Il melanoma: una nuova diagnosi con microscopio confocale

Autore: Dr. Pier Luca BENCINI
Medico Chirurgo specializzato in dermatologia e chirurgia laser ICLID
Via della Moscova 42 20121 Milano
Tel. 02.76020308
www.laserforum.it

Il microscopio laser confocale rappresenta il futuro della diagnostica, il superamento della dermoscopia e dello screening nella diagnosi precoce dei tumori della pelle

Il melanoma rappresenta circa il 2% dei tumori maligni ed è la prima causa di mortalità tra i tumori cutanei (circa 1400 decessi l’anno). Questa tipologia di tumore è in aumento vertiginoso. Nell’ultimo decennio l’incidenza è raddoppiata fino a circa 6.000 nuovi casi l’anno e 12/13 casi ogni anno per 100.000 abitanti. “Purtroppo non esistono terapie efficaci per la cura del melanoma in stato avanzato, di melanoma si può morire! Ecco perché una diagnosi precoce salva realmente la vita”, afferma il Dott. Bencini, medico chirurgo specializzato in dermatologia e Direttore Scientifico di ICLID (Istituto di chirurgia e laser-chirurgia dermatologica di Milano) e Vicepresidente della società italiana di laser in dermatologia. Fino ad oggi la diagnosi era effettuata tramite esame clinico e dermoscopia, che portavano alla rimozione di un melanoma ogni 40 nei benigni asportati. Oggi la diagnosi del melanoma può essere migliorata grazie all’utilizzo del microscopio laser confocale. Il microscopio laser confocale rappresenta il futuro della diagnostica, il superamento della dermoscopia e dello screening nella diagnosi precoce dei tumori della pelle. Mentre prima la diagnosi era retrospettiva ed era affidata al solo esame istologico, ora con il laser si possono visualizzare le strutture cutanee con un’accuratezza molto simile all’istologica, ancor prima dell’asportazione, con un reale vantaggio per il paziente, risparmiandogli l’asportazione, la cicatrice e il costo di un’operazione su una lesione non biologicamente pericolosa. Come funziona: la microscopia confocale si basa sul principio di “illuminare” i tessuti cutanei con una luce infrarossa emessa da un laser a bassa potenza.
La luce infrarossa del laser attraversa la pelle, incontrando strutture molecolari e cellulari molto diverse che sono in grado di assorbirle, rifletterle e deviarle. La luce riflessa torna indietro come immagine luminosa che contrasta con un’immagine scura che corrisponde alle parti che assorbono la luce. Il contrasto tra le immagini luminose (luce riflessa) e immagini scure (luce assorbita) danno un’immagine simile a quella di un esame istologico. Sullo schermo i tessuti “malati” si distinguono chiaramente da quelli sani. Una volta posizionato il laser sulla lesione cutanea sospetta, il microscopio confocale è in grado di ingrandirla di oltre 700 volte, mostrandone così la struttra cellulare, senza più il bisogno di averla precedentemente asportata come normalmente accade. Con la nuova metodica diagnostica, ovvero l’associazione dello screening visivo, la demoscopia e il laser confocale, aumenta l’accuratezza diagnostica fino al 98% e si riduce del 23% il bisogno di effettuare biopsie su lesioni benigne e del 60% le asportazioni in generale. In Italia solo 20 istituti utilizzano il laser confocale, e in tutto il mondo sono solo 200. Attualmente la diagnosi con il laser confocale è disponibile presso l’istituto ICLID di Milano, via Della Moscova 42. www.laserforum.it

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Caffè: effetto protettivo contro tumori della testa e del collo

Autore: Prof. Silvio GARATTINI
Direttore Ist.to Ricerche Farm. Mario Negri
Per ulteriori informazioni
Dr.ssa Alessandra Tavani
alessandra.tavani@marionegri.it
Tel. 02-3901.4722 - cell 339-455 0067

Il caffè ha un effetto favorevole sul rischio di tumori del cavo orale e della faringe

Finora, i dati riguardanti gli effetti del caffè sui tumori del cavo orale e della faringe sono stati discordanti. Tuttavia, i risultati di un recente studio forniscono ulteriori evidenze a supporto dell’ipotesi che il caffè svolga un ruolo protettivo nei confronti del cancro e in particolare dei tumori della testa e del collo. I risultati completi dello studio sono stati pubblicati dalla dott.ssa Carlotta Galeone dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” e dell’Università di Milano e colleghi su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, rivista dell’Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro (American Association for Cancer Research - AACR). Sulla base di una analisi combinata di nove studi considerati dal Consorzio “International Head and Neck Cancer Epidemiology” (INHANCE), i soggetti che consumavano 4 o più tazze di caffè al giorno avevano un rischio di tumore del cavo orale e della faringe inferiore del 39% rispetto ai non bevitori di caffè.
Le informazioni sul caffè decaffeinato erano insufficienti per un’analisi dettagliata, dato il basso consumo; tuttavia i risultati indicavano un’assenza di rischio. L’assunzione di tè non risultava associata al rischio di tumori della testa e del collo. “Il caffè è la bevanda più consumata in Italia, seconda nel mondo solo al tè e il tumore del cavo orale e faringe è frequente in Italia e ha una prognosi spesso sfavorevole. Pertanto, i nostri risultati hanno importanti ricadute sulla salute pubblica” ha affermato la dott.ssa Alessandra Tavani, ricercatrice presso il Mario Negri. “I nostri risultati sono importanti poiché analizzare insieme più studi permette di raggiungere una elevata numerosità del campione con conseguente maggiore forza statistica.
Ciò ha permesso di evidenziare associazioni tra tumore e caffè, che i singoli studi non erano in grado di mostrare”, ha aggiunto Alessandra Tavani. “Il fatto che questa associazione sia stata rilevata in caso di tumore del cavo orale e della faringe, e non della laringe, fornisce un’iniziale evidenza di una possibile specificità dell’effetto, anche se ancora non ne conosciamo i meccanismi biologici” ha affermato Carlotta Galeone. “E’ possibile che lesioni precancerose del cavo orale portino a una diminuzione del consumo di caffè. Occorre quindi essere cauti nell’interpretare questi risultati”, osserva Carlo La Vecchia dell’Istituto Mario Negri e dell’Università di Milano.

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La malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II

 

CHE COS’È LA MALATTIA DI POMPE?
La Malattia di Pompe o Glicogenosi di tipo II è una patologia neuromuscolare rara, cronica e debilitante, spesso mortale, che colpisce circa 10.000 individui – tra neonati, bambini e adulti – nel mondo e circa 300 persone stimate in Italia. La Malattia di Pompe appartiene alla famiglia delle malattie rare da accumulo lisosomiale ed è caratterizzata dal mancato smaltimento del glicogeno, la riserva energetica dei muscoli. A causa del difetto di un enzima, il glicogeno si accumula e danneggia il cuore, i muscoli di gambe e braccia e quelli della respirazione. I bambini colpiti dalla malattia sono caratterizzati principalmente da ipotonia muscolare e ingrossamento del cuore e la morte in genere interviene entro il primo anno di vita per insufficienza cardiaca. I malati che superano i due anni sono invece costretti in carrozzina e, nei casi più gravi, devono usare un supporto meccanico per respirare.
QUALI SONO LE MANIFESTAZIONI DELLA MALATTIA?
La Malattia di Pompe ha una presentazione clinica complessa ed eterogenea.
In base all’età d’esordio, si riconoscono tre forme della malattia:
• la forma classica e più grave, si manifesta subito dopo la nascita. Il quadro clinico è caratterizzato da cardiomiopatia ipertrofica, cardiomegalia, insufficienza cardiorespiratoria, e ritardo nell’acquisizione o regressione delle tappe motorie. I bambini affetti da Malattia di Pompe presentano un’ipotonia grave e progressiva ( “floppy baby” o tipo “bambola di pezza”). Se non diagnosticata e trattata precocemente, questi neonati sopravvivono raramente oltre il primo anno di vita;
• la forma non classica, con esordio tra il primo e il secondo anno di vita, è caratterizzata da una prognosi variabile;
• la forma a esordio tardivo, che può manifestarsi a qualsiasi età dopo il primo anno di vita, è caratterizzata da una progressione lenta e da esiti meno sfavorevoli di quelli della forma classica. Questa forma colpisce prevalentemente i muscoli e risparmia generalmente il cuore. Il graduale indebolimento muscolare e i problemi respiratori sono i sintomi principali: i pazienti perdono la capacità di deambulare autonomamente, mentre dal punto di vista respiratorio si realizza un deterioramento progressivo della capacità ventilatoria che, se cronica, necessita il ricorso a una ventilazione assistita o alla tracheostomia.
CHE COSA DETERMINA LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe è causata da un deficit dell’enzima lisosomiale alfa-glucosidasi acida (GAA), responsabile della degradazione del glicogeno, polimero del glucosio che ne rappresenta la fonte di deposito e riserva nei muscoli. I pazienti affetti da malattia di Pompe possono non avere del tutto o in parte l’enzima GAA: ciò determina un accumulo eccessivo di glicogeno nelle cellule del corpo, in particolare nei muscoli, e di conseguenza il loro progressivo indebolimento.
CHI È A RISCHIO DI CONTRARRE LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe è una patologia genetica a trasmissione autosomica recessiva che si trasmette da genitore a figlio. Il bambino eredita da ciascun genitore due copie del gene difettoso. Quando entrambi i genitori sono portatori del gene difettoso, esiste una percentuale del 25% che il bambino sviluppi la malattia. La patologia si riscontra in uomini e donne nella stessa misura e in ogni gruppo etnico, malgrado l’incidenza appaia più alta tra gli afroamericani e presso alcune popolazioni asiatiche.
COME VIENE DIAGNOSTICATA LA MALATTIA?
La Malattia di Pompe può essere difficile da diagnosticare, poiché molti dei suoi sintomi sono simili a quelli di altre malattie. Inoltre, per la rarità di casi in cui si presenta, può facilmente non essere riconosciuta o erroneamente diagnosticata. La forma infantile della Malattia di Pompe è generalmente più semplice da diagnosticare a causa della sua gravità. La conferma della diagnosi avviene attraverso un saggio biochimico di misurazione dell’attività enzimatica della GAA. Nei bambini affetti dalla forma classica della malattia, l’attività della GAA è praticamente assente, mentre nelle altre forme si riscontrano diversi livelli di attività residua. Il saggio è generalmente condotto nei linfociti, in colture di fibroblasti cutanei e in biopsie muscolari.
Di recente è stata introdotta la possibilità di fare diagnosi di Malattia di Pompe su goccia di sangue essiccata su filtri di carta bibula (Dried Blood Spot). Questo apre la strada all’implementazione dello screening neonatale per la Malattia di Pompe: una diagnosi tempestiva è, infatti, di fondamentale importanza, sia per la gravità della patologia soprattutto nella sua forma classica, sia per la presenza di una terapia in grado di modificarne la storia naturale.
Esistono infine due test di screening prenatale che possono essere eseguiti precocemente in gravidanza (se il bambino è chiaramente a rischio per la malattia) per scoprire se il feto è affetto dalla Malattia di Pompe. Il prelievo dei villi coriali viene effettuato entro la 12° settimana di gravidanza. Questo test prevede il prelievo di un piccolo campione di tessuto della placenta e l’analisi delle cellule per individuare la presenza o meno dell’enzima GAA. L’amniocentesi viene effettuata intorno alla 15° settimana di gravidanza e consente di verificare l’attività enzimatica ed effettuare un’analisi del DNA, testando le cellule prelevate dal liquido amniotico.
COME SI CURA LA MALATTIA?
La terapia enzimatica sostitutiva con Myozyme™ (alglucosidasi alfa) è la prima ed unica cura disponibile per il trattamento della malattia. L’enzima sostitutivo viene prodotto biotecnologicamente e somministrato per via endovenosa.
La terapia enzimatica sostitutiva con GAA umano ricombinante prolunga in modo significativo la sopravvivenza del bambino affetto dalla forma classica, riduce significativamente la cardiomiopatia ed è stato dimostrato che risulta più efficace se somministrata in uno stadio iniziale della malattia. Nella Malattia di Pompe ad esordio tardivo, la terapia enzimatica sostitutiva si è dimostrata efficace nel rallentare la progressione della malattia.
LE GLICOGENOSI Nell’ambito delle malattie metaboliche, le malattie da accumulo lisosomiale, tra cui le glicogenosi, rappresentano un vasto gruppo di affezioni dovute al deficit degli enzimi preposti alla degradazione di specifiche sostanze. La mancanza di enzimi determina l’interruzione di una via metabolica e il conseguente accumulo progressivo di materiale non degradato nei lisosomi.
Le malattie lisosomiali vengono denominate in base alle principali sostanze accumulate; sono pertanto note come Mucopolisaccaridosi, Mucolipidosi, Glicoproteinosi, Lipidosi e Glicogenosi, appunto.
Queste ultime sono malattie quasi sconosciute che colpiscono 1 bambino su 100.000 nati. La mancanza degli enzimi destinati alla glicogenolisi - il processo “Metabolismo” metabolico che degrada le molecole di glicogeno in glucosio - non permette la liberazione di glucosio dal glicogeno che pertanto si accumula nelle sedi in cui è fisiologicamente presente, cioè fegato e muscolo.
Attualmente si conoscono 10 forme di glicogenosi, distinte in epatiche e muscolari, a seconda del tipo di enzima interessato.
• tipo I: deficit di glucosio-6-fosfatasi, Malattia di von Gierke
• tipo II: deficit di maltasi acida, Malattia di Pompe
• tipo III: deficit di enzima deramificante, Malattia di Cori o Malattia di Forbes
• tipo IV: deficit di enzima ramificante, Malattia di Andersen o amilopectinosi
• tipo V: deficit di fosforilasi muscolare, Malattia di McArdle • tipo VI: deficit di fosforilasi epatica, Malattia di Hers
• tipo VII: deficit di fosfofruttochinasi muscolare, Malattia di Tarui • tipo XI: deficit di trasportatore dimembrana del glucosio GLUT2, Malattia di Fanconi-Bickel
• tipo XII: deficit di aldolasi A
• tipo XIII: deficit di β-enolasi Esiste, inoltre, la glicogenosi tipo 0 o deficit di glicogeno-sintetasi che non è una glicogenosi propriamente detta, in quanto il deficit enzimatico comporta una diminuzione delle riserve di glicogeno.
Le glicogenosi sono malattie ereditarie monogeniche causate da mutazioni nei geni che codificano per gli enzimi coinvolti nelle diverse patologie: i genitori, quindi, trasmettono ai figli un’alterazione che porta ad assenza totale o ad attività limitata degli enzimi implicati nel metabolismo del glicogeno.
LE MALATTIE RARE
La Commissione Europea ha definito “rare” quelle patologie la cui incidenza non è superiore a 5 individui su 10.000 abitanti. In Europa si stima che le persone affette da malattie rare siano fra i 20 e 30 milioni e in Italia circa 2 milioni.
Si tratta di un gruppo di circa 7.000 patologie, spesso fatali o croniche invalidanti, che rappresentano nel loro complesso circa il 10% delle malattie che colpiscono l’umanità. Il 75% delle malattie rare colpisce i bambini; Il 30% dei pazienti affetti da malattie rare muore prima dei 5 anni di età; L’80% delle malattie rare ha origine genetica; il restante 20% è rappresentato da malattie acquisite.
Le malattie rare sono caratterizzate da un’ampia gamma di manifestazioni che variano non solo da malattia a malattia, ma anche da paziente a paziente. Per la maggior parte di esse non esiste una cura o un trattamento specifico.
Il fattore chiave per garantire ai bambini colpiti da malattie rare migliori chance di una vita soddisfacente è la diagnosi precoce attraverso uno screening neonatale, soprattutto quando esiste una terapia. Tra le malattie rare, un gruppo significativo è rappresentato dalle malattie metaboliche ereditarie che colpiscono generalmente i bambini nei primi anni di vita, ma i cui sintomi possono anche esordire in età giovanile o adulta. Si tratta di malattie gravi, molte delle quali, se non riconosciute tempestivamente, causano gravi handicap fisici e mentali o morte precoce.
Per le malattie rare occorrono “Misure straordinarie”.
“Misure straordinarie ” (Extraordinar y Measures )
Interpretato da Harrison Ford, racconta la storia di una famiglia colpita dalla Malattia di Pompe, una gravissima patologia rara che oggi può essere curata. Basato sul libro The Cure della scrittrice Premio Pulitzer Geeta Anand, il film è ispirato alla storia vera di un padre di famiglia, John Crowley (interpretato da Brendan Fraser), impegnato nello straordinario sforzo per trovare e sviluppare una cura per i suoi figli, affetti dalla Malattia di Pompe (o glicogenosi di tipo II).
Uomo di origini modeste lanciato verso una brillante carriera, Crowley decide di mollare tutto quando a Megan e Patrick, i due figli più piccoli, viene diagnosticata questa terribile malattia. Spalleggiato dalla moglie Aileen e con grande determinazione, Crowley arriva a un brillante ma sottovalutato ricercatore anticonformista, Robert Stonehill (interpretato da Harrison Ford). Insieme fondano un’azienda biotecnologica con l’obiettivo di sviluppare una terapia salvavita.
Il primo spinto dalla possibilità di salvare i figli, l’altro dal desiderio di mettere alla prova sé stesso e le proprie teorie, i due uomini sviluppano un rispetto reciproco nella lotta contro il tempo ma anche contro il sistema sanitario statunitense. Uscito nelle sale nordamericane lo scorso 22 gennaio, il film ha suscitato un’ondata di interesse per la Malattia di Pompe e per lo straordinario lavoro, durato più di 10 anni, che i ricercatori hanno portato avanti per sviluppare la terapia enzimatica sostitutiva, l’unica approvata in grado di cambiare il destino dei pazienti affetti da questa devastante patologia.
Si pensi che, grazie al tam tam mediatico e alla crescente attenzione di rotocalchi e trasmissioni televisive negli Stati Uniti, “Malattia di Pompe” è stata una delle frasi più ricercate su internet e il sito www.pompe.com ha avuto, prima dell’uscita del film, 20.000 accessi in soli due giorni.
Questo è proprio lo scopo che gli autori si sono prefissati con questo film: far sì che gli spettatori si pongano delle domande e approfondiscano le conoscenze su malattie rare e farmaci orfani, come ha dichiarato lo stesso Harrison Ford alla stampa internazionale. Data l’enorme risonanza mediatica, il film rappresenta un’importante occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Malattia di Pompe e sulle difficoltà che i pazienti colpiti da questa grave patologia e le loro famiglie devono affrontare quotidianamente.

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