ICTUS

II Tia costituisce però un importante rischio di ictus, disfunzione cerebrale assai più grave che può lasciare deficit neurologici permanenti e, in certi casi, condurre a morte. 

Importanti studi sostengono che circa il 30% dei pazienti con un Tia sara colpito da ictus nel giro di 5 anni. Nell’ambito di questo gruppo, il 20% subirà un ictus entro un mese dal primo attacco e circa il 50% entro un anno.
Negli ultimi 10 anni I’ approfondimento delle indagini diagnostiche sulla circolazione cerebrale ha evidenziato che l’­ictus nell’ 80% dei casi non è causato da una malattia primitiva del cervello (rottura o trombosi di vasi encefalici), anzi quest’ultimo è solo l’organo bersaglio di lesioni localizzate nelle arterie carotidi, che attraverso il collo portano il sangue daIl’ aorta al cervello. Queste lesioni, il più delle volte, sono placche arteriosclerotiche che possono provocare il restringimento di questi vasi, impedendo il passaggio del sangue verso il cervello, o disgregarsi immettendo nella corrente circolatoria piccoli e pericolosi frammenti che vanno a occludere i vasi cerebrali.
E’ ormai opinione comune che sia necessario individuare precocemente queste placche, quando si manifesta il primo Tia, e stabilire se è sufficiente una terapia medica o se bisogna sottoporre il paziente a un intervento chirurgico. L’atto chirurgico si chiama Tea (tromboendoarteriectomia) e consiste nella rimozione della placca che occlude I’ arteria carotide. In alcuni centri ospedalieri, tra cui l’Ospedale civile di Asti, l’intervento viene eseguito non più in anestesia generale, ma in anestesia loco-regionale, seguendo l’indirizzo della scuola newyorkese di Imparato. Notevoli i vantaggi, sia per il paziente che a distanza di poche ore dall’intervento operatorio può alzarsi dal letto, sia per il chirurgo che può, essendo il soggetto sveglio, controllare la funzionalità cerebrale in tempo reale.
La validità di questa terapia chirurgica è ribadita dai dati fomiti dalla collaborazione tra l’Istituto di Scienze Neurologiche e la Divisione di chirurgia vascolare dell’Università di Roma, che hanno ottenuto una riduzione globale del 30% degli ictus cerebrali tra i pazienti colpiti da Tia e trattati con questa tecnica chirurgica.
Negli Stati Uniti la Tea carotidea è al secondo posto tra gli interventi di chirurgia vascolare, dopo Ie rivascolarizzazioni coronariche, reggiungendo i 120 mila casi ogni anno. L’ Acoi (Associazione chirurghi ospedalieri italiani) ha riunito lo scorso giugno a Milano Ie divisioni di chirurgia che trattano questa patologia, per esaminare insieme gli aspetti ancora controversi. In particolare si è discusso del problema forse più importante, se sia opportuno intervenire sulle carotidi malate solo nei pazienti per i quali e già suonato il campanello d’allarme dei cosidetti Tia o se invece l’intervento vada esteso, con intento profilattico, a tutti i casi in cui Ie indagini strumenlaii hanno scoperto la presenza di placche arteriosclerotiche. Infatti lo sviluppo delle nuove tecnologie diagnostiche (doppler, ecodoppler, colordoppler) ha permesso di evidenziare con sempre maggior frequenza lesioni sia sintomatiche sia silenti che hanno allargato il campo d’ azione delIa chirurgia carotidea. Comunque, se su alcuni aspetti non vi e ancora un pieno accorso, su un punto fondamenlale sia i chirughi che i neurologi concordano: l’importanza dei campanelli d’allarme (Tia) e il fatto che spesso un semplice intervento (Tea), eseguito in anestesia loco-regionale, può evitare un ictus cerebrale dalle conseguenze drammatiche.

PIER PAOLO ZANETTI
Centro Medico Ceccardi
TeI.010-580301
Genova
Pubblicazione Gennaio 1993

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