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